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C'era una volta HARD & HEAVY

Pionieri dell’Hard Rock inglese :
Warhorse-Leaf Hound-May Blitz

Di 27 Luglio 2020 14 Commenti

Echi di lontane battaglie

La Chanson de Geste del suono distorto e superamplificato che ha originato uno dei generi più epici della mitologia musicale, l’hard rock, ci riporta idealmente a quel favoloso 1970, irripetibile anno di grazia per la sua evoluzione.
I Led Zeppelin avevano giocato d’anticipo con il fragoroso successo di “II” (ottobre 1969) che rompeva gli indugi con il riff inceneritore & premonitore di “Whole Lotta Love”; incuranti dello snobismo inglese, Page e i suoi prendevano d’assalto la classifica americana degli LP, stazionando a lungo in vetta. Era il segnale dell’offensiva ultra-elettrica che nell’anno a seguire avrebbero scatenato i loro “indesiderati” successori d’Oltremanica; nel ferale venerdì 13 (febbraio 1970) usciva il primo album dei Black Sabbath, che accantonavano il canonico rock-blues degli esordi per elaborare riffs sismici, istigati da tematiche di magia nera…Sicuramente è loro il più riconosciuto prototipo heavy metal, ma doveva non poco alle tenebrose, sulfuree sonorità dei primi Zep di “How Many More Times” e “Dazed And Confused”. Qualche tempo dopo, in giugno, i rinnovati Deep Purple (inizialmente dipinti come una risposta britannica ai Vanilla Fudge), forgiavano “In Rock”, pietra miliare dell’heavy rock dalle spinte progressive, impartite da uno dei più celebri tastieristi di sempre, Jon Lord. Nello stesso mese era la volta di un esordio essenziale nello stesso genere, “Very ‘eavy Very ‘umble” degli Uriah Heep.
Nonostante il disprezzo della critica, il quintetto schierato come i Purple avrebbe conseguito lo status di “quarta forza” storica (ancora attiva) dell’hard inglese. Fra gli album fondamentali dei “tempi duri” datati 1970, indimenticabile a mio avviso “Death Walks Behind You” degli Atomic Rooster, uscito in settembre, di cui ci occuperemo in futuro.
Come tendo a ripetere, nessun “movimento” sarebbe veramente tale se limitato ai nomi di spicco, senza il necessario contorno di seguaci musicali per costituire ed irrobustire la scena. Nello stesso ambito si sono agitati numerosi “perdenti”, che non per demerito sono finiti nell’ombra. Eppure le distanze con i capostipiti non erano affatto siderali, amplificate piuttosto dall’incolmabile divario del successo.

Si pensi al caso dei Warhorse, modellati dall’ex bassista dei Deep Purple, Nick Simper, sulla falsariga del gruppo che l’ha licenziato; il loro testamento discografico regge benissimo il confronto con acclamati classici di Blackmore e compagni.
Oppure si considerino i Leaf Hound; l’unico lavoro dell’epoca, “Growers Of Mushroom”, è stato votato da una rivista di prestigio come il più importante album da collezione. Quando si parla di ricercate rarità, è bene precisare che la quotazione dipende molto dalla qualità del pezzo. Nel loro caso sono stati invocati paragoni con Led Zeppelin, nientemeno…
Infine, citiamo gli impetuosi ma versatili May Blitz, leggendaria formazione underground che ha contribuito valorosamente al “culto” del catalogo Vertigo, ma dal destino ben diverso rispetto ai Sabbath, con i quali hanno condiviso umili origini e possenti dinamiche rock.
Approfondiamo dunque la conoscenza di questi autentici pionieri hard’n’heavy.

WARHORSE, nel viola più profondo

Citavo il 1970, anno cruciale per l’hard rock e ed il progressive. Sin dalla nascita di questi generi, alcune entusiasmanti formazioni cercarono di mediarne i rispettivi canoni espressivi, introducendo le tastiere (in particolare l’organo Hammond) sulle strutture del rock duro, varando così la formula heavy-prog. Ne abbiamo già accennato ripercorrendo nel nostro Blog la storia degli atipici Quatermass.
L’omonimo album d’esordio dei Warhorse (novembre ’70), esce dunque nell’epoca di maggior fermento di questo genere, ed inevitabilmente soffrì il paragone con l’epocale “In Rock”, poiché il fondatore Nick Simper, faceva parte dei Deep Purple (Mark I), la formazione dei primi tre albums, che conquistò il successo con il singolo “Hush”, al n.4 negli States. Estromesso dai Purple con il vocalist Rod Evans per lasciar spazio rispettivamente a Glover e Gillan, Nick aveva gettato le basi dei Warhorse, mentre Evans emigrava in America per dar vita ai leggendari Captain Beyond.
Questi ultimi sono stati rivalutati negli anni ’90 fra gli ispiratori del movimento stoner, ma sarebbe ingeneroso non riconoscere altrettanto valore alla creatura di Simper.
Cresciuto nelle città di Hayes e Southall, Nick Simper aveva iniziato la sua attività professionale come bassista di Buddy Britten, ed in seguito con Johnny Kidd And the Pirates; quando conobbe Jon Lord era in tour con la formazione hippy The Flowerpot Men.
Simper fece il suo ingresso nell’originale line-up dei Purple all’inizio del 1968, ma ne pagò il rinnovamento causato dalle scarse fortune riscosse in patria, suonando per l’ultima volta con loro il 4 luglio 1969.
Dopo una fase interlocutoria con la cantante di colore Marsha Hunt, Nick decideva che era giunto il momento di allestire la propria formazione. La prima recluta era il chitarrista Ged Peck, con il quale aveva suonato nella Freddie Mack Band (1966); le ambizioni di Nick lo spinsero a contattare infruttuosamente musicisti di fama, come Pete Robinson e Mick Underwood dei Quatermass, che però erano in procinto di firmare per la Harvest, e soprattutto Rick Wakeman, con il quale il bassista aveva suonato nel corso di una sessione per la BBC.
Mick Tucker degli Sweet gli suggerì un efficace batterista di Birmingham, Mac Poole, che Simper ingaggiò in omaggio a questa raccomandazione; lo stesso Poole consigliò al leader un tastierista più accessibile, Tony Wilson, che figurava in una formazione prodotta dal famoso Mickie Most, The Rumble. La scelta del vocalist ricadeva su Ashley Holt, conosciuto durante un’audizione senza fortuna per i Deep Purple nel ’68, che gli preferirono Rod Evans.
Il quintetto così completato iniziò a nome Iron Horse, ma dopo essersi imbattuto in una band omonima, preferì ribattezzarsi Warhorse. Un brano dalle accattivanti inflessioni pop, “Miss Jane”, fu registrato nell’aprile 1970 per proporlo alle case discografiche, ed il contratto venne stipulato con la leggendaria Vertigo, succursale underground della Phonogram. L’altrettanto mitico Marcus Keef, autore di alcune delle migliori artworks del periodo (l’abbiamo citato scrivendo degli Spring) s’ispirò al nome del gruppo per realizzare la splendida fotografia di copertina dalle tinte sfumate, dove sono arruolati i musicisti stessi, in uniforme da Prima Guerra Mondiale, con un cavallo in primo piano.
L’album era assolutamente all’altezza della sontuosa cornice grafica, nonostante la stroncatura di John Peel. Ma anche i grandi sbagliano, e liquidare Warhorse come un’opaca copia dei Sabbath(!), è indice della manifesta idiosincrasia della critica inglese nei confronti dell’hard rock. “Costretto” ad invitare il gruppo alle BBC Sessions, Peel si rifiutò persino di rivolgere la parola agli artisti…
C’erano effettivamente nel disco tracce del dilagante dark sound, seppur limitate a “Vulture Blood” e “Woman Of The Devil”; ma le tastiere, che dipingevano per il brano d’apertura un prologo misticheggiante (stile “In Ancient Days”), caratterizzando con accese colorazioni il clima orgiastico e tribale della conclusiva “Woman Of The Devil”, riecheggiavano semmai i Black Widow. Inoltre gli schemi compositivi, basati sulle schermaglie fra chitarra ed organo, si ricollegavano esplicitamente all’esperienza di Simper con i Deep Purple. Fra i due tenebrosi estremi dell’LP risiedevano invece superbe ballate progressive come “No Chance” e “Solitude”, dove Ashley Holt s’imponeva nell’infondere un tono melodrammatico di rara potenza; poi le attanaglianti divagazioni strumentali di “Burning” e “Ritual”, riflettono al meglio l’atmosfera della viscerale musica heavy d’inizio seventies. Completa l’opera la trascinante cover degli Easybeats “St. Louis”, scritta dai futuri produttori degli AC/DC, Vanda & Young. Pubblicata a 45 giri nel febbraio 1970, non raggiunse i vertici di “Black Night” o “Paranoid”, ma riscosse un buon successo in Europa Continentale, dove non fecero effetto gli anatemi scagliati da John Peel.
Subito dopo la pubblicazione, si manifestarono malumori con Ged Peck, che pur non svolgendo un ruolo molto appariscente nel disco, era assai stimato. Leggenda vuole che persino Robert Fripp, in un momento di euforia, lo giudicò “il miglior chitarrista rock mai ascoltato!”.

Dopo aver sondato la disponibilità di John Ethridge, che in seguito suonerà con i Soft Machine, Warhorse lo rimpiazzarono con il solista dei Black August, Peter Parks.
I musicisti strinsero amicizia con Graham Bond, andando in tour con il tastierista, loro convinto estimatore, e con un terzo, eroico gruppo Vertigo, May Blitz.
Purtroppo le dispute con l’etichetta sul budget da stanziare per il secondo album, deteriorano irrimediabilmente i rapporti, e nonostante la trionfale presentazione di “Red Sea” (“l’album che consoliderà i Warhorse nella gerarchia dei principali gruppi europei”), la Phonogram licenzia il gruppo un mese dopo la pubblicazione del disco, avvenuta nel maggio 1972.
Incredibile a dirsi, perché “Red Sea” poteva sfruttare la scia di successo dei Deep Purple, con uno stile più vicino all’ex formazione di Simper e maggior malizia commerciale rispetto all’esordio. Si può legittimamente affermare che gli stessi DP Mk II abbiano fatto di meglio solo con megaclassici del tenore di “In Rock” e “Machine Head”! Le prime mosse del nuovo album sono semplicemente sbalorditive, perché la title-track sembra navigare sulle impressionanti frequenze di note basse, mentre il carisma ed il feeling della voce di Holt, specie nel finale, non hanno nulla da invidiare al miglior Gillan.
Ma è nella formidabile odissea di “Back In Time” che i Warhorse realizzano un autentico caposaldo dell’heavy rock anni ’70. A dispetto del suo timido aspetto, Parks si sbarazza dello scomodo fantasma del predecessore e registra uno spettacolare assolo à la Blackmore, fra i più travolgenti a memoria di timpani avvezzi al rock duro; si dice che Brian May, colpito da uno show dei Warhorse al Marquee, l’abbia plagiato in “Brighton Rock” dei Queen. In ogni caso, nell’abbacinante elettricità di “Back In Time”, Ashley Holt urla come un ossesso e tutto il gruppo espone la sua massima forza d’urto.
I Warhorse introducono anche accenti funky di notevole intensità in “Confident But Wrong”, che poteva essere un’alternativa inglese ai Grand Funk, e nel danzabile mid-tempo di “Sybilla”. Ma né questa canzone, né la stupefacente versione di “I (Who Have Nothing)” di Shirley Bassey, vengono considerate per la pubblicazione su singolo, poiché la Phonogram ha fretta di sbarazzarsi del quintetto.
Così, l’impeto strumentale di “Mouthpiece” suona come il miglior testamento possibile della loro fugace avventura.
Con la perdita del contratto discografico subentra la disillusione: Mac Poole preferisce andare in Francia a suonare con i Gong e non rientrerà nei ranghi, poi sostituito da Barney James. L’ingresso del nuovo drummer accentua l’orientamento funky già manifestato in “Red Sea”, e per questo il nuovo materiale suscita l’interesse di un’etichetta dell’area Tamla Motown, che si offre di scritturare i rinnovati Warhorse. Ma c’è Rick Wakeman in agguato; la superstar degli Yes chiede a Nick il “prestito” di Ashley Holt e Barney James per registrare il suo album solo “Journey To The Center Of The Earth”, offrendo in cambio di produrre personalmente l’imminente terzo LP dei Warhorse. Ma attratti dalle lusinghe economiche del tour americano di Wakeman, i due artisti abbandonano il gruppo, ed a questo punto, Nick decide che rien ne va plus. Nel luglio 1974, il “Cavallo di Battaglia” finisce la sua corsa.
Per i fans non resta che attendere il rientro del bassista in epoca NWOBHM con i Fandango (due albums fra il ’79 e l’80, sull’etichetta Gull dei primi Judas Priest). Nulla che possa competere con i bellicosi Warhorse…

Ristampe selezionate

Entrambi gli album dei Warhorse sono stati più volte riediti, ad esempio dalla Repertoire nel 1990, sia in CD che in vinile bianco. La ristampa più significativa per materiale inedito e completezza biografica, racchiusa in cofanetto di cartoncino è senz’altro “The Warhorse Story” (Vol. I e II) uscita su RPM/Angel Air nel 1997. Si tratta di un’edizione limitata 2 CD a cui ha collaborato attivamente Nick Simper; include la riproduzione di un poster promozionale Vertigo e numerose bonus-tracks: i cinque inediti di “Warhorse” contemplano il demo di “Miss Jane”, mai pubblicato a suo tempo, e registrazioni live dei migliori pezzi dell’album.
Cinque brani destinati al terzo LP figurano fra le bonus-tracks di “Red Sea” ed evidenziano come il gruppo avesse perso qualcosa della sua fiera identità inglese, flirtando con il rock-soul di stampo prettamente yankee; meritano un’indagine per la classe musicisti, specie “Gypsy Dancer”, “House Of Dolls” e “Standing Right Behind You”, dove riassaporiamo il classico dinamismo di Simper e compagni.
Nel 2002 anche la ligure Akarma si appunta la stelletta delle ristampe in vinile fedeli alle copertine originali apribili. Inoltre i CD “Karmapack” propongono per la prima volta la replica in miniatura delle stesse copertine.
Le versioni viniliche dell’Akarma sono in formato doppio LP, perché includono le citate bonus di “The Warhorse Story” (sono sempre le stesse, le ritroviamo anche nell’LP del 2018 su Hobbit, “Doll House”).
Riedizioni 33 giri più recenti, ad opera della Repertoire, sono in gatefold sleeve, ma senza brani aggiunti.
Infine, da segnalare nel 2019 le ristampe tedesche su etichetta Vertigo, con copertine apribili “polylined” e vinile 180 gr. delle quali non so darvi maggiori ragguagli.

LEAF HOUND, caccia al tesoro

La Deram, etichetta lanciata dalla Decca alla fine del 1966 per promuovere formazioni underground, ha realizzato con “Swaddling Songs” dei Mellow Candle una delle più agognate rarità major dell’epoca progressive, ma nel catalogo della casa-madre figura il pezzo forse in assoluto più pregiato (escludendo stampe private), l’unico LP dei Leaf Hound, “Growers Of Mushroom”. Formidabile formazione londinese di pionieri del rock duro, Leaf Hound nascevano dalle ceneri dei Black Cat Bones, dove avevano militato i futuri Free, Kossoff e Kirke. Membri fondatori di quel gruppo, che incise l’album “Barbed Wire Sandwich” (Deram Nova, 1969), erano i fratelli Stuart e Derek Brooks, rispettivamente bassista e chitarra ritmica. Quando si unirono a loro il vocalist Peter French e suo cugino, il chitarrista Mick Halls (reduci da una comune esperienza nella Brunning Sunflower Blues Band), Black Cat Bones compivano la loro metamorfosi in Leaf Hound nel 1970, e dal ceppo blues germogliava un nuovo organismo musicale, spiccatamente hard rock. Proprio la coppia French-Halls si rivelava la forza motrice del quintetto (completato dal drummer Rick Young), e l’album d’esordio fu registrato entro l’anno, ma senza trovare un immediato sbocco discografico.
Come accadde a numerosi gruppi dell’epoca, anche Leaf Hound conseguirono i primi riconoscimenti in Germania, dove venne pubblicata la prima edizione dell’LP (in questo caso omonimo) nel 1971, su Telefunken. Adornata da copertina fumettistica in bianco e nero, la stampa tedesca non includeva però due pezzi di grande rilievo come “Freelance Fiend” e la title-track “Growers Of Mushroom”; la loro omissione non poteva esser compensata dal poster del gruppo, assente nella più quotata versione inglese. La stessa Telefunken realizzerà l’unico singolo degli heavies londinesi, “Drowned My Life In Fear” (già nel repertorio dei Black Cat Bones)/”It’s Going To Get Better”. Nel frattempo il gruppo si era ridotto a quartetto, perché alla defezione dei fratelli Brooks faceva seguito l’arrivo del solo Ron Thomas, ex-bassista degli Heavy Metal Kids. Quando la Decca stabilì finalmente la data d’uscita dell’album in Inghilterra (15 ottobre 1971), i Leaf Hound erano già estinti, a causa di irrisolti problemi con il management, e Peter French aveva raggiunto gli Atomic Rooster in tempo utile per le registrazioni di “In Hearing Of”, del luglio 1971. A quel punto il destino di “Growers” era segnato, perché nell’impossibilità di promuoverlo, la Decca non andò oltre l’esigua tiratura iniziale. Il tempo ha però reso giustizia ai Leaf Hound ed al loro ruolo di antesignani dell’hard rock. Nonostante titolo e copertina dell’LP (con i musicisti illustrati in un coloratissimo campo ricolmo di funghi…) abbiano fatto sognare i cultori della psichedelia, solo il gusto orientale della bellissima “Growers…”, esplora quel filone musicale, mentre l’iniziale “Freelance Fiend” chiarisce inconfutabilmente la linea stilistica del gruppo. E’ la stessa matrice siderurgica che ha generato lo stridore metallico di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, ma con un tempo più cadenzato e la grintosa voce di French, perfetta per il disegno heavy-blues dei Leaf Hound; specialmente in “Stray”, il cantante scopre le stimmate ricevute da Robert Plant, ma con un timbro vocale più aspro. “Work My Body” è un pezzo ambizioso e diversificato: contempla l’innesto delle tastiere ed un eccellente assolo di Halls, chitarrista capace di squarci infuocati. Leaf Hound eccellono anche nelle melodiche venature rock-blues di scuola Free, in “Sad Road To The Sea” e “Stagnant Pool”.
Dopo l’esperienza con i Rooster, il cantante offrirà il suo talento ai Cactus di Bogert e Appice (ex-Vanilla Fudge) e ad una popolare formazione tedesca, Randy Pie.
Per il solitario album solo del ’78, “Ducks In Flight”, convocherà un team di stelle, con i chitarristi Brian Robertson (Thin Lizzy) e Micky Moody (Whitesnake, Snafu), il tastierista Tim Hinkley (Jody Grind) ed il drummer Kenny Jones (Faces, The Who), a dimostrazione della stima che circondava questo cult-hero del rock inglese.
Il nome dei Leaf Hound è riemerso anche grazie alle esondazioni stoner rock, dagli anni ’90 in poi. Nel mirino finirà soprattutto “Freelance Fiend”, che sarà registrata da Lowrider e Orange Goblin. Gli Unida del cantante John Garcia (Kyuss) hanno inciso una cover di “Stray” per il secondo album “El Coyote”, pubblicato solo su bootleg.
Sull’onda di questo rinnovato interesse e della consolidata fama di “GOM” quale assoluto collectors item, Peter French ha rilanciato i Leaf Hound nel 2004, con una formazione completamente rinnovata. Tre anni dopo esce un dignitoso secondo album, “Unleashed” (Rare Recording) e nel 2012 registrano dal vivo a Tokyo, “Live In Japan” (2013, Ripple). Grazie all’immarcescibile cantante, il vessillo dei Leaf Hound ancora garrisce al vento…

Ristampe selezionate

Le prime riedizioni ufficiali di “GOM” sono del 1994, ad opera di See For Miles e Repertoire; in entrambe figura come bonus la B-Side “It’s Going To Get Better”, un calibrato tentativo “commerciale”; appare nella ristampa tedesca anche “Hip Shaker”, inedito scolpito su un notevole riff, rinvenuto anni dopo dallo stesso French.
Per la prima volta l’album viene ripresentato in vinile (anche di color verde) e con copertina apribile, grazie ad Akarma nel 2003, con gli stessi due brani addizionali.
La versione CD digipak della Repertoire del 2005 include una terza bonus, “Too Many Rock’n’Roll Times”. La stessa etichetta ne ripropone una versione in vinile nel 2015, con l’elenco brani originale.
“Freelance Fiend”/“Too Many Rock’n’Roll Times” è uscito su 7 pollici nel 2006 in edizione limitata a 500 copie per Rise Above.
Esistono versioni da collezione anche di “Live In Japan” 2012 che includono LP in vinile verde o splatter, CD, DVD e poster.

MAY BLITZ, il potere dei tre

Quando i Black Sabbath si chiamavano Earth e si affacciavano sul palcoscenico dell’Henry’s Blueshouse, storico locale di Birmingham dove gli stessi Led Zeppelin fecero una delle prime apparizioni dal vivo, i loro maggiori concorrenti erano i Bakerloo, un power-trio guidato dal chitarrista Clem Clempson. Proprio loro godevano all’epoca di maggiori credenziali per un’affermazione su vasta scala rispetto ai Sabbath, teoria poi clamorosamente smentita.
Infatti la Harvest non si rivelerà per i Bakerloo il volano promozionale capace di portarli in alto, così si sciolsero poche settimane dopo la pubblicazione del disco, minati da diatribe interne.
Orfani del formidabile Clempson, destinato ai Colosseum, il bassista Terry Poole ed il drummer Keith Baker tornano subito in azione, formando i May Blitz entro la fine del 1969, con il chitarrista e vocalist di origine canadese James Black. Il gruppo può essere interpretato come una naturale “mutazione” hard rock dei Bakerloo, e la differenza sostanziale risiede nello stile del nuovo solista, meno raffinato ma più minaccioso ed heavy. Non a caso i May Blitz vengono eletti, con riuscita iperbole giornalistica, “quintessenza della nuova virilità (rock) dei Seventies”. Prima di entrare in studio per l’incisione del debut-album, entrambi gli ex-Bakerloo abbandonano il nuovo trio: Baker raggiunge gli Uriah Heep per registrare il secondo album “Salisbury” e Terry Poole si converte alle “pratiche occulte” dell’LP di Graham Bond, “We Put Our Magick On You”. Vengono prontamente rimpiazzati dal brillante drummer Tony Newman, già con Sounds Incorporated, Jeff Beck e Jackie Lomax, e dal bassista canadese Reid Hudson, che con Black costituiscono un assetto potente e tecnicamente ineccepibile.
L’album d’esordio è un classico della spumeggiante onda heavy rock del 1970, ed esce per la Vertigo con l’inconfondibile copertina apribile, che raffigura un’abominevole King Kong femminile, forse un’allegoria del voluminoso sound dei May Blitz. “Smoking The Day Away” è l’ideale introduzione all’hard tutt’altro che ripetitivo del trio: si dischiude su un riff ipnotico, dagli esoterici accenti blues, poi Black dà libero sfogo alla sua inventiva, sovraincidendo evoluzioni di chitarra elettrica ed acustica. “Dreaming” e “Squeet” penetrano ancora le radici blues, e la prima è attraversata da un furioso saggio di slide guitar. Le ambientazioni musicali restano mutevoli nel rispetto dell’incisivo stile dei May Blitz, e se “Tomorrow May Come” è una ballata cupa e misticheggiante, “Virgin Waters” conclude in gloria l’opera prima, con una mesmerica atmosfera psyche affine al contemporaneo “Volume One” degli elusivi Human Beast, risolta da un epico finale della solista di James Black.
May Blitz non incisero mai un singolo, e forse il rifiuto di comporre una canzone di maggior presa confinò il trio nel limbo delle band di nicchia, precludendo ai musicisti quei riconoscimenti che la loro forza espressiva avrebbe meritato.
All’inizio del 1971, l’immutata line-up replica con “The 2nd Of May”, album incompreso eppure bellissimo, dove May Blitz esibiscono una gamma stilistica più estesa rispetto alle granitiche trame del debutto. Se “For Mad Men Only” riparte su un galoppante ritmo heavy, facendo pensare ad una risposta inglese agli Amboy Dukes di Ted Nugent, e “Snakes And Ladders” si evolve in un autentico archetipo stoner-doom, sottolineato da un mortale riff di chitarra, la band si muove assai bene anche in altre dimensioni.

Due superbe ballate elettro-acustiche, “The 25th Of December” e “8 Mad Grim Nits”, sprigionano emanazioni psichedeliche dalle melodie surreali ed avvolgenti, fino agli spaziali influssi Floydiani della trasognata e conclusiva “Just Thinking”. Come se non bastasse, May Blitz ostentano anche lo stile compositivo progressive di “In Part”, caratterizzato dalle estrose evoluzioni del flauto sul ritmo nervoso e scattante, e gli accenti anticonformisti di “High Beech”, frutto di creative sperimentazioni ai confini fra blues, prog e jazz-rock. Cito volutamente in chiusura il più vorticoso saggio heavy-psych della chitarra di James Black, perché purtroppo non avremo più occasione di ascoltarlo dopo lo scioglimento dei May Blitz, annientati dall’insuccesso della loro opera.
Dei tre, solo Tony Newman proseguirà la sua carriera artistica e con successo, unendosi prima ai Three Man Army, poi ai Boxer di Mike Patto, ed offrendo i suoi servigi a superstar quali David Bowie, Marc Bolan e David Coverdale.

Ristampe selezionate

Naturalmente affollato anche il panorama delle riedizioni dei May Blitz. Per le prime in vinile, dobbiamo risalire al 1986 per “2nd Of May” (Stamp) e al 1988 per “May Blitz” (BGO).
Dopodiché si prosegue in parallelo per le reissues di entrambi gli album, specificando che nessuna di esse include inediti/bonus. Nel 1992 i due album sono abbinati in unico CD dalla BGO, mentre nel 1994 ecco le ristampe separate CD della Repertoire; nel 2003 è la volta dell’Akarma (in LP e Digipak CD). Ancora Repertoire nel 2004 ha licenziato CD con mini-replica delle copertine originali (cosiddette “paper sleeve”).
Fiore all’occhiello, le edizioni limitate e numerate giapponesi, SHM-CD del 2010, della Serie Vertigo “British vintage rock masterpiece”, anch’esse con mini-replica copertine.
Infine, l’unico CD/LP inedito, “Essen 1970” (Thors Hammer 2012); registrazione bootleg d’epoca davvero inadeguata, nonostante l’attraente copertina apribile dell’album.

14 Commenti

  • marcello ha detto:

    Tre gruppi che mi fece conoscere qualche anno fa’ un amico, anche lui appassionato delle sonorità degli anni ’70, tre dischi splendidi e tre modi diversi di interpretare l’hard rock. Malgrado la qualità della loro proposta, il successo non ha arriso a nessuno dei tre, riascoltandoli oggi si percepisce ancora tutta l’energia e l’inventiva che animava quel magico periodo per la musica rock.
    Complimenti Beppe

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    C’è veramente un sottobosco infinito di gruppi meritevoli che i più non conoscono. E tra i più mi ci metto pure io. Grazie Beppe per l’ennesima parata di band da cercare di conoscere. Tra questi 3 e quelli dell’articolo prog, conoscevo solo di nome i Cressida, perché ne lessi suna una rivista prog specializzata. Pertanto mi metterò alla ricerche di queste chicche. Vediamo cosa becco in giro. Tra l’altro sono un po’ anche io in mood revival anni 70 con gruppi di seconda fascia, senza offendere nessuno : moxy, budgie, Atlanta rythem section, bloodrock, dust, neon rose, toad ed altri che ora non ricordo. Quindi…grazie di nuovo per l’ennesima lezione di approfondimento.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Gianluca. In tempi non sospetti (inizio anni 80 su Rockerilla) quando non si parlava neanche lontanamente di ristampe, se non occasionali e nemmeno di pregio, insistevo sulla “lezione del passato” da non dimenticare e sulla continuità fra vecchio e nuovo. Per fortuna anche le stelle hanno provveduto a rendere omaggio ai loro ispiratori. Recentemente un’importante rivista inglese ha intervistato Burke Shelley, leader di un gruppo che citi, i gallesi Budgie. Senza la cover del loro classico “Breadfan” eseguita tempo fa dai Metallica, forse sarebbero stati ignorati. Quindi, in tempi di diffusa aridità creativa, con il mercato dominato dai “percorsi” (…) latin/rap/trap etc. che lascio a voi giudicare, resta importante onorare chi davvero ha contribuito a rendere grande e rigoglioso il rock, al di là dei soliti nomi svettanti eternamente riproposti ovunque (il che va bene, ma non tutti sono in grado di aggiungere qualcosa di stimolante su argomenti tanto conosciuti). Grazie del commento e ti auguro buona ricerca!

  • Fulvio ha detto:

    Beppe,
    Mi induci in tentazione…
    A livello di acquisti ho trascurato non poco gli anni ’70. Nei ’70 stessi ero troppo giovane e negli ’80-’90 era troppo il nuovo che avanzava e troppo pochi i soldi da dedicare, senza contare la scarsa reperibilità dei dischi seventies di cui stiamo parlando.
    E quindi….hai scatenato in me la voglia di recuperare: prima Quatermass, poi Spring ed ora Warhorse, ristampe CD Akarma, che mi sembrano anche graficamente di ottima fattura e poi sono Made in Italy.
    Pensavo di aver dato a suo tempo ed avevo eliminato la voce “consigli di Beppe Riva” dal bilancio familiare ed invece piacevolmente si continua.
    Niente da fare, la musica liquida è comoda ma devo collezionare e toccare qualcosa di fisico, è più forte di me.
    Comunque avanti così, posto sugli scaffali ne ho ancora.
    Sempre un piacere leggere articoli come questo, tu e Giancarlo state regalando a noi appassionati un qualcosa che prima non potevamo avere neanche pagando.
    Ciao e grazie infinite

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fulvio, capisco benissimo che negli anni ’80 eri impegnato in acquisti allora d’attualità e corrispondenti alla tua generazione, ma oggi il panorama non offre una moltitudine di “imperdibili” novità; credo che ogni serio appassionato di musica rock sia motivato a scoprire le radici delle sonorità che ha amato. Quindi la tua attitudine mi sembra pienamente legittima. Ti ringrazio davvero per aver creduto e continuare a credere nelle mie proposte. Penso che anche Giancarlo sia contento di sapere che quel che facciamo non lo potevate avere “neanche pagando”; non ho ben inteso però a cosa alludi…Poco importa, quel che conta è il vostro sincero interesse. Alla prossima…

      • Fulvio ha detto:

        Beppe,,
        nessuna allusione…era solo un modo per dire che ci troviamo tra le mani un regalo prezioso ed è giusto ringraziare per questo. Diamo troppo spesso per scontate le cose che abbiamo a disposizione senza pensare che qualcuno spende tempo, e mette in campo la sua competenza per noi. Si traduce secondo me con una sola parola: passione…e qui di certo non manca.
        Alla prossima

        • Beppe Riva ha detto:

          Il tuo è un atteggiamento molto educato che contrasta con l’inciviltà diffusa su vari cosiddetti “social”. Val la pena sottolineare la passione che anima anche tanti lettori come te, senza i quali, il Blog non avrebbe ragione d’esistere. Ciao e grazie

  • LucaTex ha detto:

    Tre band rimaste relegate all’underground in maniera ingiusta. Il tempo forse ha ridato una briciola di rivalsa a dischi immortali che sono a pieno titolo parte dell’ossatura hard rock inglese. Mi fa piacere vengano nominati dal grande Beppe i Leaf Hound che non riuscirono a differenza degli altri due ad arrivare al secondo disco e che nulla avevano da invidiare ai Zeppelin che la storia ha incensato a dovere. Scena quella albionica infinita, un ottimo primo tassello questo articolo in quanto sono sicuro che ne seguiranno altri 🙂 Vai Beppe!

  • Luca ha detto:

    Ennesima lezione sublime di storia della Musica. Dei gruppi trattati mi mancano i May Blitz che approfondirò molto, molto volentieri. Grazie Beppe per i tuoi notevoli ‘scritti’ ricchi di passione, conoscenze e voglia di diffondere ‘il verbo’.

    • Beppe Riva ha detto:

      Come detto anche da Giancarlo, grazie Luca per i complimenti che fanno sempre piacere, soprattutto se si svolge un’attività per passione. Per iniziare in tema di hard rock inglese “storico”, ho scelto non a caso tre gruppi che si potessero ricollegare (a loro modo) alla “Trinità” più famosa, dunque Warhorse/Deep Purple, Leaf Hound/Led Zeppelin, May Blitz/Black Sabbath. Vedremo come continuare…Alla prossima

      • LucaTex ha detto:

        Esterno un mio pensiero. Trovo che dei gruppi citati in questo articolo i meno allineati con l’HR siano i May Blitz. Molti dei loro pezzi hanno un taglio meno nervoso e hard ma cercano di divagare in territori sonori attigui. Ne è un ottimo esempio il pezzo di apertura del primo disco omonimo, smoking the day away, sorniona nel suo incedere e dagli echi acustici, sqeet con squisiti rimandi jazz o la sognante tomorrow may come. Di contro ci ricordano come siano in grado di graffiare, For mad men only apertura del secondo disco ne è un ottimo esempio 😉 come la si veda grandi band e dischi irripetibili…..

        • Beppe Riva ha detto:

          Era un’epoca in cui i generi musicali erano decisamente meno riconoscibili in schemi ben identificati rispetto a ciò che avverrà in seguito. Sicuramente i May Blitz erano un power trio di grande energia che ben si colloca fra gli antesignani dell’hard rock. Che poi avessero matrici molto varie lo dichiaro apertamente nel testo. Questa versatilità può anche esser stata controproducente per la loro affermazione. Restano i loro dischi ad esempio di una personalità non prefabbricata. Grazie dell’attenta osservazione Tex, bye!

          • LucaTex ha detto:

            Personalità non prefabbricata….cogli come sempre nel segno. E’ questo a mio avviso che manca alla musica recente e a ben vedere da tanto tempo ecco perché adoro gli anni 70, periodo storico irripetibile. Grazie per la delucidazione. Alla prossima! L.

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