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C'era una volta HARD & HEAVY

Heavy Metal Losers :
Diamond Head – Riot – Cirith Ungol

Di 30 Settembre 202018 Commenti

Prologo

In mancanza di novità eclatanti, è tempo di celebrazioni dall’elevato tasso nostalgico per i cultori del rock antidiluviano, ormai infangato delle esondazioni rap & trap, electro, techno e…decidete voi!
I rintocchi del 2020, si sa, sono stati fatali nello scandire il mezzo secolo doomicus dell’Heavy Metal; i suoi natali risalgono alla spettrale apparizione del primo “Black Sabbath”, anche perché gli ex-Zeppelin, che pure hanno preceduto i “duri” di Birmingham nell’erigere invalicabili muri del suono, reagirebbero sdegnati contro chi li imputasse al loro divino retaggio.
In misura meno eclatante ma storicamente essenziale, nel 2020 ricorrono anche i quarant’anni della NWOBHM… All’inizio ben pochi se ne preoccuparono, ma la New Wave Of British Heavy Metal è stato il movimento che ha riacceso la miccia della deflagrazione metallica, destinata ad un ruolo egemone nella mappa musicale degli anni ’80. L’“invasione britannica”, stavolta sotto il segno del rock duro, produrrà altri effetti dirompenti sul mercato americano, portando formazioni insospettabili ai vertici delle classifiche.
Era così tracciato il segno di continuità e al contempo di mutazione stilistica, fra il classico hard rock dei Seventies ed il propriamente detto “heavy metal” del decennio successivo. Questa caratteristica è ben riconoscibile nella produzione dei Diamond Head, una delle formazioni seminali della nuova scena inglese. Eccoci dunque al tema di questa puntata retrospettiva. Abbiamo già rievocato gli anni dal 1979 in poi, quando l’HM era diventato un valore aggiunto sulle pagine di Rockerilla, che contribuivano a diffondere in Italia astri nascenti come Judas Priest (prima confinati nell’underground), Iron Maiden e Manowar. In quest’occasione ci occupiamo invece di una Trilogia di Losers, gruppi importanti nel recitare una parte pionieristica nelle rispettive dimensioni, ma che per molteplici ragioni, non sono riusciti nel salto di qualità verso posizioni commercialmente elevate, restando confinati nella “nicchia” degli specialisti settoriali.
Dei Diamond Head si è detto, ma come non citare i Riot, la formazione di New York che dopo anni di gavetta, sembrava destinata a sfondare con il contratto Elektra sotto la cintura; oppure, fra le tante ramificazioni metalliche coltivate dalle etichette indipendenti (che si stavano appropriando della scena emergente come già capitato al punk e alla new wave) i californiani Cirith Ungol furono fra i primissimi a realizzare un connubio fra musica heavy e fantasie mitologiche, senza il successo che arriderà ad altri, dopo di loro.
Parliamo di questi tre gruppi mettendo in primo piano i rispettivi album “classici”, scelti principalmente in base all’impatto che esercitarono sulla scena ad essi contemporanea, di cui riproponiamo anche le recensioni apparse all’epoca su Rockerilla.

DIAMOND HEAD: "Lightning To The Nations" ("The White Album")

In ambito NWOBHM, oltre ai consacrati Iron Maiden, Def Leppard e Saxon, altri gruppi vissero momenti di successo, ma senza assaporarlo stabilmente, si pensi ad Angel Witch, Tygers Of Pan Tang, Samson, White Spirit; invece i Magnum rappresenteranno un caso unico di longevità e qualità artistica costante nel tempo.
Risulta però evidente che i “grandi perdenti” della NWOBHM furono i Diamond Head, una delle formazioni più leggendarie e sfortunate dell’epoca. Eppure incarnarono l’ideale gruppo-cerniera fra i maestri degli anni ’70, Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, e la più importante formazione americana del nuovo radicalismo heavy, Metallica. Le superstar di San Francisco lo riconosceranno apertamente, sfoggiando un’energica versione di “Am I Evil?” sul loro EP “The Garage Days Re-visited”, ed addirittura altre tre di seguito (tutte raccolte su “Garage Inc.”, del ’98). Lars Ulrich da sempre si professa un loro accanito fan, ed il leader dei Megadeth, Dave Mustaine, ha confermato come nei primi Metalli-years, i Diamond Head incarnassero un punto di riferimento per i futuri titani del thrash.
L’album fondamentale del quartetto di Stourbridge, West Midlands, è il raro “Lightning To The Nations”, auto-prodotto con copertina ed etichetta completamente bianche (per questo soprannominato The White Album), un vero e proprio test-pressing, venduto per posta ed ai concerti. Suscitò tale euforia da indurre il più influente critico heavy metal dell’epoca, Geoff Barton di Sounds, a coniare un’autentica iperbole: “Ci sono più buoni riffs in ogni singolo brano dei Diamond Head, che nei primi quattro albums riuniti dei Black Sabbath!”. L’elevata qualità dell’LP (che include tutti gli originali rivisitati dai Metallica) lo scagiona almeno in parte dell’esorbitante sentenza.
Nella concitata “Sucking My Love”, il vocalist Sean Harris canta con lo stile sensuale di Robert Plant su un riff di scuola Black Sabbath, ma “Am I Evil?” resta uno dei massimi tributi della NWOBHM ai capiscuola di Birmingham, sebbene il chitarrista Brian Tatler si prenda la licenza di trapiantarvi un portentoso assolo ispirato al Ritchie Blackmore di “Child In Time”.
Il brano più immediato è invece “It’s Electric”, dall’irresistibile crescendo vocale, a buon diritto apripista di una delle prime compilation/manifesto della nuova scena, “Brute Force”, pubblicata dalla stessa MCA che scritturerà i Diamond Head. Ben ricordo che fu proprio questo anthem a conquistarmi alla causa della rampante formazione.
Forse qualche attento lettore (e per fortuna, questo Blog può vantarne) rammenta che sulla scorta di questo debordante album d’esordio, i Diamond Head divennero uno dei gruppi più osannati della rubrica Hard’n’Heavy di Rockerilla, la prima o meglio, l’unica, che in Italia si occupò sistematicamente del metal d’inizio anni ’80. A margine riporto la recensione (compresi gli svariati errori di stampa, che spero giustificherete…) apparsa sul n.12 del marzo 1981.

In quello stesso mese, come si evince dall’immagine dell’originale  “Lightning…”, rispose ad una mia lettera il carismatico cantante Sean Harris (nella foto di PG Brunelli). Al di là della sua ammirevole cortesia (si scusava per il ritardo e per la “traballante” scrittura, essendo in viaggio per un concerto) esprimeva una serie di interessanti considerazioni che qui riporto per la prima volta.
“Abbiamo sempre aspirato a realizzare un suono personale – diceva Harris – e dopo quattro anni e mezzo di composizioni, pensiamo di esserci riusciti, giungendo ad un originale compromesso fra il meglio dell’heavy metal britannico e dell’hard rock americano. Non ci siamo mai voluti rifare alle formazioni USA, perché le nostre maggiori influenze restano e sempre saranno le grandi band inglesi; quello che Brian (Tatler, il chitarrista) ed io cerchiamo di fare, è introdurre molta più melodia nei nostri brani; provando a sviluppare nuove idee sull’uso della voce e delle armonie, abbiamo iniziato ad accostarci con interesse a gruppi americani che lo fanno molto bene, come Boston e Styx.”
Credo che queste parole siano istruttive anche per quei fan “duri e puri” che non hanno mai gradito tali contaminazioni. Inoltre l’inesauribile Sean mi rivelò le principali influenze dei Diamonds, un argomento spesso sgradito agli artisti, che tendono a salvaguardare la propria identità.
“Le nostre fonti d’ispirazione sono cambiate nel corso degli anni. Inizialmente gruppi molto heavy, Black Sabbath e Budgie, ma specialmente Deep Purple. Poi siamo stati attratti dai Rush e dagli AC/DC, in seguito da Rainbow e Queen. Infine ci siamo decisamente orientati verso i Led Zeppelin, che – ammette Harris – né io né Brian, inizialmente ben conoscevamo. Negli ultimi due anni sono loro ad influenzare prioritariamente la nostra musica.”
In conclusione, prima di annunciare la volontà di rivisitare alcuni brani dell’”album bianco” per un’etichetta a livello nazionale, prospettiva che notoriamente si realizzerà con “Borrowed Time”, il cantante enunciava anche gli idoli personali di ogni singolo componente del gruppo. Per lui Paul Rodgers (il suo favorito), Robert Plant, Glenn Hughes e John Sloman. L’”eroe dell’ascia” di Brian Tatler era invece Michael Schenker, mentre il bassista Colin Kimberley prediligeva Geddy Lee. Infine, il batterista Duncan Scott citava Tommy Aldridge; sorprendentemente, perché all’epoca non era ancora famosissimo, avendo militato con Black Oak Arkansas e Pat Travers.
I molti consensi guadagnati all’esordio forgeranno il culto dei Diamond Head, ma non una vistosa popolarità. Dopo altri due LP, il citato “Borrowed Time” (1982) ed il pur innovativo “Canterbury” (1983), entrambi per la MCA, Diamond Head si sciolsero, penalizzati dall’insuccesso della loro opera. A nulla valse la rifondazione del 1991, sponsorizzata dai loro fan speciali Metallica…Le mosse successive non saranno altrettanto significative, se non giungendo all’attualità.
Infatti Classic Rock UK ha promosso il loro “The Coffin Train” (2019, Silver Lining) al 20° posto fra i migliori album dell’anno. Risultato confortante per Tatler, unico superstite del quartetto d’origine, decisamente all’altezza dei suoi trascorsi di “eroico” chitarrista.

* * * * *

Se l’heavy metal vanta nei suoi annali un Album Bianco di cui ogni rocker può andar fiero, riconosciamone il merito ai Diamond Head! Detto che la sua prima ristampa tedesca in vinile (“LTTN”, Woolfe 1981) risultò illegale, particolarmente significativa è stata la versione CD Castle/Sanctuary del 2001, che includeva come bonus tracks i singoli/EP autoprodotti prima del contratto MCA: jewelcase inserito in mini-box di cartoncino bianco come la copertina originale (ma logo in rilievo del gruppo) e libretto apribile a poster. Le stesse 7 bonus si ritrovano sul “White Album” (doppio LP, tiratura limitata, 2017-19) più volte riedito in Germania dalla High Roller, in vinile di vari colori: ovviamente non poteva mancare il bianco! La versione doppio CD più recente, con bonus invariate, è opera dell’attivissima Hear No Evil (UK, 2016).

RIOT: "Fire Down Under"

I Riot potevano teoricamente figurare nella precedente retrospettiva sulla “Lost Generation” dell’Hard Rock nordamericano (1975-’79). Infatti nascevano a New York proprio nel 1975, ed il loro primo album, “Rock City” (Fire Sign/Ariola) veniva pubblicato due anni dopo.
Ma era l’impronta musicale a prenderne le distanze. Tutt’altra cosa delle eleganti produzioni di Starz, Legs Diamond, Rex e più generalmente, della “patinata” cornice sonica di altre formazioni a stelle e strisce, fin dal nome i Riot ravvivavano una certa tradizione proto-metal U.S.A. dal suono viscerale ed impulsivo, che affonda le sue radici nel R&R urbano di nomi quali Frost, Ursa Major, MC 5, Granicus e dei primi Ted Nugent e Blue Oyster Cult.
Non a caso sono stati una forza trainante per la nuova scena hard’n’heavy, in Inghilterra prima che in America. Il DJ del Soundhouse, Neal Kay, universalmente considerato fra gli artefici del fenomeno NWOBHM, aveva dato ampio spazio a “Rock City”, che vendette un numero sorprendente di copie d’importazione, favorendo il nuovo contratto Capitol e la conseguente realizzazione del secondo album “Narita” (1979). Con queste credenziali, i Riot riuscirono nell’impresa di partecipare al primo festival Monsters Of Rock di Castle Donington, nell’agosto 1980, di fronte a 40.000 headbangers. Così raggiunsero il loro vertice, in pieno fermento heavy metal, con il terzo “Fire Down Under”, una pietra miliare di quel genere, che li pone a pieno diritto fra gli esponenti di spicco del nuovo decennio “metallico”. Paradossalmente, l’etichetta si rifiutò di darlo alle stampe, considerandolo troppo “feroce” ed anti-commerciale. Pare che i Riot siano stati invitati a rivedere la loro formula nell’ottica di un hard melodico in stile Foreigner, opzione respinta al mittente, perché ne avrebbe tradito la vera natura.
I loro produttori “storici” Steve Loeb e Billy Arnell si impegnarono per diffondere la notizia, provocando addirittura contestazioni dei fans sotto gli uffici della EMI; tanto clamore non passò inosservato, gettando le basi per il trasferimento dei Riot alla Elektra, che pubblicò “Fire Down Under” nel 1981. Non fu propriamente un successo a furor di popolo, ma rimase negli annali come il loro album più popolare, entrando nei Top 200 di Billboard.

Ricordo con piacere la mia recensione pubblicata come “album del mese” su Rockerilla n.18 (novembre ’81, qui riportata), fra le più gradite dai lettori. L’ascolto di quelle elettrizzanti sonorità mi trasportò idealmente in una sorta di selvaggio nirvana, infondendomi la sensazione di scrivere “in trance”. La febbrile “Swords & Tequila” ed il singolo dal riff tranciante quanto contagioso (“Outlaw”) che riecheggiava gli Scorpions, si battevano con “Altar Of The King”, pronta a raccogliere la sfida della NWOBHM, e con le accelerazioni speed-metal di “Run For Your Life”, come manifesti ideali della loro dirompente energia… A sprigionarla erano innanzitutto il chitarrista e fondatore Mark Reale, oltre alla trascinante voce del sottovalutato Guy Speranza, che dopo quest’album lascerà il gruppo per “crisi mistica”, cedendo il microfono a Rhett Forrester.
Tale avvicendamento provocherà anche un cambiamento sostanziale nello stile di musica, perché le caratteristiche del nuovo cantante, più incline verso l’hard blues à la Bad Company/Whitesnake, condizioneranno le mosse successive, a partire dal quarto “Restless Breed”. Nulla sarà più come prima, ed una volta esaurito il ciclo-Forrester, la ripartenza di “Thunder Steel” arruola i Riot nella crescente armata power metal. Fra svariati riassetti di line-up, hanno continuato ad oltranza un’onorevole carriera all’insegna dell’integrità heavy, fino all’attuale versione Riot V, titolare dell’ultimo album “Arbor Of Light” (2018), senza alcun membro storico nelle proprie file.
Purtroppo sono da tempo scomparsi componenti dei “classici” Riot; Guy Speranza è morto nel novembre 2003, a 47 anni, per cancro al pancreas; il suo sostituto Forrester lo precedette invece nella tragica sorte, ucciso durante un tentativo di rapina della sua auto ad Atlanta nel gennaio ’94. L’ultimo decesso è causato dal Coronavirus: vittima il secondo chitarrista di “Rock City”, L.A. Kouvaris (marzo 2020).
La perdita più cruciale resta quella di Mark Reale; il chitarrista di Brooklyn ha dovuto arrendersi ad un’emorragia cerebrale provocata dal morbo di Crohn, il 25 gennaio 2012. Ne era affetto fin dalla nascita, ma ciò non gli ha impedito di contraddistinguere con gran merito l’epoca d’oro del rock a tutto volume.

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Fra le numerose ristampe di “Fire Down Under”, segnaliamo le più recenti: Il CD rimasterizzato della Rock Candy (2018), che rende omaggio all’album forse più heavy del suo intero catalogo, con 6 bonus tracks; il vinile con varianti colorate, una di esse in sole 200 copie numerate (più una bonus) tutte pubblicate da Metal Blade in Europa nel 2016. “FDU” è anche il titolo di una compilation giapponese (2020), di cui vedete l’appariscente copertina, solo omonima del terzo Riot.

CIRITH UNGOL: "Frost And Fire"

Mai abbastanza riconosciuti nel loro ruolo di precursori, i Cirith Ungol, californiani di Ventura, adottarono il termine True Metal quando non era ancora diffuso fra gli appassionati “difensori della fede”; ammantandolo di oscure tematiche di spada e stregoneria, anticiparono parallelamente ai Manilla Road la frontiera epica e mitologica del rock duro, ben prima che fosse divulgata dai più acclamati Manowar, Virgin Steele e Warlord, che ne imposero lo stile definitivo.
Addirittura il nucleo originario, costituito dai chitarristi Jerry Fogle, Greg Lindstrom – anche voce e tastiere – e dal batterista Robert W. Garven Jr., era già riunito nel 1971 a nome Titanic, prima di ribattezzarsi Cirith Ungol, dal nome di una fortezza di montagna citata nel “Signore degli Anelli” di Tolkien (ancora lontano dalla saga cinematografica che lo renderà universalmente celebre). Nel 1977 un roadie del gruppo, Tim Baker, sostituì il versatile Lindstrom come cantante, rivelandosi un emulo di Rob Halford, fatte le debite proporzioni. L’assetto definitivo era completato a ridosso dell’album d’esordio “Frost And Fire” (Liquid Flames, 1981), con l’ingresso del bassista Michael Flint.

Pur trascurando il sotto-genere che rappresentarono, il ruolo pionieristico dei Cirith Ungol resta testimoniato dalla più famosa compilation apripista del metal americano (insieme a “U.S. Metal” della Shrapnel), ossia “Metal Massacre” della Metal Blade (Vol.I, 1982), detentrice di rivelazioni del calibro di Metallica, Malice, Ratt e di Ron Keel sul fronte degli Steeler. I Cirith Ungol vi presenziarono con “Death Of The Sun”, un inedito che apparirà sul secondo album “King Of The Dead”.
“Frost And Fire” resta comunque la loro opera per eccellenza, racchiusa in una copertina da tregenda mitologica, dove un soprannaturale Elric di Melniboné si erge su mostruose rovine con la spada levata al cielo. Il suo autore Michael Whelan, anch’egli californiano, diventerà assai più noto dei Cirith Ungol, illustrando copertine dei libri di Stephen King, H.P. Lovecraft, Michael Moorcock e di album dei Sepultura, Soulfly e Meat Loaf, ma anche di “Victory” dei Jacksons (1984)!
In apertura il brano che intitola “F&F” è anche l’episodio più trascinante, con un incedere che richiama le prime mosse dei Maiden e degli stessi Rush. “What Does It Take” allarga gli orizzonti fantasy del quintetto, con spunti progressive suggeriti dall’andirivieni circolare delle tastiere, ma il momento più atipico li vede calarsi nelle vestigia gotiche della strumentale “Maybe That’s Why”, l’atto conclusivo sottolineato dai lugubri accenti di una solista sulfurea. Altrove si rilevano tracce di hard rock americano dei Seventies, ovvero la primitiva ossatura del loro suono.
La mia recensione di “F&F” su Rockerilla, qui allegata, fu inclusa nel kit promozionale dei Cirith Ungol.
Un futuro promettente sembrava dischiudersi, invece dovranno aspettare l’estate 1984 per il passo successivo, “King Of The Dead”. Nonostante fosse distribuito da una coalizione di etichette specializzate (Enigma/USA, Roadrunner/Europa e Music For Nations/GB) lo trovai deludente, senz’altro meno avventuroso del debut-album. Lindstrom se ne era andato, ufficialmente per impegnarsi come ingegnare del suono, secondo altre fonti, per divergenze musicali. Ciò non impedirà al quartetto di continuare fino allo scioglimento nel 1992, dopo quattro album all’attivo.
Ma nel 2016, in un clima generalmente favorevole alla ricostituzione dei nomi storici in ambito heavy metal, anche i Cirith Ungol celebrano la rituale riunione in un festival chiamato “Frost And Fire” come la loro opera prima, nella città natale di Ventura. Nei ranghi ritroviamo i membri originali Tim Baker, Greg Lindstrom e Robert Garven; non Larry Fogle, deceduto nel 1998. Il rinnovato quintetto torna ad affilare le armi in numerosi festival europei ed americani, ed è ancora la Metal Blade a sostenerne il mai sopito furore. Pubblica un programmatico album dal vivo nel 2019, “I’m Alive”, e soprattutto la novità di studio “Forever Black” nell’aprile 2020. L’album evidenzia impatto e coesione, ed è sicuramente consigliato ai seguaci del credo metallico old school; vi spicca un Tim Baker dall’ugola lacerante, che non pare risentire del trascorrere degli anni.

* * * * *

La stessa Metal Blade ha ristampato “Frost And Fire” in varie edizioni (CD, LP in vinile splatter verde/gialla, picture disc numerati) dal 1999 al 2015. La bonus track è in ogni caso l’impetuosa “Cirith Ungol” (in origine presente su “King Of The Dead”), che supera gli otto minuti.

18 Commenti

  • Luca ha detto:

    Un bel colpo al cuore , grazie Beppe , conservo gelosamente la mia copia di FDU che considero uno dei più bei dischi metal mai usciti e che riuscii a comprare senza non qualche difficoltà a Firenze , leggendo la tua recensione di allora. Io credo che i Riot siano diventati un’ altra cosa dopo la dipartita di Speranza , ma è una mia personalissima considerazione , nonostante la grande energia che Reale metteva in ogni disco.
    A distanza di tanti anni e nel mare confuso e burrascoso di oggi , di ogni sorta di testate , articoli , celebrazioni , commenti eccetera , nei vostri articoli si legge sempre qualcosa di nuovo. Grazie per condividere le Vostre esperienze , davvero un bel regalo.
    Buon Anno e Buon Natale a tutti.
    Luca

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Luca, fa piacere che a distanza di tempo, arrivino commenti su articoli “arretrati” (come si diceva delle riviste…) perché effettivamente non dipendono dall’attualità. Sicuramente i classici, indimenticabili Riot erano quelli di Speranza e di “FDU”. Molti li ricordano con ammirazione. Continua a seguirci, se ti va. Ciao!

  • Giuseppe ha detto:

    che emozione unica mi ha provocato questo pezzo su tre dei miei dischi preferiti degli 80s, di cui conservo (e conserverò sino a morte!) come reliquie le preziose stampe originali su vinile, grazie a Dio (e a te, Beppe!) in mio possesso … posso suggerire un’altra “tripletta” magica: Heavy Load – Witchfinder General – Angel Witch? grazie di esistere, Beppe!

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie anche di questa tua considerazione, Giuseppe. Terrò presente il tuo suggerimento, come quello di altri lettori, per il prossimo “tridente” heavy metal. Ciao

  • LucaTex ha detto:

    Tre nomi pesantissimi questi Beppe! Discografie fantastiche soprattutto per i RIOT band che ancora oggi mi domando come non abbia raggiunto altri nomi nel gotha del genere. Fire Down Under è un album epocale senza pari per impatto e musicalità. Grazie come sempre per la tua disanima 😉

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro Tex, a distanza di tanti anni si tirano le somme e si fanno valutazioni a mente fredda; certamente non è un caso che “Fire Down Under” sia rimasto nel cuore di tanti heavy metal fans che hanno attraversato gli anni 80. Album sintomatico di un’epoca!

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Accidenti qui parliamo di gruppi di enorme importanza, per lo meno per me, anche se ad essere onesto li ho recuperati negli anni successivi al loro momento migliore, anche perché non mi è mai stato molto semplice registrare o comperare gruppi un po’ di nicchia. Spendo solo due sui diamond head, dei maestri. Tatler uno dei chitarristi e compositori più sottovalutati in assoluto. Non hanno praticamente sbagliato un disco. Pure l’ultimo è davvero di un gusto fuori dal comune.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Gianluca, sicuramente fra i tre, Diamond Head sono stati il gruppo più seminale e Brian Tatler meritava maggior attenzione da parte dei fans. Fra i “sottovalutati” è in buona compagnia…

  • aleR ha detto:

    Ciao Beppe.
    È  sempre un piacere leggere i tuoi post.
    Una sorta di viaggio indietro al tempo di Rockerilla.
    Parafrasando Rino Tommasi, sul mio personalissimo cartellino tre dischi tra i migliori in assoluto degli anni 80.
    Fire down under Il capolavoro dei Riot. Anche con Rhett hanno fatto due bei dischi. Mi ricordo invece la delusione per il cambio di rotta con  Thundersteel. Non lo ascolto da anni .Mai digerito.
    Mitici i Cirith Ungol  mi piacciono tutti i loro dischi , anche l’ultimo uscito recentemente. Jerry Fogle poi era un talento misconosciuto.
    Volevo però spendere due parole in più per i Diamond Head. A mio avviso Il miglior gruppo della loro generazione. Qui riporti il loro splendido debutto. A me piace però ricordare anche il più sperimentale, ma nn per questo meno hard, Canterbury, un disco molto sottovalutato .Fin dalla sua uscita tra i miei preferiti in assoluto. Le scarse vendite hanno probabilmente contribuito ad  affossare la band ma a mio avviso qui hanno il loro apice.  Come per i Zeppelin fu il III album Canterbury non era una copoacarbone dei dischi precedenti. Una conferma della ricerca di evoluzione che ti aveva rilevato Sean. Lo ascolto spesso . Anni fa e uscito un box che raccoglie il periodo passato alla MCA, che riporta , oltre a delle splendide registrazioni dal vivo, dei demo indeti del periodo molto belli. È un peccato si siano persi per strada (cattivo management ?). In anni recenti si sono ripresi. Gli ultimi due dischi li trovo ottimi. Putroppo senza Sean Harris…
    Alla prossima!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Ale. Riporto talvolta materiale di Rockerilla e Metal Shock, perché ho notato che molti ne hanno preso spunto, senza ovviamente citare la fonte (a meno che si trattasse di muovere critiche, allora si). Semplicemente voglio ricordare che negli anni ’80 (e successivi), già parlavo di “preservazione culturale” di nomi meno noti di fine anni ’60 o dei ’70, quando davvero non se ne curava nessuno. Chi seguiva le nuove tendenze se ne vergognava, perché la new wave aveva bollato come “dinosauri” vari artisti & generi che avevano preceduto il punk. Ora invece sono tutti “storici” dell’hard rock etc. Bene. Per quanto ti riguarda, fondamentalmente concordo con la tua opinione, hai fatto bene a sottolineare la qualità di “Canterbury”, un album sicuramente coraggioso e sfortunato. Ti ringrazio

  • mox ha detto:

    ciao Beppe,
    i 2 titoli topici menzionati da Fulvio nel suo commento hanno vissuto la medesima sorte sul mio giradischi…
    Inutile ribadire la parte relativa ai tuoi meriti nel lancio di questi artisti sul nostro territorio… In ogni caso, la piacevole ‘sorpresa’ è che da poco avevo appartato nell’angolo degli argomenti da sviluppare nei video della mia serie yutubica [ Il Lato Oscuro – Tsunami edizioni], proprio i primi tre albume dei RIOT, perchè ho fatto una simpatica scoperta che rivelerò volentieri in un episodio dedicato…. ti tengo in sospeso…
    Consueto abbraccio di gratitudine.
    l’allievo.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Mox, se tu sei l’allievo significa che sono stato un ottimo maestro! Permettimi la battuta…Dunque restiamo in attesa del tuo video per la Tsunami sui primi Riot, che meritano ovviamente questo nostro momento di revival. Grazie e a presto.

  • Roberto ha detto:

    Grande Beppe, naturalmente è sempre un piacere leggere questo blog ed ogni volta non manca la sorpresa sul tema trattato.
    A mio parere Diamond head e Riot sono solo due delle tante band che avrebbero meritato altri consensi in un genere come il classico Heavy metal spesso bistrattato dagli stessi aficionados che hanno spesso emarginato i nomi minori per i nomi di primo piano.
    Non parlo dei Cirith Ungol che non hanno mai incontrato i miei gusti ma è interessante una cosa che ho notato da quando sono comparse le prime web zine fino ad oggi e cioè che molti gruppi e dischi che ai tempi che furono spesso venivano considerati di valore mediocre se non scarso vengono rivalutati dai sedicenti recensori del digitale in maniera più che positiva o addirittura esaltativa.
    Penso che sia dipeso da una mancanza di cultura di fondo e di non aver vissuto sulla propria pelle l’evoluzione e lo sviluppo del genere perché sinceramente vedere incensati p. e. gruppi come Running wild, Grave Digger, Bathory, oppure considerare “Thundersteel” come il classico per eccellenza dei Riot senza neanche considerare l’impatto che può avere avuto ai tempi un disco come “Fire down under” fa tutto sommato sorridere.
    Ecco perché fa piacere rileggere chi scrive con cognizione di causa su un argomento, con la competenza di aver provato di prima persona cosa significa lo sviluppo di un suono e di una scena..
    Con doverosa ammirazione, un saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto, non entro in merito alle valutazioni dei tanti recensori in circolazione; alla resa dei conti, i giudici sono i lettori, per un verso o per altro. Posso però considerare che recensioni più recenti risentono di un fattore “generazionale”. E’ tutt’altra ottica di chi ha vissuto contemporaneamente alla crescita di una scena. Però è innegabile che maggior “freschezza” nel rivisitare certi gruppi possa esser facilmente condivisa da loro coetanei e non senza ragione. Ciò detto, non sono un fan del “terzetto” che citi. Posso capire le tue riserve sui Cirith Ungol, ma è innegabile che abbiano aperto una strada. Certo non sono i Manowar…Grazie per il parere espresso, ci risentiremo.

  • francesco angius ha detto:

    Caro Beppe,
    così è veramente dura. Essere precipitati nel passato e rivedere le immagini e i suoni della giovinezza è terribile, ma molto bello.
    Bando ai sentimentalismi, ho l’articolo che hai mostrato dei Riot e la rivista. Lo lessi all’epoca e mi precipitai a comperare il vinile. Eccezzionale veramente!!! Già la prima canzone “Swords And Tequila” lasciava di sasso e il resto non era da meno. L’acoppiate Reale e Speranza era veramente micidiale, peccato non abbia retto. Oggi non ci sono piu’ ma meritano un posto tra i grandi ( non i grandissimi, però). Mi permetto di raccontare un episodio di quel periodo. Una sera a Teramo, dove ero per motivi sportivi, si svolgeva un concerto nella piazza centrale. Andai chiaramente a sentire e il gruppo che suonava iniziò con “Swords And Tequila” dei Riot. Segno che, caro Beppe, avevi fatto dei proseliti anche nella provincia italiana. Vai con i sogni….

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Francesco. L’intento è di rivivere episodi musicali salienti del passato in un’ottica attuale, privilegiando nomi alla cui “scoperta” si è partecipato attivamente. Cerco anche di alternare un pò i generi di mia competenza. Per quanto mi riguarda, questo Blog è dedicato prioritariamente a chi mi ha letto a suo tempo (ma ben vengano eventuali nuovi…) e l’approfondimento corretto degli argomenti per me resta fondamentale. Poi, chissà cosa ci riserverà il futuro. Intanto, grazie per l’apprezzamento, l’opinione e per i tuoi/vostri stessi ricordi.

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Borrowed Time e Fire Down Under sono certamente tra i 10 vinili più consumati della mia collezione: due lavori che adoro e che trovo insolito ma gradevole ritrovare accomunati nello stesso articolo. L’articolo ha inoltre ovviamente innescato la macchina dei ricordi e mi permetto di elencare, senza altro aggiungere, alcuni gruppi che avrebbero secondo me pari dignità di citazione.
    NWOBHM: Demon, Cloven Hoff, Heavy Pettin Praying Mantis, Satan, Witchfinder General
    “Fronte” USA; Warlord, Armored Saint, Manilla Road, Sanctuary, Metal Church, Malice, Warrior, Crimson Glory
    Mamma mia che periodo e quanto materiale da riprendere e riascoltare!
    Un saluto ed i soliti complimenti…grande invidia per le memorabilia viste nelle immagini

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fulvio, nel “prologo” ho dichiarato le motivazioni delle scelte, sicuramente sarebbero state valide anche altre. Faccio una selezione ed eventualmente più puntate per non rendere lo scritto troppo prolisso per il web. Per quanto riguarda le “memorabilia”, immagino tu alludi alle mie di Diamond Head e Cirith Ungol (non agli inserti della ristampa in vinile bianco). Ho allegato alcuni documenti in mio possesso proprio come testimonianza diretta della partecipazione a quel periodo leggendario e spero sia uno stimolo in più per chi legge. Grazie

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