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SHORT TALK

John Payne (ex Asia) ed i Dukes Of The Orient: “The Monitors”

Di 4 Giugno 2020 6 Commenti

Sono sempre stato un grande estimatore degli Asia e non potrebbe essere altrimenti, ricordando quei magnifici reduci del rock progressivo, Wetton/Howe/Palmer/Downes, partiti alla conquista dell’America sfidando gli yankees su uno dei loro territori preferiti, l’AOR. E quell’album d’esordio del 1982, che combinava maestosamente rock melodico e reminiscenze prog, resta irrinunciabile.
Ma urge precisare che gli Asia continuarono ad ammaliare anche quando si allontanò il compianto John Wetton, e la guida del gruppo fu condivisa da Geoff Downes con il cantante e bassista John Payne. Nel 1992 gli Asia si ripresentarono con rinnovata freschezza compositiva  nell’album “Aqua”, inaugurato da un brano stupendo, “Who Will Stop The Rain” (che allego per puro diletto); spiccava la personalità di Payne, per nulla gravato dal peso di rimpiazzare lo storico predecessore. Il sodalizio Payne/Asia durò a lungo e chi li ha sempre seguiti ben sa che gran merito di una dignità musicale mai decaduta va riconosciuta proprio a John Payne.
Questi avrebbe poi fondato degli Asia “alternativi”, dopo che Wetton riprese il suo posto nel 2006. Con John c’era già Erik Norlander, tastierista californiano di estrazione classica e jazz, come testimonia la sua carriera “solo”.  Nel 2018 il duo si è riproposto con un nuovo progetto ed omonimo album, Dukes Of The Orient.  In agosto uscirà il secondo “Freakshow” (Frontiers) ed ora è la volta del singolo apripista, “The Monitors”; un brano che scopro degno dell’inalienabile tradizione melodica degli stessi Asia, e non riesco a far a meno di riascoltarlo…Inevitabilmente prevale il gusto nostalgico per quei barocchismi delle tastiere, ben eseguiti da Norlander che si concede calibrati spazi strumentali, ma ancor di più affascina il timbro caldo e levigato della voce di Payne; i Dukes riaccendono antiche scintille AOR/Pomp, e se  manterranno le promesse, “Freakshow” sarà un’opportunità prioritaria per chi ama questo genere di musica…

6 Commenti

  • Max Yargur ha detto:

    Dopo un’eccellente e misteriosa intro, non capisco la scelta di quel suono per me un po’ troppo kitsch per il riff al synth di Norlander. Con tutti i suoni a disposizione, mi aspettavo qualcosa di più elegante e sofisticato dal “figlio di Emerson”. Peccato… Per il resto nulla di sconvolgente, e che poteva essere sviluppato meglio, ma singolo gradevole nel complesso, con un ritornello di classe ma accidenti proprio non mi va giù quel suono a “papera” (vedi il famoso duck sound del GX1 di Emerson, molto meglio di questo ovviamente!). C’è sempre infine da ricordare che sono dischi ormai prodotti con budget da lacci di scarpe, quindi si fanno mezzi miracoli e tempo di stare in studio e riarrangiare proprio non c’è…. vedremo disco nel completo che offre.

    Circa il debutto curiosamente altri qui sono molto favorevoli, su forum stranieri invece molto freddi e chi ha sentito questo secondo disco lo ritiene superiore ad esso!

    • Beppe Riva ha detto:

      Un commento molto circostanziato di cui è giusto tener conto. Sui budget sappiamo bene che è un problema attuale, tanto più per i musicisti che si confrontano con il passato. Il singolo è alquanto accattivante, verificheremo se l’album lo sarà altrettanto. Ciao

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Torno a scrivere attirato dal mix AOR e Prog che ho sempre gradito e che è la linea guida di questi Dukes of the Orient . Mi viene da citare anche World Trade (quanto mi è piaciuto a suo tempo il loro esordio!) ed in parte Yoso , sempre “Asia related” via Billy Sherwood.
    Tornando ai Dukes il loro primo mi è piaciuto molto e sono rimasto stupito della sua tiepida accoglienza anche da parte della stampa specializzata. A proposito…ma solo a me viene in mente “Night in white satin” dei Moody blues ascoltando “Strange Days” (l’inizio)…?
    Comunque vediamo come sarà questo nuovo lavoro, le premesse ci sono tutte.
    Un caro saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fulvio, mi fa piacere che i Dukes Of The Orient suscitino attenzione per il mix che hai menzionato. La citazione dotta dei Moody Blues mi ha incuriosito e sono andato a riascoltare “Strange Days”; effettivamente nell’andamento del brano, refrain escluso, il collegamento ci sta ma non si tratta di nulla di pedissequamente riciclato. Sui pareri della stampa ci sarebbe da fare dei distinguo; preferisco limitarmi a dire che un appassionato che si è fatto la sua nutrita esperienza d’ascolto può tranquillamente farne a meno, oppure decidere a chi affidarsi. I pareri calibrati dei lettori sono sempre ben accetti, grazie.

  • LucaTex ha detto:

    Il primo disco mi era piaciuto molto. Confido ora in un secondo capitolo altrettanto valido 😉

    • Beppe Riva ha detto:

      Anche in questo caso, si tratta di scegliere. Giancarlo Magno ed io siamo “tutti qui”, non possiamo affrontare quantità di argomenti. Quindi ho voluto porre l’accento su due artisti “di nicchia”, Payne e Norlander, che davvero meritano considerazione. Tra l’altro, permettimi, spunti del tastierista mi rievocano con nostalgia il divino Emerson. Come dici tu, speriamo… Ciao

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