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C'era una volta HARD & HEAVY

1989: Un Anno di AOR Heaven
su Metal Shock – I Top 10

Di 19 Giugno 2020 52 Commenti

La frontiera finale dell'hard rock melodico

Nei corsi e ricorsi dell’epopea rock, gli anni che segnavano la fine di ogni decade sono stati forieri di grosse turbolenze sullo scenario musicale. Limitandomi ad alcune fasi che ho seguito accuratamente, il 1969 ratificava la fine dei sogni hippie e dell’era psichedelica; in Inghilterra, esponenti “trasformisti” di quel retaggio (Pink Floyd, The Nice, Moody Blues) indicavano la nuova via da seguire, coltivando ambizioni progressive. Parallelamente, si inaspriva la forza espressiva del rock blues accendendo la miccia dell’heavy rock. Se in questi casi si poteva parlare di aspirazioni “evolutive”, dieci anni dopo il punk rock aveva già fatto tabula rasa di certezze consolidate, espandendosi nella new wave che costituiva una sorta di moderno linguaggio minimale, certo non ispirato dai canoni del rock classico. Quest’ultimo però acquisiva nuova forza proprio nel ’79, con una “nuova onda” anglosassone, quella metallica, che avrebbe messo a ferro e fuoco il decennio a seguire. Oltreoceano la fine dei Settanta corrispondeva invece agli agli anni pionieristici dell’AOR: Adult Oriented Rock, ma inizialmente prevaleva l’inglesismo “Orientated” come termine di mezzo…Non cambiava però la sostanza musicale, ossia l’adeguamento di dinamiche hard rock ad un suono più sofisticato negli arrangiamenti, dalla spiccata vocazione melodica che lo rendeva naturalmente incline all’ascolto radiofonico. Da qui la definizione di rock – oppure – hard FM spesso destinata, in alternativa, ad etichettarla: un’ideale colonna sonora per lunghi o congestionati itinerari stradali americani, da percorrere in auto con una musica d’indubbio potenziale commerciale, ma anche con picchi volume da tener desta l’attenzione e far fronte alla rumorosità dei motori. Boston, Foreigner, Toto ed i Journey di “Infinity” (che avevano messo al bando le alchimie jazz dei primi album), si candidavano ad imporsi in classifica, ed il dominio dell’AOR, a dispetto di scarsa presa sul pubblico europeo, perdurerà negli USA durante gli anni ’80, quando tali pionieri saranno sfidati da REO Speedwagon ed Heart, entrambi ridisegnati in questo stile, e da altri competitori come Asia, Survivor e Bon Jovi.

Ma nel 1989, altro “anno fatale” al tramonto del decennio, spiravano forti venti di cambiamento in America. Già da tempo si respirava aria di revival verso il rock’n’roll delle “strade” propugnato dai Guns N’Roses, nella California che salutava novità discografiche di L.A. Guns, Faster Pussycat, Vain e Sea Hags. Nondimeno, il crossover (funky-metal-alternative) si affermava fra le tendenze egemoni; i Red Hot Chili Peppers l’avevano anticipato, poi Living Colour, Jane’s Addiction, Faith No More e su quella scia, ibridi a nome Bang Tango e Dan Reed Network, che non disdegnavano affatto il rock melodico.
Nell’ombra, si stava però propagando il contagio più pericoloso di tutti…per le sorti dell’hard satinato da classifica. Nella “periferica” città del Nord-Ovest, Seattle, divampava la rivoluzione grunge, destinata a sovvertire le regole del mercato discografico americano degli anni ’90, con un nuovo “incrocio” stilistico fra punk, heavy e garage rock professato da Nirvana, Green River, Soundgarden, TAD e Mudhoney, che spalancheranno le porte a futuri “pesi massimi” come Pearl Jam e Alice In Chains.
Nell’anno che trattiamo, queste spinte eversive non sembravano arrecar danni alla roccaforte dell’AOR, apparentemente inespugnabile. Nella seconda metà degli ’80, il successo del metal di stampo melodico (il cosiddetto “hair metal”) aveva in qualche modo “integrato” aree differenti di pubblico un tempo inconciliabili, conquistando ulteriore esposizione per questo genere musicale. Anzi, i suoi orizzonti andavano ben oltre i confini degli States, con lo stratosferico successo del più grosso fenomeno d’esportazione svedese dopo gli Abba; gli Europe avevano portato il loro cavallo di battaglia, “The Final Countdown”, al numero uno in 27 paesi, più popolare delle loro stesse criniere leonine.
Nel 1989 annotavamo una quantità impressionante di significativi album e rivelazioni nel rock melodico, al punto che su Metal Shock si pensò di istituire una rubrica ad esso riservata, AOR Heaven… Parafrasando il titolo, si può ben dire che fu un anno di “Paradiso AOR”!
A posteriori, sappiamo che molti gruppi avranno vita breve e comunque scarse fortune commerciali. Imprevedibilmente, saranno gli antagonisti sul fronte opposto del thrash, guidati dai trionfatori Metallica, a moltiplicarsi in sotto-generi (fra i quali lo pseudo futuribile nu-metal), raccogliendo più proseliti negli anni ’90.
In questa sede voglio però ricordare l’ultimo degli sfuggenti anni ’80 come la “frontiera finale” dell’AOR, e vincendo la mia abituale riluttanza per le classifiche, eccovi una “Playlist” strettamente personale. A conferma del gran fermento di quell’arco temporale, ben 8 dei 10 scelti sono album d’esordio.

1) BAD ENGLISH: "Bad English"

Quante sterili polemiche furono fomentate ai danni dei “supergruppi”! Nel caso storicamente più eclatante, certa stampa insistette vanamente per stroncare Emerson, Lake & Palmer, che divennero in assoluto una delle più acclamate formazioni dei Seventies.
Non si può negare che altri musicisti dal passato ragguardevole, riuniti per nuovi exploit fallirono l’obiettivo, ma non è certamente il caso dei Bad English.
Il cantante John Waite, emigrato dal Regno Unito in America per imporre il suo stile melodico e ricco di feeling, veniva premiato dal primo posto in classifica del singolo “Missing You” (1984), raggiungendo la piena maturità espressiva con il quarto album “solo” dell’87, “Rover’s Return”.
A quel punto, negoziando un nuovo contratto con la Epic, Waite accarezzava l’idea di ricostituire la sua prima band, The Babys, chiamando a sé l’ormai affermato tastierista Jonathan Cain (reduce dai Journey) ed il bassista Ricky Phillips. Cain insisteva su un altro ex-Journey come chitarrista ideale, Neal Schon, nel frattempo impegnato nella realizzazione di un album da solista, “Late Nite”. Schon riceveva anche l’invito di raggiungere un altro gruppo all star, The Law, allestito da Paul Rodgers con Kenney Jones. Infine accetta l’offerta degli ex-Babys e reca con sè il batterista di “Late Nite”, Deen Castronovo, dagli ingenti trascorsi heavy metal (Wild Dogs, MacAlpine e Cacophony con Marty Friedman).
Tagliando i ponti con il passato, il quintetto viene ribattezzato Bad English, ed affidato alle cure di Richie Zito, che sarà nominato produttore dell’anno da Billboard un anno dopo, nel 1990. L’omonimo “Bad English” illumina l’estate ’89, e con il suo perfetto bilanciamento fra hard melodico e ballate intimiste dai preziosi arrangiamenti, mette più che mai in luce le doti d’interprete energicamente raffinato di John Waite, affiancato da musicisti stellari.

Il contributo di compositori esterni non è da sottovalutare: la romantica “When I See Your Smile”, firmata dall’hitmaker Diane Warren, vola in testa alla classifica USA dei singoli, ed incuriosisce in chiusura l’inatteso “cameo” (“Don’t Walk Away”) del paroliere Pete Sinfield, già con King Crimson ed ELP . E’ la versatilità nella successione dei brani ad esser vincente; “Best Of What I Got”, con il suo prologo trionfale, e l’hard a presa rapida di “Heaven Is A 4 Letter Word” scattano autorevolmente dai blocchi di partenza, ma il maggior fascino è sprigionato da “Forget Me Not” e “Ghost In Your Heart”; seppur con differenti dinamiche, godono di un magnifico lavoro di produzione che avvolge le sonorità di effetti melodrammatici e di inquietante, magico “potere d’atmosfera”.
I Bad English si impongono come rivelazione AOR di maggior successo nell’89, conquistando al debutto il disco di platino. Sembrerebbero destinati ad un futuro radioso, invece si estingueranno dopo il secondo album “Backlash” (1991), nonostante le premesse ottimistiche della travolgente “So This Is Eden”. John Waite venne in Italia per promuoverlo, ed in quell’occasione colsi l’occasione per farmi ritrarre (29 anni fa!) comprensibilmente euforico, vicino ad un superbo e sorridente cantante.
A prescindere dalle vendite, “Bad English” resta a mio avviso l’album AOR per eccellenza dell’anno di grazia 1989. Chi desidera verificarlo, si faccia un regalo acquistando la ristampa 2017 della Rock Candy…Sono semplicemente remix i due brani aggiunti, ma sfogliando il sostanzioso libretto di 20 pagine, potrete togliervi ogni curiosità a riguardo.

2) SIGNAL: "Loud & Clear"

La gioielleria del rock abbonda di preziosi “solitari” di qualsiasi specie…Sotto la lente d’ingrandimento dell’AOR finisce sicuramente questo pezzo unico dei Signal, che ebbe gestazione piuttosto travagliata. E’ inconsueto per un gruppo scritturato da una major americana (EMI) impiegare lungo tempo alla ricerca del produttore ad hoc, Kevin Elson (Journey, Night Ranger, Europe per restare in tema, Lynyrd Skynyrd ancor prima), come sorprende che quest’album marchiato 1989 sia in realtà uscito nel 1990, pare per cessione del contratto discografico, oltre ad esser di difficile reperibilità, d’importazione, in Europa.
Il rispetto della stampa originale ci impone di trattarlo in questa sede, e non perdiamo l’occasione perché è un capolavoro nel suo genere.
Anche stavolta il protagonista è sul fronte del palco, ma a differenza di Waite, non ancora affermato. Originario dell’Indiana, Mark Free si era rivelato con i King Kobra, formazione class-metal fondata dal veterano Carmine Appice, batterista già famoso nei ’60 con i Vanilla Fudge. Il secondo album dei KK, “Thrill Of A Lifetime” (1986) svoltava verso l’AOR, quindi non sorprende ritrovare il cantante con una nuova formazione di questo genere; insieme a lui Erik Scott (basso e tastiere) già nel gruppo di Alice Cooper, con il quale suonava anche il batterista Jan Uvena, ex Alcatrazz. Inizialmente li affianca il chitarrista Mike Slamer, noto per la sua militanza nei City Boy e negli Streets (con l’ex Kansas, Steve Walsh), ma nell’assetto definitivo é Danny Jacob a meritarsi il posto.
I tre musicisti operano con assoluta eleganza al servizio dell’immacolata voce di Mark Free, che conquista le attenzioni di qualsiasi cultore del rock melodico, dipingendo con i colori delle sue timbriche il senso di struggente romanticismo che pervade l’album d’esordio “Loud & Clear”. Difficile scegliere fra i dieci brani, prevalentemente di vellutata atmosfera, tant’è che un deciso taglio hard rock si trova in apertura (“Arms Of A Stranger”) e nel gran finale di “Runnin’ Into The Night”, affine ai classici Night Ranger; fra i due estemi si susseguono le prevalenti power ballads . L’unico appunto che si può muovere al gruppo è di ricorrere a vari compositori esterni: in particolare Mark Baker, che è stato un fautore del progetto (sua la stratosferica ballata “Does It Feel Like Love”), ma anche Eddie Schwartz e Bob Halligan jr., autori del memorabile AOR di “My Mistake”, con il ritmo scandito meravigliosamente dalle tastiere; il compianto Van Stephenson è coautore della suggestiva “Wake Up Your Little Fool”, punteggiata da un arpeggio di chitarra quasi spettrale. Resta il fatto che lo stupefacente livello dei brani e la qualità esecutiva rendono “Loud & Clear” un immortale classico AOR, che merita senza riserve il pur soggettivo secondo posto in questa classifica. Malauguratamente il quartetto si scioglierà ben presto; Mark Free ritrova rapidamente la strada maestra, e nel 1990 si unisce a Bruce Gowdy e Guy Allison, reduci dall’ammirevole progressive in chiave Yes dei World Trade, per costituire gli eccellenti Unruly Child: un bellissimo, omonimo album del ’92 non basta a salvaguardare il loro contratto Interscope.
Il tormentato destino dell’androgino Mark è ancora in discussione dopo l’album solo “Long Way From Home” del ’93. Si diffonde la notizia che ha cambiato sesso ed il nome in Marcie Free, ma ritrova il suo posto nei rifondati Unruly Child e l’affetto del pubblico, che lo riaccoglie senza pregiudizi.
L’unica ristampa CD di “L&C” è quella su Axe Killer (la stessa degli House Of Lords) che risale al 2000.

3) DRIVE SHE SAID: "Drive She Said"

Il terzo gradino di questo podio virtuale non premia un’isolata impresa, ma la carriera di un musicista che ha lungamente viaggiato sulla grande autostrada dell’hard rock melodico americano, senza probabilmente ottenere riconoscimenti proporzionali alla sua statura artistica. Mark Mangold fa parte di quella specie in via d’estinzione degli “eroi delle tastiere” che non hanno mai avuto vita facile nel rock, spesso considerati un accessorio di lusso se non superfluo dal pubblico più tradizionalista, forse anche meno colto.
Le prime mosse del tastierista di Miami risalgono all’unico album (1969) dei Valhalla, oscura formazione hard/psych di Long Island, ma è negli American Tears che si fa largo, con una trilogia di album per la Columbia fra il 1974 ed il 1976. Significativo il terzo, “Powerhouse”, che ben rappresenta il pomp-rock di quel decennio; in particolare, dal rimodellamento di quel gruppo e di un paio di brani dell’LP, traggono origine i Touch, protagonisti di un album omonimo (1980, Ariola) che gli esperti valutano fra i classici AOR/Pomp di ogni tempo.
Sulla scia di quel disco fondamentale, i Touch saranno chiamati nel 1980 ad aprire le ostilità dello storico “Monsters Of Rock” di Castle Donington, che consacrava l’heavy metal. Il gruppo americano disponeva dello stesso manager dei Rainbow (principale attrazione del festival) ed il suo brano più osannato, “Don’t Ya Know What Love Is?”, appare sull’album che la Polydor dedica all’evento. La parabola dei Touch si conclude senza la pubblicazione ufficiale del secondo LP, ma lasciando in eredità ai Drive She Said, il suddetto pezzo e buona parte dello stile proposto. Prima di avventurarsi in un nuovo progetto, Mangold collabora con Michael Bolton, suonando e scrivendo insieme a lui la prima hit, “Fools Game” (1983); entrambi si ripropongono firmando nell’87 il successo di Cher, “I Found Someone”.
Drive She Said nascono invece dall’incontro del tastierista con il cantante Al Fritsch, che si scopre fra i migliori del rock melodico; il duo esegue varie parti strumentali nell’opera prima per la Epic, coadiuvato in studio da musicisti affermati come lo stesso Bob Kulick (di cui ci siamo ampiamente occupati sul Blog) oltre ad Aldo Nova, Kenny Aaronson e alla deliziosa Fiona, che ritroveremo con loro sul palco del Frontiers Festival nel 2016. Lei è anche coautrice di “Hard Way Home”, un anthem orecchiabile nello stile coniato da Desmond Child per Bon Jovi, ma la palestra ideale per le acrobazie vocali di Al Fritsch è la ballata “If This Is Love”, dove si rivela emulo ideale del nume Steve Perry. Il classico dei Touch, “Don’t You Know” non ha perso nulla della sua magia abbreviando il titolo, e fra le melodie incantevoli eccelle il refrain di “As She Touches Me”. Nonostante questa prova di valore, Drive She Said perdono il contratto e devono ripiegare sull’inglese Music For Nations per il successivo “Drivin’ Wheel”. La loro carriera discografica proseguirà con alterne vicende, fra scioglimenti e ricostituzioni, fino all’ultimo rilancio del 2015, sotto l’egida Frontiers. Il quinto lavoro di studio, “Pedal To The Metal” (2016) resta a mio parere un gustoso saggio del loro classico stile con qualche sprazzo di tendenza moderna, ma purtroppo non avrà alcun seguito, perché nell’ottobre 2017 si saprà del decesso di Al Fritsch.
A Mark non resta che rifondare gli American Tears…
La ristampa CD limitata a 500 copie di “Drive She Said” è uscita con due bonus tracks nel 2015, per la tedesca AOR Heaven.
Una precisazione: le righe “censurate” sulla recensione riguardano esclusivamente una mia diatriba polemica interna alla rivista, che non era proprio il caso di riproporre.

 

4) GIANT: "Last Of The Runaways"

I parametri qualitativi del primo album dei Giant potrebbero valere una posizione più elevata in questa graduatoria, se non fosse che la categoria AOR va un po’ stretta a questo gruppo originario di Nashville (Tennessee): meriterebbe l’ascolto di un pubblico rock competente, al di là di particolari contenitori stilistici. Nel 1982 i fratelli Dann e David Huff, rispettivamente chitarra e batteria, sono fra i membri fondatori dell’AOR band cristiana White Heart, che rimarrà inevitabilmente confinata ad un pubblico circoscritto nonostante i consensi di critica e l’apprezzabile discografia. Dopo un paio d’anni, Dann preferisce dedicarsi ad una proficua carriera di musicista di studio, estendendo le sue collaborazioni da Bob Seger a Madonna. Suonando con Van Stephenson ed in “1987” dei Whitesnake, frequenta a L.A. il tastierista Alan Pasqua, che nel suo invidiabile curriculum può vantare Santana, Dylan e Sammy Hagar. Così nascono i Giant, con David Huff che si ricongiunge al fratello ed il bassista Mike Brignardello a completare il quartetto.
Scritturati dalla A&M, si trasferiscono sorprendentemente in Inghilterra per registrare nel marzo 1989 l’album “Last Of The Runaways” con il produttore Therry Thomas, già leader dei Charlie (autori del classico LP “Good Morning America”). Un incendiario preludio di chitarra in stile Van Halen annuncia la splendida “I’m A Believer”, forgiata su un riff vagamente U2, dove Dann Huff si rivela anche un eccellente cantante, dal timbro maturo e virile. Numerosi i brani d’effetto di questo rock melodico senza confini; spiccano “Stranger To Me” e la sontuosa ballata “I’ll See You In My Dreams”, che conquista i Top 20 fra i singoli di Billboard. Non è il lasciapassare per un successo duraturo, poiché il secondo album “Time To Burn”, sarà inferiore alle aspettative, e la nuova label Epic è ormai focalizzata sugli astri nascenti del grunge, Pearl Jam. La fine del gruppo non tarda ad arrivare.
Questi “Giganti” di un differente rock melodico si riaffacciano nel Terzo Millennio grazie alla Frontiers, ma senza coltivare gli stessi sogni di gloria.
Il “remaster” su CD di “LOTR” è uscito nel 2010 per l’etichetta francese Bad Reputation, con bonus dal vivo.

5) MICHAEL THOMPSON BAND: "How Long"

Nei momenti più ispirati, questo debut-album della MTB ricorda classici del rock melodico “colto” di Toto, Balance, Orion The Hunter, con una classe esecutiva degna del confronto, oltre ad allinearsi con entità pregiate di minor richiamo, The Ladder e New Frontier.
Il chitarrista Michael Thompson è originario dello stato di New York ed ha studiato musica al Berklee College con il maestro Pat Metheny, stella del jazz; lasciata la scuola, decide di trasferirsi dopo qualche anno a Los Angeles, per dedicarsi alla carriera di turnista in studio, che sarà particolarmente intensa negli anni ’90. Prima di formare la propria band con il vocalist Moon Calhoun (ex The Strand) nel 1988, suona in tour con Joe Cocker e si iscrive nell’elenco di eminenti musicisti che rafforzano l’album omonimo di Cher dell’87 (altri dettagli sull’allegata rubrica AOR Heaven).
Anche “How Long” della MTB, prodotto sapientemente da Alan Niven & Wyn Davis, già affermati nell’arena hard rock con i Great White, si fregia di ospiti illustri: Bobby Kimball (Toto), John Elefante (Kansas, Mastedon), Terry Bozzio (Frank Zappa) e Pat Torpey (Mr.Big).
Fra le priorità d’ascolto, “Secret Information” fonde perfettamente sonorità dilatate, inappuntabile estetica degli scatti ritmici, calcolato dosaggio di chitarra e synth, con la voce di Calhoun ben calata nel contesto. “Wasteland” espone un sofisticato connubio fra il morbido tappeto delle tastiere ed il melodico basso funky, che preparano il terreno ad un refrain suggestivo come pochi. La rituale ballad si chiama “Never Stop Falling”, cantata nello stile di Eric Martin ma composta con Jeff Paris. Il maggior potenziale commerciale però risiede nella trascinante eleganza di “Can’t Miss”, che infatti regala a MTB un’ hit “minore” nelle charts di Billboard.
Il rilancio del gruppo negli anni 2000 passa ancora dalla Frontiers, che ha ristampato “How Long” nel 2007. Un nuovo album, “Love & Beyond”, non tradisce l’onore del passato; viene presentato all’ultimo Frontiers Festival del 2019, da cui sarà tratto il DVD live, “High Times”.

6) DIVING FOR PEARLS: "Diving For Pearls"

Fra i nuovi testimoni del momento magico dell’AOR nel 1989, quando era impensabile che si avvicinasse il tramonto, emergevano anche i Diving For Pearls, costituiti da due bostoniani migrati a New York in cerca di fortuna, il vocalist Danny Malone ed il tastierista Jack Moran. Si uniscono al chitarrista Yul Vasquez (ex Urgent) e al batterista Peter Clemente (Michael Monroe), che con il bassista David Weeks completano la line-up dei Diving For Pearls, scritturati dalla Epic nel 1988.
Nonostante le loro apparenze prettamente “hair metal” lo stile non è altrettanto prevedibile: sfugge immediati paragoni, operando minuziosamente su un tessuto musicale ricco di sfaccettature e di scorci suggestivi, da cui fuoriesce con naturalezza disarmante la melodia vincente. Anche questo album d’esordio dei DVP (ottobre ’89) è omonimo; viene preceduto da un primo singolo/video, “Gimme Your Good Lovin’” che offre notevole esposizione ma non risulta fra le loro proposte più originali, collocandosi in un ideale “incrocio” fra le direttrici principali Def Leppard e Journey. Invece sanno assorbire con disinvoltura rifrazioni new wave, ereditate da Simple Minds ed affini in “Mystery To Me” ed il tesoro di perle racchiude altre peculiari melodie al di fuori di rigide codifiche, da “New Moon” a “I Don’t Want To Cry”. DFP tornano al pulsante hard rock per il commiato finale di “The Girl Can’t Stop It” e l’album riscuote vendite incoraggianti. Nonostante ciò, il quintetto è vittima delle nuove tendenze di mercato, e la Epic se ne sbarazza, lasciando incompiute le registrazioni del previsto successore.
Le strade dei musicisti si separano, alcuni si dedicano con maggior gratificazione ad altre professioni, dall’attore all’avvocato…Malone insiste come unico membro originario nella nuova formazione, che incide in tono minore un apprezzabile secondo album, “Texas”, nel 2005. Il produttore è lo stesso David Prater, ma l’etichetta svedese Atenzia non basta al rilancio.
Un anno dopo invece Rock Candy riedita il CD di “DFP” con cinque bonus. Destano interesse le versioni di “Dear Prudence” (The Beatles) e “She Sells Sanctuary” (The Cult).

7) DANGER DANGER: "Danger Danger"

Formazione del Queens (New York), Danger Danger hanno realizzato nei loro momenti più ispirati un’efficace combinazione fra AOR e hard rock, come suggerisce la loro immagine, che rispecchia i canoni “hair metal” di Warrant, Firehouse o Black’N’Blue.
All’inizio degli ’80, il bassista Bruno Ravel “recita” il ruolo di comparsa nei White Lion, Talas e con Joe Lynn Turner; quando decide di mettersi in proprio, si profila un’alleanza con il tastierista Al Greenwood (ex Foreigner e Spys), che non si concretizza. Nel 1987 Ravel fonda i Danger Danger con il drummer Steve West; nel quintetto spicca Ted Poley, già cantante (e batterista) nel mirabile primo LP dei Prophet -in style Kansas- su Total Experience (1985). L’album d’esordio dei Danger Danger esce su Imagine/Epic, affidato alle cure di Lance Quinn, già co-produttore del primo Bon Jovi, e di Mike Stone (Journey, Asia) in fase di missaggio; i due valorizzano il potenziale della formazione, che affronta con disinvoltura varianti di qualità dell’hard melodico.
Lo dimostra subito in “Naughty Naughty”, specchio dell’illustrazione di copertina e del videoclip, dove un figuro dall’aspetto maniacale sembra insidiare una bellezza sexy (ma il tutto si risolve in leggerezza…); intrigante il clima musicale, fra effetti thrilling ed un lussuoso riff intrecciato fra chitarra e tastiere, che riecheggia la vena chic di Aldo Nova. “Under The Gun” richiama nella dinamica e nel calibrato arrangiamento pomp/AOR l’eccellente “Breakout” del primo Bon Jovi. Un po’ sfacciata invece “Don’t Walk Away”, nel rifarsi all’andamento ritmico di “Hysteria” dei Def Leppard…Preferiamo “Bang Bang”, dove i DD mettono a fuoco la loro personalità heavy in chiave “amichevolmente” radiofonica. L’album si assicura un promettente disco d’oro superando il mezzo milione di copie vendute, ma la luna creativa del gruppo è in fase calante nel successivo “Screw It!” ed alla fine del ’93, Poley va in rotta di collisione con i compagni.
Attualmente, il cantante guida i Tokyo Motor Fist, mentre Ravel é il leader dei Defiants, affiancato da Paul Laine (già sostituto di Poley nei DD).
Ristampa CD del primo album su Rock Candy (2014) con varie bonus dal vivo.

8) ALEXA: "Alexa"

Misteriosamente Alexa Anastasia, avvenente esemplare femminile, non è stata intercettata dai radar delle major quando è atterrata a Los Angeles dalla natia Svizzera… Eppure era capitato, nell’ambito dell’hard rock melodico ed ancora capiterà, a bellezze non ridondanti di talento musicale, da Lorraine Lewis (alias Femme Fatale) a Susie Hatton, complice il suo boyfriend Bret Michaels dei Poison.
Anche Alexa ha rapidamente attratto uno sponsor di indubbio valore, il luminare dell’AOR Paul Sabu, che nel 1988, con i suoi Only Child, aveva riscosso il massimo dei voti con lode (evento unico) sulla più influente rivista del settore, l’inglese Kerrang! Neppure Sabu ha mai ricevuto grandi attenzioni dalle etichette egemoni, e la stessa sorte è toccata alla sua protetta.
Così per l’isolato album, la bionda cantante si è dovuta accontentare di una label indipendente di scarso rilievo (Savage), che le ha riservato una copertina insulsa e -a quanto pare- nessun videoclip; mosse controproducenti per chi poteva esibire una Wonder Woman di innegabile fascino.
Evidenze ancor più mortificanti se consideriamo che Alexa era dotata di una voce autorevole (à la Cher) non meno flessuosa delle sue pose, e che nel disco suonavano gli Only Child al completo, con Sabu delegato anche alla produzione. Il singolo “We Don’t Remember Why” era firmato dallo stesso Sabu con Joe Lynn Turner; ancor più accattivanti erano il clima festoso di “Dance The Night Away” e “Wanderlust”, in stile Pat Benatar, con arrangiamenti di tastiere anni ’80 che riascoltiamo nostalgicamente. Alexa sapeva anche comporre e lo dimostra la bellissima “Cool Wind”, dall’atmosfera notturna e sensuale. Nessun dubbio, Lady AOR dell’anno era lei; a dispetto dei consuntivi commerciali, l’album resta uno dei migliori modelli di rock melodico al femminile dell’epoca. Alexa si cimenterà anche come attrice, nel film “Roadhouse” con Patrick Swayze, ma si allontanerà dalle scene dopo un paio di brani immortalati nella colonna sonora del film vampiresco “To Die For”. Triste perdita, in ogni senso…
Alexa” (l’album) è stato opportunamente ripubblicato su CD dalla MTM nel 2006.

9) BENNY MARDONES: "Benny Mardones"

Oggi la spinta verso la globalizzazione tende ad uniformare anche i generi di musica, ma oltre trent’anni fa le origini erano ancora ben identificabili. Se ad esempio il rock progressivo era profondamente radicato nella cultura europea, il DNA dell’AOR era decisamente americano, generato dalla necessità di adeguare il suono all’ airplay, determinante su un territorio tanto vasto.
Così succedeva che anche il pop ed il soul mescolavano le loro strategie con il rock FM, dando vita ad ibridi di successo, come Benny Mardones: un entertainer tanto dotato da meritarsi in America l’appellativo di “The Voice”, già celebrativo di illustri predecessori che non sto a citare…Il cantante di New York (e di origine cilena) precedette nella fama e nello stile vocale quel Michael Bolton, in seguito ben più rinomato.
Infatti, il disco di cui ci occupiamo, soprannominato “blue album” in omaggio alla copertina, era per lui un “nuovo inizio”, su etichetta CURB/MCA. Benny aveva già alle spalle tre LP, a partire dal 1978. Il secondo “Never Run Never Hide” del 1980 includeva un classico di nicchia, “She’s So French”, con Bobby Messano già chitarrista degli Starz; ma è l’adescante melodia Journey-esque di “Into The Night” -scritta con Robert Tepper- che lo porta nei quartieri alti in classifica e lo innalza fra i campioni di ascolti radiofonici (qui il video originale).
Il ritorno del cantante è corroborato da musicisti di valore, fra i quali i chitarristi Duane Evans e Dave Amato, oltre al drummer dei Toto, Jeff Porcaro. Particolarmente coinvolto il mago delle tastiere Mark Mangold, già riattivato nei Drive She Said, che suona e compone i due brani iniziali con Mardones: “I Never Really Loved You At All” è una felpata melodia sulla scia di “If This Is Love” dei Drive S.S., mentre in “For A Little Ride”, il cantante sfodera una delle sue interpretazioni più pugnaci, irrorate da una roca timbrica R&B. Non per niente Paul Rodgers la inciderà con The Law due anni dopo!
La nuova versione di “Into The Night” lo rilancia clamorosamente nei Top 20, ma il disco vive di luce propria, basti ascoltare la seduttiva “Never Far Away” e la superba atmosfera di “Run To You”, da non confondere con il classico di Bryan Adams. Negli USA, Mardones si conferma un artista davvero popolare, ed una sua esibizione televisiva in uno show-tributo a Roy Orbison, alla presenza di leggende americane come Bob Dylan e Johnny Cash, suscita entusiastiche reazioni.
Purtroppo dal 2000 combatte il morbo di Parkinson ed è ridotto in condizioni assai critiche, sia economiche che di salute. Lo ricordiamo con affettuoso rispetto.

10) ELEKTRADRIVE: "Elektradrive"

Negli anni ’80, nessun gruppo italiano si è assunto l’onere di elaborare uno stile all’insegna dell’hard melodico con determinazione e risultati paragonabili a quelli degli Elektradrive. Il quintetto torinese è stato parte attiva della prima onda “metallica” italiana, quella celebrata dalla compilation di Rockerilla, “Heavy Metal Eruption” (1983), dove già manifestava una personalità differente, affine all’epico pomp dei Magnum di “Chase The Dragon”.
Con il primo album “…Over The Space” (1986) si orientava coraggiosamente verso il sofisticato stile di Journey e Foreigner, che da noi riscuotevano consensi inversamente proporzionali all’America, con la mediazione bluesy degli influssi Whitesnake, perché il cantante Elio Maugeri era evidentemente ispirato dal “serpente incantatore” Coverdale.
Proprio nel 1989, per la Minotauro di Marco Melzi, esce il loro secondo album “Due”, che non riceve plausi solo nelle nostre lande (su Metal Shock li proclamiamo “Italian AOR Godz”); fa notizia la recensione di Kerrang! generalmente avaro di consensi nei confronti delle aspiranti promesse heavy tricolori, che premia il nuovo Elektradrive con 5K: si tratta di un’autentica svolta, perché da lì in avanti l’hard rock italiano sarà accettato in Europa senza preconcetti. Anziché lamentarsi del sistema discografico nostrano, gli Elektradrive danno sfoggio di competenza e professionalità in “Back On The Road”, all’altezza di raffinate proposte di AOR contemporaneo. Mi piace indugiare su “Wild West”; ritrovo un clima morriconiano sottolineato dall’armonica e da quel fischiettare caratteristico (precede la mossa vincente degli Scorpions di “Winds Of Change”), oltre all’ipnotico riff di chitarra di Simone Falovo, che mi fa pensare al misconosciuto classico di Melvin James, “Passenger”. Le virtù melodiche del gruppo in tema di armonie vocali, i calibrati innesti di tastiere e gli slanci FM rock sono sparsi ovunque, da “A Man That Got No Heart” alla title-track di matrice Whitesnake.
Elektradrive si ripeteranno con un ottimo terzo lavoro, “Big City” (1993) poi sembrano farsi da parte con rimaneggiamenti di formazione, finché Maugeri e Falovo riprendono il comando delle operazioni; nel 2008 realizzano “Living 4”, indice di nuovi orizzonti musicali.
Oltre ad una rara riedizione Long Island di “Due”, è uscito il CD rimasterizzato del 2012 (su Electromantic).

AOR Heaven, la rubrica

Ricollegandoci al capitolo introduttivo, l’espansione di novità discografiche sotto il segno dell’AOR nell’89, suggeriva l’allestimento di una rubrica dedicata. Un fattore determinante era rappresentato dai numerosi gruppi al debutto, come si evince dalla classifica proposta.
Oggi potrebbe sembrare una scelta tardiva, ripensando al cambiamento di clima musicale che sarebbe sopraggiunto, ma di fatto non era così, perché solo nell’inoltrata seconda metà degli ’80 il pubblico italiano iniziava ad appassionarsi a questo genere: una nuova tradizione notoriamente perpetrata negli anni a seguire da una nostra etichetta particolarmente attiva, Frontiers.
Dal 1990 in poi, mentre la scure delle major americane calerà su molte teste di rockers dalle vistose acconciature, i fans della Penisola continueranno a seguire il rock melodico come fenomeno “da culto”; più generalmente, la dedizione all’hard’n’heavy in Europa non verrà mai meno.
Il problema sarà essenzialmente per esponenti di spicco del rock americano, che da obiettivo prioritario delle grandi etichette, finiranno quasi sempre ridimensionati.
Detto ciò, la rubrica AOR Heaven venne “inaugurata” sul n.54 di Metal Shock (ottobre 1989, qui di seguito), con l’intento di non inflazionare lo spazio delle recensioni, Vinyl Shock. Inoltre, includeva approfondimenti paralleli (in questo caso il curriculum della Michael Thompson Band di cui prima non disponevamo) ed il doveroso box dedicato ad un classico del genere, aspetto che abbiamo sempre coltivato, fin dal primo numero di MS, con le Relics del passato “metallico”.
AOR Heaven, solo omonima dell’etichetta specializzata tedesca che inizierà l’attività parecchi anni dopo, ebbe regolare scadenza mensile dalla sua genesi al mio distacco da Metal Shock alla fine del 1991, salutato dal redattore dell’epoca con lo stesso entusiasmo che cercavo di trasmettere ai lettori nelle mie “cronache” musicali.

52 Commenti

  • Marcello ha detto:

    Ciao Beppe,
    1989 un anno strepitoso, c’è poco da aggiungere, hai scelto dieci capolavori, anzi per me sono nove, ma solo perchè non conosco l’album di Alexa, che provvederò a recuperare al più presto!
    Anche se anch’io non sono un amante delle classifiche, mi fa’ molto piacere vedere nella tua top ten la presenza degli Elektra Drive, autori di un album maestoso.
    Grazie Beppe

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Marcello! A proposito di “memoria storica”, volevo appunto ricordare come gli Elektradrive avessero fatto breccia (con merito) nella muraglia della stampa inglese che generalmente respingeva l’hard rock “tricolore”. Per quanto riguarda Alexa, non preoccuparti, leggendo i commenti sembra che sia io l’unico ad amare l’album e a ritenerlo degno del confronto con la sua statuaria bellezza…

  • Marco ha detto:

    Beppe… Grazie di esistere… 🎸😊📻

  • Luca ha detto:

    Articolo e recensioni che toccano l’eccellenza, che rimandano i nostri pensieri a sognare ad occhi aperti. Playlist pazzesca alla quale aggiungerei Repeat Offender di Richard Marx, lavoro a cui partecipa Lukather, trascinato ai vertici delle classifiche mondiali da pezzi come Angelia e If you don’t want my love.
    Grazie Beppe per farci rivivere un’era assolutamente unica

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Luca. Anche tu segnali un'”esclusione eccellente”. Ricordo che nell’89 parlavo di R. Marx con la referente alla promozione italiana; mi diceva che la EMI America era contrariata dal fatto che un artista di grande successo negli USA, nel nostro paese facesse numeri poco rilevanti. In effetti andava così, il suo stile da noi non catturava una fascia di mercato ad hoc. Grazie dell’attenzione

      • Luca ha detto:

        Ciao Beppe, una playlist o classifica di album preferiti è molto soggettiva e spesso riscrivendola nel tempo questa può cambiare.
        I 10 album da te citati sono lavori stratosferici. Dovessi redigerla io ora, per esempio, avrei difficoltà nel scegliere la prima posizione. Sarei indeciso tra i Bad English e i Diving for Pearls.
        Non vedo nulla di male nell’escludere un gruppo o un artista in una classifica del genere, magari dopo la decima posizione metterei una citazione tipo ‘degni di nota o meritano di essere citati anche…’
        Ricordo che in quell’anno uscì anche l’omonimo e album di debutto di Alannah Myles, sicuramente più borderline come proposta (un misto tra AOR, rock, pop) e nel complesso ‘meno meritevole’ di essere citato, ma che conteneva un hit pazzesco, Black velvet.
        Mi permetto di citare i Bridge 2 Far.
        Un caro saluto

        • Beppe Riva ha detto:

          Ciao Luca, l’articolo era molto lungo, sinceramente pensavo che leggerlo fino in fondo sul web fosse già faticoso. Per questo ho evitato ulteriori aggiunte. Inoltre è interessante che i lettori facciano la loro parte citando preferenze. Giusto dire che Alannah Myles sia più borderline, ma anche a me piace molto, recensii il suo debutto sempre in quell’anno di grazia…OK i Bridge 2 Far, senza dubbio.

          • Luca ha detto:

            Quando l’argomento trattato è di qualità è scritto, narrato e raccontato con maestria mai è prolisso.
            Penso che i ‘frequentatori’ di questo blog siano, oltre ad appassionati di ‘buona musica’ anche dei lettori che sono cresciuti musicalmente grazie a te, ai tuoi scritti. E’ bello rileggere le tue recensioni dei tempi storici, ma penso sia maggiormente stimolante, interessante aspettare e leggere tuoi scritti nuovi.
            thanks.

  • Daniele ha detto:

    Beppe che piacere rileggerti!! Perché non pubblichi le tue recensioni di quegli anni? ( sempre che si possa fare). Ne ricordo di memorabili. Kings of metal mi fece letteralmente correre al negozio più vicino per comprarlo subito!! Sei la storia dei giornalismo metal.Il numero uno in assoluto!!.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Daniele, qualcuno mi ha già suggerito di pubblicare le recensioni del passato. Non ci ho mai pensato molto seriamente…Mi fa indubbiamente piacere che il ricordo dei bei tempi andati non sia svanito nel nulla, ma spero di esser in grado di scrivere qualcosa d’interessante anche oggi. In ogni caso, ti ringrazio

  • Baccio ha detto:

    Ottimo Beppe grazie,
    Tu affermi di non amare le classifiche, ma come appare evidente dal numero dei commenti dei lettori, tale tipo di articoli è invece molto apprezzato soprattutto se la firma è la Tua!
    In fondo basta mettere le mani avanti e premettere un classico “SECONDO ME” !
    Quindi ne attendiamo altri …….

    • Beppe Riva ha detto:

      Speriamo che sia come dici tu, Baccio. Se faccio una classifica me ne assumo la responsabilità; ma alcune posizioni si potrebbero tranquillamente ribaltare, altri potrebbero degnamente sostituire i presenti. Ho in testa altre possibilità, di sicuro non sarà nulla di scontato. Grazie della fiducia, ciao.

  • Frank Paulis ha detto:

    Grandissimo Beppe!
    Da “adulto” ascoltatore ma anche musicista del genere Hard Rock Italico (con i PITFALL fummo recensiti su HM,Metal Shock e Flash di Metal Shock), ho letto con rinvigorita passione ogni tuo scritto riguardo il genere A.O.R. che tanto amo.
    Bad English lo acquistai quando usci’ ed e’ assolutamente nella mia TOP 10 del genere.
    Ancora oggi con i PERFECT VIEW cerchiamo di tenere vivo l’interesse sul genere A.O.R. e, nonostante siam tutti Italiani, i nostri tre dischi sono stati ben accolti soprattutto nella terra del sol levante.
    Se hai tempo e voglia, su YouTube puoi trovare qualche video e brani in play list.
    Ancora grazie per i tuoi scritti, che uniti a quelli di Gianni (della Cioppa) mantengono ancora viva la “fiamma”.
    Frank.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Frank, ascolterò senz’altro i tuoi suggerimenti riguardo i Perfect View. Esser ben accolti in Giappone non è trascurabile! Grazie dell’attenzione, volevo rendere un tributo ad un genere di musica che amo. Quando ne iniziai a scrivere da noi c’era il deserto…Oggi le cose sono cambiate, anche il mercato però…

  • Samuele Mannini ha detto:

    Li ho tutti tranne uno e di qualcuno ho anche osato scrivere una recensione tutta mia , inoltre conservo gelosamente le annate cartacee 1998/1999 di Metal shock ed essendo stato nutrito dalle recensioni di Beppe Riva nel mio percorso nell’hard melodico, sono commosso nel leggere una così monumentale retrospettiva.
    Spero che sia un esperimento che verrà ripetuto.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Samuele. quel “li ho tutti tranne uno” incuriosisce. Chissà quale…Grazie per la conservazione delle annate di Metal Shock, magari se ne fosse accorto (a suo tempo) qualcun altro di chi “incoraggiava” le vendite…Tornerò sull’argomento di certo, non subito perchè ci vuole un’idea giusta e devo un pò svariare. Grazie della “fedeltà”…

  • bellicapelli ha detto:

    non ho mai seguito l’AOR, però, da torinese, fa piacere trovare gli Elektradrive tra i grandi del genere

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao, ogni tanto un pò di campanilismo non guasta. In questa classifica, come hanno sottolineato vari lettori (e mi fa piacere il contributo) ci sarebbero stati a buon diritto, almeno una decina d’altri album e relativi artisti. I nostri Elektradrive avevano fatto molto bene, per i motivi citati nel pezzo su di loro…Che siano torinesi, piemontesi, semplicemente italiani, penso che abbiano meritato di esserci.

  • Fulvio ha detto:

    Beppe,
    grandissimo articolo, degno di un golden year come fu il 1989.
    Quanti ricordi hai scatenato in me:
    Quanto penai per trovare Loud & Clear…ci riuscii poi in Germania (vacanze 1992).
    Ho sempre trovato strana la sua scarsa reperibilità in Europa ed anche il fatto che un simile pezzo di storia
    sia stato solo una volta oggetto di ristampa (misteri del music business).
    Altro ricordo che associo è quello relativo a “Signal – Live”…dovevo avere quel disco (registrazione pessima ma ora discreto pezzo da
    collezione). Il problema allora era il trasferimento del denaro…scrissi a Mark (Marcie) Free (il CD era disponibile solo
    tramite il suo sito) decidendo di mandargli i dollari in busta a mio rischio e pericolo… mi mandò il CD con tanto di autografo e dedica.
    Giustamente hai citato i miei grandi concittadini Elektradrive…recentemente ho rivisto per caso Simone Falovo…io e mio figlio siamo
    capitati nel negozio gestito (a mia insaputa) da lui e suo figlio. Ne siamo usciti con una chitarra al primo giro ed un amplificatore
    al secondo (per mio figlio) e con piccoli/grandi momenti di amarcord per il sottoscritto.
    Ognuno ha le sue preferenze e mi permetto di citare alcuni titoli addizionali dell’anno in questione:
    Bridge 2 Far, The Works, Distance, World Trade ed un paio di titoli di Christian AOR, gli esordi di Mastedon e Crossection.
    Anno irripetibile (i.m.h.o).
    Concludo ringraziandoti per il modo perfetto (as usual) con cui ci fai rivivere ricordi e sensazioni a distanza di oltre 30 anni (sigh…)
    Ciao, grazie dell’ attenzione…spero di non aver annoiato parlando anche un po’ di me.

    • Beppe Riva ha detto:

      Fulvio, ciò che hai raccontato è piacevole ed anche gli album che hai segnalato sono tutti nella mia collezione. Ribadisco che io stesso non amo le classifiche, fanno discutere ma ne ho dichiarato fin da subito (in questo caso) la soggettività. Ricordo Simone come un musicista serio e preparato, oltre ad essere una persona educata. Che per me è importante. Grazie, a presto

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Come sempre bel amarcord, per modo di dire. Comunque devo ammettere che un paio dei dischi selezionati, all’epoca mi sfuggirono e me ne dimenticai. Cercherò di recuperare quanto prima. Ultima cosa….e dire che per me “time to burn” rasenta la perfezione.

    • Beppe Riva ha detto:

      Gianluca, anche sui gruppi più celebri pubblico (e critica) spesso si dividono nel citare gli album preferiti. Tu voteresti “Time To Burn” per i Giant? Va bene. Mi è capitato di cambiare i miei favoriti a distanza di tempo. Ciao

  • LucaTex ha detto:

    Un annata splendida che mi sento fortunato ad aver vissuto in diretta. Uscite discografiche irripetibili, vissute prima nelle tue recensioni e poi nella magia della musica. Articolo monumentale….Grazie Beppe. L.

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Tex, l’aver vissuto in diretta certe epoche del rock è stato gratificante, cerchiamo di trasmettere anche ai più giovani (come fai a tua volta con il programma radiofonico), certe passioni. A presto

  • Roberto ha detto:

    Scusa Beppe se la domanda che ti ho posto può averti irritato ma hai ragione sul fatto che ogni genere ha la sua epoca e sinceramente ho nostalgia di quel tempo che fu perché al bando dei salamelecchi penso che il tuo appassionato lavoro di critico abbia coinvolto come pochi se non in maniera unica chi come me ha fatto della musica un momento per evadere con la fantasia il mondo e i suoi problemi perché secondo me questo è il suo ruolo, la tua dialettica e la tua capacità descrittiva nonché la tua cultura mi sarebbe piaciuto leggerla ancora per molto tempo sulle pagine che sai… rileggendo quelle pagine che hai postato e ho letto con avida curiosità all’epoca mi sono chiesto come ti saresti posto sugli sviluppi della scena musicale successiva, tutto qui.. Un caro saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto, non ero affatto irritato, semplicemente alcune questioni non si possono risolvere in poche righe, devo cercare di esser conciso e (spero) chiaro. Non credo che la replica sembrasse “secca”…Ho cercato di spiegare che il problema di continuità creativa nel rock vale un pò per tutti i generi. Come già detto, ringrazio davvero chi come te si è appassionato ai miei scritti ed avrebbe gradito leggerne ancora. A risentirci

  • Andrea ha detto:

    Dimenticavo colpevolmente un discone di quell’anno magico…
    Starship “Among the cannibals!!!
    Che ne dici Beppe?

    • Beppe Riva ha detto:

      I dischi da citare nell’89 sarebbero molti, la mia era una classifica personale, non un valore assoluto. Quel disco degli Starship era sicuramente di ottima qualità, a partire dal classico “It’s Not Enough”. Su Metal Shock mi pare l’avesse recensito il ben noto Gianni Della Cioppa. Ciao

  • Nicola ha detto:

    Bad English lo presi subito dopo aver letto la tua recensione!!! Io adoro anche il secondo.

    • Beppe Riva ha detto:

      Il secondo “Backlash” sempre a livelli eccellenti. Un pò di freschezza in meno rispetto all’esordio, com’è tipico. Ciao

  • Max Yargur ha detto:

    Ciao Beppe, davvero un gran bel tuffo nel passato a cinque stelle, la lacrimuccia nostalgica è inevitabile. E complimenti per lo sbattimento complessivo, articolo davvero imponente, anno sì magico il 1989 per il genere. Pensa che Derek Oliver mi confessò che scelse lui personalmente, in quanto A&R della ATCO, il produttore David Prater per il capolavoro “Images And Words” dei Dream Theater sulla base di quanto il texano aveva realizzato proprio con i misconosciuti Diving For Pearls sul loro meraviglioso debutto di un paio di anni prima! Ed ebbe ragione. La band invece storse il naso, e ci furono un sacco di contrasti in studio tra loro e DP… ma qua ebbe ragione Prater alla fine! Meno male…

    • Beppe Riva ha detto:

      Max ciao, mi fa piacere che riconosci lo “sbattimento” perché è stato davvero pesante. Poi quando vedo l’articolo impaginato ed anche le vostre reazioni, sono contento. Ancor di più, a beneficio di chi ci segue, ti ringrazio per la tua citazione di Derek Oliver. Restando in tema, non mi meraviglierebbe se i Diving FP avessero spinto per un suono hard rock più canonico. Chissà, magari avrebbero venduto più delle circa 250.000 copie in USA. Sorprende semmai che David Prater fosse al comando delle operazioni anche per il secondo, “Texas”. A risentirci.

  • Andrea Tomasetti ha detto:

    Grazie Beppe per questo tuffo nel passato.
    Tutti grandissimi capolavori!
    A parere mio avrei inserito Strangeways”Walk in the fire” al posto di Alexa…
    Complimenti
    Ciao Beppe

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Andrea e grazie. Il disco degli Strangeways l’ho preso in considerazione ma ammetto di non esser mai stato un grande fan dell’AOR britannico, a parte i Dare che con gli influssi celtici hanno dato un tocco personale al loro stile. Ma il debutto di DD Wharton e compagni “Out Of The Silence” è uscito un anno prima. Per quanto riguarda Alexa, a parte che era davvero un gran bel vedere anche rispetto a famose popstar, mi è sempre piaciuto che il suo disco fosse idealmente Paul Sabu al femminile. Almeno qui le riconosco questo merito. Anche il guru dell’AOR e della Rock Candy, Derek Oliver, ne parlò assai bene.

      • Andrea Tomasetti ha detto:

        Massimo rispetto per Alexa ma secondo me Trouble or nothing di Robin Beck e Heart of stone di Cher dello stesso anno erano un gradino più in alto….ma questa è solo una mia opinione.
        Ciao Beppe

  • Matteo ha detto:

    Ringrazio il Maestro Beppe Riva (conservo ancora oggi le riviste Metal Shock , sempre preferito a H/M….quanto Vi ho stressato in redazione con Desmond Child all’epoca …) per questo articolo su un genere che ancora oggi ascolto con immensa passione grazie soprattutto all’etichetta Frontiers e alle ristampe della Rock Candy. Originale l’idea nella playlist di far rivedere le recensioni dell’epoca con i mitici pugnali al posto delle stelle.

    • Beppe Riva ha detto:

      Bravo Matteo, le etichette che citi meritano l’attenzione dei fans del rock melodico, chi per le novità, chi per il recupero storico. Faccio rivedere le recensioni perché sono testimonianze certificate dell’epoca, che non si possono smentire, anche con i loro difetti. Noi c’eravamo, non siamo nati ieri…Grazie per la preferenza (di allora), ciao

  • Roberto ha detto:

    Grandissimo come sempre, però vorrei una tua opinione.. Dopo gli anni d’oro che termineranno più o meno nei primi ’90 l’ Hard melodico e l’A. O. R. ha espresso ancora qualcosa di valido o come genere si è spento o si è modificato in un qualcosa che si è adeguato al tempo e ha perso le sue caratteristiche peculiari?

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto, la risposta è un pò complessa. I gruppi di progressive attuale sono creativi come gli originali d’inizio 70? NO. L’hard rock o l’heavy metal attuali valgono chi ha inventato il genere nei 70 e l’ha portato avanti negli 80? NO. Le nuove bands di rock melodico possono competere con i nomi citati nella prima parte dell’articolo o con i Top dell’89? Assolutamente NO. Questo è il mio parere. Ogni genere è innanzitutto figlio dell’epoca che l’ha generato. Poi ci sono le derivazioni (stereotipate o meno), chi introduce elementi di novità e le fonde con tendenze moderne, anche positivamente. Conta molto anche l’impegno delle case discografiche verso lo stile di musica. Se è messo da parte, finisce per esaurirsi. Ma chi vale resiste nel tempo, vedi ad esempio l’eccellente “Toto XIV” o la trilogia di album dei Treat dal 2010 al 2018, “Coup d’Etat”, “Ghost of Graceland” e “Tunguska”. Accontentati di questa concisa opinione, grazie

  • Giampaolo Pettazzi ha detto:

    Che ricordi, di certe recensioni ricordo le parole! Ho buona parte di quei cd, Ma Last of the runaways e soprattutto Diving For Pearls li ascolto ancora adesso. I secondi fecero un album di una qualità paurosa, assurdo che non abbiano avuto successo..

    • Beppe Riva ha detto:

      Il successo è una strana bestia, e non concordo con i pareri anche autorevoli di chi sostiene che alla fine premia sempre i migliori. Fai molto bene ad esprimere le tue preferenze. Ti ringrazio Giampaolo, ciao

  • Francesco ha detto:

    Maestro Beppe Riva mi inchino, se penso a tutte le volte che aspettavo l’ uscita di MS per leggere le sue recensioni e comprare ( soldi permettendo ) i dischi. Memorabili rimangono gli Only Child, House of Lords e Giant.

    • Beppe Riva ha detto:

      Restano memorabili anche per me, sempre lo saranno. Questi (e tanti altri) li ho comprati anch’io per recensirli, nemmeno ricordo se i nostri grandi discografici li hanno mai presi in considerazione. Grazie Francesco, sono molto solidale con i fans di quei tempi, ciao

  • Marco ha detto:

    Questo bellissimo articolo mi da lo spunto per condividere il mio astio verso il grunge che, come il punk, ha mandato in soffitta numerosi gruppi all’apice del loro fervore creativo. Il grunge, a parte 4-5 gruppi, è fenomeno musicale a mio parere trascurabile

    • Beppe Riva ha detto:

      Marco, grazie per aver gradito l’articolo. Aggiungo però che non voleva essere anti-grunge, ma semplicemente riportare i fatti accaduti. Su Rockerilla mi sono occupato di vari gruppi di Seattle e dintorni, non sarei onesto se ne dicessi male; ho molto apprezzato Soundgarden, Pearl Jam, Alice In Chains, Temple Of the Dog, altri meno…Effettivamente, ogni fenomeno musicale è farcito di esponenti trascurabili. Resta il fatto che il grunge ha provocato un effetto tellurico sul rock anni 80. Ma noi che non siamo SUCCUBI dei “poteri forti”, restiamo liberi di scegliere! E concludo ammettendo che riascoltare i nomi citati nello scritto mi ha suscitato nostalgia…Ciao

  • Nevio ha detto:

    Eccezionale Articolo.
    Grazie Beppe

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