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ALBUM & CDC'era una volta HARD & HEAVY

Rock On, HUMBLE PIE! Il Box antologico dell’epoca A&M

Di 20 Febbraio 2023Febbraio 21st, 202316 Commenti

Humple Pie, l’originale line-up: Peter Frampton, Jerry Shirley, Steve Marriott, Greg Ridley

Nascita di un "Supergruppo"

Ricordo gli Humble Pie come protagonisti di un evento speciale nella mia adolescenza rock; erano infatti headliners del primo concerto di rilievo internazionale al quale assistetti, nel 1972. Ad aprire le danze c’era il cantante californiano Lee Michaels, specialista dell’organo Hammond all’apice del suo personale successo in U.S.A., ma senza rilevanti exploit negli anni a venire.
Invece gli Humble Pie erano in netta ascesa, avevano realizzato nel ’71 il dirompente doppio live “Performance – Rockin’ The Fillmore” ed esibivano al Palasport di Bergamo un volume talmente fragoroso da far tremare le vetrate.
Inoltre presentavano il nuovo “acquisto”, il chitarrista Dave Clem Clempson; dalle nostre parti, “Colosseum Live” era stato accolto con toni trionfalistici, pertanto l’entrata in scena di un suo reduce, Clempson appunto, venne salutata da un’autentica ovazione. Non c’era ombra di nostalgia per l’abbandono di Peter Frampton, una star in Inghilterra, ma qui poco conosciuto prima del suo boom da solista. Alla fine dello show con i volumi a picco, un amico che possedeva la più nutrita collezione di dischi a mia conoscenza, riusciva a stringere la mano a Steve Marriott, affermando che non se la sarebbe più lavata: euforia giovanile!
Risalendo agli esordi, Humble Pie erano stati annunciati come il primo “supergruppo pop”, succedendo ai Cream, l’originario supergruppo rock. Un appellativo che derivava dalla fama dei due artisti di punta: Steve Marriott, londinese, era infatti chitarrista e formidabile cantante degli Small Faces, secondi solo a The Who come mattatori della scena mod britannica. Era anche l’autore di loro singoli di successo, da “Tin Soldier” a “Lazy Sunday”. Peter Frampton, a sua volta chitarra e voce, si era invece affermato negli Herd, al punto da essere eletto “The Face Of ’68”, una specie di Teen Idol dell’epoca.
Ma a Peter, 18enne, poco importava del suo gentile aspetto ed analogamente a Steve, puntava ad un suono che virasse verso il blues, considerandolo fonte di maggior credibilità artistica e disdegnando i precedenti all’insegna della “pop-ular music”.
I due si incontrarono grazie ad Andrew Loog Oldham, impresario dei Rolling Stones e titolare dell’Immediate, etichetta che aveva mandato in orbita Small Faces ed i pionieri progressive The Nice. Insieme ordirono piani di rivoluzione sessantottesca per inserire Frampton nel gruppo di Marriott, ma il tentativo non riuscì e dopo una conflittuale esibizione di capodanno, Steve mollò il colpo in termini tutt’altro che amichevoli.
I Faces, non più “piccoli” ma ormai adulti, si prenderanno la loro rivincita ingaggiando nel ’69 le future celebrità Rod Stewart e Ron Wood.

La Discografia commentata, dal 1969 al 1975

Nei primi mesi dello stesso anno, in gran segreto, si costituiva il nuovo nucleo degli Humble Pie, allestito con una sezione ritmica super. Greg Ridley, bassista d’eccellenza, era cresciuto nell’albero genealogico degli Spooky Tooth, che affondava le sue radici nei V.I.P.s di Carlisle, dove suonava anche un giovane Keith Emerson; si ribattezzavano Art nel ’67, promulgando un arte-fatto della prima era psych inglese (l’LP “Supernatural Fairy Tales”) ed infine Spooky Tooth, con i quali Ridley realizzava due album, lasciandoli all’indomani dell’ottimo “Spooky Two”: includeva “Better By You, Better Than Me”, ben nota alle teste metalliche pensanti grazie alla versione dei Judas Priest. Infine Jerry Shirley era un enfant prodige della batteria; solo 17enne raggiunse gli Humble Pie, dopo aver girovagato nel circuito under della Capitale inglese, fino a licenziare un singolo nel ’67 con gli Apostolic Intervention (!). Se aggiungiamo che “(Tell Me) Have You Ever Seen Me?” uscì per la Immediate, composto e prodotto da Marriott e Ronnie Lane degli Small Faces, il passaggio di Jerry agli Humble Pie è di facile lettura.
Il quartetto nasce ufficialmente nell’aprile ’69, con un contratto Immediate sotto la cintura. La strada per la gloria sembrava avviata; infatti, nell’estate ’69, il primo singolo “Natural Born Bugie” (alias “Boogie”) anticipa lo stile anni ’70 degli Status Quo e sale al quarto posto della classifica inglese, mentre il debut-album, “As Safe As Yesterday Is” entra nei Top 20. Si tratta di un bell’esempio di rock classico ma versatile dell’epoca; in apertura la cover di “Desperation” degli Steppenwolf, poi sedimenti di Small Faces, psyche-rock (in seguito azzerati) country e persino folk alla Jethro Tull.
Sorprendentemente, nel ravvicinato ed incompreso secondo LP “Town And Country” (novembre ’69) il gruppo accentua la sua vocazione per il rock soffice, senza preoccuparsi di incorrere in una débacle commerciale, che finisce per aggravare le condizioni finanziarie dell’etichetta Immediate, destinata al fallimento.
I quattro campioni in crisi d’identità vengono risollevati da Dee Anthony, manager del Bronx specializzato nel lanciare artisti inglesi in America (Ten Years After, Joe Cocker, Emerson Lake & Palmer). Assicura agli Humble Pie un nuovo contratto per A&M e ne decide la direzione artistica, onde imporli come fenomeno da stadio negli U.S.A., dove furoreggiano i decibels dei Grand Funk Railroad. Per innalzarli fra le più importanti attrazioni britanniche “live” degli anni ’70, risulta determinante il rinnovato orientamento musicale.

Steve Marriott, Peter Frampton, Greg Ridley e Jerry Shirley assaggiano la “torta” della fondazione

Appresa la lezione dei padri “fondatori” Yardbirds, Cream, The Who e Jimi Hendrix Experience, gli Humble Pie scalano la piramide triangolare al vertice del blues elettrico che valica la frontiera hard rock. In cima stanno i Led Zeppelin, appena al di sotto i Free e poi gli stessi Humble Pie.
L’omonimo album della ripartenza A&M, “Humble Pie” (luglio 1970), prodotto dall’insigne Glyn Johns, fonde con creatività lo stile fin qui maturato con le imminenti prospettive arena rock. Episodio a sé stante è l’inaugurale “Live Mith Me”, uno slow blues d’intensità pari al gradiente d’atmosfera, dove Marriott esibisce un’interpretazione sofferta e spirituale; addirittura si spartisce le misticheggianti sonorità delle tastiere con Frampton!
Riemergono slanci country verso la West Coast caratterizzate dalla steel guitar dell’ospite BJ Cole (dei Cochise) in “Only A Roach” e “Theme From Skint”, mentre la vena hard rock più trascinante è insita nel boogie di “One Eyed Trouser…”; poi emerge nel blues elettrico di “I’m Ready” (convincente tributo a Willie Dixon) e nella più dilatata vena jam di “Red Light Mama…”. Per Frampton, l’occasione migliore per mettersi in mostra come compositore e vocalist è la raffinata “Earth And Water Song”.
Il quarto “Rock On” (marzo 1971) è un deciso passo in avanti verso il rock all’”americana”, dal suono potente ma irrorato di black music. A tal fine, il gruppo ingaggia un trio di coriste dall’invidiabile curriculum, Soul Sisters, dove figura un’altra gloria della scomparsa Immediate, l’ ex-Ikette PP Arnold, che ebbe l’onore di cantare con un gruppo d’accompagnamento del calibro dei Nice, oltre a registrare parti vocali con gli Small Faces (“Tin Soldier” in testa).
“Shine On”, di Frampton, è un modello ideale del nuovo corso ed uno dei vertici dell’intero repertorio, mentre “Sour Grain” esemplifica oltre ogni dire l’influenza degli Humble Pie sui Black Crowes, stelle del classic rock anni ’90. Un altro pezzo forte, “Stone Cold Fever” si erge su uno spinoso riff hard rock caratterizzato dalla voce corrosiva di Steve Marriott, ma l’assolo di chitarra jazzy su ritmi latini fa pensare a Santana, al quale Humble Pie hanno fatto da supporto negli States. Poi i nostri si confrontano con il classico “Rolling Stone” di Muddy Waters, maestro del blues di Chicago, ed ispiratore di un certo gruppo che ha fatto la storia…”Strange Days” è un altro notevole brano d’atmosfera, risolto da pianoforte, chitarra dagli slanci jazz e con la voce di Marriott in grande spolvero, che ammorbidisce la sua roca timbrica solo nell’acustica “Song For Jenny”.

Il luglio 1971 offre al quartetto imponenti esposizioni dal vivo, a Londra in un free concert all’Hyde Park da supporto ai Grand Funk e oltreoceano, in apertura di Emerson, Lake & Palmer all’Hollywood Bowl. Consolidata la fama di live band per eccellenza, Humble Pie si esibiscono ripetutamente al Fillmore East di New York, rinomato come spazio per concerti al coperto dalla miglior resa acustica in assoluto. Il prestigioso ingegnere del suono Eddie Kramer, che si occuperà delle registrazioni del doppio LP “Performance: Rockin’ The Fillmore” lo annovera fra i migliori di sempre da lui realizzati. E’ generalmente stimato fra le più rappresentative cronache dal vivo della storia del rock.
Non attendetevi però sequenze boogie rock a presa rapida, “Performance” unisce l’impatto frontale del “Live Album” dei Grand Funk con il gusto delle estese improvvisazioni strumentali degli Allman Brothers (sempre dal vivo al “Fillmore East” e sempre del ’71, seppur precedente). Si può discutere che vi appaia un solo brano originale, la già citata “Stone Cold Fever”, dal superbo assolo di chitarra di Frampton, ma tutte le cover, mettono in risalto l’”anima nera” della timbrica di Marriott, che fa la parte del leone assumendosi in toto il ruolo di voce solista. Questa predominanza scoraggerà Peter Frampton, che dichiarandosi maturo per l’avventura solista, decideva di andarsene un mese prima dell’uscita di “Performance”, avvenuta nel novembre ’71.
Apre le ostilità “Four Day Creep” di Ida Cox, l’unico brano conciso, hard rock blues a tutto volume che esprime feeling e naturale chimica di gruppo, poi le già incise “I’m Ready” e “Rolling Stone”, quest’ultima di oltre 16 minuti, che pure non raggiunge l’estensione di “I Walk On Guilded Spinters” di Dr. John, protratta oltre la soglia dei 23 minuti, grazie alle irrefrenabili jams delle chitarre, sorrette da una straordinaria sezione ritmica. Infine due cover di Ray Charles, “Hallelujah” e soprattutto “I Don’t Need No Doctor”, trasformata in un esplosivo classico heavy rock, dalla quale attingeranno evidentemente i WASP, con una versione più succinta.
Nell’immediato futuro, il successo di “Performance” sembra oscurare la partenza di Frampton, che viene sostituito da un chitarrista stellare, Clem Clempson. Marriott e compagni erano rimasti impressionati dall’ascolto di “Colosseum Live”, inoltre Clem desiderava tornare alle sue radici blues, già espresse nei Bakerloo (ne abbiamo parlato pochi mesi fa, in “Suoni dall’Underground Rock-Blues”) quindi la soluzione risultava ideale per ambo le parti.
Il pubblico reagì molto positivamente, ed il nuovo album di studio “Smokin’” (marzo 1972) scalava la classifica di Billboard fino al sesto posto, risultando il più venduto della band. Da una jam in sala di registrazione con il famoso Stephen Stills ai cori, scaturisce l’elettrizzante “Hot’n’Nasty”, dove voce di Marriott ed organo Hammond, richiamano il modello di Stevie Winwood, epoca Spencer Davis Group, e nel bonus CD scopriremo un indizio rivelatore…Nel traditional “Old Time Feelin’” Clempson canta con il luminare del blues inglese Alexis Korner e “You’re So Good To Me” è una gentile ballata dai cori soul, mentre le fonti di maggior energia sono “C’mon Everybody”, dalla più accessibile matrice boogie e l’impulsivo rock duro costellato di assoli di “Sweet Peace and Time”. In assoluto, il brano più memorabile della versatile collezione è “30 Days In The Hole”, un classico dell’epoca per le radio americane: nell’impronta del riff e negli accenti vocali di Marriott può riecheggiare “All Right Now” dei Free ed in seguito ha ricevuto autorevoli tributi da Black Crowes, Gov’t Mule e Mr. Big.

Humble Pie dal vivo con Clem Clempson (a dx)

Oltre un anno dopo, nell’aprile ’73, Humble Pie pubblicano il settimo “Eat It”, un doppio LP prodotto da Marriott nello studio privato allestito presso il suo cottage. Per l’occasione vengono ingaggiate The Blackberries, un trio femminile soul americano che collaborerà stabilmente con il gruppo. Purtroppo il suono dell’edizione originale è notoriamente mediocre, quindi l’opera di restauro dell’esperto Andy Pearce valorizza decisamente le composizioni, a partire dalla dinamismo rock di “Get Down To It”, dove l’innesto vocale delle Blackberries risulta subito convincente. “Drugstore Cowboy” è un tributo al southern rock della terra di conquista americana, e si registra una maggior spinta verso le ballate, forse in cerca dell’hit-single che latita dalle parti degli Humble Pie…Attraente “Is It For Love?” un sentimentale blues alla Joe Cocker e le altre, originali “Oh Bella…” e “Summer Song”, tutte firmate da Marriott. Per gestire i tempi lunghi di “Eat It”, si evidenzia anche un carico di cover, dall’intensa “Black Coffee” (Ike & Tina Turner) al feeling spirituale del connubio Steve e Blackberries in “That’s How Strong My Love Is” (di Otis Reddding), oltre all’ulteriore omaggio a Ray Charles (“I Believe To My Soul”). Infine, la quarta facciata è registrata dal vivo in Scozia e non sfigura al cospetto di “Fillmore”: si ascolti il suono sporco, graffiante di “Up Our Sleeve”, un manifesto della potenza dei quattro in concerto, e gli ennesimi rifacimenti di classici, “Honky Tonk Women” degli Stones e “Road Runner”, un successo Motown di Junior Walker espanso in jam.
Ma il successo degli Humble Pie è in fase calante e dopo una serie di grafiche piuttosto anonime, ricorrono ad una gimmick cover (abbiamo trattato diffusamente l’argomento sul Blog) ideata da Hipgnosis, forse per suscitare maggior curiosità. Il nuovo album si chiama “Thunderbox” (febbraio ’74), nome che identifica in slang il…gabinetto. L’illustrazione rappresenta una porta in legno con intagliato il buco della serratura, dal quale si può maliziosamente intravedere la scena all’interno.

Il malumore di Steve, che dopo un litigio con Shirley ha tentato inutilmente di unirsi agli Stones, condiziona la realizzazione del disco, al quale collaborano ancora le Blackberries. Clempson cerca di risollevarne le sorti con il trascinante R&R della title-track e con “Every Single Day”, caratterizzata dal miagolante ukulele, ma cresce a dismisura la quantità di cover con altre sette riletture, fra le quali “No Money Down” di Chuck Berry, ma soprattutto la notevole “I Can’t Stand The Rain” di Ann Peebles – anni dopo ripresa da Tina Turner e Alannah Myles – con Mel Collins (ex-Crimson) al sax; nondimeno “Oh La-De-Da” delle Staple Singers, palestra ideale per le vanità vocali di The Blackberries, fra gospel e R&B.
Ancor più critiche le condizioni che portano all’ultimo album di studio, “Street Rats” (febbraio ’75) concepito come solo di Marriott, con i musicisti di fatto “separati in studio” e coadiuvati da session-men. Per onorare l’impegno contrattuale con la A&M, viene chiamato al capezzale del gruppo in agonia il mentore delle origini, Andrew Loog Oldham, che riesce a portare a termine l’impresa. L’iniziale “Street Rat” è una sorta di accattivante rielaborazione del riff di “Paperback Writer”, e la carenza di composizioni originali, aggravata dallo scoramento del quartetto, fa esplodere un’autentica Beatles-mania nel leader, che registra addirittura tre loro versioni, “We Can Work It Out”, “Rain” e “Drive My Car”, eccentriche al punto da risultare quasi irriconoscibili ad un ascolto superficiale. Come se non bastasse, si aggiunge anche una tipica “Rock’N’Roll Music” di Chuck Berry.
Un mese dopo l’uscita del disco, gli Humble Pie sono ufficialmente sciolti. Evitano così l’arduo paragone con l’ascesa fulminante del “dimissionario” Peter Frampton, che nel 1976 realizzerà l’album dal vivo di maggior successo di sempre, “Frampton Comes Alive”, con oltre sedici milioni di copie vendute. Nonostante l’attiva partecipazione alle riunioni degli Small Faces, e ad inizio anni ’80 degli stessi Humble Pie (di scarso richiamo in epoca di resurrezione heavy metal) la stella di Marriott non risplenderà mai più. Finirà tragicamente i suoi giorni il 20 aprile 1991, nell’incendio del suo cottage nell’Essex. Anche Greg Ridley è scomparso prematuramente, nel novembre 2003.

THE A&M BOX SET: 1970-1975

La carriera discografica degli Humble Pie su etichetta A&M, nella prima metà degli anni ’70, è racchiusa completamente nel recente box formato 10 pollici, versione estesa in 8 CD del Vinyl Box Set (1970-1975) di 9 LP uscito nel 2017.
Rispetto a quella configurazione, il nuovo formato contempla un volume sulla storia del gruppo, curato dall’eminente critico inglese Chris Welch, e un CD addizionale di 14 brani fra inediti, facciate B e rarità assortite, che può solleticare l’interesse di appassionati e collezionisti.

In primo piano la nuova e completa rimasterizzazione delle opere incluse, da “Humble Pie” a “Street Rats”, realizzata dall’autorevole Andy Pearce, già protagonista dei restauri sonici di Sabbath, Purple, Heep, Free etc. Essenziale e nulla più la veste grafica, che emula il disegno di “Smokin’” ed oltre al libro debitamente illustrato include una coppia di copertine apribili, ognuna delle quali accoglie 4 CD.
L’ottavo, detto semplicemente “Bonus Tracks”, è introdotto dal primo singolo A&M, “Big Black Dog” (che analogamente a “Natural Born Bugie” non era riproposto su LP): attesta il loro classico stile tuonante, con il basso di Ridley mixato in evidenza. Lo stesso Greg è autore di “Mister Ring”, un episodio funky apparso solo su 45 giri tedesco, mentre “I Don’t Need No Doctor” è in versione più stringata rispetto al tour de force di “Rockin’ The Fillmore”. Quattro brani sono cantati ed attribuiti alle Blackberries, fra cui “Twist And Shout” degli Isley Brothers, resa ben più popolare dai Beatles. Un’altra facciata B, “The Outcrowd”, composta da Shirley, è imprevedibile quanto stimolante: con le evidenze di piano, flauto e sax, riecheggia il classico dei Traffic, “Glad”. Non stupisce invece il remake di “Gimme Some Lovin’” dello Spencer Davis Group, già richiamato, come anticipavo, da “Hot’n’Nasty”. Infine, concludo con un’altra versione eccentrica, “She Belongs to Me” di Bob Dylan in chiave boogie.
Per chi avesse finora trascurato gli Humble Pie, “THE A&M BOX SET: 1970-1975” è l’occasione propizia per approfondire la conoscenza di una formazione imprescindibile negli annali del classic rock, al di là di qualsiasi settorializzazione.
Per raggiungere livelli superiori di duratura popolarità negli anni, al supergruppo inglese è verosimilmente mancata la componente essenziale: una sequenza vincente di canzoni: in qualità di compositori di potenziali hits non emulavano la loro stessa statura di intoccabili esecutori.

Humble Pie 1974: da sx, Jerry Shirley, Greg Ridley, Clem Clempson, in basso Steve Marriott

16 Commenti

  • Giuseppe ha detto:

    grazie Beppe per questo bellissimo articolo che mi darà modo di riascoltare l’intero box set che posseggo nella versione in vinile passando così un bel weekend … vorrei solo in aggiunta consigliare a tutti l’ascolto del fantastico live del 1973 al Winterland di San Francisco inciso nella serie In Concert della King Biscuit Flower Hour che comprende versioni veramente da brivido dei classici della band con un Marriott indemoniato … credo che mi riascolterò anche questo!

    • Beppe Riva ha detto:

      Si Giuseppe, puntuale la tua segnalazione di questo Live edito postumo a metà anni ’90, che può senz’altro interessare (se non già posseduto) agli estimatori del gruppo. Buon ri-ascolto nel fine settimana e grazie!

  • Giorgio ha detto:

    Gran bella band, li ho sempre vissuti come un rock da strada, diretti e sanguigni. Un accenno alle copertine, per me veramente brutte , tranne quelle dell’ omonimo humble pie. Non so se è capitato solo a me, ma non ho mai trovato amanti di questa band , che non ho ben capito cosa gli mancasse per essere dei “grandi”!.
    Grazie Beppe sempre sul pezzo !

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giorgio, non hai mai trovato “amanti” di questa band? Non è solo la mancanza di hit-singles. Ovviamente parli di Italia, ebbene quanti pensi ricordino/amino i Rare Bird, un ottimo gruppo storico progressive? Eppure andarono al primo posto della nostra hit-parade con il singolo “Sympathy” nel 1970, inoltre ne fecero una cover gli apprezzatissimi Marillion, oltre vent’anni dopo. Dunque, gruppi sciolti negli anni ’70 che non hanno avuto rilanci, finiscono nel “dimenticatoio”, essendo trascurati anche dai neo-giornalisti giovani e rampanti che pure sembrano conoscere vita morte e miracoli di Hendrix o degli Zeppelin. In linea di massima va così, se il successo non è tramandato…Grazie

  • Giovanni Loria ha detto:

    buongiorno Beppe,
    ho letto con il consueto interesse il tuo articolo sugli Humble Pie, curiosità amplificata dal fatto che in tempi recenti è capitato (indegnamente) anche a me di tratteggiare le loro gesta su una rivista.
    devo dire che pur apprezzandoli molto da circa 30 anni non li ho mai inseriti nel mio personale Valhalla; ogni studio album ha i suoi momenti (soprattutto Rock On , Smokin’ e Street Rats), ma l’unico che davvero mi arroventa il cuore è ‘Performance’! di solito non amo il luogo comune secondo il quale certi gruppi erano molto più convincenti dal vivo, rispetto al materiale in studio, ma per loro l’eccezione è dovuta.
    anche io considero ‘Performance’ uno dei doppi live più emozionanti nell’ambito di quei suoni, assieme a quelli di Thin Lizzy, Reo Speedwagon, Allman Brothers, Savoy Brown, Jethro Tull e UFO, per citare i primi che mi vengono in mente.
    riconosco però agli Humble Pie la grande influenza che, insieme ad altri dioscuri del rock inglese, hanno avuto su più conosciute (in Italia, sia chiaro) proposizioni successive; giustamente tu citi i Black Crowes, io sommessamente aggiungerei anche i Quireboys e i nuovissimi Dirty Honey, che ho visto recentemente dal vivo e il cui cantante mi ha ricordato molto Steve Marriott come timbrica.
    grazie ancora per i tuoi articoli che, al pari di quelli di Giancarlo, leggo sempre con grande piacere, oltre a rituffarmi di tanto in tanto nei vostri scritti del passato che conservo con orgoglio fra i miei scaffali.
    un virile abbraccio,
    Giovanni

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giovanni, fa sempre piacere che tu manifesti attenzione. Per quanto riguarda le riserve che hai espresso sugli Humble Pie, penso che dipenda molto dallo scarso appeal “commerciale” (commerciale in senso positivo, naturalmente) della loro musica, ma come rispondevo a Lorenzo, ci sono molti venerati rockers che non brillano nella composizione delle “canzoni”. L’ho scritto, HP sono principalmente grandi esecutori rock, poi ogni ascoltatore competente, com’è giusto, dice la sua. Ho citato l’influenza sui Black Crowes (ma anche le cover di altre band famose) proprio per la loro notorietà. Quireboys sono più di nicchia, Dirty Honey li ho molto ascoltati grazie all’amico Marco Garavelli di Linea Rock che li ha “promossi” alla grande. Le tue valutazioni sono sempre ben accette. Ricambio l’abbraccio e ti ringrazio.

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe, avevo un dubbio ed ho verificato..Mariotti è morto nel 1991 gli hai dato 10anni di vita in più 😁 comunque come sempre grande lezione di musica Rock..

    • Beppe Riva ha detto:

      Eh eh, Roberto, con i numeri non sono mai andato d’accordo, per fortuna ho in famiglia una laureata in Matematica! Con le lettere un pò meglio…Grazie per l’apprezzamento, ciaooo!

  • Lorenzo ha detto:

    Ciao Beppe, avevo saputo già un po’ di tempo fa dell’uscita di questo box, anche la versione in cd non è esattamente regalata, ma in effetti sono comunque 8 cd.
    Gli Humble Pie li conosco abbastanza da riconoscerne il talento individuale riferito ai singoli musicisti (il talento di Steve Marriot non è purtroppo sufficientemente ricordato, tranne in isole deserte e felici come questo blog), ma hanno sempre avuto un grande difetto: le canzoni, tanti buoni pezzi, molte cover (forse troppe), ma pochissimi acuti.
    Evidentemente la somma dei singoli in questo caso non ha prodotto il risultato che ci si aspettava.
    Stiamo parlando di un ottima band, ma questo discorso delle canzoni, che non è esattamente un dettaglio lo hai sottolineato anche tu, quindi forse non sbaglio nella mia affermazione.
    Penserò ancora un pò prima di procedere all’acquisto. Grazie ancora per i contenuti che pubblichi.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Lorenzo, grazie a te per l’attenzione. Si, le canzoni non sono un dettaglio, io mi riferivo più specificatamente a canzoni d’appeal commerciale, che certamente difettano agli Humble Pie. Come penso tu sappia, sono un fan di certi aspetti di rock “commerciale” (ma sofisticato) però ci sono tanti gruppi che non hanno questa dote, eppure sono considerati grandi, per creatività musicale. Ovviamente l’argomento non si può ridurre in poche righe. Le tue considerazioni sono del tutto legittime, ma le composizioni di Marriott e soci, pur non di facile ascolto, sono notevoli.

  • Fabio Zavatarelli ha detto:

    So di essere monotono, ma ancora una volta … GRAZIE.
    Gli Humble pie furono una piccola gemma di visceralità … soprattutto perchè erano guidati da uno dei rockers più viscerali di sempre, il grandissimo Steve Marriott. Esempio di quel grande Rock (oggi si direbbe Classic Rock) che spesso e volentieri sfociava in un Hard Rock viscerale intenso teso e viscerale (appunto)
    Per i più giovani invito, dal mio piccolo, a farsi una sequenza storica di ascolti che partono dagli Small Faces e che poi, sfociano negli Humble Pie.
    Peccato per la triste e – stupida – scomparsa di Marriott che ci ha privato di una delle più belle anime Rock.

    Grazie Beppe.

    Mi viene da dire …. COME … TASTE THE BAND … TASTE THE HUMBLE PIE.

    • Beppe Riva ha detto:

      Bravo Fabio, bell’invito finale! Difficile non esser d’accordo su Marriott, e spero che queste mie righe servano a far un pò di luce su un grande scomparso del rock. Una voce davvero inimitabile, sfortunatamente dimenticata da troppi. Queste ristampe servono a riportare alla luce contributi fondamentali alla storia del rock che continuiamo ad amare, a dispetto degli astri delle “nuove tendenze”. E a me fungono da utile “ripasso”, per riscoprire vecchi (e nuovi, nel riascoltare) stimoli musicali. Ciao e grazie.

  • Alessandro Ariatti ha detto:

    Ciao Beppe. Pensa che il mio primo “incontro” con gli Humble Pie lo devo alla cover dei WASP di I Don’t Need No Doctor su Inside The Electric Circus, che hai giustamente citato nell’articolo. Questo box potrebbe in effetti essere l’occasione per colmare alcuni “buchi” su di loro che ancora devo riempire, sempre se non devo vendere un rene. Grazie per l’input. A presto.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Alessandro. Non meraviglia affatto che i WASP abbiano introdotto ai giovani degli anni ’80, gli Humble Pie. I miei articoli dedicati all’importanza delle cover versions avevano anche questo scopo, riconsiderare i classici del passato filtrati attraverso un’ottica adeguata ai tempi successivi, comunque di valore. Il Box in questione non è particolarmente costoso, infatti non offre memorabilia o gadgets vari, ma il remaster è davvero efficace. Grazie tante anche a te.

  • angius francesco ha detto:

    un gruppo fenomenale, bravissimo Beppe a riportarlo alla luce.
    Meritavano molto di piu’!!!
    Marriot e Frampton mi sono piaciuti anche dopo questa avventura!
    Tu riderai ma Comes Alive mi piace da matti!!!
    Certo al Fillmore dal vivo misero in pratica un disco che è rimasto nella storia.
    Sei un grande!!!
    Amoreggiarono molto con il blues e lo spinsero verso l’hard.
    Ciao e una riverenza maestro.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Francesco, è un piacere ricevere un convinto feedback su argomenti di questo tipo. Io ridere di “Comes Alive”? Assolutamente no, un disco da record degli anni ’70 non è mai da sottovalutare, tutt’altro. Semmai “rido” amaramente degli streaming e dei record vantati da tante nullità attuali. Chiaro che Peter è stato scaltro nel rimodellarsi a suo tempo in un ambito più commerciale (“Show Me The Way” etc.), ma era una logica diffusa. Grazie!

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