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Hard & Heavy

Un brutto giorno per il blues

Sembra ieri ma sono già 25 anni da quando Rory è volato via. Ricordiamolo insieme.

La decisione avvenne molti anni fa. Meglio non ricordare quanti : mi deprimerei. Il sottoscritto, che aveva mutato mefistofelicamente una passione in un lavoro, che aveva a lungo creduto in quello che aveva letto e sentito dire, gettava la spugna. Dopo tonnellate di interviste sostanzialmente sempre uguali a se stesse, nonostante io cercassi in qualsiasi modo di variare l’approccio, di trovare nuovi argomenti, di gettarmi su territori alieni – per gli intervistati intendo – di sperare di ottenere perle di saggezza o illuminazioni su un nuovo modo di ascoltare, di interpretare se non proprio molta musica almeno quella prodotta da chi mi stava di fronte, decisi che avrei mollato il piacere di andare a sentirmi rispondere banalmente riguardo a quello che solo raramente, in una percentuale modestissima, ero riuscito a strappare ad alcune menti lucide e ben fornite.

Il problema era sostanzialmente sempre quello : così come i calciatori, sportivi con un dono, una dote immensa, utilizzavano sempre e soltanto i comuni stereotipi nelle inutili interviste post partita, anche i musicisti, difficilmente avevano quel guizzo che, nel corso di una chiacchierata, ti poteva portare a imparare qualcosa del procedimento mentale, della cultura, del senso della vita, dei meandri dei pensieri che ti portavano a comporre un gran brano. Perché il dono di saper suonare e comporre raramente collimava con una mente lucida, pronta, ironica; o perlomeno in pochi, eccezionali casi, che ricordo con affetto e nostalgia, a dire il vero.

Si trattava della medesima sindrome – che chissà perché non prende mai i giornalisti sportivi e i relativi appassionati lettori – che avvolge coloro che intervistano, appunto, i calciatori. Le domande sono orribilmente scontate e previste, neppure prevedibili, ma anche quando non lo dovessero essere, le risposte che si ricevono indietro sono sempre le stesse… mai un guizzo di ironia, una salto della barricata, il piacere di farci sapere che , al di là di un grande talento esiste anche un cervello. Macché : una volta nominato tre o quattro volte “il Mister”, l’intervista può considerarsi chiusa.

A me, con i musicisti, persino con quelli che avevo amato a lungo, finiva quasi sempre con l’accadere di assistere alla medesima, scontata, chiacchierata promozionale, dove lo scopo finiva solo con l’essere lì per dovere di firma, per ottenere la copertina o l’occupare il maggior numero possibile di pagine all’interno del giornale di turno. Così scelsi di conservare il miglior ricordo di quelli che davvero mi avevano fatto alzare da quella poltrona più ricco e aperto della mezz’ora precedente a quando avevo posto il mio austero culo di fronte al rocker di turno e mollai, da quel giorno, il piacere della speranza a molti altri.

Non è questa la sede per fare la lista di quelli che ancora oggi amo ricordare quando mi butto nelle rare chiacchierate musicali con gli amici che hanno voglia di ascoltarmi, né di deludere molti che certamente non vorrebbero sentirsi dire che al loro idolo, spesso, era stato corretto il pensiero, gli errori e talvolta spesso messo in bocca qualcosa di logico per non fare, in fondo, pure tu la figura del bischero insieme a lui, data l’assoluta inconsistenza dei contenuti.

Però pensando a Rory Gallagher, sono onorato di ricordare che le tre volte che me lo sono trovato davanti ho provato l’emozione di parlare con un musicista tanto mitologico quanto semplice, accessibile e mai troppo apprezzato e che condivideva passioni, interessi, reale desiderio di parlarne come uno qualunque degli appassionati scribacchini con cui si trovava a parlare.

Il mio primo ricordo di Rory risale alla mia gioventù, quando nella mia città c’era un locale chiamato Piper, un coso quadrato, una costruzione bassissima oggi in rovina e oggetto nei decenni successivi di cento progetti mai realizzati, posto sul lungomare della mia Viareggio, sostanzialmente più simile a una discoteca da poco, più che a un club da concerto. Ma si trovava esattamente dalla parte opposta a dove abitavo e da dove, volenti o nolenti, era facile sentire provenire le note delle prove di chi avrebbe suonato alla sera. E andare a sbirciare dalle finestre oscurate dai tendaggi o ad ascoltare quelle prove era una abitudine che non costava niente. Tanto più che se eri fortunato e la sala era diventata troppo afosa all’interno, ricordo che aprivano un doppio portone antipanico sui lati e da lì potevi avere una buona visione del minuscolo palco dove i ragazzi più grandi e forniti del budget destinato all’acquisto del biglietto, alla sera avrebbero assistito al vero concerto. Noi avevamo un budget limitato e le mamme non sempre si fidavano a lasciarci mescolare a quei capelloni, ma ogni tanto, quando proprio il personaggio era di rilievo, strappavamo il biglietto per attraversare ufficialmente il viale lungomare.

Ricordo che con Rory il portone venne aperto dopo poco ed il volume incredibilmente alto. Ma quello che veniva fuori dagli amplificatori, quel rock blues, la voce roca e mai in grado di metter il solista in difficoltà…perché suonare e cantare non sempre vanno d’accordo… mi spinse, il giorno dopo, a comprarmi il mio primo disco di Gallagher : Live in Europe.

Ma il mio primo incontro ravvicinato avvenne otto anni dopo, a Reading, ridente cittadina universitaria dove un festival annuale era uno degli appuntamenti imperdibili della Inghilterra musicale. Nel 1980, dopo la mezzanotte, quando Rory chiudeva il primo giorno dei tre giorni di festival, dove aveva prima esaltato, poi distrutto con la sua partecipazione fisica, infine ammutolito con tre brani acustici i sessantacinquemila appassionati di quella che in quei giorni veniva chiamata “la nuova ondata di heavy metal inglese”. Prima di lui, difatti, si erano visti Ian Gillan Band, Krokus, Nine Below Zero, Praying Manthis, Hellions e Fischer Z…un gruppo geniale che qua da noi non ha mai venduto un disco. E nei giorni a venire tutta la crema dell’attuale scena metal inglese avrebbe affacciato il capino sul grande palcoscenico del rock and roll.

Ricordo che quando il gruppo uscì dal palco per quello che era sembrato un intermezzo di metà spettacolo, Rory si presentò con uno sgabello ed una chitarra acustica e suonò tre brani in sequenza. Su Reading era sceso il silenzio, tranne che udire i ritornelli urlati a squarciagola da rocchettari borchiati… e anch’io mi ritrovai a sbraitare il ritornello di Out on The Western Plain...Come a cow-cow…yicky, come a cow-cow..yicky yicky yeah...

Minuti dopo la fine del concerto, nel retropalco, una roulotte attendeva tre scemi che erano convinti di riuscire davvero a parlare con Gallagher dopo un set così stancante. Io per primo ero molto dubbioso, ma mi sbagliavo. Grondante sudore, semidistrutto, attaccato a un paio di bottiglie di Four Roses ed una di acqua ghiacciata, Rory non solo rispondeva ma andava ben oltre qualsiasi richiesta, ampliando e citando lui per primo argomenti che nessuno avrebbe osato espandere proprio per l’ora tarda e per il timore di essere cacciati bruscamente. Ricordo solo che un tedesco si rovesciò qualcosa su un registratore bestemmiando visibilmente nella sua lingua e che quando a me, astemio, venne offerto quel bourbon, declinai cortesemente ottenendo una confezione di succo d’arancia, guardata con sospetto e stupore proprio da Gallagher in prima persona. Possibile esistesse un appassionato di rock astemio ? Sì, nel mio caso.

Ricordo che l’irlandese attese che la pulizia sommaria del registratore del tedesco terminasse per continuare a parlare; un gesto di cortesia sorprendente. E ricordo che la mia cassettina da 90 minuti occupata parzialmente da qualche battuta con Dennis Greaves dei Nine Below Zero finì ben prima che Rory ci dicesse, quasi scusandosi, che aveva bisogno di una doccia. Uscii da quella roulotte con la certezza di aver parlato con un sosia, con uno messo lì a raccontarci delle sue passioni, degli ultimi dischi comprati, di quelli che gli erano piaciuti e perché, dell’istinto… quello solo… rivitalizzante del punk che lo aveva spinto a recuperare una formazione secca e ruvida, degli stimoli che questi nuovi gruppi heavy stavano dando anche al suo modo di suonare, ma soprattutto alla sua infinita passione per la musica acustica, per il blues, per i grandi con cui aveva suonato e cui si sentiva grato per aver imparato qualcosa e con quelli con cui avrebbe pagato personalmente per poter suonare. Un ragazzotto, allora, di 32 anni con la passione e l’impeto di un sedicenne; una passione vera e tangibile per la musica, rarissima da sentire così viva ed emergente in modo incontenibile, soprattutto se ascoltata da chi stava su un palco da decenni. E Rory non era ubriaco, nonostante il bourbon, né sotto l’influsso di qualsiasi genere di sostanza. Lucido e attento, biascicava solo con quella sua forte cadenza irlandese che spesso mi rendeva difficile afferrare immediatamente quello che ci stava raccontando. Sul palco la parlata era molto più inglese, più sforzatamente comprensibile…

E qui mi viene sempre in mente di una considerazione che solo i madrelingua possono esprimere e che mi venne fatta un giorno, ad un concerto degli U2. Mi disse uno scozzese : “Mi stanno sul cazzo tutti quelli che quando cantano, lo fanno in americano, come fosse una lingua internazionale… e quando si ritrovano nelle interviste o tra un brano e l’altro, parlano con l’accento del luogo da cui provengono!”. Una riflessione che non avevo mai fatto. E che da allora mi sorprende ogni volta mi capita di far caso alle due inflessioni degli anglosassoni… un esempio che ricordo spesso, proprio le poche parole di introduzione di Bono al Live Aid alla sua Bad e l’accento con cui poi canta l’intero brano. Buffo.

La seconda volta in cui parlai a lungo con Gallagher fu a un festival, pochi anni dopo, ma la mia ultima volta è un ricordo nostalgico che la mia mente di appassionato si rifiuta di ricreare con chiarezza, dato che si trattò quasi di un lungo addio durato parte del pomeriggio trascorso con lui, il fratello e mezza band a trattare gli accordi per le riprese televisive in quella che fu, sicuramente, l’ultima apparizione italiana di Rory. Ricordo che la prima impressione, il primo piccolo shock, non fu tanto il vederlo non vestito con la sua caratteristica camicia a quadri, ma coperto da una giacca nera di cuoio, con sotto una normalissima camicia azzurra, ma vedere come l’uomo fosse ingrassato e con il viso gonfio tipico di chi ha gravi problemi di salute e sta prendendo forti dosi di cortisone. Esattamente come, a mezza bocca, mi fu riferito di sfuggita dopo un primo, veloce abboccamento. Ricordo che lo vidi sempre attento e preciso nelle richieste – stavano approntando il palco per le prove proprio mentre la troupe stava piazzando le telecamere – ma lo sguardo era talvolta assente. Questione di attimi, ma un brutto segno per un uomo di soli 47 anni. E ricordo ancora che dato che c’era qualche problema proprio con il posizionamento delle telecamere e che il regista se ne stava momentaneamente a spasso, per rompere un po’ il ghiaccio mi buttai a raccontare dell’incontro avuto nella roulotte a Reading con lui e Donal il fratello manager…proprio a lui, che di facce di giovani sedicenti intervistatori ne doveva aver viste a centinaia… Ma rimasi stupefatto quando, dopo una certa incertezza iniziale, Rory si ricordò del tedesco che aveva versato qualcosa sul registratore e si era messo a smoccolare e di quel tipo che non beveva alcol ma succo d’arancia… “Non parlo tedesco, assolutamente, disse, ma dato che ho suonato spesso in Germania, almeno le parolacce, qualcuna, me le ricordavo e quelle di quel tipo erano proprio parolacce !”.

Quasi rincuorato dal fatto che stava discutendo di diritti con uno con cui aveva già auto a che fare, disse in un dialetto strettissimo al fratello qualcosa che somigliò molto a una richiesta di trovare un accordo. Cosa che avvenne regolarmente. Nel corso del pomeriggio sparì diverse volte per tornare solo a metà serata, ma ogni volta che ci incontravamo riuscivamo a scambiare una decina di minuti di discorsi sul blues che era la miglior musica del mondo ma che, “come un’onda del mare”, andava e veniva nell’interesse degli appassionati. Ed era un peccato, dal suo condivisibile punto di vista. Avevo portato con me un paio di dischi che avrei voluto fargli firmare, ma vederlo così giovane e così in cattive condizioni mi fece abbandonare l’idea. Mi vergognavo un po’ e mi sembrava di voler far l’avvoltoio a chiedere l’autografo a uno che stava per lasciarci, come accadde.

Raccontare chi fosse Rory Gallagher musicista, diventa adesso superfluo; non solo la sua musica parla per lui ma potete trovare migliaia di pagine sul web per capirlo. Posso solo dirvi che Rory era uno di quelli che viveva per salire su un palco e che nel resto della sua giornata passava il tempo ad ascoltare musica, a parlare di musica, a studiare musica. Non saprei dire se la leggenda che vuole la famosa domanda fatta a Hendrix…”Come ci si sente a essere il più grande chitarrista sulla Terra”… avesse poi veramente ottenuto quella risposta brusca : “Non saprei : chiedetelo a Rory Gallagher!”. Si era a Wight, nel 1970, pochi giorni prima che anche Hendrix se ne volasse via troppo presto, ma una cosa è certa : entrambi vivevano respirando musica e blues. Entrambi erano persone gentili, rispettose, sensibili e timide, tutte caratteristiche che non potrete ritrovare in molti loro colleghi. Entrambi hanno lasciato un solco che, a distanza di oltre cinquant’anni, molti chitarristi provano ad attraversare ancora oggi. Riprendendo le loro canzoni e cercando di darne una versione quanto migliore possibile, nel rispetto di chi starà ascoltandone il risultato.

Importante non è suggerirvi di non perdere i pochi dischi dei Taste, o andare a riascoltare con attenzione la bellezza di tutti i suoi dischi solo; ben più importante è fissare l’immagine dell’uomo. Perché Rory era davvero un signore pur essendo un ragazzo di provincia, ruvido a sufficienza da non amare le manie delle stelle del rock, ma abbastanza navigato da capire cosa avrebbe dovuto accuratamente evitare per non prendere quella piega. Un uomo gentile e cortese che parlava sempre a voce bassa e sorrideva ampiamente quando l’argomento diventava per lui particolarmente interessante. Un personaggio pubblico che non badava molto all’aspetto esteriore o al taglio di capelli. Un uomo pronto anche a suggerirti lui per primo qualcosa da ascoltare se nominando un gruppo o un artista la tua espressione mostrava di non sapere di cosa lui stesse parlando, dandotene anche ampia motivazione. Un appassionato di musica genuino, con il medesimo approccio che tanti artigiani della tastiera dovrebbero possedere. Uno che negli ultimi mesi della sua vita aveva abbandonato la sua Irlanda per stare in centro città, a Londra, dove aveva una casa a Earl’s Court e da dove sognava di tornare a incontrare di nuovo gli amici. L’immagine di Rory negli ultimi mesi è quella di un uomo solitario, reso ancora più timido dalla malattia al fegato e dalle medicine, un uomo che aveva perso sicurezza in quello che amava fare. Un uomo che viveva a ridosso della casa di Donal, evitando la sua, dormendo in albergo e utilizzando un falso nome. Lui che aveva amato i racconti duri di spie di Dashiell Hammett e Raymond Chandler, adesso li stava sperimentando nella vita reale. Per qualche ragione misteriosa non fece mai ritorno in Irlanda pur donando generose apparizioni su una quantità di artisti irlandesi, i Dubliners, Phil Coulter, Samuel Eddy e Davy Spillane tra gli altri. Rifiutando numerose offerte di concerti, cancellando tour all’ultimo minuto e legandosi in un rapporto vincolante a Martin Carthy, un musicista che lui chiamava “il Signor Positivo”. Con lui e con Bert Jansch pianificava di fare un disco acustico. Jansch che ricordava di quando Rory avrebbe voluto fare un disco insieme a Anne Briggs, leggendaria cantante tradizionale irlandese che però aveva declinato la proposta, pensando di sbagliare a confondersi con quello che lei reputava una pop star. Rory, che per tutta la carriera aveva quasi sempre e solo suonato la sua scrostatissima e vissuta Stratocaster.

Rory che amava Dylan e che era rimasto colpito quando era venuto a sapere che proprio il suo idolo avrebbe voluto registrare una versione di If I Could Have Religion tenendo lui alla chitarra. E fu una biografia di Dylan regalatagli in ospedale da Mark Feltham, il suo armonicista, l’ultima cosa che lesse ma che sarebbe stato onorato e stupito nell’apprendere che Bob Dylan possedeva tutti i suoi dischi, come scoprì tempo dopo Donal.

Rory registrò una intervista per la televisione irlandese poco prima di finire in ospedale, distrutto dai farmaci, così come racconta il fratello. In quella occasione parlò di Belfast, dei Taste, dei migliori anni della sua vita. Parlò di Bert Jansch, Davy Graham, Martin Carthy e chiuse la chiacchierata donando uno splendido arrangiamento “celtico” della That’s Allright Mama di Elvis.

Chiudendo il cerchio e riportando tutto a Presley, dove ogni cosa rock era iniziata. Fu un brutto giorno per il blues, quel 14 giugno del 1995.

12 Commenti

  • francesco angius ha detto:

    L’ho visto a Pistoia blues nel 1994 poco prima che se ne andasse. Malgrado fosse nello stato che hai descritto aveva ancora una grande carica sul palco e suonava in modo incredibile. Assolutamente sottovalutato. Possiedo tutto di lui a livello musicale perchè lo ritengo imprescindibile. A livello dei grandissimi e un grandissimo. Tecnicamente tra i migliori cinque chitarristi, per quanto sia antipatico fare classifiche. Il blues vissuto fino in fondo. Bell’articolo !

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      E’ quella l’ultima volta che l’ho incontrato; in occasione delle riprese televisive che organizzai. Un personaggio speciale, sul palco e fuori. Ma definirlo sottovalutato non direi; casomai dimenticato dai critici per la mancanza di presenza fisica e di costume. Ma sicuramente uno dei grandi interpreti anglosassoni. E poi, come ben sai, le classifiche lasciano il tempo che trovano, quando il tuo gusto ti dice che sei davanti a un grande. Grazie Francesco.

  • Luca ha detto:

    Mamma mia, bellissimo articolo da pelle d’oca. Conobbi musicalmente Gallagher molto tardi grazie ad un collega e penso che quella scoperta sia una delle più belle.
    E’ bellissimo leggere, conoscere, sapere e nutrirsi di musica.
    Grazie

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Luca… quando esagerate così con i complimenti la pelle d’oca viene a noi… a me sicuramente. Grazie per apprezzare i nostri ricordi.

  • Alfredo ha detto:

    Sono contento di aver avuto la conferma della persona Rory, ho sempre immaginato che fosse “diverso” dagli altri musicisti. Non ho avuto la possibilità di vederlo dal vivo pur avendo l’età giusta per farlo, ma sono stato fortunato e forse anche bravo nel saperlo apprezzare . Ogni volta che leggo di lui mi viene una specie di ansia musicale e anche questa volta non fa eccezione, quindi corro a sentire qualcosa. Grazie del contributo, più personale che giornalistico.

  • aleR ha detto:

    Ciao
    Grazie di aver condiviso i bei ricordi su Rory
    Purtropo neanch’ io ho mai visto un suo concerto di persona. Ho un vago ricordo di un concerto forse su Videomusic anni fa.
    Per ricordarlo degnamente mi ascolterò Il triplo Blues comprato recentemente…. Alla prossima !

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Il concerto di Videomusic è esattamente quello del Pistoia Blues cui faccio cenno nei miei ricordi. Peccato per un appassionato non averlo mai visto dal vivo, era una forza della natura.

  • Marco ha detto:

    Anch’io mi sono commosso, non aggiungo altro.

  • Fabio Zavatarelli ha detto:

    ….. Trombetti …. mi fai venire le lacrime ….. ma forse è semplicemente il prendere coscienza di chi fosse Rory … la sua vita, la sua storia, il suo carattere, la sua estetica da puro Irish Rock-Blues Man.
    Non l’ho mai visto live ed è un grandissimo rimpianto …. perchè basta sentire e vedere i suoi video ….. per capire cosa fosse il Rock vissuto sulla pelle.
    Grazie di questo splendido ricordo.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Credo che Rory sia uno degli artisti che ho visto più volte. Credo sei o sette, non ricordo. E al di là della passione per la sua musica, l’uomo era davvero una gran brava persona. Così come lo è il fratello, Ronal, che ne cura l’eredità musicale. Grazie a te.

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