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C'era una volta HARD & HEAVY

AOR, una trilogia “cult” :
Stabilizers – Van Stephenson – Orphan

Di 17 Settembre 2020Settembre 21st, 202016 Commenti

Introduzione

Ripercorrendo sul Blog il 1989, “Un anno di AOR Heaven su Metal Shock”, ho avuto vita relativamente facile. Molti appassionati ricordano ancora con fervore quell’anno cruciale, che forse nel nostro “fiorente” Paese rappresentò il periodo di maggior attenzione verso il rock (più o meno hard) dalle cangianti sfumature melodiche, prima che l’incombente fenomeno grunge facesse tabula rasa di questo patrimonio, cambiando il corso della musica nel decennio a seguire. La vostra risposta a tale retrospettiva è stata emozionante, abbiamo condiviso insieme le memorie di gruppi che non vogliamo dimenticare: Bad English, Signal, Drive She Said, Giant, Diving For Pearls…i più “gettonati”.
Stavolta la scelta è più coraggiosa. I tre nomi che sto presentando non suscitano certo un’eco assordante; per la prima volta scrivo compiutamente di loro e gli anni di riferimento sono dal 1983 all’86, quando dischi di AOR si trovavano ancora a fatica d’importazione, essendo l’Europa territorio di caccia ideale per sonorità assai più dure. Eppure la discografia di Stabilizers, Van Stephenson e Orphan manifesta le stimmate dell’originalità, un proprio marchio di fabbrica che è alla base del rock (non solo melodico) lontano dagli stereotipi. Per questo la loro proposta musicale tracima verso generi di confine: il pop, il funky, l’elettronica, la new wave, realizzando con differenti modalità una “contaminazione” stilistica ante litteram.
E come avrete già colto nelle mie precedenti elucubrazioni, questo nuovo capitolo del Blog diventa il pretesto per raccontare scenari del passato, cercando di ricapitolarne sinteticamente gli avvenimenti. Spero vi possa interessare…

STABILIZERS, percorsi incrociati di rock melodico

In un decennio particolarmente prolifico per l’AOR come gli Eighties, che ha espresso una quantità imprecisabile di varianti del rock melodico, sono apparsi come fugaci stelle cadenti The Stabilizers, capaci di generare venerazione fra gli “iniziati” del settore, sulla base di un solo album, “Tyranny”.
L’eccentrico organismo musicale concepito dagli Stabilizers, quasi temerario per chi predilige le barriere che confinano nettamente i generi, nasce alla fine del 1984 dall’incontro ad Eerie, Pennsylvania, di due artisti di differenti origini: il cantante Dave D. Christenson si era trasferito lì da Halifax (Nuova Scozia, Canada) e lo studio della letteratura inglese lo aveva spinto a scrivere testi per canzoni, mentre Rich Nevens (chitarra & tastiere) proveniva proprio dall’Inghilterra, essendo nativo di Newcastle. A tredici anni era già attivo con i Prophecy, che si esibirono anche a New York, prima di dissolversi nell’84, lasciando così campo libero al nuovo duo.
Gli Stabilizers guadagnavano rapidamente fama locale, catturando l’attenzione di un talent-scout e produttore della CBS, Denny Diante. Personaggio non “qualsiasi”, che aveva lavorato con celebrità del calibro di Neil Diamond e Tina Turner, Diante li stima al punto da scritturarli in breve per la Columbia. Lo intrigano l’orientamento “sociale” delle liriche di Christenson, tutt’altro che scontato in un ambito pop-rock, e la peculiare proposta musicale, non facilmente etichettabile. Infatti il loro rock melodico si fonde con ritmi dance e tecnologia elettronica ricorrenti nella new wave. In quest’ottica sono stati dei pionieri, poiché gli stessi Device della rinomata hitmaker Holly Knight, realizzeranno il debut-album “22B3” nello stesso anno degli Stabilizers (il 1986), precedendo oscurità affini come Shell & The Ocean di “Turn Blue” (1989). L’immagine stessa di Christenson e Nevens, apparentemente imposta dai discografici, si avvicina di più ai “nuovi romantici” inglesi che a luminari dell’AOR come Journey o Foreigner  e questo contribuirà a confondere le acque in cui navigavano…
Christenson poneva inoltre l’accento sul messaggio sotteso al titolo dell’album, “Tyranny”; la tirannia era illustrata a tinte cupe (anche nei riflessi musicali) come una lama a doppio taglio. Da un lato il “dominio sociale” esercitato dalla dittatura politica, dall’altro l’“oppressione personale” ad opera di un amante diabolico. Se il primo caso era già tristemente radicato all’epoca, il secondo può esser interpretato come profetico, nell’ottica dell’attuale, tragico dilagare di stalker e femminicidi… E la title-track è anche il brano che inaugura l’album con il suo mood misterioso ed i ritmi sintetici sui quali si distende la seduttiva melodia vocale di Christenson. Da segnalare anche i vividi interventi del sax che confermano la formula versatile del gruppo. Il rock “decadente” in chiave techno-pop anni ’80 emerge nell’accattivante “(If I) Found Rome”, che non disdegna arrangiamenti simili ai Duran Duran dell’epoca (ma anche agli Yes di “90125”), riferimenti che ritroviamo in “A Place To Hide”, da inquadrare nel periodo storico in cui l’album veniva realizzato. “Now I Here You” è un immacolato esempio di pop romantico, scandito da un chorus coinvolgente, ma il vero classico apre la seconda facciata; un singolo che sfiora i 5 minuti, “One Simple Thing”, divulgato dal suggestivo video in bianco e nero girato in uno scenario urbano da David Fincher, regista di famosi film come “Alien 3 e “Fight Club”. Questo sforzo promozionale spalanca agli Stabilizers le porte della Hot 100 di Billboard (giungerà al n.93 nell’87) ed ancor meglio farà nella classifica rock, conquistando il 21° posto.

Nessun appassionato di AOR può trascurare l’inesorabile crescendo di questa gemma melodica, caratterizzata da una voce incantevole, sinuosi arpeggi di chitarra e da una sezione ritmica “umana” di spiccata eleganza. Ed in tema di prelibatezze, immergetevi in “Underground”, dove gli Stabilizers adottano ancora la strategia nell’arrangiamento degli Yes “commerciali” prodotti da Trevor Horn.
Purtroppo questa personalità “mutante” non porterà fortuna al duo, che inciderà un intero secondo album mai più pubblicato dalla Columbia. Quando il colosso globale Sony acquisirà l’etichetta, gli Stab firmeranno per la MCA nel 1991, ma anche in tale occasione le speranze di un rilancio verranno frustrate. Solo un brano più tipicamente rock FM e molto efficace, “Maybe This Time”, vede la luce nella colonna sonora del film “If Looks Could Kill”. Sarà il loro canto del cigno, anche se i due musicisti rimarranno in contatto fino alla morte di Dave Christenson (1963-2017), avvenuta a Seattle. Il cantante ci lascia dopo tre anni di drammatica convivenza con un cancro ai polmoni.
Il credo del loro produttore Denny Diante, che sognava di renderli “artisti importanti per la loro generazione”, non si è concretizzato, ma gli Stabilizers rimarranno fra i nomi dal culto del rock melodico anticonvenzionale.
“Tyranny”, edito nel 1986-’87 sia in vinile che in compact (anche in Giappone), non ha più beneficiato di alcuna ristampa. Sarebbe davvero auspicabile una nuova versione CD che abbatterebbe la ragguardevole quotazione dell’originale, essendo il formato preferito dai cultori dell’AOR anni ’80. Concludiamo precisando che “questi” Stabilizers non sono da confondere con un omonimo gruppo americano che li aveva preceduti di qualche anno, con l’unico 33 giri su etichetta Baldwin Sound.

VAN STEPHENSON, canzoni d'autore

Desta stupore il passato di Van Wesley Stephenson, illustre quanto misconosciuto rappresentante della scuola di “cantautori” AOR, di cui ricordiamo brevemente la punta di diamante canadese, Bryan Adams, i celebri Richard Marx e Rick Springfield, ma anche il magnifico Glen Burtnick (prima degli Styx) e i dimenticati John Kilzer e Tom Kimmel. Stephenson é infatti cresciuto nel centro nevralgico del country, Nashville, dove si era trasferito dalla città natale di Hamilton nell’Ohio; divenne persino pastore della Chiesa Protestante, ma quando si trovò al crocevia fra le strade della fede e della musica, decise di avventurarsi sulla seconda, componendo canzoni per artisti country di successo come Crystal Gayle e Kenny Rogers. Nulla di particolarmente attraente per i nostri timpani, ma costituiscono il viatico per il debut-album da solista di Van Stephenson, “China Girl” (Handshake, 1981), che include il singolo “You’ve Got A Good Love Comin’”: con la sua vena decisamente soft, vicina all’approccio rilassante del cosiddetto yacht rock californiano, raggiunge il n.79 nella classifica di Billboard.
L’artista deve però attendere qualche anno per l’evidente salto di qualità, che avviene con il nuovo album “Righteous Anger” (primo per la MCA) del 1984.
Stavolta Van Stephenson si propone in grande stile, cogliendo il fermento del rock radiofonico anni ’80, con un team di eminenti musicisti di studio: non solo i futuri, preziosissimi Giant, Dann Huff (chitarra) ed Alan Pasqua (tastiere), irriconoscibili con occhiali scuri e capelli corti sul retro-copertina, ma anche il bassista Dennis Belfield ed il drummer Mike Baird, entrambi presenti nel classico degli I-Ten, “Taking A Cold Look” (Epic 1983). Grazie al produttore di lungo corso Richard Landis, il quintetto conferisce un tocco di indiscutibile classe esecutiva all’album, che si apre con il più fortunato brano di Stephenson, “Modern Day Delilah”, solo omonimo dell’hit dei Kiss di “Sonic Boom”, ma in grado di arrivare al 22° posto della Hot 100 di Billboard. Si tratta di una suadente melodia, corroborata dall’incisivo taglio rock della chitarra di Dan Huff, nella migliore tradizione AOR. “What The Big Girls Do” è un altro accattivante successo (al n.45 in classifica), ma preferisco l’atmosfera maliosa di “Don’t Do That”, riuscita combinazione fra arpeggi dalle suggestioni beatlesiane ed uno stile vocale à la Bryan Adams, mentre un po’ ovunque furoreggiava “Reckless” (disco dell’anno addirittura per l’oracolo heavy metal di Kerrang!).

In quanto ad energia hard rock, ecco la title-track ad inaugurare il secondo lato, con Dan Huff che anticipa certe durezze chic dei Giant. Non dovrete quindi meravigliarvi se anni dopo, Van Stephenson collaborerà in veste di compositore e corista a varie tracce di “Time To Burn” degli stessi Giant.
Ancor prima, l’artista di Nashville aveva contribuito alla stesura di “Wake Up You Little Fool”, fra i momenti topici di un altro opus magnum dell’AOR, “Loud And Clear” dei Signal.
Ad impreziosire la corona dell’esordio su MCA, annoveriamo altri gioielli come “The Cure Will Kill You” (degno di competere con il mood dei Toto più evocativi) e la melodrammatica ballata “Heart Over Mind”, specie nel raffinato scandire del pianoforte di Alan Pasqua. Infine, il dinamismo rock di “All American Boy”, già offerta a Stan Bush per il suo esordio discografico.
Due anni dopo, Van Stephenson riuscirà a far ancor meglio con il terzo album “Suspicious Heart” (MCA), sempre prodotto da Landis e con la stessa “squadra” di musicisti. Totalmente di pregevole fattura la prima facciata, con il singolo “We’re Doing Alright” che esordisce in puro stile Bryan Adams, ma nonostante un refrain oltremodo contagioso, fallisce l’ascesa in classifica. “(We Should Be) Together Tonight” è altrettanto godibile; addirittura superlative sono il clima vellutato della title-track, che sembra preludere agli indimenticabili Signal, e la ballata “Confidentially Yours”, che ben figurerebbe in qualsiasi “Best Of” dei Toto, detto ovviamente con grande rispetto per il gruppo di Lukather. Il costante tenore qualitativo dei brani si conferma sul retro; in particolare, l’atmosfera notturna e la punteggiatura del riff di “Dancing With Danger”, risultano la possibile fonte ispirazione di un altro artista MCA finito nel nulla, Melvin James, e della sua memorabile “Passenger” (1987). L’album si chiude con due brani apparsi in altrettante colonne sonore: “Make It Glamourous” è un anthem hard rock decisamente sulla linea dei Def Leppard (figura nel film “The Wild Life”) ed a sua volta improntata all’hard melodico  è “No Secrets” (nella soundtrack di “Secret Admirer”). Ricordiamo che celebri pellicole degli anni ’80, da “Top Gun” a “Less Than Zero”, furono veicoli di successo per i brani inseriti ed il binomio Survivor-”Rocky” fece sensazione a sé, ma purtroppo gli astri non arrisero a Van Stephenson. A differenza di “Righteous Anger”, che avvicinò i Top 50 negli U.S.A., “Suspicious Heart” non si impose in classifica ed il rapporto con la MCA, notoriamente inclemente verso artisti poco redditizi, non ebbe seguito.
Van Stephenson disertò le scene fino al 1992, quando torna in azione a Nashville, rendendo omaggio ai suoi trascorsi country nei Blackhawk; al suo fianco il ben noto Henry Paul (già leader degli Outlaws e della Henry Paul Band) ed il tastierista Dave Robbins, con il quale Stephenson aveva composto la metà dei brani di “Righteous Anger”.
Stavolta la sorte è ben diversa, e l’omonimo “Blackhawk” del ’94 vende oltre due milioni di copie, dando il via ad una carriera di successo. Malauguratamente, il nostro protagonista è costretto a lasciare il trio all’inizio del 2000, affetto da un melanoma che lo vedrà soccombere l’8 aprile 2001, non ancora 48enne.
La sua eredità musicale non andrà persa; per chi ama il versante AOR dai raffinati arrangiamenti, i due album per la MCA sono assolutamente da conoscere. Reperibili ristampe CD di entrambi dell’etichetta tedesca High Vaultage (1996, di dubbia ufficialità). Dedico questo ricordo di Van Stephenson ad un suo fan “speciale”, Daniele Luzi, che mi ha intitolato un gruppo Facebook, sebbene da tempo non scrivessi più…

ORPHAN, orizzonti di luce ed ombre

La grande tradizione del rock canadese, originata da esponenti di assoluto rilievo: Steppenwolf, Rush, B.T.O., Mahogany Rush, April Wine, Pat Travers e Triumph, non si è certo arrestata al tramonto degli anni ’70; anzi, ha tratto ulteriore linfa vitale espandendosi nelle successive propaggini del rock duro negli Eighities. A cavallo dei due decenni, ecco la risposta al pomp-rock americano dei canadesi Saga, Zon, Wrabit, Rose, Cinema Face; in misura ben più eclatante, il nuovo heavy metal sospinge in avanscoperta Anvil, Exciter, Sword, Annihilator, la “regina metallica” Lee Aaron e gli sperimentali Voivod.
La scena AOR del cosiddetto Maple Leaf Mayhem (una curiosa definizione della stampa inglese) è ancor più affollata; la rappresentavano artisti che hanno riscosso successo, enorme nel caso di Bryan Adams, rispettabile per Loverboy, Alannah Myles, Aldo Nova, ma anche formazioni da culto a cui inneggiano gli specialisti del rock melodico, dagli Sheriff (e loro derivazioni Frozen Ghost ed Alias) ai Surrender di Alfie Zappacosta, senza dimenticare le seducenti melodie di Streetheart, Refugee, Boulevard, Harlequin, Honeymoon Suite, Toronto e Coney Hatch.
Di questa nutrita schiera fanno parte anche gli Orphan; traggono origine dai Pumps, un quartetto di Winnipeg dove militavano il cantante/bassista Chris Burke-Gaffney ed il tastierista Brent Diamond. Scritturati dalla Polygram, pubblicavano l’unico album nel 1980, “Gotta Move”, ma la loro formula pop-rock irrorata dalle tastiere non palesava una personalità tanto spiccata da emergere, nonostante un tandem di produttori, Phil Chapman e Jon Astley, che vantava collaborazioni con i Beatles e gli Who. Risolto il contratto nell’82, il nucleo si evolveva negli Orphan, affiancando a Burke-Gaffney e Diamond, il chitarrista Steve McGovern (ex Stryder) ed il batterista Ron Boisvenue. Stavolta gli auspici sembrano più favorevoli; gli Orphan firmano per la CBS/Portrait e vengono indirizzati agli studi Power Station di New York con la supervisione degli affermati Lance Quinn e Tony Bongiovi. Insieme i due produrranno anche il primo Bon Jovi (1984), conducendo sulla via del successo il cugino più giovane di Tony…Leggenda vuole che Jon si aggirasse da quelle parti mentre gli Orphan registravano l’album d’esordio, e scrisse un paio di brani, rimasti inediti, con il loro leader Chris.
“Lonely At Night” esce nella primavera 1983; si dischiude sull’attraente, spettrale melodia della title-track, permeata da un alone inquietante, che ben si riflette nella caratteristica foto di copertina: raffigura un bambino dallo sguardo spiritato, apparentemente sperduto nel bosco…Che certe barriere fra generi musicali si dimostrino alla prova dei fatti inconsistenti, lo illustra “What Kind Of Love Is This” che a livello strumentale, con la sua turgida combinazione di chitarra ed organo, fa pensare ad una delle più discusse formazioni contemporanee, Ghost, nientemeno. In entrambi i casi c’è un’intrigante vena melodica alla base di tutto; gli Orphan lo ribadiscono in “Any Time At All”, dall’arrangiamento di tastiere tipicamente AOR, mentre il tono imperioso delle medesime disegna le robuste trame pomp-rock di “Hello”. Infine, Brent Diamond si conferma fulcro musicale del quartetto: gli effetti “spaziali” del synth elaborano “Night Parade”, suggello dell’album che si riallaccia al clima oscuro delle prime mosse.

“L.A.N.” consegue vendite incoraggianti, ma Boisvenue è annientato dal cancro, e lo sostituisce l’ex drummer dei Pumps, Terry Norman-Taylor. Il secondo album “Salute”, uscito nell’estate 1985, si presentava come una sorta di revival degli stessi Pumps, perché tornavano ad affiancare il gruppo anche i produttori di “Gotta Move”, Chapman e Astley. Fortunatamente il risultato è ben superiore, perché l’iniziale “Open Up The Skies” è un autentico classico del rock melodico, munito di suoni scintillanti che rendono la chitarra di Steve McGovern oltremodo cristallina, risolvendo alla propria maniera un riff vagamente celtico. Il testo, alquanto stravagante, parla di un criminale che si presenta alle Porte del Paradiso, pregando San Pietro di assolverlo dai suoi peccati e farlo entrare!
“Lyn’ To Me” prosegue con un prestigioso, moderno stile AOR basato su tastiere che ascendono nella stratosfera, sferzate da chitarra & ritmi rocciosi. Entrambi questi brani vengono pubblicati come singoli, ed in Canada sfiorano i Top 30 in classifica. “Stand Up” stupisce in apertura per la somiglianza con la versione dei Mayday di “So Young So Bad” degli Starz, ma si riscatta con un refrain davvero trascinante. “Salute” si espone anche sul versante hard rock, specie in “Steel And Iron”, impreziosita da un elegante assolo di chitarra del compagno di scuderia (Portrait) Aldo Nova, che si alterna agli interventi del sax. Infine, “The Way It Should Be” è una ballata che si direbbe frutto dell’occasionale incontro con Bon Jovi durante le sessioni di “Lonely at Night”.
Nonostante le maggiori affinità con il rock radiofonico dei Mid-Eighties, la casa discografica licenzia gli Orphan alla fine del 1985. Tentano inutilmente di rilanciarsi nel 1988, così Chris e Terry (con il contributo esterno di Brent) riescono ad assicurarsi un nuovo contratto grazie alla Anthem – dei primi Rush e Max Webster – ribattezzandosi Dead Beat Honeymooners. L’immagine del nuovo quartetto e la musica puntano decisamente verso l’hair metal, ma quando esce l’apprezzabile, omonimo album (1992), non è certamente epoca propizia, così anche i DBH spariscono dalle scene.
Chris Burke-Gaffney fonda con più fortuna un’agenzia manageriale per artisti (“CBG”), ma non resiste al desiderio di rimettere in pista part-time le sue trascorse avventure rock, riunendo il gruppo a nome The Pumps And Orphan, alla fine degli anni ’90. Nel 2006 esce anche una loro raccolta con tre inediti, ironicamente chiamata “It’s A Miracle…They’re Still Alive”.
A conferma dell’indubbia originalità degli Orphan e della continua attenzione dei “circoli” AOR nei loro confronti, la Escape ha riedito nel 2003 in doppio CD digipak “Lonely At Night/Salute”, mentre l’attivissima Rock Candy ha replicato recentemente con i due CD separati (il primo nel 2019, “Salute” quest’anno). In nessun caso sono presenti inediti, ma vale davvero la pena approfittarne, se siete sinceri nostalgici dell’irripetibile rock melodico griffato anni ’80.

16 Commenti

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Fossimo a scuola e mi stessero interrogando su questi 3 nomi….scena muta. Forse se il prof mi avesse suggerito l’abbinamento van Stephenson e giant, mi regalava un 2 sul registro. Scherzi a parte, qui Beppe mi hai colto proprio in fallo. Non conoscevo assolutamente questi 3 artisti. Allungo di conseguenza la lista del ‘recupero crediti’.

    • Beppe Riva ha detto:

      Gianluca, non preoccuparti che sei in buona compagnia…Tutti abbiamo lacune da colmare, anche chi si presenta come onniscente, e tutti dovrebbero sentirsi stimolati nell’ascoltare artisti finora ignorati. A presto

  • AndreaP ha detto:

    Ringrazio immensamente Beppe Riva per aver dedicato un articolo a Tyranny degli Stabilizers, uno dei miei 10 dischi preferiti di sempre. Beppe riesce a cogliere, come sempre, l’identità e l’anima di una produzione musicale e anche in questo caso descrive tutte le suggestioni che un disco del genere si porta dietro, in cui l’AOR riusciva ad abbracciare da un lato le dinamiche della New Wave, dall’altro i suoni degli Yes periodo 90125; un momento che personalmente continuo ad adorare, evocatore di tante sensazioni positive. Ho ascoltato molto Tyranny anche in questo 2020, lo considero a posteriori un disco che riesce ad amalgamare al meglio tutte le tendenze e le anime migliori di quel decennio, in un riassunto efficacissimo. Segnalo una curiosità: nel “Soundcloud” di Christenson è presente la registrazione originale su quattro tracce della canzone Tyranny; un reperto storico affascinante, soprattutto se confrontato con la versione finale prodotta da CBS… https://soundcloud.com/dave-christenson/stabilizers-tyranny-original

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Andrea, ti ringrazio per il generoso commento nei miei riguardi; mi fa piacere che nel novero di appassionati lettori ci sia chi come te apprezza gli Stabilizers, invero non molto conosciuti. Davvero gradita è anche la tua segnalazione della versione originale di “Tyranny”. A risentirci

  • LucaTex ha detto:

    Splendidi questi articoli e vedo che questa volta andiamo nell’underground di nomi non baciati dalla fortuna all’epoca. Ottimi tutti ma la mia preferenza va ai Van Stephenson che incontrano sicuramente di più il mio gusto essendo più muscolari e figli dei Survivor più ispirati! Sempre un piacere leggerti Beppe 😉

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Tex. Non mi aspettavo che Van Stephenson fosse tanto apprezzato da voi, ma i due album per la MCA meritano pienamente questo gradimento. A presto

  • francesco angius ha detto:

    Per un fan AOR come me, questa è manna dal cielo. Non conoscevo gli STABILIZERS , ma provvederò all’istante . Gli altri nomi si, con una grande predilezione per VAN STEPHENSON che è tra i piu’ geniali artisti di questo genere. Riguardo alla reperibilità del materiale, all’epoca era difficilissimo trovare qualche cosa in giro. Solo vinili d’importazione che costavano un occhio della testa ( o due teste…) e l’aiuto di qualche amico made in USA. Quanti soldi spesi….. Ma se questa musica continua a girare in casa e in macchina mia ( e non solo) ci sarà un perchè ? Beppe hai ancora colpito nel segno. Attendo altre chicche. Ciao e grazie. Francesco Angius

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Francesco, una breve riflessione: gli anni ’80 spesso non godono di gran considerazione per gli appassionati di lunga data e di generazioni precedenti. A mia volta faccio parte di un’audience più “anziana”, ma sono convinto dell’importanza di questo decennio, sia per il suono hard’n’heavy, sia per la straordinaria capacità di scrivere canzoni dell’AOR. In realtà negli anni successivi, questa capacità è progressivamente scemata con l’incalzare dei nuovi trend musicali. Oggi, a mio avviso, la situazione è davvero critica nell’ambito delle proposte attuali. O forse mi sbaglio, e non ho più l’età per trasalire di fronte a tante novità…Il tutto per concludere che fai bene ad ascoltare certi dischi “sorpassati”. Grazie.

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Altro bel “trittico” tutto da gustare.
    Van Stephenson è una istituzione che non si discute.
    La ristampa Rock Candy di Orphan è nella mia want list da quando è uscita (rimando sempre ma prima o poi…)
    Invece Stabilizer ammetto che non li conoscevo ed era un peccato…ascoltandoli il primo nome che mi è venuto in mente è Glass Tiger ma le “assonanze” sono punti di vista molto personali e quindi potrei essere smentito…
    A proposito, io uso i link video come sottofondo alla lettura dell’articolo e la trovo una bella opzione che rimpiango di non aver avuto a disposizione ai tempi d’oro: tutto era più complicato, anche se in definitiva bisogna ammettere che l’ “iter” lettura/ricerca/acquisto/ascolto aveva il suo perché…
    Un saluto, grazie di tutto

    • Beppe Riva ha detto:

      Hello Fulvio, Glass Tiger è una bella citazione e la loro hit “Don’t Forget Me When I’m Gone” aveva ottenuto qualche riscontro anche dalle nostre parti. Mi fa piacere che la lettura “parallela” ai link musicali sia apprezzata. Certo le modalità di un tempo nella ricerca dei dischi le ricordiamo tutti con la dovuta nostalgia. Grazie del gradimento.

  • Marcello ha detto:

    Sempre interessanti e dettagliate queste trilogie, e anche in questa ho trovato un gruppo che non conoscevo, gli Stabilizers, ne ho approfittato per ascoltarmi l’album completo su youtube, é sorprendente che ancora nessuno abbia deciso di ristamparlo. Trovo azzeccato il fatto di aver riunito questi tre gruppi, AOR sì, ma, come hai scritto nell’introduzione, dalle molte sfaccettature, e tra i brani più rappresentativi che posso portare ad esempio cito “The cure will kill you” di Van Stephenson, veramente pregevole.
    Grazie Beppe per saper ridare visibilità ad artisti e dischi come questi.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Marcello, vista la quotazione del CD originale, stupisce che non sia stato ancora riedito “Tyranny”. Era uscito anche per una major, forse questo rende più problematica l’impresa, ma Derek Oliver (Rock Candy) ed altri specialisti sanno sicuramente il da farsi. Sarebbe perfetto se fosse dato alle stampe un doppio CD con l’album inedito come bonus! Per quanto riguarda i brani presentati, io ne inserisco tre, possibilmente con videoclip (a meno che si celebri un solo album, tipo “50° Anniversario” oppure novità) per darvi un’idea degli artisti. A voi ovviamente approfondire, e se lo fate significa che l’interesse è stato sollecitato. Grazie quindi per l’attiva partecipazione!

  • Roberto ha detto:

    Grande Beppe, con questi articoli evidenzi un problema che è stato rilevante in quegli anni più o meno per tutte le categorie del Rock duro ovvero la mancanza di reperibilità della fonte sonora di molte grandi piccole realtà musicali e dei suoi esponenti più o meno meritevoli di attenzione.
    Il genere già non godeva di risalto oltre l’appassionato e i pochi negozi di dischi dislocati in zone lontane dalle grandi aree urbane non garantivano certo un’adeguato servizio di distribuzione per cui si ricorreva alla vendita per corrispondenza in negozi che trattavano un minimo di import con costi che comunque non erano sempre alla portata di tutti.
    Spesso ci si affidava ai magazines del settore o al recensore fidato come te ad esempio che stimolava la curiosità nel valutare gruppi e sonorità nuove, anche se a onor di vero non ricordo che l’A. O. R venisse trattato in larga scala fino almeno a dopo la metà degli ’80 ed infatti dei tre che hai recensito nel blog solo Van Stephenson ne ho sentito parlare.
    L’ avvento del web ha portato in varie forme alla possibilità di riscoprire e rivalutare quelle sonorità all’epoca non recepite e non divulgate, insieme a qualche label come Rock Candy che tu hai citato e finalmente qualche gioiello del passato ha avuto giustizia e riconoscimento postumo.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto. Quando accenno a “scenari del passato” nell’ambito della retrospettiva, mi riferisco anche a situazioni come questa, che tu fotografi dettagliatamente. Certamente l’avvento del Web e le etichette specializzate, hanno permesso il recupero a prezzi più “popolari” o quantomeno congrui, di dischi un tempo introvabili o quasi nella geografia dei soliti punti vendita. Fa piacere che tu abbia sottolineato questi aspetti, grazie dell’apprezzamento e…alla prossima.

  • Vincenzo ha detto:

    Beppe complimenti per l’articolo.

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