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Canzoni del cuore

Esiste un filo rosso che lega David Crosby a Bob Dylan ?

Di 16 Giugno 2020 4 Commenti

Una paragone azzardato ma con molti punti comuni.

Vi è mai capitato di paragonare due dischi completamente diversi l’uno dall’altro ma che al vostro orecchio mostravano elementi comuni? A me spesso. E in buona fede io per primo non ne ho mai compreso la ragione. A volte, riflettendoci, penso che alla base inconscia del ragionamento stia una affinità concettuale, di approccio alla registrazione, oppure la vicenda che sta dietro, oppure ancora l’istinto musicale che ne deriva ai miei sensi. La verità è che spesso una logica non esiste e che se la tua mente ha deciso di unire in un unico cluster due o più cose, devi solo fartene una ragione e portarti dietro per tutta la vita le sensazioni che ne derivano perché difficilmente riuscirai a cancellarle. Dunque non bestemmiate se il mio cervello decise, decenni or sono, di unire in una inesistente logica il primo disco solo di David Crosby, l’osannato If I Could Only Remember My Name e la prima colonna sonora di Bob Dylan, dal film di Peckinpah, Pat Garrett and Billy The Kid.

Proviamo a fregare il mio subconscio analizzandone insieme le storie. David Crosby non era una educanda alla fine dei sessanta; uscito dai Byrds o cacciato per i suoi eccessi, come raccontano altre versioni, si era riunito ad altri tre compagni in uno dei primi veri supergruppi di quegli anni. Le scuse per i Byrds per farlo fuori non mancavano : dopo l’assassinio di Kennedy aveva preso una tendenza cospirazionista, non comune agli altri compagni, aveva scritto un brano su una relazione a tre, Triad…un po’ azzardata per quegli anni, infine aveva suonato con i Buffalo Springfield, diretti concorrenti, a causa dell’amicizia con Stills. Niente di male : dopo pochi giorni si era unito a Stills e Nash per il preludio del breve viaggio a quattro con Young…La vita per David era perfetta e tutta in discesa. Poi, come accade troppo spesso proprio nei momenti di luce, arriva un fulmine a stravolgertela : Christine Hinton era la sua fidanzata adorata, sulla strada per portare i gatti dal veterinario, si schianta con la sua auto contro un pulmino scolastico; Christine muore sul colpo. Crosby, distrutto e non in grado di affrontare la perdita, passa alle droghe pesanti, quelle che ne condizioneranno la vita portandolo al trapianto di fegato di questi ultimi anni. Il cantante descrive quel momento con una immagine devastante : “Capisco oggi cosa accade quando togli tutte le gambe a una formica”. I compagni di viaggio non riescono a riportarlo alla ragione, lui che aveva scritto brani importanti e che restava un eccellente cantante di armonie…non posso non ricordare che quando riuscii a parlarci, alla stupida domanda di quale sarebbe stata la sua eredità musicale, mi rispose : “Sulla mia tomba scrivete che…qui giace il più grande cantante di armonie che abbia vissuto!”…l’uomo che aveva influenzato persino i Beatles insieme a Graham Nash e non solo la sua generazione ma anche tutta quella a venire, era devastato e irriconoscibile. Nei due anni a seguire, la vicinanza degli amici, quella che pareva essere l’unica speranza per tirarlo fuori dal vortice dell’eroina e degli acidi, finì con lo sfociare in una seduta psicoanalitica di gruppo all’interno di uno studio di registrazione. Se avete letto e ricordate l’insegnamento che avevo riportato nell’articolo sulle Jam Bands, insieme alle parole di Bob Weir : “San Francisco era la patria della mescolanza, della fratellanza assoluta, delle comuni, dei promoter che vivevano in simbiosi con i gruppi che promuovevano, della assoluta mancanza di confini netti tra un gruppo e l’altro, dove chiunque poteva suonare con chiunque altro senza causare crisi di identità o di gelosia all’interno di una sorta di unica massa che si muoveva rotolando per i quartieri della città.”… è qui possibile toccare con mano la prova di quel pensiero. Quell’universo musicale in perenne mutamento e scambio di opinioni ed esperimenti, decide di aiutare Crosby presenziando alle registrazioni di un qualcosa che ancora non è definito, che non esiste se non in embrione nella sua testa. Il primo ad aderire e a dedicarsi in pieno al progetto è Jerry Garcia, che scrive e compone brani che in seguito, non utilizzati, finiranno addirittura nel suo primo disco solo; poi arriva poco a poco tutta la crema di San Francisco, Kantner, Casady, Kaukonen e Slick dai Jefferson, Freiberg dai Quicksilver, Nash e Young, la Mitchell, Rolie e Shrieve dai Santana, Hart e Kreutzmann dai Dead e sa Iddio quanti altri possano aver gravitato dentro gli studi di Wally Heider. Questo insieme di amici e musicisti che entravano e uscivano dalle registrazioni come se si trattasse di un bar, senza alcun altro spirito se non essere lì in quel momento, venne definito da Paul Kantner The Planet Earth Rock and Roll Orchestra… per cui quei giorni passarono alla storia come le P.E.R.R.O. sessions.

In un mondo ancora non governato dal web, le notizie filtravano solo per i canali ufficiali e per i paesi anglosassoni. Noi in Italia potevamo solo ascoltare il disco e domandarci perché Crosby lo avesse chiamato “Se solo potessi ricordarmi come mi chiamo”…che con un po’ di fantasia era il riflesso dello stato di un soggetto perennemente fatto. Cosa restava a noi se non sbavare su quei brani senza sapere ? Porsi domande. Personalmente per moltissimi anni rimasi stupito dal fascino che emanava da quelle tracce, pur avendo una percezione chiarissima che al mio orecchio suonavano tutte, o quasi, incompiute. Il sapore che mi restava in bocca era di un progetto che avrebbe dovuto chiudersi ma per qualche motivo non era accaduto. All’interno della copertina decine di facce famose poi divenute immortali ci guardavano facendoci domandare come fosse stato possibile che tutta quella genialità non avesse portato a un progetto compiuto.
Le prime conferme ai dubbi affiorarono quando Paul Kantner, ben dodici anni dopo, pubblicò un album proprio a nome Planet earth rock and roll orchestra. La chiusura del cerchio avvenne quando riuscii a mettere le mani in modo del tutto casuale su un doppio bootleg dove almeno parte di quelle sessioni di registrazione vedevano per la prima volta la luce. Reperibili sotto il nome di The P.E.R.R.O. Sessions oppure The Wally Heider Sessions, tutto il calore e il profumo e il sapore del piacere dello stare insieme, del fare musica insieme, dell’apportare a una base in continua evoluzione il proprio contributo emergevano senza possibilità di errore. Una, due, tre, quattro prove della Mountain Song, dove il testo scarno ricorreva come un mantra…Gonna make the mountains be my home… evidenziavano come l’apporto del singolo aprisse di volta in volta nuovi squarci su mondi differenti. La voce della Slick, uno dei miei miti musicali femminili, quando presente, faceva cambiare totalmente colorazione al brano. Garcia provava, ripetendo la medesima strofa, Deal e poi Loser, che sarebbero, chissà perché, state poi scartate per finire sul suo disco solo… una meraviglia di coabitazione artistica che avrebbe fatto, se utilizzata, di quel disco solo un vero, reale, capolavoro immortale.

E invece, quello che per noi era solo sapore di incompiuto, per quel coglione di Lester Bangs, idolo italiano di chi non avrà mai nella sua vita di scribacchino il coraggio di scrivere quello che lui, sbagliando bersaglio fin troppo spesso, faceva coraggiosamente, pensava di Crosby… “…che le sue parti vocali sono mosce, che Crosby Young e Nash dovevano aver scritto due parole a testa per comporre il testo risibile di Music is love, che Cowboy Movie era un brano praticamente a loop ma con una grande storia che non voglio rivelarvi per non togliervi il gusto di ascoltarla per duecento volte per cercare di capirne il senso, e che prometto di cercare di riconoscere il lavoro di tutti quelli che hanno contribuito, in attesa che finisca il boicottaggio di Stills per il cui motivo vi suggerisco di non comprare il disco fino a quel momento…”.

Eppure, a dimostrazione che l’istinto ci indica sempre la via giusta, per noi quella musica rappresentava la riconciliazione con sé stessi, il gusto del calore umano, il sedersi in cerchio attorno a uno strumento ed esprimere i propri sentimenti con note e voci, il guardare al futuro con pacatezza…Per noi possedere quel disco era come mostrare una appartenenza… tutte visioni immaginarie, basate con il consueto sguardo ingenuo su una realtà troppo lontana da noi per farla propria.

Eppure per noi, che neppure avevamo afferrato il motivo del mare sullo sfondo della foto di copertina…Crosby è un appassionato di barche a vela, ma chi poteva immaginarlo…quel disco era la rappresentazione di una generazione intera, una generazione che credeva di essere vincente, una pietra miliare da non dimenticare pur basando il nostro giudizio su elementi che davvero non conoscevamo. Personalmente, a distanza di parecchi anni, in piena era del web, dopo aver ascoltato le PERRO SESSIONS ho ripreso in mano quel disco, riuscendo finalmente ad afferrarne senso e portata, godendomelo davvero fino in fondo per la prima volta e maledicendo chi ebbe a escludere tanta bellezza da quei solchi, lasciando, purtroppo, un paio di tracce incompiute e dimenticando note splendide. Diciotto anni dopo Crosby darà un seguito logico alla sua mancanza di memoria, pubblicando Oh yes I can… e praticamente trent’anni dopo, quando quel primo disco verrà recuperato da una intera generazione di musicisti acustici, lui passerà le parti incompiute al figlio e ai suoi compagni affinché dessero loro una giusta completezza.
Ecco, cosa tutto questo possa avere a che fare con la colonna sonora di Pat Garrett è quasi misterioso anche a me. Quello che andrò a descrivervi è frutto della mescolanza della mia visione di quella musica, della realtà e di alcune indubitabili coincidenze.

Iniziamo da queste. Entrambi i prodotti hanno lasciato dietro di sé molte outtakes, brani che non sono stati inclusi e che, comunque, esistono; entrambi sono un “primo lavoro”, nel senso che questa è la prima colonna sonora su cui Dylan ha lavorato; entrambi hanno ricevuto critiche massacranti ed entrambi sono stati rivalutati; in entrambi compaiono ospiti che “passavano da lì” quando erano in atto le registrazioni; entrambi infine, hanno segnato, seppur in modi differenti, l’approccio alla composizione dei due artisti. Laddove Crosby era circondato dagli amici che volevano salvarlo dall’autodistruzione, Dylan scelse di immergersi nel lavoro, trasferendosi a Durango per sei mesi insieme alla famiglia e vivendo, quasi fisicamente, le riprese, al punto che il regista gli affidò una parte minore nel personaggio di Alias. Il Dylan che immagino io, decide di sfidare il muro della colonna sonora, una prova difficile perché può risultare tanto inutile quanto rischiosa, producendo una quantità di brani che, difatti, non hanno un nome ben definito, ma solo una sequenza numerica. Il mio Dylan vive e respira i due protagonisti e suona come vedendoli, accompagnandoli con atmosfere che saranno così focalizzate da avere una vita anche al di fuori del film. Il mio Dylan è così dedicato al lavoro che dona due gioielli cantati Billy e Knockin’ On Heaven’s Door che diventerà un classico. Al tempo stesso Dylan permette al suo disco di avere momenti incompiuti, così come quello di Crosby. Dai due dischi, che più lontani non potrebbero essere, emana il medesimo profumo di insoluto. Dylan si affianca a McGuinn, Booker T.Jones, Jim Keltner, Bruce Langhorne, Byron Berline ed a una pletora di musicisti country. Eppure la musica che fuoriesce è semplice, lineare, calda come quella del fuoco che scalda i cowboys nelle notti all’aperto.

Eppure anche Dylan viene massacrato. Stavolta è Jon Landau che su Rolling Stone lo scartavetra : “Il disco è inetto, amatoriale, imbarazzante, così come lo era Selfportrait; mostra tutti i segni distintivi di un deliberato corteggiamento a un disastro commerciale, una specie di tentativo di liberarsi di legami con il proprio pubblico.”.

Landau, Bangs…se esistesse il coraggio di rivedere le proprie azioni, dopo aver avuto quello di cassare senza indovinarci, oppure di rivedere esaltazioni a prodotti che hanno fatto una fine misera e che non valevano il costo del cartone che li avvolgeva, molta critica influente avrebbe cambiato presto mestiere. Nel paese dove tutto è bello, mai men che eccellente e mitologico, questo rischio, noi, non lo corriamo : per chi traffica con una tastiera di computer, da noi, tutto è ottimo e abbondante. D’altra parte noi guardiamo alla musica degli altri con il binocolo, pur utilizzando le sole nostre orecchie. Le mie vi dicono : andatevi a riascoltare quei dischi, se li avete in casa, comprateli, se ne avete l’occasione, non mancate di fare una piccola pazzia nel cercarvi le Perro sessions. L’alternativa è youtube.

4 Commenti

  • Marco ha detto:

    Lo sai che con il pretesto di parlarci di musica ci stai facendo educazione musicale, anzi insegnamento; continua cosi, però adesso mi aspetto quel sottile filo rosso anzi rosa che lega Paul McCartney a Duane Allman, lo so che è un argomento noto, ma leggerlo qua avrebbe più valore.
    Grazie
    Marco

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Marco…non è che stai esagerando ? Credo si tratti di semplici riflessioni sulle emozioni che in un bel pezzo di vita, questa musica mi ha regalato. Senza la mia musica sarei molto più povero, di sentimenti e di ricordi. Provo a ricordarli…diciamo a voce alta… seguendo l’ispirazione del momento. Ieri pioveva ed era troppo presto per portare fuori i cani, così mi sono messo a scrivere. Tutto qua. 🙂 Duane e Paul ? Magari prima o poi capiterà, perché no ?

      • Marco ha detto:

        Giancarlo, no non sto esagerando, intanto mi sono ordinato if i could…. , non lo ho mai ascoltato e mi hai incuriosito.
        Dimmi chi nel 2020 parla degli argomenti che tratti con tanta perizia e dovizia di particolari.

        • Giancarlo Trombetti ha detto:

          Per If I Could… posso solo consigliarti di ascoltarlo avendo di fronte la situazione che ho descritto; e, se potrai di cercare di acquistare o scaricare… 😉 le PERRO Sessions. Per il resto, ho capito che vorresti una cena pagata… 😀 😀 😀

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