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Reliquie PROG

L’universo infinito delle Jam bands

Di 13 Giugno 2020 5 Commenti

Se il vostro concetto preferito di musica è un brano intorno ai tre minuti, forse tre minuti e mezzo, con un inizio tipo…”uno, due, tre, quattro…” con un ritmo lineare, qualunque esso sia, con un ritornello che entra ed esce più volte ed è meglio se arriva dopo un trenta secondi scarsi, con assolo brevi se non del tutto inesistenti, un brano basato preferibilmente sull’impatto della ritmica, accettate un consiglio : saltate a piè pari queste righe.

No, non solo non fanno per voi, ma vi faranno imbestialire perché qui si proverà a narrare di quel mondo meraviglioso – e a Dio piacendo, ancora parzialmente inesplorato – della musica che esce dagli schemi, dalle sue stesse e medesime indicazioni provate in studio, dalla visione commerciale e inquadrata che le radio, la televisione e il grande pubblico hanno imparato a farsi imporre dalle sopravvissute etichette più importanti… qui stiamo per parlare dell’universo difficile da definire nei suoi medesimi confini di quella che viene comunemente indicata come Jam Music, ossia di quella musica che, una volta che ha preso vita, fuoriesce e deborda dalle maglie sempre più strette del minutaggio obbligato, di quella musica che non riesce a contenersi e muta di sera in sera, a seconda dell’empatia che si crea tra pubblico e musicisti, di quella musica che si crea e si distrugge in parte nell’esatto momento in cui viene come magicamente emanata nell’aria, filtrata dalle emozioni e distribuita al fruitore e di cui solo poca essenza dell’iniziale idea viene rispettata. Un’idea che non verrà mai più replicata se non nella sua struttura essenziale.

Alcun gruppi sono orgogliosi di essere definite jam bands, altri rifuggono esplicitamente l’etichetta; alcuni esplorano e ricercano all’interno delle loro stesse composizioni fino a toccare episodi così unici e irripetibili che, meno male, vengono cristallizzati per i posteri in chilometriche serie di dischi dal vivo, a testimonianza di occasioni speciali in cui una certa magia si è trasformata da ectoplasma acustico a concretezza da fissare su di un supporto fonografico per chi vorrà goderne in eterno. Perché, è bene chiarirlo immediatamente, il pianeta jam esiste solo dal vivo e muore rinchiuso tra le pareti di uno studio, perché esso è riproducibile solo su un palco e, probabilmente, anche solo davanti a determinate condizioni psicologiche, emozionali o chimiche dei presenti.

L’origine del fenomeno, come accennato, è discutibile e incerto, anche se parrebbe certo poterlo fare derivare dall’atteggiamento aperto e desideroso di sperimentare, oltre che di coinvolgere quanti più musicisti possibili, nelle jazz bands che si esibivano in quei locali dove il jazz, per come lo conosciamo oggi, nasceva e cercava una propria strada per evolversi, per non restare schiavo di sé stesso e di quel pubblico bianco danaroso che se ne sarebbe appropriato.

Ogni musicista vero o supposto saliva sul palco a turno e dava la propria interpretazione di quella linea che altri avevano iniziato a tracciare. Le cosiddette jam sessions altro non erano dunque che un alternarsi di musicisti che divagavano su un tema che si ampliava, si allungava e mutava a seconda dello strumento aggiunto e che diveniva, in quel momento, conduttore portante oltre che autore. La definizione che Zappa dava, tra le tante, della musica è illuminante : “Music in performance is a type of sculpture. The air in the performance is sculpted in something.”.

Naturale che l’esperimento nato dal jazz dovesse finire con l’influenzare gli sperimentatori rock dei sessanta, quei musicisti che – esattamente come ricordato all’inizio – decisero di abbattere il muro dei tre minuti e inondare dei loro sogni le nostre orecchie assolutamente non abituate a scavalcare quella barriera. Poco per volta, dai primi esperimenti, la voglia di saltare lo steccato finì con lo stimolare anche quelli che proprio sui tre minuti avevano costruito e rinsaldato la propria fortuna. Non proveremo nemmeno ad avere il coraggio di individuare se le prime jam bands siano state inglesi o americane, se il fenomeno sia nato da una evoluzione della prima psichedelia inglese figlia del blues nero che aveva cambiato colore attraversando l’oceano o dalle deviazioni country blues statunitensi oppure dalla passione di chi, suonando rock e pop, si era appassionato ai grandi del jazz e del blues. Per noi si tratta di precisazioni irrilevanti.

Possiamo solo ricordare che il dubbio sull’origine ci venne quarant’anni fa…oddio come vola il tempo quando si ascolta buona musica… un pomeriggio in cui il fato ci pose davanti a Bob Weir, voce e chitarra dei Grateful Dead, forse una delle prime, originali, jam bands.

Fu davanti alla incoscienza di chi poco sapeva e poco gli avevano spiegato dell’immensa differenza tra i gruppi di San Francisco e quelli di Los Angeles, che Weir, con signorilità, decise di dare una lezione di cultura delle radici di quel suono e di quella attitudine , radicalmente divergente, per lui. Per noi, viste da molto lontano, le due erano solo due città della California, un po’ come avremmo potuto immaginare Siena e Firenze. E invece no. San Francisco era la patria della mescolanza, della fratellanza assoluta, delle comuni, dei promoter che vivevano in simbiosi con i gruppi che promuovevano, della assoluta mancanza di confini netti tra un gruppo e l’altro, dove chiunque poteva suonare con chiunque altro senza causare crisi di identità o di gelosia all’interno di una sorta di unica massa che si muoveva rotolando per i quartieri della città. E questa necessità, molto più di una semplice volontà di confrontare le esperienze, era la linea di demarcazione che separava nettamente Frisco da Los Angeles dove, al contrario, tutto era incentrato intorno al singolo, al musicista che si contornava di session men o di un gruppo che ne risultava il supporto, cambiandone anche tutto il marketing che ne girava attorno. “Pensa prima a te e poi cerca gli altri”, ricordo perfettamente che Weir così sintetizzò l’attitudine della città degli Angeli.

Parlavamo dei sessanta, dei settanta. Probabile che la visione attuale dell’oggetto sia diversa, anche se l’opinione di chi ha fatto la storia di quegli anni direi che debba restare essenziale per mettere a fuoco il nostro binocolo, l’unico mezzo che abbiamo avuto per guardare, da molto lontano, la musica degli altri.

E ricordo che fu una riflessione di Weir, in particolare, che mi portò a modificare, e di molto, il mio modo di ascoltare quelle produzioni. Da non musicista come ero e sono, e da giovane ben poco smaliziato ascoltatore, mi ero convinto che fossero gli strumenti leader dei solisti ad aprire le porte all’improvvisazione, a dilatare all’infinito tempi ed esecuzioni. Mi venne spiegato educatamente che era esattamente il contrario. Erano basso e batteria a dettare i cambiamenti, ad aprire nuove strade, a iniziare la deviazione dalla norma e dalla prevedibilità. In questo modo Weir giustificava anche l’utilizzo di due batteristi in un gruppo dove, sinceramente e nella nostra semplicità, spesso ci eravamo chiesti un po’ tutti cosa ci stessero a fare.

Dunque è dalla metà dei sessanta che gli sperimentatori del pop e della psichedelia – inarrestabili consumatori di droghe che, via, via, sarebbero divenute prima illegali e poi fonte di una serie di perdite umane dolorosissime – scelgono la via della jam, dell’apertura della musica alla improvvisazione e perdita del senso del tempo più assoluta. Dalla parte di qua dell’oceano era la scuola di blues e il pop di elevata fattura che dettavano legge e se si fosse chiesto proprio a me di indicare le radici natali delle jam bands , avrei detto con sicurezza gli Stati Uniti. Questo dimenticando quello che era stato appena scoperto da gruppi come i Pink Floyd, ad esempio, perché le Interstellar Overdrive, in fondo, in fondo, erano sempre troppo simili a se stesse per allontanare una certa influenza di tentativi di oltreoceano. E facendo finta di dimenticare che certi gruppi progressivi potevano sembrare orientati su un suono jam, dal vivo, quando, nella realtà, erano frutto esclusivo di immensa confidenza con il proprio strumento e dei propri brani.

Per dovere di onestà è bene sottolineare quanto presuntuoso risulti, nei casi in cui l’argomento sia così ampio e di difficile approccio come questo, sperare di voler dare una visione completa di un fenomeno. Al massimo è qui possibile dare motivi di riflessione e spunti. Noi non siamo dei tuttologi musicale, semplicemente degli osservatori, speriamo, quanto più attenti possibile.

E a questo punto della chiacchierata bene sarebbe indicare almeno qualche nome di gruppi inglesi che, proprio in seguito ai tour promozionali americani o all’influenza di quanto arrivava a ondate da oltreoceano, decideva di modificare il proprio percorso. La musica, in questo caso, spostata dal suo luogo deputato, come una spugna, assorbiva elementi e indicazioni che altrove erano già oggetto di sperimentazione; l’elenco dei musicisti inglesi finiti con l’essere influenzati dal contatto con i colleghi americani è lungo quanto quello degli americani che avevano assorbito la lezione anglosassone. Inutile, ancora una volta, sottolineare come la musica ed il suo mercato con l’indotto sia, nei paesi anglosassoni, una fondamentale voce dei bilanci statali. Da noi la musica è sempre rimasta appannaggio di nulla di più di una presunta sottocultura che ha dato da mangiare a una fettina dei nostri artisti e lavoratori; in Italia la musica non è considerata cultura. E forse neppure fonte di intrattenimento. Ecco perché siamo ancora anni luce lontani dalla lezione originale, che non abbiamo né appreso, né assimilato : solo copiato.

E forse hanno anche ragione, a guardare alla media delle nostre produzioni più popolari; altrove è divenuta anche una solida voce di bilancio, ripetiamo, con importanti sindacati alle spalle. No, niente a che fare con i nostri…ragion per cui, invadere o essere invasi da produzioni estere significava e significa tutt’oggi guadagnare o perdere denaro. Ecco giustificata l’attenzione dei promo men delle etichette verso ogni nuova tendenza, l’appoggio ad ogni locale scribacchino, l’inventarsi nuove tendenze dove nella realtà molto rimaneva uguale a se stesso, e correre a sottoscrivere contratti a chi mostrasse… un maggior potenziale commerciale. Dove sta il lato artistico in tutto questo ? Forse dove il medesimo genio simpatico di Baltimora ci indicava molto tempo fa : “L’Arte è inventare qualcosa dal niente e venderla.”.

Per cui, dando per scontata la piena onestà artistica ai nostri beniamini e lasciando la metà oscura ai cattivi uomini di marketing, non possiamo non far notare quanto mutassero le cose in Inghilterra, dopo aver dato uno sguardo all’interno di quel nuovo modo più libero di fare musica.

In questo quadro, sia un esempio un pioniere sincero della jam music, Jimi Hendrix, americano scoperto in Inghilterra. Perennemente instabile ed insoddisfatto, in continua ricerca di qualcosa di nuovo da creare e proporre, Jimi era il prototipo del musicista jam. Nella sua brevissima carriera artistica ha suonato con chiunque avesse trovato in un club, in un bar, davanti a dieci come a trecentomila persone, spesso anche cambiando il proprio strumento con il basso o la batteria, pur di suonare insieme a qualcuno che gli facesse scoccare una nuova scintilla dentro. Poi tornava a casa e, in piena notte, metteva in pratica componendo quanto sperimentato nel corso della serata.

Altri esempi ? I contemporanei Cream divennero famosi con lunghe ed interminabili versioni dei propri classici quando, eseguito il compitino, realizzarono che il pubblico chiedeva di più e di più concreto, data la validità estrema dei tre musicisti…e non restava altro che, riempita la testa di chimica, allungare il brodo. Fu così che i brani iniziarono a dilatarsi e diventare quelli poi ascoltati e amati su Wheels of Fire. Rory Gallagher non fu mai un musicista jam nel reale senso della parola; fu principalmente un grande improvvisatore su basi fisse dei suoi compagni di viaggio, ma i suoi Taste, per un certo periodo, per spirito di competizione e per vicinanza ad altri contemporanei, elaborarono i propri brani esattamente come fecero i Cream, di cui erano una filiazione irlandese.

Dall’altra parte del mondo, un gruppo da sempre parallelo ai Cream per mille ragioni, i Mountain di Leslie West e Felix Pappalardi, scoprirono il piacere del prolungare le proprie esperienze con lunghe suite come la Dream Sequence e la immortale Nantucket Sleighride.

Gli inglesi Fleetwood Mac vennero letteralmente rivoltati come un calzino dall’influenza di Lesh e Garcia dopo due tour americani, trasformando una perfetta blues band bianca dedita a un blues canonico sui dettami di papà John Mayall, in una travolgente jam band. Nei primi mesi del 1970, Peter Green dilatava Rattlesnake Shake oltre la mezz’ora e l’anno seguente, nel breve ritorno dopo la dipartita di Jeremy Spencer, i concerti di due ore potevano essere impostati sull’esecuzione di una sola canzone, Black Magic Woman. Vero da ricordare che gli acidi imparati a usare in America avevano la loro parte.

Lo stesso John Mayall, l’incarnazione del rispetto per il blues e le sue immutabili tracce, per un certo periodo fu colto dal vortice dell’improvvisazione e della mescolanza, scivolando dapprima sulla improvvisazione acustica e poi sulla commistione diretta tra jazz e blues…le Jazz Blues Fusion.. quanti esempi potremmo tentare di fare ? Troppi. Lasciamo a voi il piacere di ricordarli.

Ma come tentare quindi di individuare una vera jam band da una che parrebbe esserlo ? Come non incorrere nelle cortesi ire di un Gregg Allman che ha sempre dichiarato che … “gli Allman Brothers non sono una jam band, ma una band che fa jam!” ? E come afferrarne la sottile differenza, francamente tutta nella mente del tastierista ? La risposta vaga nel vento.

Se dovessi personalmente sparare il primo nome di prototipo di jam band, sarebbe impossibile non citare i Grateful Dead. Gruppo sempre a cavallo tra schemi consueti ed esecuzioni di stampo classico e l’improvvisa follia psichedelica che li portava a mutare, dilatare all’infinito certe composizioni. E non è certamente il solo esempio della Dark Star o della suite The Other One che ne fecero un mito a rappresentare la più classica delle jam bands. E se un tempo dovevamo fare i conti con le sole sporadiche uscite ufficiali dal vivo da cui interpretare con certosina attenzione…e binocolo in mano… da quando il povero Jerry è andato a far parte del Grande Concerto nel Cielo, si sono moltiplicate a dismisura le serie di uscite ufficiali di concerti dal vivo, al punto che è quasi impossibile ricostruirne una discografia veramente completa, una serie cui solo un appassionato dal budget senza fondo potrebbe far fronte…anche se emerge chiaro che i Dead, persino nelle loro serate acustiche, fossero in grado di scegliere di deviare dalle comode rotaie della sicurezza e sperimentare.

C’è chi riconosce nei Dead improvvisazioni jazz, chi riesce comunque a distinguere le radici blues, chi sente forte il profumo dell’ LSD che pareva guidarne lo spirito come un moderno navigatore anche quando per forza di cose i componenti avevano dovuto smettere di farne uso. Personalmente riesco solo ad ammettere che se talvolta l’eccessiva acidità di certe colorazioni possa diventare stucchevole a tratti, quando si riesce a mantenersi in sintonia con il pensiero e l’emozione di quella particolare serata, non amare profondamente Il Morto Riconoscente significa aver afferrato proprio poco di quella corrente musicale. E della sua bellezza.

Generosi e accondiscendenti…i Dead non scendevano mai sotto le tre ore di concerto e invitavano i loro appassionati, i Deadheads, a registrare ogni spettacolo…bootleggers, roll your tapes…inventando una consuetudine che è divenuta del tutto comune ad altre più recenti jam bands… i Dead davano davvero tutto su un palco : per loro la musica dal vivo era davvero il punto focale della loro attività.

Il secondo esempio che mi verrebbe in mente, su due piedi, è la prima incarnazione di un altro gruppo immenso, adorabile e creativo e dal nome altrettanto creativo : i Quicksilver Messenger Service prima versione – quella antecedente alla presa di potere da parte di Dino Valenti, soggetto di talento, ma lontano come approccio dalle cavalcate blues elettriche cui i due solisti John Cipollina e Gary Duncan ci stavano abituando – ci hanno regalato almeno un triennio di versioni di immenso respiro e sperimentazione di classici del blues e del rock verso la fine dei sessanta; esperimenti musicali cui solo loro, in quel momento, erano capaci di dar vita. Gruppo molto più scarno ed essenziale, ma maggiormente di impatto di quanto non siano stati i contemporanei, dei QMS è impossibile non citare Happy Trails come pietra miliare ed esempio di improvvisazione su un tema noto. Ed esattamente come nel caso dei Dead, con tutte le uscite odierne di dozzine di concerti misteriosamente riaffiorati dalle segrete di qualche radio o di qualche collezionista, è oggi possibile anche con loro afferrare la volontà di donare ogni sera una versione quanto più divergente da quanto proposto del medesimo brano. Tutto quanto eseguito su un palco dai Quicksilver prima del 1969 è fuori di dubbio essenzialmente jam music.

Torna qui in mente l’affermazione di Bob Weir a riguardo della totale circolazione di idee ed esecutori nella san Francisco dell’epoca : se avrete la pazienza di andare a scartabellare i dischi e i live di quasi tutti i gruppi del periodo, vedrete come la presenza, il contributo dei singoli a registrazioni o esibizioni di altri fosse regola precisa. E i dischi singoli che vedevano la luce non restavano opere a se stanti ma tornavano a far parte delle esecuzioni del gruppo madre, senza che nulla potesse turbare una armonia assoluta. Ne possano esser esempio il primo album solo di David Crosby, una jam finita su vinile e di cui parleremo senz’altro, oppure i dischi solo di Jerry Garcia.

La “meglio gioventù” di Frisco era in continua aggregazione.

Tornando di un passo indietro, gli Allman Brothers di Duane possono senza dubbio rientrare nella categoria alla faccia dei sofismi del fratello Gregg e non solo per la lunghezza di certe esecuzioni – sottolineiamo che la lunghezza della esecuzione non corrisponde necessariamente alla jam music – ma soprattutto per la presenza importante dei due batteristi che, a turno e quasi con imprevedibile alternanza, sceglievano di portare l’intero gruppo su sentieri dove la bravura e la fantasia di Duane Allman e Dickey Betts potevano spaziare favoriti dal tappeto ritmico, libere di volare in alto sorrette dalle tastiere solo apparentemente secondarie di Gregg, autore di veri tappeti sonori volanti. La mastodontica Mountain Jam, i mutamenti di In Memory of Elizabeth Reed, le corse sfrenate di Whipping Post ne siano prove eterne.

E con un salto temporale notevole, ma assolutamente in linea con tutto quanto riportato fin’ora, con caratteristiche tanto simili che potrebbero apparire cercate più che spontanee, è inevitabile aggiungere i Phish di Trey Anastasio come esempio di assoluta mancanza di soluzione di continuità a quanto dettato più di cinquant’anni fa dai Dead. Ancora incredibilmente poco noti e amati in Italia, i Phish sono il più grande gruppo di culto ad emergere dal passaparola, dalle esibizioni dal vivo nei club, dalle autoproduzioni dei primi dischi in un mercato difficile e potente come quello statunitense. Oggi, star da stadio e in perfetta sintonia con l’eredità dei Grateful Dead, i Phish sono, come loro, una classica band bipolare : la differenza tra ciò che il gruppo può e vuole registrare in studio è incredibilmente lontano da quello che decide di proporre dal vivo con una dicotomia netta che avrebbe sorpreso persino gli stessi progenitori californiani. “Senza i Dead non sarebbero mai esistiti i Phish” ha dichiarato più volte Anastasio, ma è corretto dire che i suoi Phish siano andati ben oltre a quanto fatto dagli stessi Dead come esplorazione dell’ignoto strumentale. L’abisso che esiste tra un brano di studio e la sua esecuzione dal vivo è inimmaginabile se non se ne conoscono alla perfezione i confini. Confini che scompaiono e si spostano di sera in sera di molto e in cui il gruppo pare assolutamente a proprio agio nel riuscire a non dare mai due esecuzioni simili del medesimo pezzo. Con i Phish – perfettamente e grazie al Cielo in completa attività – la fiaccola accesa da Jerry Garcia è passata di mano e sta andando avanti mescolando le esplorazioni progressive di certi gruppi inglesi a profumi di reale essenza jazz con la estrosità della psichedelia e la concretezza delle radici rock statunitensi.

Testimonianza del passaggio della fiaccola sia la presenza, voluta da Bob Weir, nel tour di addio dei Grateful Dead di Trey Anastasio alla chitarra a ricoprire il ruolo che fu di Garcia. Esistono live e dvd a testimonianza della chiusura di un lungo, strano viaggio

A lasciarci godere di questo coraggio nelle ore di esecuzioni dal vivo…anche i Phish stanno sul palco per non meno di tre ore a sera…sono più che sufficienti le centinaia di istant live, un genere parecchio in voga nell’era del web e la sessantina, ma forse sono molti di più, di album live ufficiali che il gruppo, consapevole della propria forza sul palco, continua a sfornare dimostrando come il mercato ed il cuore degli appassionati si possa conquistare con coraggio e affetto verso le radici dei grandi gruppi del passato.

Perché, e questa è un’altra caratteristica delle jam bands, i Phish, così come altri, quasi come guidati da indicazioni superiori, inseriscono estratti, citazioni, interi rifacimenti di brani laddove non addirittura intere esecuzioni di interi album di eccellenti artisti del passato, proprio come a voler dare una continuità logica al tutto, come a voler ricercare proprio nelle radici e nel rispetto delle medesime, non con spirito di competizione, bensì esattamente con una espressione di devozione assoluta per quanto preso ed imparato dai Grandi del passato.

Ascoltare i loro monumentali box dal vivo con tre, sei, otto cd di pura emozione, di ampio respiro di musica priva di confini, ma allo stesso tempo logica, melodica e facile da seguire se solo se ne afferra il bandolo interpretativo, è una esperienza che un vero appassionato di musica non può mancare. E se fosse necessario dare un suggerimento per favorire i primi approcci prima di camminare da soli, direi Slip, Stitch and Pass e un Live In Brooklyn prima di passare a dischi di studio come Billy Breathes o Farmhouse per entrare in un mondo e capirne l’abisso che distingue studio e palco…e vedrete che anche lo studio, nella sua apparente semplicità, vi stupirà.

Questa caratteristica dei Phish di ammirare e rendere omaggio al passato è condivisa appieno con i Government Mule di Warren Haynes, una vera macchina da guerra del rock blues che nasce proprio dai sacri lombi degli Allman Brothers di cui Haynes è stato forse il solista più ispirato a fianco di Betts. Ma l’atteggiamento devoto, quasi sacrale, con cui i Mule si avvicinano e riproducono centinaia di brani eccezionalmente famosi e dalle radici quanto mai variopinte, rendendone spesso versioni incredibilmente più azzeccate dell’originale e mescolandole con le belle cose create da loro, è di rara forza e gusto. Citazioni di Cream e Mountain si fondono con le note di Prince o Traffic, Zeppelin e Hendrix con ZZ Top e Skynyrd, King Crimson e Bob Marley con Blind Faith e Beatles con una semplicità ed un rispetto per chi ha saputo inventare pagine indimenticabili della nostra musica che lasciano sconcertati. Ascoltare una versione di venti minuti di Simple Man degli Skynyrd o di Low Sparks dei Traffic è come entrare in una speciale macchina del tempo dove il noto si confonde con l’ignoto e pur sapendo dove si andrà prima o poi a parare, al tempo stesso non se ne conoscono i confini. Bellissimo, unico, esaltante. Peccato che per goderne a fondo sia necessario ricorrere agli istant live o scandagliare i tanti dischi dal vivo per goderne. I Mule non sono poi così prolifici come i colleghi e tanta bellezza era un tempo oggetto di caccia nei motori di ricerca e download. Fatelo. Fatelo per voi.

Potremmo andare avanti citando dozzine di altri gruppi dell’epoca dorata delle jam e citare dozzine di artisti e produzioni provenienti dalla baia di San Francisco, dove ingegneri del suono, manager, produttori e musicisti soprattutto, si aggregavano entrando ed uscendo da quegli studi come fossero in un qualsiasi bar… a meno che non crediate che Jefferson Airplane, Hot Tuna, Sly and the Family Stone, Moby Grape, It’s a Beautiful Day non fossero anch’essi tutti jam bands a loro modo…potremmo spaziare aggiungendo certe congreghe funk come la Parliament/Funkadelic che faceva capo a George Clinton e a quella pletora di chitarristi che si portava dietro… potremmo aggiungere altri generi come il blues, il bluegrass, la psichedelia che possono vantare le loro brave jam band, oppure potremmo ricordare come il fenomeno, riesploso con rumore nei novanta proprio con i Phish, possa oggi contare su rappresentanti di qualità come i Blues Traveller, Widespread Panic, Dave Matthews Band, String Cheese Incident, i Black Crowes di soli certi periodi ma sicuramente la Chris Robinson Band ed il suo attaccamento anche estetico ai sessanta, o i Leftover Salmon o gli Humphrey McGee…potremmo suggerirvi di marcare tra i preferiti il sito jambands.com per seguire l’evoluzione ed i consigli che propone il fenomeno, potremmo suggerirvi di non perdere un solo nome degli artisti che ogni anno salgono sul palco del Bonnaroo Music festival, potremmo suggerirvi di riflettere sui Jammy Awards e sulla definizione che il suo primo presentatore, nell’anno di grazia 2000 volle dare al pubblico… “Cos’è una jam band ? Vi pregherei di mettere da parte qualsiasi preconcetto che questa definizione possa evocare. Il termine così come è comunemente utilizzato oggigiorno fa riferimento a una ricca gamma di suoni e testi. Questi gruppi condividono una propensione collettiva per l’improvvisazione, un impegno nelle composizioni e una propensione ad attraversare i confini di ogni genere musicale, dipingendo un ampio raggio di musica dal blues, al bluesgrass, al funk rock, psichedelia e anche la techno. In aggiunta le jam bands di oggi sono tenute insieme dalla percezione delle orecchie dei loro appassionati e ricettivi ascoltatori…” …ma l’unica cosa che veramente conta è di suggerirvi di approfondirne la conoscenza se già non l’avete esplorata e di aprire le porte ad una nuova, o molto vecchia, sicuramente diversa concezione della musica.

Perché anche se ai Jammy Awards hanno premiato l’unico che non ha mai permesso ai propri musicisti di sforare di una nota sui tempi da lui stesso dettati sul palco, parliamo di Frank Zappa, non possiamo ancora una volta che ricordarvi che noi restiamo degli stimoli, dei pungoli scribacchiati su un giornale, un libro, un blog e che dovranno essere le vostre orecchie a rendervi il giudizio finale.

Perché, lo ricordiamo sempre… scrivere di musica è esattamente come danzare di architettura… lo sapete benissimo, anche se ci piace pensare che facciate finta di fidarvi, no ?

5 Commenti

  • max stefani ha detto:

    delizia. 🙂

  • Andrea Tomasetti ha detto:

    Non è propriamente il genere di musica che amo ascoltare ma nulla toglie che è sempre un piacere leggere articoli come il tuo che trasudano passione e grande conoscenza del genere.
    Ciao Giancarlo

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Malissimo 🙂 hai tempo per ricrederti. Ciao Andrea.

      • Andrea Tomasetti ha detto:

        Mi spiace Giancarlo ma credo che ognuno di noi sia figlio in un certo qual modo della generazione in cui vive o ha vissuto.
        Io ad esempio sono cresciuto con il metal cromato di metà anni ottanta e che tutt’ora continuo ad ascoltare in tutte le sue sfaccettature.
        Purtroppo non riesco ad entrare in quel “mood”…passami il tereine.
        Continuerò invece a leggere i tuoi scritti nella flebile speranza che scatti qualcosa…
        Ciao Giancarlo

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