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ALBUM & CDC'era una volta HARD & HEAVY

Phyl Lynott & Thin Lizzy: Celebrazione di un guerriero romantico

Di 1 Agosto 202226 Commenti

Thin Lizzy, dal vivo a Sydney, ottobre 1978

Vagabondi del mondo occidentale

Thin Lizzy, il power trio originale: Phil Lynott, Brian Downey, Eric Bell.

Sono trascorsi oltre trentasei anni dalla scomparsa (4 gennaio 1986) di Philip Parris Lynott, ma il leader dei Thin Lizzy rimane simbolo insuperato dello “spirito romantico” dell’hard rock, capace di rappresentarne come nessun altro i contrasti; da un lato l’immagine violenta di “Killer On The Loose”, gli abusi di alcol e droga, dall’altro una sensibilità toccante, come nella dolcezza delle canzoni dedicate alla madre Philomena e alle figlie Sarah e Cathleen.
A congiungere tali estremi c’erano i mille spunti creativi di una personalità musicale estremamente eclettica, dovuta forse all’unicità di questo artista; figlio di una ragazza-madre irlandese, Phil è nato il 20 agosto 1949 a West Bromwich, nei pressi di Birmingham, patria di celebrità del suono heavy, ma poi cresciuto a Dublino ed attratto dalla musica americana, dal rhythm’n’blues a Dylan, come un grande per antonomasia del rock d’Irlanda, Van Morrison.
Lynott ha saputo fondere la sua scoperta dell’America con il retaggio celtico e l’energia del rock duro, mediando queste espressioni con un’innata dote della composizione pop, che ha spinto il suo complesso nei quartieri alti delle classifiche con singoli trascinanti, da “The Boys Are Back In Town” a “Don’t Believe A Word”. Thin Lizzy restano un’istituzione del classic rock, ammirati da celebrità quali U2, Springsteen e lo stesso Ritchie Blackmore, ma purtroppo non altrettanto popolari nel nostro paese, che forse non ne ha mai riconosciuto l’ingresso di diritto nel Pantheon degli eroi di questo genere musicale.
Il gruppo trae origine dal collaudato sodalizio fra Phil, voce e bassista, ed il batterista Brian Downey, che s’incontrano per la prima volta nel 1966, in una band di Dublino chiamata Black Eagles. Alla fine del ’69 i due s’avventurano negli Orphanage, stringendo alleanza con il chitarrista Eric Bell, che vanta una militanza nei Them di Van Morrison. La prima formazione triangolare dei ribattezzati Thin Lizzy era cosa fatta. Nel 1971 si trasferiscono a Londra e vengono rapidamente scritturati dalla prestigiosa Decca, che pubblica l’omonimo “Thin Lizzy” a fine aprile.

Il trio originale realizza altri due albums, “Shades Of A Blue Orphanage” (1972) e “Vagabonds Of The Western World” (1973). Si tratta forse del periodo meno conosciuto dei Thin Lizzy, che però merita un’indagine da parte degli appassionati del rock d’inizio Seventies. Il gruppo combina influenze di folk irlandese con accenti blues-psych in “Remembering Part 1-2” e con il sogno americano di Lynott in “Buffalo Gal”, dove l’influenza di Bob Seger appare già evidente e sarà confermata dall’ottima versione di “Rosalie”, singolo che apparirà sul quinto album “Fighting”. Il passionale timbro soul di Lynott, contemporaneamente felpato e corposo, identifica subito il gruppo, mentre l’ascendente hendrixiano, riconosciuto dallo stesso Phil, è esplicito anche a livello visuale (uno slanciato musicista di colore dalla capigliatura afro e con movenze sensuali) oltre che stilistico. Alla prima era dei Lizzy risalgono singoli fondamentali quali “Whiskey In The Jar” (1972), un traditional irlandese arrangiato in chiave hard rock che li porta al n.1 in patria, e “The Rocker”, superbo testamento di Eric Bell, autore di un folgorante assolo prima di lasciare a causa di una precaria salute.
Il suo sostituto è l’ex Skid Row, Gary Moore, che dura lo spazio di un solo singolo, “Little Darling”/”Sitamonia”, anche perché poco incline alla disciplina del gruppo. Thin Lizzy vanno in tour in Germania sperimentando per la prima volta una coppia di chitarristi, fra i quali l’illustre reduce degli Atomic Rooster, John DuCann. Al ritorno in Inghilterra, si estendono a quartetto, costituendo quella che viene definita la loro più caratteristica line-up, con lo scozzese Brian Robertson ed il californiano Scott Gorham, che esordiscono sul primo album per la Vertigo/Phonogram, “Nightlife” (1974).
La coppia di solisti, che riecheggia i fraseggi armonici di Andy Powell e Ted Turner dei Wishbone Ash, sarà destinata ad imprimere il “marchio di fabbrica” dello stile Thin Lizzy, affiancando valorosamente la svettante figura del front-man.
Saggi del loro virtuosismo sono racchiusi in “Wild One”, punta di diamante dell’album “Fighting” (1975) e soprattutto nel fantastico, epico hard rock di “Emerald”, tratto dal più acclamato album del gruppo, il sesto “Jailbreak” (1976). Il singolo tratto da “Jailbreak”, “The Boys Are Back In Town”, oscura il ricordo di “Whiskey In The Jar” in termini di successo, e diventa l’archetipo del rock energico ma accessibile di Lynott e compagni.

I “classici” Thin Lizzy: Brian Downey, Phil Lynott, Scott Gorham, Brian Robertson.

Le loro fortune proseguono nelle opere successive, “Johnny The Fox” (1976) e “Bad Reputation” (1977), che sfruttano a fondo le risorse di un assetto stabile, fino all’apoteosi del doppio “Live And Dangerous”, unanimemente considerato fra i grandi dischi dal vivo del rock, che raggiunge il secondo posto nella classifica inglese e diventa il più venduto nella storia del gruppo. Fra i momenti salienti di una stagione particolarmente fausta, che include episodi di elegante hard melodico (“Johnny”, ed i singoli “Don’t Believe a Word” e “Waiting For An Alibi”), le rimembranze hendrixiane di “Warriors” e le felici intuizioni commerciali di “Parisienne Walkaways” e “Dancing In The Moonlight”. Quando Robertson se ne va alla volta dei Wild Horses, Gary Moore (più volte invitato da Lynott a rientrare nei ranghi) ha finalmente l’occasione di lasciare il segno su un album dei Lizzy, “Black Rose” (1979). Nel lungo titolo-guida, “Black Rose: A Rock Legend”, una danza celtica spronata dalla sua galoppante chitarra, l’apporto di Moore è semplicemente strepitoso.
Ma non c’è continuità di lavoro con lui, che punta ad una carriera solista con i G-Force, e stavolta i Thin Lizzy accusano il colpo. Il suo sostituto, Snowy White (già in tour con i Pink Floyd) viene accolto tiepidamente dal pubblico, ed i due album che lo vedono coinvolto, “Chinatown” e “Renegade” hanno i loro momenti, ma non sono all’altezza del miglior repertorio.
Comunque un gruppo di tale levatura non poteva che approfittare dell’esplosione hard’n’heavy per rilanciarsi, così i Thin Lizzy innescano la loro bomba metallica nell’83, “Thunder And Lightning”, rinvigoriti dal rampante John Sykes (ex-chitarrista dei Tygers Of Pan Tang e futuro Whitesnake e Blue Murder); è purtroppo il loro ultimo album di studio, anche se l’addio ufficiale è celebrato con tutti i chitarristi che si sono avvicendati nella band, nel doppio dal vivo “Life”, epitaffio del gruppo uscito nell’ottobre 1983.
Phil Lynott rimpiangerà la sua creatura fino alla fine dei suoi giorni, tentando vanamente il rilancio con i Grand Slam.

Thin Lizzy: "The Boys Are Back In Town - Live At The Sydney Opera House October 1978"

Phil Lynott: "Songs For While I'm Away"

La saga del “guerriero romantico” Phil Lynott torna ad esser celebrata con questa corposa riedizione su etichetta Mercury (2 DVD + CD, oppure Blue-Ray, DVD, CD) dove l’unica variante è costituita dal film biografico del regista Emer Reynolds, “Songs For While I’m Away”, dedicato allo scomparso leader dei Thin Lizzy (2020) e presentato alternativamente in versione Blu-Ray oppure DVD.
Identici invece i contenuti del DVD e del CD che immortalano una delle più prestigiose esibizioni dei Thin Lizzy, il free concert all’aperto tenuto nell’ottobre 1978 a Sydney, di fronte ad un pubblico stimato intorno alle 100.000 unità nello spettacolare scenario, con vista sul celebre ponte della metropoli australiana (Harbour Bridge) e sull’ardita architettura dell’Opera House: un Live già apparso in VHS, Laser Disc e DVD ma oggi restaurato con l’aggiunta delle performances “perdute” (ed evidentemente riscoperte) di cinque brani mai editi in forma ufficiale.
Il documentario di Reynolds ricostruisce in modo capillare la storia di Lynott, inglese di nascita ma trasferitosi a 7 anni in un sobborgo di Dublino dove andò a vivere con i nonni. In quella zona, Crumun, formerà nel 1966 il suo primo gruppo, Black Eagles, già con il compagno storico Brian Downey. Nel film c’è varietà di materiale iconografico della gioventù del musicista, delle umili origini e vengono puntualmente passati in rassegna gli episodi salienti della sua ascesa. A testimonianza della crescita del giovane Philip in ambienti eufemisticamente “non favorevoli”, c’è un accenno sulla migrazione dei Thin Lizzy a Londra nel 1971, per registrare l’esordio discografico su Decca.
Viene ripreso l’avviso sull’ingresso di un edificio con camere in affitto, che recitava: “No Irish, No Blacks, No Dogs”…Con queste premesse, difficile ipotizzare che nella stessa Dublino, dove visse un’infanzia difficile, spesso bullizzato – termine oggi in voga – l’artista sarebbe stato onorato con una statua commemorativa in bronzo, nel 2005 (vedi foto).
Al di là di questi particolari, la storia di Phil Lynott viene rievocata dalle sue interviste e da testimonianze della moglie Caroline e delle figlie, oltre a parenti e amici.

Numerose le stelle che rendono omaggio all’artista scomparso, fra questi: Huey Lewis, James Hetfield, Adam Clayton (U2), Suzi Quatro, ma a maggior ragione, chi condivise con lui l’avventura nei Thin Lizzy, come l’inconfondibile Scott Gorham, il primo chitarrista Eric Bell, Darren Wharton (poi leader dei Dare), Midge Ure (più famoso negli Ultravox) ed il produttore Kit Woolven.
Ne fuoriesce un profilo di Lynott come rocker a 360°, contemporaneamente ribelle e sognatore/intimista, autore di testi poetici anti-convenzionali, distanti dalle tematiche tipiche dell’heavy rock.
“Songs For While I’m Away” abbonda anche di filmati musicali; purtroppo, come consuetudine dei documentari di questa natura, sfumati dagli interventi degli ospiti, una formula abituale ma che non mi ha mai entusiasmato. Inoltre sarebbe stata auspicabile una maggior vivacità nell’alternanza delle scene, talvolta la narrazione risulta un po’ lenta e penalizzata da alcuni effetti visivi scontati che l’accompagnano.
Si accenna in chiusura al declino nei Grand Slam, fino alla dolorosa scomparsa.
Il documentario biografico ricostruisce con attenzione la vicenda umana ed artistica di Lynott, senza però risultare molto coinvolgente, quindi consigliato a chi vuole approfondire la storia di un artista fondamentale, ma non certo ad un pubblico generico.
Di ben altra dinamica il concerto di Sydney, “The Boys Are Back In Town”. Pochi mesi prima di quell’evento, nel giugno 1978, era stato pubblicato il doppio “Live And Dangerous”, una pietra miliare fra gli album dal vivo del rock. Era però il lascito su vinile dei tour del 1976-’77; nel frattempo “Robbo” Robertson se ne era andato alla volta dei Wild Horses, mentre Brian Downey si era temporaneamente ritirato a Dublino, stressato dall’incessante attività del gruppo. Accanto a Lynott e a Scott Gorham, era dunque tornato un altro fuoriclasse, Gary Moore, mentre completava i ranghi Mark Nauseef, batterista americano di provata esperienza, fresco reduce della Gillan Band, che poi seguirà Moore nei G-Force.

Certamente la straordinaria ambientazione urbana e l’imponente coreografia di folla hanno spronato i Thin Lizzy a dare il meglio; infatti i musicisti si presentano sul palco particolarmente euforici, accendendo la miccia dello show con “Jailbreak”. L’impatto visuale del trio, allineato sul fronte del palco, appare immediatamente elettrizzante, ed assai gradito alle numerose ragazze inquadrate e presenti.
Phil è al centro con la sua silhouette hendrixiana, giacca di lamé celeste ma senza omettere orpelli borchiati (cintura, bracciali etc.) che ne caratterizzavano l’inconfondibile immagine rocker. Alla sua destra Gary Moore, anch’egli con vistosa giacca argentata e alla sinistra Scott Gorham, una delle “criniere” più appariscenti mai apparse in scena. Tutto ciò ovviamente, senza trascurare le incontestabili virtù dei musicisti.
“Bad Reputation” esplode con l’irruenza che anticipa l’imminente riscossa metal nel Regno Unito, ed altri classici come “Waiting For An Alibi” e “The Boys Are Back In Town”, al di là della forza espressiva qui ribadita, dimostrano come i Lizzy avessero “canzoni” di livello in misura tale da sostenere senza cedimenti un intero show. Ricordo un vecchio articolo su Sounds (circa 1980) che a riguardo sentenziava: “Thin Lizzy scrivono canzoni, Black Sabbath compongono riffs”; suonava troppo a detrimento dei maestri di Birmingham, ma l’ode a Lynott e compagni non era certo sprecata.
“Cowboy Song” riflette invece il “sogno americano” del leader, e la brillantezza dei due chitarristi è degna del paragone con memorabili esibizioni southern rock. Moore è in grande spolvero pure in “Are You Ready”, ma ancor più nel funambolico assolo di “Me And The Boys”, il gran finale dall’andatura accelerata à la Motorhead, che evidentemente somatizza i venti di cambiamento verso una nuova scena heavy oltranzista.
Richiamati sul palco a furor di popolo, Thin Lizzy omaggiano a loro modo le radici rock’n’roll con “Baby Drives Me Crazy”.
Se la qualità audio e video di questa riedizione è davvero eccellente, le immagini dei cinque brani addizionali battezzati “Lost Sydney Performances”, sono decisamente meno nitide, ma il contenuto musicale è comunque elevato, ed a mio avviso raggiunge l’apice nella ballad per eccellenza “Still In Love With You”, potenziata dalle ruggenti prove individuali di Moore e Gorham.
C’è chi si diletta a disquisire sulle esequie del rock, ma finché la sua grande storia è tramandata da memorie di quest’intensità, possiamo dimenticare per qualche tempo di accanirci contro le miserie contemporanee.

N.B.: I filmati di YouTube, a parte il trailer di “Songs…” non sono gli stessi della riedizione ufficiale.

26 Commenti

  • Diego ha detto:

    Bellissimo articolo, la musica di lynott ti entra nel cuore . Ascolto i thin lizzy da 30 anni posso dire che il loro album live del 1978 e il migliore di tutta la storia del rock a mio modesto parere. Mi sono sempre chiesto quali altri album in studio e live avrebbe potuto fare il mitico Phil fino ai giorni nostri e tutte le volte che penso questo mi viene una profonda tristezza.Oltre al live di Sydney (fantastico) trovo il documentario meraviglioso e non nascondo qualche lacrimuccia che mi è scesa nel finale. Grazie Phil per la tua musica meravigliosa

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Diego, grazie di aver apprezzato anche perché una tua affermazione (“la musica di Lynott ti entra nel cuore”) dimostra quanto feeling riuscisse a trasmettere il leader dei Thin Lizzy. Il grande live a Sydney ne è la conferma. A proposito del film, ho letto su una rivista inglese una critica piuttosto dura perché secondo l’autore, non approfondiva abbastanza gli “abusi” o le debolezze di Phil. Secondo me ci vuole anche del rispetto nei confronti di un artista, purtroppo prematuramente scomparso, quindi non era così necessario.

  • Claudio ha detto:

    Ciao. Li ascolto dal 76 quando acquistai, incuriosito dalla copertina, il 45 gg di The boys are back in town in un negozio della mia città. Il fatto è che poi ascoltando la bside Emerald, mi accorsi che mi piaceva molto di più a tal punto che ancora oggi la considero uno dei pezzi di hard rock imprescindibili (esclusivamente la versione originale con Brian Robertson, ovviamente). Concordo che il documentario non sia proprio il massimo ma il live a Sydney finalmente con un audio decente, è a dir poco entusiasmante.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Claudio, sono contento di scoprire tanti appassionati dei Thin Lizzy dalle letture sul Blog. Forse ero “rimasto” a qualche decennio fa, quando effettivamente il gruppo di Phil Lynott non era fra i più popolari. Meglio così, e grazie di aver detto la tua.

  • Giuseppe ha detto:

    Ciao Beppe
    Conosco I Thin Lizzy dal 1881. quando ascoltai per la prima volta BLACK ROSE con il compianto Gary Moore. Da allora cominciai ad ascoltare tutti i loro lavori, ancora oggi tutti i giorni ascolto brani dei Lizzy. Grande Phil il piu grande Roker di tutti i tempi.
    Giuseppe

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giuseppe, proporre quest’articolo si è tradotto nell’insperata opportunità di scoprire tanti “die hard” fan dei Lizzy e di Phil Lynott come rocker supremo. Un modo anche questo di allargare le proprie conoscenze, ben oltre supposizioni più o meno fondate. Grazie del contributo.

  • Giovanni Loria ha detto:

    buongiorno Beppe,
    volevo salutarti, e soprattutto ringraziarti per questo sentito tributo nei confronti di una band che non esito a definire, per la mia sensibilità, la migliore di tutti i tempi.
    la storia non si fa con i se ed i ma, eppure chissà come sarebbero andate le cose se Phil non si fosse buscato l’epatite nel 1976, proprio al momento di capitalizzare con un tour americano il successo di ‘The Boys Are Back In Town’.
    per fortuna ci restano i dischi, comprese queste interessanti uscite postume, ed ispirati cantori come te e Giancarlo, che mi auguro tramite questo blog possano ancora indirizzare i lettori verso ascolti di qualità.
    ancora complimenti,
    Giovanni

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giovanni, avendoti conosciuto personalmente ed essendo informato della tua storia su carta stampata, ricevo con molto piacere il tuo apprezzamento. Ho scoperto con questo articolo che i Thin Lizzy in Italia hanno fans più accesi di quanto immaginassi (non parlo di quantità) ed il fatto che tu li promuova a livello di assoluta top band è indubbiamente rilevante. Non so quanti lettori possiamo indirizzare con il blog, ma siamo contenti dei risultati che sta ottenendo, consci di esser solo in due che pubblicano “periodicamente”. Grazie tante del supporto e sinceri auguri per il prosieguo della tua attività giornalistica.

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Ho sempre ammirato chi aveva/ha l’abilita non scontata di suonare uno strumento mentre si esibisce come lead vocalist (Geddy Lee, Rik Emmett, Lemmy, Mariusz Duda dei meno conosciuti Riverside…gli esempi sarebbero molti): Phil Lynott in questo era sicuramente un maestro abbinando inoltre un carisma ed una presenza scenica invidiabili.
    Thin Lizzy sicuramente mai abbastanza apprezzati ed è un peccato: Live & Dangerous a mio avviso nei 10 migliori live rock di sempre.
    Gran bell’articolo come sempre.
    Grazie!
    Un saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fulvio, tutto condivisibile, dalla voce solista+strumentista (lasciami ricordare anche il grande scomparso Greg Lake, fra gli altri) alla collocazione di “Live & Dangerous” fra i top album dal vivo. Ancora grazie per seguirci “fedelmente”.

  • Massimo ha detto:

    ciao Beppe, è bello tornare dalle vacanze e leggere un tuo pezzo sui Thin Lizzy, un nome mai celebrato abbastanza…almeno alle nostre latitudini. Si tratta, per quanto mi riguarda, di un “amore” sbocciato relativamente tardi e con una certa gradualità, forse perché negli anni ’90 nessuna rivista dedicava loro molti articoli o retrospettive. Nel giugno del 2003 mi trovavo infatti in Germania ed assistetti, abbastanza distrattamente, ad un’esibizione del gruppo-tributo fronteggiato da John Sykes…a dimostrazione di quanto appena detto. Oggi, non faccio fatica a riconoscere quanto Phil Lynott e la sua (variabile) ciurma costituiscano le basi su cui molti gruppi appena successivi edificarono il loro sound peculiare; e non mi riferisco soltanto ad Iron Maiden e Running Wild, già discepoli dei Lizzies nell’immaginario collettivo. Da segnalare a mio avviso la cover di “Emerald” incisa dagli Skyclad – discepoli dichiarati del “riff celtico” alla Thin Lizzy!
    Questo, per quanto riguarda il mio rapporto ed i miei pensieri sull’argomento. Non mi stupisce invece che anche questa pubblicazione sia passata abbastanza inosservata; non c’è modo di ascoltarla sui principali diffusori di musica “liquida”, quindi non mi esprimo sui contenuti e procedo senza dubbio all’acquisto. Grazie Beppe! 😉

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Massimo, bella anche la tua testimonianza di come è sbocciato il feeling verso i Thin Lizzy. Ognuno vive le proprie personali esperienze, spesso distanti nel tempo, ma quando si parla di qualità musicale, alla fine questa viene sempre riconosciuta da chi unisce passione e competenza. Grazie per aver detto la tua al ritorno dalle vacanze.

  • Alessandro Ariatti ha detto:

    Rieccomi, caro Beppe. Bellissimo articolo, ed hai usato, come sempre, i termini giusti. Credo che “guerriero romantico” sia una definizione perfetta per Phil. Io lo scoprii assieme a Gary Moore nel singolo Out In The Fields, poi andai alla ricerca degli album dei Lizzy che, all’epoca, non erano assolutamente di facile reperibilità. Darren Wharton, a modo suo, ne porta avanti lo spirito ancora oggi.
    Ciao Beppe

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Alessandro, molto opportuna la tua sottolineatura del singolo con Gary Moore, “Out In The Fields” e dell’ottimo contributo di Darren Wharton: dei suoi Dare ho già scritto, ricordiamo la loro intensa versione di “Still In Love With You” degli stessi Lizzy. Grazie del commento.

  • Bending Ben ha detto:

    Ho ascoltato per la prima volta i Lizzies ormai più di 25 anni fa grazie, pensate un po’, al mio ex datore di lavoro. Mi passò una cassetta registrata di Live and Dangerous, e fu amore al primo ascolto. Che botta! Avevo letto il loro nome sulle riviste metal dell’epoca , ma più che altro in interviste nelle quali diversi artisti si dicevano da loro influenzati ed ispirati . Poi, fino agli articoli di Classix, sulle riviste italiane se ne scriveva sporadicamente o solo in occasioni dei tributi annuali a Phil.
    Ogni album è stato rappresentativo del momento che la band stava vivendo. In trio, in quattro con le twin guitars, in cinque con l’aggiunta di Darrel Wharton alle tastiere, hanno toccato vette liriche e musicali davvero ineguagliate in ambito rock. Grazie Beppe per questa bella retrospettiva, spero serva a divulgare il verbo di Philo e dei Thin Lizzy.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Ben, hai avuto un datore di lavoro “illuminato” dal fuoco del rock…a me non è mai successo. Forse pochi (o non molti), comunque buoni ed appassionati i fans italiani dei Lizzy, come dimostri anche tu. Sarei felice di poter contribuire con questo scritto a divulgare (ulteriormente) la loro opera. Grazie dell’intervento.

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe, naturalmente splendido articolo su un gruppo che ricordo era più incensato da Trombetti che da te non credo di aver mai letto un tuo scritto o una tua opinione sul gruppo di Lynott, ora finalmente ti esponi sulla grandezza di questa band e questo artista e non può essere che condivisibile il tuo pensiero… Lynott era un gigante, un personaggio ed un musicista a tutto tondo, di quelli che non si avrà più purtroppo pur restando nelle retrovie del successo con la sua band rispetto ai nomi più altisonanti.
    Nella loro discografia difficile trovare punti deboli ed anche nei dischi minori ci si trova motivi di interesse per disquisire sulla bontà della musica proposta… Io personalmente adoro Chinatown per il suo mood bluesy ancora più accentuato, ma ripeto, per me ogni pubblicazione merita un’ascolto in virtù di un’interpretazione sempre passionale ed incisiva da parte del
    leader e della sua band in ogni formazione proposta…

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto, che memoria! Sinceramente non ricordo cosa scrissi a riguardo negli anni 80, mentre di certo mi occupai dei Lizzy su Rockerilla negli anni 2000, quando uscì il box “Vagabonds…”. All’inizio degli anni 80 mi impegnavo moltissimo sui gruppi nuovi che acquistavo con celerità, ed effettivamente, essendoci Giancarlo ed altri esperti di hard rock classico, la suddivisione dei compiti avveniva così. Ciò non significava aver scarsa considerazione di artisti già affermati. È pur vero che ricapitolando la storia di un gruppo bisogna evidenziare anche momenti meno felici, sebbene dischi “minori” di Thin Lizzy potrebbero esser maggiori per altri, comunque non certo trascurabili. Grazie del parere.

  • Daniele ha detto:

    Ricordo negli anni 70 qui a Venezia come fosse praticamente impossibile trovare dischi dei Lizzy. Benedetto il viaggio studio a Londra nel 77. Poi nel 83 il sogno di vederli si avverrò sempre a Londra.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Daniele, negli anni 70 molti dischi si trovavano solo nei più noti negozi d’importazione, come senz’altro saprai. Bel colpo averli visti dal vivo a Londra nell’ultimo anno di attività, senz’altro un ricordo indimenticabile. Grazie

  • Luca ha detto:

    Bellissimo articolo dedicato ad un personaggio iconico della musica e fonte di ispirazione per moltissime band (mi viene , x es., in mente il pezzo Hero degli Europe o le cover dei Metallica , Smashing Pumpkins) a situazioni paradossali, vds Italia, amato da pochissimi rocker e pressoché sconosciuto alla massa. Phil dotato di una capacità unica nello scrivere i testi dei pezzi suonati, poesie donate alla
    Musica dalle quali emerge una non tranquillità interiore senza limiti, una guerra tra stati d’animo che ne fanno risaltare aspetti da
    Puro rocker ad un’anima e una sensibilità unica nei confronti della madre e delle figlie.
    Ammetto di avere un debole nei suoi confronti, della sua musica conosciuta a partire dalla seconda metà degli anni ’80, ma che mi ha spinto ad andare a ritroso nel tempo per scoprire il mondo di Phil e
    dei grandi chitarristi che han suonato con lui. Mi permetto di consigliare il
    libro Cowboy Songs edito in Italia da Tsunami.
    Grazie Beppe per lo stupendo articolo scritto con grande maestria. Spero che qualcuno possa scoprire tramite questo blog i Thin Lizzy e che possa tramandare
    alle prossime generazioni le lezioni musicali di bands meno osannate o conosciute.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Luca, penso sia veramente costruttivo che i lettori possano dire la loro grazie all’esperienza maturata. È interessante e aggiunge nuovi spunti all’articolo, come nel tuo caso. Chiaramente non ho nulla da eccepire sulle tue considerazioni, le accolgo con piacere e ti ringrazio.

  • Giuseppe ha detto:

    grande Beppe, eccellente la tua sintesi della storia di questa grande band! Thin Lizzy mai abbastanza rimpianti e ricordati, specialmente dalla stampa di settore inglese (tra l’altro questo mese sono sulla cover dell’ottimo Rock Candy magazine), un po’ meno purtroppo da quella nostrana … grazie pertanto a te per l’ottimo articolo e la puntuale segnalazione del DVD (già ordinato, of course)!

    • Beppe Riva ha detto:

      Giuseppe ciao, penso anch’io che (con le dovute eccezioni), nel Belpaese i Thin Lizzy non abbiano ricevuto il credito riscosso altrove; negli anni 70 sono stati lungamente ignorati. Comunque tutti noi appassionati dobbiamo ascoltare e giudicare indipendentemente dalle pressioni commerciali, sennò ci sorbiremmo anche l’immondizia che oggi va per la maggiore. Grazie per la fiducia che mi accordi.

  • Marmar ha detto:

    Caro Beppe, stai infilando una perla dietro l’altra! Grazie per aver pescato questo lavoro dei meravigliosi Thin Lizzy, altro gruppo storico che al pari degli UFO mi permetto di inserire nell’olimpo della Musica, là, accanto alla sacra triade. Per me i primi Thin Lizzy, quelli con Bell per intenderci, sono interessanti ma più ai fini “statistici”; è da “Fighting” in poi che il gruppo decolla, grazie alla rodatissima formazione classica. In questa formazione, oltre al valore indiscusso di Phil come cantante/bassista/compositore e delle due asce, precise, fantasiose e rocciose quando serviva, mi sento di spendere lodi per un batterista bravissimo e spesso poco citato; Brian è sempre stato un pilastro per il Gruppo, un “wall of sound” imprescindibile, onore al merito. Tutti i dischi sono adorabili, il Live uno straclassico dei classici, come dici mezzo passetto falso con “Chinatown”, ma già “Renegade” a me piace un botto (ma che meraviglia è “Angel of Death”?), e poi “Thunder and Lighting” lasciamelo dire, i Lizzy verso il Metal con il talento assoluto di Sykes, un lascito che vale un carriera. Purtroppo Phyl era una testa matta, chi ha letto l’esaustivo articolo apparso su “Classix!” un paio di annetti fa capirà, e ci ha lasciato troppo presto, quando avrebbe potuto fare ancora tanto; come non citare ad esempio “Military Man” contenuta nell’album dell’amico (?) Gary Morre “Run for Cover” pubblicata quando ormai Phil se n’era già andato? Scriverei per ore su Phil e soci ma mi fermo qui, grazie per l’articolo e alla prossima!

    • Beppe Riva ha detto:

      Bene Marco, sempre pronto con le tue considerazioni puntuali sul gruppo trattato che sono bene accette, comunque la si pensi. Davvero tragica l’auto-distruzione di Lynott, purtroppo accaduta a numerose, carismatiche rockstar. Tante grazie per seguirci con attenzione. Ciao

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