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ALBUM & CDC'era una volta HARD & HEAVY

Journey ieri ed oggi: il nuovo album “Freedom”

Di 11 Luglio 202246 Commenti

Journey 1975-1986: sogno dopo sogno

I Journey di “Infinity”: Aynsley Dunbar, Ross Valory, Steve Perry, Neil Schon, Gregg Rolie

Nella comunità degli irriducibili sostenitori del rock melodico, incuranti dell’incalzante susseguirsi delle mode, i Journey sono verosimilmente stimati al rango di suprema divinità AOR.
Una reputazione leggendaria, che tende ad oscurare le origini di tutt’altra specie, distanti dagli esordi d’istantaneo successo di altri pionieri del suono promulgato tempo fa dalle radio americane, soprattutto Boston, Foreigner ed in misura minore gli stessi Toto, che comunque debuttavano nei Top 10 di Billboard. L’omonimo “Journey” li precedeva tutti nell’uscita (aprile 1975) ma inseguendo lo spettro virtuosistico della fusion jazz-rock, con qualche contaminazione ereditata dalla tradizione lisergica di San Francisco, dove i musicisti si erano riuniti nel giugno 1973. Uno stile sperimentato anche nei successivi “Look Into The Future” e “Next”, finché il manager Herbie Herbert, che ha indirizzato la carriera dei Journey con una personalità decisionista, stabiliva che rien ne va plus, ed era giunto il momento della svolta verso il successo.
Discepolo dello storico organizzatore di concerti Bill Graham, Herbert si fece conoscere lavorando in tour con i Santana, dove frequentò Neil Schon e Gregg Rolie. Fu lui a ideare un gruppo incentrato su Neil, minorenne prodigio della chitarra, a suo tempo corteggiato persino da Eric Clapton, che l’avrebbe voluto nei Derek & The Dominoes. Benché Schon e Rolie avessero entrambi lasciato Santana dopo il quarto album “Caravanserai” (1972), non era nelle previsioni comuni la fondazione dei Journey. Il chitarrista si era unito per qualche tempo al gruppo funk-rock Graham Central Station, mentre Gregg se ne era andato per tutt’altri lidi, trasferendosi a Seattle. Fu richiamato da Herbert quando il manager aveva gettato le basi per la nuova formazione, convocando due membri dei Frumious Bandersnatch (da lui gestiti), il bassista Ross Valory ed il secondo chitarrista George Tickner, presto sparito dai radar. Il batterista prescelto era Prairie Prince, che preferì unirsi ai Tubes, ma il suo sostituto non era certo un ripiego. Si trattava del veterano inglese Aynsley Dunbar, già in America a fianco di Frank Zappa; lo vogliamo ricordare con i suoi Retaliation, autori dell’originale versione di “Warning” (1967), riproposta fra i tuoni e fulmini del primo “Black Sabbath”.
Nel 1977, in fase di transizione verso uno stile più accessibile, il quartetto di “Next” decideva di aggiungere un vero e proprio front-man, Robert Fleischman, ben accolto da Schon e Rolie, nonostante entrambi, in particolare il tastierista, avrebbero rinunciato alle parti vocali.
A questo punto Herbert si oppose, con il sostegno della casa discografica, imponendo Steven Ray Perry, cantante di origine portoghese degli Alien Project, che erano in procinto di firmare per la stessa Columbia; opportunità decaduta per la morte in un incidente stradale del bassista, ritenuto fondamentale nel gruppo. Fleischman si proporrà senza fortuna come solista, nell’LP “Perfect Stranger” e lo ritroveremo in forma al debutto di Vinnie Vincent Invasion.

Steve Perry avrebbe esordito nel tour di supporto agli Emerson, Lake & Palmer (allora enormi in U.S.A., si pensi al California Jam del ’74) nonostante i musicisti dei Journey fossero intimoriti dall’abbandonare il vecchio stile sperimentale, ritenuto più adatto al pubblico degli ELP.
All’inizio del ’78, il quarto album “Infinity” diventava la prova del fuoco per le ambizioni della rinnovata line-up, ed a riguardo, non si lasciava nulla d’intentato…La copertina venne disegnata dal duo Aalton Kelley-Stanley Mouse, responsabile delle iconiche illustrazioni dei Grateful Dead e dei poster dei concerti, alla moda tipicamente West Coast, di Bill Graham. La produzione era invece affidata a Roy Thomas Baker, reduce dai successi dei Queen, con il non meno determinante ingegnere del suono Geoff Workman.
Combinando le innovative strategie soniche dalle molte stratificazioni, di vasta influenza sul futuro AOR, con la lungimirante scelta di Perry, influenzato dal soul di Sam Cooke nel dipingere melodie fluttuanti verso gli spazi siderali, “Infinity” centrava il bersaglio.
Il salto di qualità verso un’originale forma-canzone sostenuta da un raffinato impianto rock, ideale per l’airplay, poteva dirsi realizzato. Nel diadema erano incastonate gemme come “Wheel In The Sky”, uno dei più grandi brani d’apertura di ogni tempo all’insegna del rock melodico, “Anytime”, che si appropriava a suo modo della grande tradizione californiana dei cori di Crosby, Still, Nash & Young, e “Lights”, una ballata maliosa come poche, che rifletteva magicamente l’atmosfera della Bay Area di Frisco.
Per la prima volta, i Journey venivano premiati con il disco di platino, così la squadra vincente si ripresentava oltre un anno dopo nel successivo “Evolution”, confermando il team di di produzione e gli stessi designer. Fa eccezione il solo Dunbar, che non si rassegnava ad uno stile ritmico più “economico” (molto ben riuscito al virtuoso Palmer negli Asia), e dopo un’acrimoniosa rottura, entrerà a far parte di un altro prestigioso equipaggio, Jefferson Starship.
Journey lo rimpiazzavano proficuamente con Steve Smith, già valutato in tour come batterista del compianto Ronnie Montrose. “Evolution” confermava le posizioni raggiunte con l’intrigante singolo dal feeling R&B, “Lovin’, Touchin’, Squeezin’”, ed il quintetto irrompeva nel suo decennio più eclatante con “Departure” (1980), prodotto da Workman e Kevin Elson, aggiungendo altri trascinanti evergreen, fra cui “Any Way You Want It” e “Line Of Fire”.
Il titolo del sesto album risultava a suo modo profetico, anticipando l’abbandono di Rolie, esausto per l’incessante attività del gruppo. Il tastierista apparirà ancora nella colonna sonora “Dream After Dream”, un’esclusiva del mercato giapponese e nel doppio live a chiusura del ciclo, “Captured” (1981). Una perdita in apparenza destabilizzante, invece i Journey sceglievano un altro membro di support-band, Jonathan Cain dei Babys di John Waite, che aveva realizzato un oscuro album solista nel ’77, “Windy City Breakdown”; oltre alle tastiere era in grado di esibirsi come chitarrista, fattore gradito a Schon per libertà espressiva in concerto.
Il suo ingresso, con un approccio più “moderno”, in linea con gli orizzonti musicali degli anni ’80, produceva un nuova evoluzione e la perfetta alchimia di “Escape” (agosto 1981), forse il più importante e seminale album della cosmogonia AOR. Prodotto da Mike Stone e Kevin Elson che elaboravano un suono di purezza cristallina e brillante dinamica, “Escape” raggiungeva per la prima volta il vertice della classifica americana e diventerà il loro album di studio più venduto della storia, sospinto da superlativi singoli come “Who’s Crying Now”, “Don’t Stop Believin’” e “Open Arms”.

I Journey di “Escape”: Jonathan Cain, Ross Valory, Neil Schon, Steve Perry, Steve Smith

L’impareggiabile ballata “Don’t Stop Believin’” nel 2009 è diventata la canzone più venduta su iTunes (non seguo queste classifiche, ma lo è stata a lungo…); al di là degli hits, l’album presentava una successione incessante di brani irresistibili, dalle pulsioni di “Stone In Love” e “Mother Father”, alle atmosfere eteree di “Still They Ride”.
Ma il “Viaggio” non si interrompeva qui, anzi esplorava orbite galattiche nel successivo “Frontiers” (1983), magistrale prototipo di AOR tecnologico dal taglio più hard rock, non meno determinante di “Escape” per gli sviluppi del genere. La nuova traiettoria era delineata dal vigoroso singolo “Separate Ways”, ma il quintetto non disdegnava la sua classica componente soft-rock, espressa al meglio in “Send Her My Love” e “Faithfully”. Per valutare il livello dell’opera, giunta al secondo posto in America, basti pensare che brani del tenore di “Ask The Lonely” e “Only The Young” furono omessi dall’album, trovando poi spazio in colonne sonore!
Stavolta si, la parabola creativa dei Journey era giunta allo zenit ed i musicisti si dedicarono a progetti individuali, “congelando” temporaneamente il gruppo.
Ci limitiamo a segnalare gli all star HSAS (Hagar-Schon-Aaronson-Shrieve) ed il primo album solo di Steve Perry, “Street Talk” (1984). Il periodo di lontananza dai Journey non risultò indolore, ne fecero le spese Smith e Valory, estromessi nel 1985, mentre Perry aspirava ad una maggior autonomia, incoraggiato dal successo come solista.
Così “Raised On Radio” (maggio 1986), realizzato dal trio Perry-Schon-Cain con la sezione ritmica di studio Randy Jackson, basso e -in prevalenza- Larrie Londin, batteria, non eguagliava i precedenti vertici, nonostante garantiti livelli di eleganza espressiva e rassicuranti dati di vendita.
Concluso anzitempo il tour con l’abbandono di Steve Perry, “ROR” rappresentava l’epitaffio dell’epoca aurea; lo scioglimento diventava effettivo nell’87, con Cain e Schon che si ritroveranno in seguito nei Bad English. Come tante stelle della loro epoca, Journey accetteranno la sfida dei difficili anni ’90, forti delle incessanti vendite multi-milionarie del loro “Greatest Hits” risalente all’88, convocando nel 1995 il team di maggior successo per l’effimera rifondazione dell’album “Trial By Fire”.

"Freedom": è vera gloria?

Journey live: Arnel Pineda, Neal Schon, Jonathan Cain (foto: Jim Welch)

Saltiamo a piè pari la travagliata storia del gruppo dal 1996 in poi, non rilevante in questa sede, per giungere alla vera e propria rinascita dei Journey attuali. Dopo svariati avvicendamenti alla ricerca di un degno sostituto di Perry, la formazione ritrovava un front-man stabile nella figura di Arnel Pineda, cantante filippino di una cover band, “scoperto” da Schon su YouTube. Pur trattandosi di una scelta conservativa, stanti le spiccate affinità con la voce di Steve Perry, il suo innesto restituiva ai Journey un assetto stabile, da “Revelation” del 2008 ad “Eclipse”, fino a pochi giorni fa ultimo album di studio, del 2011. Questo non implica che i musicisti abbiano sotterrato l’ascia di guerra; i rapporti fra i due “capi” storici Schon e Cain sono spesso stati conflittuali, ma entrambi hanno scacciato dal gruppo Valory e Smith nel 2020, rei di di attentato al “marchio di fabbrica” Journey, con conseguenti azioni legali. Veniva così vanificato il nostalgico riavvicinamento fra membri di varie epoche, alla cerimonia del 2017 di introduzione alla R&R Hall Of Fame, a quanto si dice favorita da un’esibizione benefica di Springsteen; sorprendentemente, in tale occasione il Boss aveva interpretato “Don’t Stop Believin’”, vero e proprio inno nazional-popolare, negli U.S.A.
Undici anni dopo “Eclipse”, che pur non demeritando è stato il meno venduto della loro discografia, i Journey tornano sul mercato con “Freedom” (Frontiers), stracolmo di nuovo materiale. Ben 15 brani e circa un’ora ed un quarto di musica; potrebbe esser accettabile per il Greatest Hits di una band fondamentale (ed i Journey lo sono), ma sovrabbondante per una novità discografica.

A supporto del solido triumvirato Schon-Cain-Pineda, agisce la sezione ritmica con il collaudato bassista Randy Jackson (già all’opera in “Raised On Radio”) ed il batterista Narada Michael Walden, anche produttore dello stesso Neil Schon, che si era episodicamente esibito con i Journey nell’87.
“Freedom” esordisce con “Together We Run”, e la proposta non è fra le più sovversive; l’inizio pianistico si riallaccia alla formula di “Don’t Stop Believin’”, poi incentivata dal taglio hard rock della chitarra, dunque se il trademark è assicurato, sull’inventiva è lecito discutere.
Anche “Don’t Give Up On Us” riproduce con un po’ di sfacciataggine l’intro storica di “Separate Ways”, senza replicarne la stessa forza d’urto. Va detto che gli ariosi vocalizzi di Pineda a brano inoltrato, ai quali fa eco l’assolo di Schon, risultano esteticamente brillanti. “Still Believe In Love” è una ballad felpata e melliflua, sfido chiunque a trovarla sgradevole, ma certo non è un’epocale “Lights”.
Con il singolo che ha preceduto l’album, “You Got The Best Of Me”, i Journey ricadono nel vizietto di fare il verso al loro stesso passato, e stavolta non è una congettura ma una dichiarazione d’intenti di Schon, che l’ha definito una sorta di riedizione dinamica di “Anyway You Want It”. A prescindere, il suo crescendo pomp-rock animato da chitarra e tastiere stimola l’ascolto.
Luci ed ombre si alternano, e “Live To Love Again” è un’altra ballata addolcita che non fa palpitare d’emozione, nonostante qualche slancio d’intensità nell’interpretazione di Pineda.

Di gran lunga più interessante il singolo che ha anticipato di circa un anno l’uscita dell’album, “The Way We Used To Be”. Se il video a cartoni animati – sul tema del ritorno alla vita (e ai concerti) post pandemia – non era propriamente un’opera d’arte, il tono drammatico della voce e gli ispirati fraseggi blues-hard rock, con Neil Schon sugli scudi, consegnano alla storia dei “nuovi Journey” ben più intriganti rispetto ad altre realtà svelate da “Freedom”.
Da qui in poi, l’album cambia però nettamente registro: “Come Away With Me”, “Let It Rain”, “Holdin’ On” e “All Day And All Night” svoltano decisamente verso l’hard rock di stampo seventies; la scrittura dei brani non è soverchiamente originale ma l’impatto qualifica la destrezza dei musicisti; lo stesso Arnel si libera dello scomodo fantasma di Perry e si dimostra a proprio agio in un contesto musicale che sarebbe ben appartenuto a Sammy Hagar, in passato occasionale partner di Schon. Spezza la catena del rock duro la melodia seduttiva di “After Glow”, cantata dal versatile Deen Castronovo, batterista rientrato nelle file dei Journey.
Poi “Don’t Go” torna al loro tipico stile, con Pineda nelle vesti di valorosa controfigura di Steve Perry; risulta un po’ troppo insistente la ripetitività del refrain, a dimostrazione di qualche lungaggine nell’ingombrante marcia di “Freedom”. Lascia un po’ attoniti la chitarra che introduce “United We Stand”, quasi una replica delle note di pianoforte, in apertura della ben nota “Nemo” dei Nightwish.
Invece “Life Rolls On” è piacevolmente old-fashioned con l’organo di Cain in stile “church”, che tratteggia pomp-rock misticheggiante sul quale si esercita Schon con uno spazioso assolo. Infine, “Beautiful As You Are” è il poema epico-romantico che aspira a suggellare nostalgicamente l’opera, spingendosi oltre i sette minuti con un crescendo strumentale in chiave prog.
In conclusione, “Freedom” non è album particolarmente “organico”, sembra piuttosto raccogliere i frutti di periodi differenti, giustificati dai tanti anni trascorsi dal predecessore. Nonostante proclami anche autorevoli, è arduo considerarlo un “nuovo classico” dei Journey. Aggiungiamo che più le aspettative salgono, e qui si parla di un gruppo colossale, più si rischia di esser severi nel giudizio. E’ il destino condiviso da tanti gruppi stellari d’altri tempi, ancora in grado di farsi apprezzare, ma mai veramente all’altezza dei loro tempi di massimo fulgore!

46 Commenti

  • Cristiano ha detto:

    Ciao Beppe, sono un tuo vecchio lettore (Rockerilla e Metal Shock). Prima di tutto ,dopo tanti anni, finalmente riesco a ringraziarti per i tuoi articoli e recensioni che per me furono fondamentali. Torniamo ai Journey. Album che poteva risparmiarci la metà dei brani. A mio avviso Pineda non è cantante da journey. Lo ho visto in azione a Milano nel 2011 sembrava un bambino scappato ai genitori e salito sul palco. Purtroppo il valido Augeri poteva essere sostituito da altri cantanti (Kevin Chalfant, Stephan Kaemmerer, Hugo Valenti ) o cambiare tipologia di voce. Peccato da maestri AOR sono passati a uno dei tanti.
    Grazie ancora
    Ciao

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Cristiano, innanzitutto grazie per esserti manifestato da lettore di vecchia data. Cercando di non ripetermi troppo sul tema da te rilanciato, si sa, il cantante riveste un ruolo cruciale nel caratterizzare una rock band, che spesso perde d’identità senza la sua voce riconosciuta. E’ successo anche ai grandi del metal (vedi Priest e Maiden) con l’innesto di Owens e Bayley. Nel caso dei Journey, il torto, se vogliamo considerarlo tale, è stato quello di scegliere il vocalist di una cover-band troppo simile all’irraggiungibile originale. Ricordiamo comunque che qualsiasi artista o gruppo vive la sua epoca d’oro, poi si accomoda in una routine più o meno dorata. Questo non deve necessariamente essere imputabile al volonteroso Pineda. A risentirci.

  • Nico D. ha detto:

    Caro Beppe è sempre un piacere rileggerti a distanza di tanti anni. Sei stato per me un idolo sin dai tempi di Rockerrilla 😀.
    Condivido in parte la recensione poiché pur con le innegabili auto citazioni in alcuni pezzi, questo sarebbe potuto essere un gran bel album.
    Scrivo “sarebbe” perché con 4 tracce in meno ed una produzione all’altezza saremmo al cospetto di uno dei top album di quest’anno (ah…quanti dischi ho comprato leggendoti su MS). Il mix è di Bob Clearmountain…quindi si tratta sicuramente di un problema legato alle scelte di Schon…ahimè. Penso non si tratti quindi di una questione di budget. Non credo che il nuovissimo Generation Radio avesse chissà quale budget…a propositosu questi attendo con ansia una tua recensione. Ciao 😀

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Nico, quando verifico periodicamente che ci sono lettori, e non pochi, che risalgono ai tempi di Rockerilla (e Metal Shock), finisco per convincermi di aver lasciato una traccia, e mi fa proprio piacere. Il nuovo album dei Journey ha suscitato tanto interesse, pur “imperfetto”, a dimostrazione dell’eredità tramandata dal grande gruppo. Dei Generation Radio ho sentito il singolo, dovrò approfondire…Intanto ti ringrazio molto della “resistenza”!

  • Luca ha detto:

    E’ sempre difficile dover giudicare il lavoro di una grande band e ritengo che lo sia ancor di più dopo un’attesa durata tanti anni e, se poi il gruppo in questione ha scritto i pilastri di un genere musicale, il tutto diventa un’impresa.
    Articolo come sempre ottimamente scritto che presenta molti spunti di riflessione e tanti commenti interessanti che approfondiscono in maniera ‘costruttiva’ l’argomento. Cosa ne penso personalmente di Freedom?
    Lavoro in cui emergono il grande valore e lavoro di Schon alla chitarra (forse un pò meno alla produzione) e una prova dietro ai microfoni di Pineda notevole e che finalmente non deve essere giudicato come il sostituto di Perry.
    Album la cui ‘scrittura’ , secondo me, è stata concepita in anni diversi rendendolo non sempre ‘omogeneo’, inoltre ha il grave difetto di essere ‘troppo’ lungo e molti pezzi sembrano essere quasi dei riempitivi. La produzione, in aggiunta, non sembra valorizzare in modo ottimale la songs proposte. Se l’intenzione era quella di staccarsi dal classico Journey sound forse era meglio muoversi in altro modo.
    Nel complesso giudico Freedom con una sufficienza ampiamente meritata, ma nulla di più.
    Mi permetto una piccola evidenza: Castronovo ha una voce bellissima e After Glow ne è una testimonianza.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Luca, commento molto puntuale ed in gran parte condivisibile, sebbene sui vari dettagli sono emerse opinioni differenti. La tua è un’ulteriore, competente testimonianza che il ritorno discografico dei Journey ha destato molto interesse fra gli appassionati di lunga data. Ti ringrazio dell’intervento.

  • Marmar ha detto:

    Come non amare i Journey periodo 78/83? Da “Departure” a “Frontiers”, toccando la vetta più alta nel magico “Escape”, Perry, (voce unica ed ammaliante) & soci ci hanno regalato delle autentiche perle che è sempre un piacere andare a riscoprire e riascoltare. Buoni “Raised on Radio” e anche l’agognato ritorno di “Trial by Fire” ( quanto l’ho ascoltato quell’anno…), ma poi onestamente hanno cominciato a ripetersi e dopo “Arrival”, li ho persi dal radar, senza rimpianti. Ah no, ho anche “Revelation”, Pineda sarà anche bravo, ma tutta l’operazione non mi dice nulla e l’avrò ascoltato sì e no un paio di volte appena uscito. Questo disco al massimo potrò ascoltarlo sul “Tubo” per mera curiosità; spiace ma il momento dei Journey è passato da quasi 4 decadi, sono contento che ci provino ancora, ma non fa più per me.

    • Beppe Riva ha detto:

      Marco, un appassionato esigente, come nel tuo caso, ha facoltà di decidere qual è il periodo aureo di un gruppo o artista, quali invece i momenti trascurabili. A proposito, mi è venuta voglia di riascoltare “Trail By Fire” in seguito alla richiesta di un lettore, e anche a posteriori permangono episodi eccellenti, di livello superiore (non tutto l’album). Certamente al di sopra dei Journey attuali, ai quali non ho risparmiato qualche critica. Però devo dire che trattare “Freedom” ha suscitato grandissimo interesse, almeno nell’ambito circoscritto del Blog, e di ciò sono veramente contento. Grazie dell’intervento, ciao.

  • Tiziano ha detto:

    Mio caro Beppe,
    al netto della mia passione per i Journey che tu nel corso degli anni hai contribuito ad alimentare e a mantenere intatta, ti volevo solamente fare i complimenti per lo splendido affresco che hai dipinto.
    Come nota personale, aggiungo che nei confronti di Arnel Pineda sono sempre stato un po’ diffidente. Negli anni del post Perry, al netto della scelta di Steve Augeri che ho condiviso, mi sarebbe piaciuto vedere Kevin Chalfant (ascoltate “Fly 2 Freedom” dove Kevin interpreta i successi dei Journey), ma ancora di più Danny Vaughn, che già ammiravo nei Waysted, ma che sotto il “monicker” (anche questo è tuo😉) dei Tyketto mi ha folgorato con “Forever Young”.
    Ti abbraccio

    Tiziano

    • Beppe Riva ha detto:

      Carissimo Tiziano, è un vero piacere risentirti ed è sempre ben vivo in me il ricordo delle collaborazioni comuni su Rockerilla, Hard’n’Heavy e Metal Shock in quegli anni 80 che per noi restano mitici e tanti buontemponi denigrano. Il tuo nome e le tue recensioni sono tuttora ricordati con passione dai lettori di quell’epoca ed anche nei numerosi scritti a riguardo. So che con il passare del tempo ti sei ulteriormente specializzato in chiave AOR e rock melodico. Quindi il tuo punto di vista è importante. Fai bene ad ammirare Danny Vaughn dei Tyketto ed in particolare “Forever Young”. Altrettanto valore va attribuito a Kevin Chalfant, già in un leggendario progetto dell’albero genealogico dei Journey, ossia The Storm, ma anche nei pionieri troppo trascurati 707 di “Megaforce”. Tiziano, fai parte di una gran bella storia che resta indelebile. Un abbraccio a te.

      • Tiziano ha detto:

        Beppe sei troppo generoso. Comunque, queste tue parole mi onorano oltremodo e mi ricordano che la vera amicizia è senza tempo, proprio come la musica che amiamo. Ci sentiamo sicuramente.

  • Luca ha detto:

    Caro Beppe,
    gran bel pezzo con un’introduzione biografica degna di un Bignami.

    Sento che lungo la metà o poco più avrebbe spinto il suono verso un incrocio fra la loro fine dei 70 e Raised on radio, e sarebbe stato meglio. La seconda parte è più interessante, Pineda comincia a cantare ammiccando meno, Walden è un gran batterista, però…
    era meglio Kevin Elson per produrre!
    P.s.: che ne pensi del nuovo Alan Parsons?

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Luca, sei molto gentile ma come ho già precisato, a livello storico mi sono volutamente fermato alla fine degli anni ’80, gli anni d’oro insomma. Chiaramente molto altro ci sarebbe stato da dire, ma sono contento che la “sintesi” (perché tale è) ti sia piaciuta. Su Kevin Elson e le produzioni di quei tempi non si può che concordare. Il nuovo Alan Parsons non l’ho ancora ascoltato. Il precedente non mi aveva scosso granché, pur riconoscendo il valore dell’artista. Ciao!

  • Riccardo ha detto:

    Avete dimenticato secondo me il dopo Perry. Grande voce nei due album prima di eclipse. Il Signor Steve Augeri cantante molto vicino alle vocalità di Perry. Arrival Red 13 Generation danno prova di grande vocalità. Il DVD del 2001 è fantastico.

    • Beppe Riva ha detto:

      È stata una scelta, già dichiarata ad un altro lettore, trattare il periodo iniziale e quello classico (con Perry) dei Journey, quindi passare all’attualità. Il Blog non è adatto a pezzi troppo lunghi, a mio avviso. Steve Augeri lo conosco dal debutto dei Tall Stories su Epic, l’ho recensito quando in Italia non se li “filava” nessuno o quasi. Lo apprezzi molto? Fai bene.

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe, leggere un tuo scritto per i Journey è inevitabilmente ovvio dato la tua nota predilezione per il genere A. O. R. constatato che su MS inaugurasti una rubrica presentando Escape come primo titolo esemplificativo per le suddette sonorità… Interessante la tua esposizione sullo stato attuale del gruppo rispetto agli anni d’oro con la recensione di questo nuovo disco che non ho ancora ascoltato, però ho apprezzato molto le precedenti release specie Revelation che ho trovato un ritorno di fiamma della storica band…
    Certo il gioco di rifare se stessi paga sempre ed ovviamente le autocitazioni sono inevitabili e penso che anche la scelta di un singer che ricalca un gigante come Perry sia indicativo nel non dover rischiare in termini di sound e pubblico, ma d’altronde la stessa cosa è successa ad altre band basti l’esempio dei Queensryche… Però è sempre lecito ragionare in termini di canzoni e anche recentemente hanno scritto belle cose che non sfigurano o rimpiangono troppo quanto fatto in passato….insomma non sono poi invecchiati così male come molti altri…

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto. Quanti lettori che non dimenticano! Ti ricordi di AOR Heaven e di Escape come classico introduttivo…mi fa piacere davvero. Lungi da me voler denigrare i nuovi Journey e la loro capacità di comporre canzoni che altri possono solo sognare. Semplicemente volevo dare le giuste misure (a mio parere, naturalmente). Ad esempio un brano come “The Way We…” propone qualcosa di differente e valido. Poi ce li ascoltiamo finché ci pare, sorvolando il fatto che si riallacciano al LORO passato. Che non è ovviamente come scopiazzare uno stile ALTRUI. Grazie!

  • Alessandro Ariatti ha detto:

    Ciao Beppe, rieccomi. Articolo strepitoso su una band strepitosa. Io ho preso il cd a scatola chiusa, anche se il precedente Eclipse non mi faceva impazzire. Pineda bravissimo, eppure troppo “karaoke” rispetto a Perry, ma va bene così. Concordo sul fatto che, più le aspettative sono alte, più si tende a diventare esigenti, e quindi “severi” nel giudizio. Sempre bello leggerti. Grazie. Alessandro

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Alessandro, certi dischi si prendono a scatola chiusa, più che legittimo. Casualmente ho riletto proprio ieri alcuni tuoi commenti sul libro “Shocking Metal” e li ho trovati equilibrati e corretti, a differenza di “sparate” altrui. Non me ne ricordavo. Complimenti.

      • Alessandro Ariatti ha detto:

        Grazie mille Beppe. Come sempre, cerco di esprimere quello che penso, in modo educato e rispettoso, ma anche fermo e deciso. Detto da te, poi, è un grande complimento, credimi. Ciao. Alessandro.

  • Fabio Zampolini ha detto:

    Caro Beppe, ‘solito’ articolo superiore e nel tuo stile. Sull’album nuovo non mi esprimo più di tanto perché devo ancora comprarlo ma sembra, da quel poco che ho ascoltato, in linea con gli ultimi dei Journey. Posso chiederti cosa ne pensi di un album come Trial by fire, uscito nel periodo più nero per il nostro amato aor? Per il resto i Journey classici come tu hai scritto sono vere e proprie divinita’. Complimenti vivissimi per il blog. Un saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fabio, grazie delle qualità che mi attribuite. Così diventa di soddisfazione scrivere anche gratis! Certo non lo farei per profitto altrui, senza un riconoscimento economico. “Trail by fire” hai ragione, è uscito in un periodo difficile e non mi sono dedicato molto al suo ascolto. All’epoca non mi impressionò particolarmente, dovrei riconsiderarlo in ottica attuale.

  • Renato Ortiz ha detto:

    Caro Beppe, ho 65 anni ti seguo dai tempi grandiosi di Rockerilla e mi hai sempre affascinato, ti ho sempre sentito vicino come gusti musicali . Grande come passavi dal pomp rock allo speed metal thrash passando per class metal, aor hair metal ed altro con disinvoltura .
    Ricordo quando in un pezzo sugli Emerson, Lake & Palmer, in un periodo in cui altre riviste ,vedasi ciao2001, tacciavano il gruppo di freddezza, tu finisti l’articolo con una frase su Keith che è rimasta nella mia memoria ed è quello che penso anch’io; di lui concludesti dicendo: “un vero rocker dannazione!”
    Adoro i Journey e Freedom se pur poteva essere sgrossato di 2-3 brani, mi è piaciuto tanto. Arnel assomiglia troppo a Steve? Poco male anzi per me è un valore aggiunto. La produzione non è al top ma poco importa la classe di Schon e company è integra e cristallina

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro Renato all’incirca sei mio coetaneo e i tuoi ricordi mi toccano nel vivo, anche l’aver capito la mia crociata a favore degli ELP contro l’esercito di denigratori. Mi fa tanto piacere che si ricordino queste cose e per mia fortuna non sei il solo! Come ripeto, ho detto la mia sugli ultimi Journey, ma se i fan sono contenti di riascoltarli, va benissimo, anch’io mi sono catapultato su “Freedom”. Ciao e grazie.

      • Renato Ortiz ha detto:

        grazie a te Beppe sei indiscutibilmente il migliore..grazie anche perché ho conosciuto ed amato gli STARZ grazie a te. Se mi posso permettere e se non lo hai già fatto ascolta VYPERA ed ICONIC rjportano a sonorità che io adoro e se ti conosco bene, ami anche tu. un abbraccio.

        • Beppe Riva ha detto:

          Ah! Ah! Giusto ringraziarmi per gli Starz. Sono felice di aver divulgato un gruppo indimenticabile! Non sono “capillare” sulle novità, spesso le trovo superflue (con le dovute eccezioni) però ascolterò meglio i gruppi che mi consigli. Ciao e grazie della stima.

          • Renato Ortiz ha detto:

            Beppe una curiosità sugli STARZ—non sai se il live in America che recensisti in maniera meravigliosa è disponibile anche in versione cd?
            Grazie mille e rinnovo gli abbracci.

          • Beppe Riva ha detto:

            Non mi risulta Renato, nemmeno in versione bootleg che in tempi recenti sarebbe improbabile. Sui “Live” degli Starz c’è un sunto nell’articolo dedicato al gruppo sul Blog. Ciao!

  • LucaTex ha detto:

    Ottimo escursus sulla carriera di una band che non è possibile non amare e nome troppo importante per non riportare alla mente dischi fondamentali. Concordo su fatto che Freedom sia disomogeneo e forse frutto della ricerca di alcune soluzioni alternative che ai Journey si concedono volentieri. Devo metabolizzarlo meglio ma lunghezza e produzione si evidenziano come punti deboli di questo nuovo disco. Detto questo grande recensione come sempre….Grazie Beppe!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ringrazio te del commento, Luca Tex, ed immagino avrai approfondito l’argomento nella tua ottima trasmissione, Rock of Ages, giustamente seguita da anni dagli appassionati su Radio City Trieste. Un plauso e un caro saluto a te.

  • Nevio ha detto:

    Buongiorno Beppe , come sempre grande articolo / recensione che mi trova d’accordo nella sostanza anche se io nella mia piccola e.ben più modesta nota ho preferito “valorizzare” comunque il piacere che ho provato all’ascolto .
    “JOURNEY : i maestri dell’aor fino a rappresentarne il paradigma.
    Un bel ritorno con belle melodie , ottime vocals ( Pineda è cmq sottovalutato perché ha sostituito un intoccabile e lo ricorda in effetti nello stile) , qualità musicale che non spetta a me descrivere. Non tutte le canzoni sono registrate come meriterebbero ( in realtà mi sembrerebbe un limite di mixaggio 🤔) e non capisco la necessità di registrarne 15 !! Voto 7,5 ( voto severo ..non fossero i Journey un punto di più) ”
    (pubblicato nel mio piccolo gruppo Fb dedic to aor/ hr/hm )

    • Beppe Riva ha detto:

      Buongiorno Nevio, sono contento di riscuotere l’attenzione di personaggi come voi, sinceramente appassionati di un genere musicale spesso sottostimato. Non si discutono le qualità vocali di Pineda, altrimenti non potrebbe fare l’emulo di S. Perry, ne’ il piacere di ascoltare un nuovo disco dei Journey. Si fanno semplicemente alcune considerazioni critiche a riguardo. Comunque, DON’T STOP BELIEVIN’!

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Non sono ancora riuscito ad inanellare un numero di ascolti minimo per poter dare un giudizio definitivo.
    Le prime impressioni mi trovano allineato riguardo l’eccessiva prolissità (non solo il numero dei brani ma anche qualche “sbrodolata” di troppo all’interno dei brani stessi) ed anche riguardo i suoni non all’altezza del nome.
    Il lavoro lo trovo comunque nel suo complesso gradevole ed in definitiva scorre bene anche se lungo.
    Mi permetto un parere personale riguardo i due album ’95-2000: sicuramente non rilevanti nella sede di questo articolo ma entrambi, (sia “Trial…” che “Arrival”) degni di nota (gusto personale ovviamente).
    Chiudo con i complimenti per l’articolo: sintesi perfetta della storia del gruppo e dei tratti salienti del nuovo lavoro.
    Grazie!
    Un saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fulvio: si, qualche lungaggine all’interno dei singoli brani è un’osservazione corretta. Che “Freedom” sia gradevole non è certo in discussione. Mi spiego meglio sul “taglio” dell’articolo: la volontà era quella di sintetizzare il periodo “classico” e poi commentare il nuovo album. Su un Blog, a mio avviso, pezzi troppo lunghi non favoriscono la lettura. Già così non è breve. Pertanto ho esplicitamente omesso un arco di tempo. Ciò non significa, naturalmente, che in quegli anni non sia stato prodotto nulla di significativo! Una scelta, tutto lì. Grazie sempre per attenzione e apprezzamento.

  • Lorenzo ha detto:

    Buongiorno Beppe
    Ho avuto modo di ascoltare questo disco, e sposo in toto le tue impressioni.
    Prima cosa effettivamente i pezzi sono troppi, e troppo disorganici.
    L’impressione è esattamente di ascoltare una sorta di raccolta di canzoni composte in momenti diversi e anche per contesti diversi.
    Anche la produzione e i suoni non mi convincono troppo, i Journey meriterebbero di più, ma questo è un problema credo più legato al budget, i dischi AOR belli devono avere per forza la superproduzione, che però costa, e non credo che un disco di questo tipo possa giustificare esborsi alti in sede di produzione e registrazione, anche se il nome in copertina è pesante.
    Ovviamente i momenti che riportano indietro le lancette ci sono, ma sono un pò pochi.
    D’altronde una band dal pedigree simile non ha esattamente bisogno di produrre nuova musica, basta che vadano in tour e i sold out sono garantiti, almeno negli USA. Se hanno deciso di pubblicare nuova musica è perchè ci credono, ma rimane il fatto che mi aspettavo qualcosa di meglio.
    Ho avuto la fortuna di vederli live qualche anno fa a Milano (Schon Valory Cain Castronovo Pineda) supportati da Thin Lizzy, Night Ranger, e Foreigner, in una data organizzata da un promoter evidentemente molto coraggioso…

    • Beppe Riva ha detto:

      Buongiorno Lorenzo, le tue considerazioni confermano generalmente quanto scritto, ed inoltre che permane grande attenzione degli appassionati di lunga data verso un gruppo di questo tenore. Mi fa piacere che trattare i Journey abbia suscitato interesse. Sarò sempre, comunque, un loro fan. Purtroppo mi persi quel concerto a Milano, ero altrove. Grazie dell’opinione.

  • angius francesco ha detto:

    I journey per me sono nella stratosfera (termine rubato dai tuoi scritti) e vanno ascoltati a priori.
    Per chi come me ha fatto dell’ AOR la colonna sonora della sua vita sono fondamentali.
    Non ho sentito quest’ultima loro fatica e lo farò immediatamente, ma anche ciò che era stata prodotto dagli anni novanta era di livello inferiore rispetto al periodo aureo.
    Pertanto, da come scrivi anche tu, non mi attendo un capolavoro, ma risentire il loro suono fa sempre piacere.
    Un po’ di bonarietà con questi “dinosauri rock” ci vuole, sono dentro di noi, nelle nostre teste…
    Sei veramente un abile scrittore, complimenti…

    • Beppe Riva ha detto:

      Francesco ciao, anche per me i Journey sono stellari. Il problema è che da loro mi aspetto di più di altri gruppi in Italia maggiormente decantati. Con questo non ritengo di esser stato troppo critico, però da parte mia è necessario esser credibile per chi mi legge. D’accordo sulla produzione inferiore negli anni 90, infatti non me ne sono occupato perché il blog non è adatto a scritti prolissi. Spero di essere stato chiaro e ti ringrazio.

  • Marco ha detto:

    Ciao Beppe, come sempre leggerti è una esperienza piacevolissima. Ma veniamo al punto. Amo i Journey , sia del periodo Rolie che del periodo Cain. Ovviamente reputo Steve Perry IL cantante dei Journey, ma non mi è dispiaciuta la parentesi Augeri. Quello che non capisco è quale sia il senso di proporre successivamente un cantante clone di Perry. Bravo per carità, ma sempre di copia si tratta. Revelation di per sé non è un brutto album, ma vuoi per il minutaggio forse eccessivo, vuoi per gli sforzi di Pineda ad assomigliare al maestro, è uscito dal mio stereo piuttosto rapidamente.
    Quindi credo che per quanto mi riguarda questo nuovo album non farà parte della mia collezione.
    When the lights go down in the city…
    Quando le luci scendono bisogna sapere ringraziare e uscire di scena
    Buona musica a tutti e viva ROCKAROUNDTHEBLOG !!!!

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro Marco, credo di esser stato piuttosto severo ma onesto nei confronti di “Freedom”, conscio del fatto che (ad esempio) per gli ultimi Scorpions, AC/DC o Deep Purple valga lo stesso discorso. Noto, “non” con piacere per rispetto verso questi mostri sacri dell’AOR, che anche i primi commenti fondamentalmente si allineano a quanto scritto. Vedremo in seguito. Intanto, grazie dell’intervento. Alla prossima

  • Samuele ha detto:

    Ciao Beppe, come sempre le tue recensioni sono di una categoria superiore. Quello che a me ha dato fastidio di questo disco però è stata la produzione e la resa sonora del disco, che secondo me, hanno penalizzato la resa finale di diverse canzoni. Il missaggio non omogeneo tra i pezzi, l’eccessivo inserimento di orpelli strumentali male amalgamati ed il conseguente impastamento dei suoni, mi hanno fatto letteralmente andare via di testa 😅. Volevo sapere se è una cosa che ho percepito solo io che magari comincio ad essere troppo ossessionato dal suono.
    Io penso che se fosse stato un disco con 10 pezzi e prodotto in maniera adeguata, avrebbe destato ben altra impressione.
    Grazie!

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro Samuele, sulla “frammentarietà” dei pezzi e sul fatto che l’album sia tirato per le lunghe sono d’accordo. Per quanto riguarda la produzione, in questo caso ho recensito ascoltando in “streaming”, detesto queste modalità moderne che non mi appartengono ma mi devo adeguare. Ascoltare sul PC non è come su un impianto hi-fi. Pertanto mi scuserai se sospendo il giudizio sul suono di “Freedom”. Non dispongo ora del prodotto finito. Ciao e grazie del commento.

  • CLOUD ha detto:

    Grande articolo,pero’, maestro,Arrival è del 2001 e non vi canta Pineda,ma il buon Steve Augeri.

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro lettore hai ragione, mi riferivo a “Revelation” del 2008, ovviamente con Pineda. Ho banalmente confuso i titoli; ho il database mentale saturo, mi capita anche perché sono molto nozionistico, a volte. Dovrei chiacchierare di più…eviterei questi rischi. Grazie della segnalazione

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