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Reliquie PROG

Epopea del Prog italico IV: Baricentro, Gd’A, Madrugada, Stradaperta

Di 31 Dicembre 2021Gennaio 19th, 202214 Commenti

Dalle colonne di un qualificato mensile inglese, anche un indiscusso esperto di underground retrò come Lee Dorrian (già leader dei Cathedral e titolare dell’etichetta Rise Above, specializzata in ristampe) ha recentemente sentenziato che il Prog italiano ha la dignità di un genere a sé stante, quindi con caratteri propri, nell’ambito più esteso del rock progressivo.
Continuiamo dunque la nostra rassegna dedicata alle relative ristampe, illustrando nomi minori rispetto ai già trattati Balletto Di Bronzo, Le Orme, Saint Just e De De Lind, ma non per questo d’interesse marginale.

BARICENTRO: "Sconcerto" (EMI, 1976)

Apparso con un qualche tempo di ritardo rispetto alle avanguardie italiane della prima ora, il gruppo barese Festa Mobile testimoniava l’esistenza di una vasta scena progressive “sotterranea” nel nostro paese, degna di maggiori riconoscimenti. Gli ideatori del progetto, i fratelli Francesco e Giovanni Boccuzzi, erano musicisti seri e preparati. Sulla scia dei più famosi Nocenzi del Banco, entrambi suonavano le tastiere; il primo si esibiva anche al basso. Il linguaggio musicale dell’unico album, “Diario di Viaggio Della Festa Mobile” (1973) sconfinava in temi classici e jazz, con tipici riferimenti dell’epoca a musicisti del calibro di Keith Emerson, Robert Fripp e Steve Hackett. Quasi inevitabilmente, anche il “Diario” era un album-concept.
I suoi slanci verso il nuovo jazz si intensificavano nella successiva avventura dei fratelli Boccuzzi, che rifondando il gruppo lo battezzavano Baricentro. In sede di preparazione del primo album “Sconcerto”, superando la metà degli anni ’70, il clima musicale era profondamente cambiato: la critica accademica onorava i supergruppi della fusione jazz-rock come Mahavishnu Orchestra, Return To Forever, Weather Report e certamente aveva le sue buone ragioni, stante l’indiscutibile, spettacolare tecnica esecutiva di questi musicisti.

Baricentro virava così verso un suono completamente strumentale e non a caso un riverito giornalista, Gino Castaldo, tuttora in auge, ne scriveva l’elogio presentando l’opera, sul retro-copertina.
L’esordio di “Sconcerto” è promettente, con il brano omonimo che cerca di avvicinare il dinamismo al fulmicotone della Mahavishnu Orchestra, fatte le debite proporzioni, perché manca la propulsione di un chitarrista monstre come John Mc Laughlin, che il pubblico rock dagli anni ’80 in poi probabilmente non ha conosciuto nella sua abbagliante grandezza.
I Boccuzzi sembrano ispirarsi agli acclamati tastieristi delle citate formazioni all-star, Jan Hammer, Chick Corea e Joe Zawinul, ma in “Lido Bianco” puntano verso atmosfere maggiormente rilassate, seppur contraddistinte da un uso peculiare del sintetizzatore. “Meridiani e Paralleli” si dispiega in momenti eterei e rarefatti, talvolta incalzati da basso-batteria funkeggianti un po’ tediosi…La chiave ritmica è la stessa che apre la seconda facciata con “Afka”, che però difetta di “presa” sull’ascoltatore, ed a conti fatti non è molto convincente. Preferisco “Pietre Di Luna”, con il suo alternarsi di sognanti tastiere elettroniche e pianoforte; “Della Venis” prosegue sulla stessa linea pacata, mentre il finale (“Comunque…”) è più attraente nel variare il clima musicale fra eteree rifrazioni armoniche e spunti di maggior impatto.
Il secondo album “Trusciant” (EMI, 1978) è generalmente considerato più originale; “Sconcerto”, pur eseguito con destrezza, è indissolubilmente legato all’epoca che gli ha dato la luce, ed in tono minore seppur volonteroso, ai propri modelli di riferimento. Una fugace rifondazione nell’83 produsse un sorprendente successo a livello internazionale, il singolo dance “Tittle Tattle”.

GRUPPO D'ALTERNATIVA: "Ipotesi" (EMI Harvest, 1972)

Non conoscevo se non di nome il Gruppo D’Alternativa prima di questa ristampa Universal, ed ero in buona compagnia, poiché la formazione milanese è stata ignorata da importanti volumi sul rock e sul prog tricolore, pur meritando una citazione nell’opera omnia del progressive europeo, “Scented Garden Of Minds”. Eppure ha vissuto il suo momento di gloria, quando allestì la rappresentazione di un’”opera pop” al Teatro Uomo del capoluogo lombardo, suscitando l’immediato interesse della EMI-Harvest, che mise sotto contratto il Gd’A.
L’unico album “Ipotesi”, è incorniciato dalla copertina (la sola apribile) più attraente fra quelle presentate nella rassegna che state leggendo; fotografia enigmatica di un abito bianco modellato sulla seduta di una casa d’epoca erosa dal tempo, con tinte azzurre e violacee predominanti.
La “Prefazione” che illustra gli intenti degli artisti, fa pensare ad un tipico collettivo musicale ed ideologico di quegli anni, dove per “alternativa” non si intendeva il rock nell’accezione moderna, ma l’area politica delle contestazioni studentesche. In quest’ottica si potrebbe interpretare (ma è una supposizione personale) la scelta di un “suono duro” invocata proprio dai musicisti, che però non è lo stesso dell’underground inglese, sporco e graffiante alla Edgar Broughton Band – per esemplificare – ma è la dichiarata rinuncia a qualsiasi “abbellimento” di studio, registrando in presa diretta.

Analogamente, anche le parti vocali sono volutamente “crude” e l’iniziale “Quando Le Parole” si limita alla dizione del testo, spoglia di qualsiasi accompagnamento musicale. Possiamo giustificare la rinuncia ad estetismi artificiosi, però il cantante mostra un timbro piuttosto acerbo in “Incidente” e nella suggestiva “Infanzia”, gli spunti di prog favolistico, corroborati da pianoforte e chitarra acustica sono penalizzati dai limiti della voce.
La componente strumentale è efficace anche nella registrazione “live in studio”, ad esempio nell’impeto più elettrico e negli sprazzi prog-jazz di organo e basso in “Voglia D’Essere”.
Sulla seconda facciata, “Appare La Forma” sottolinea l’avvicinamento al nuovo jazz-rock; un anno prima, in Italia aveva suscitato ovazioni la svolta dei Soft Machine di “IV”, ed erano molto apprezzati i Nucleus di “We’ll Talk About It Later” e “Solar Plexus”, influenzando tentativi d’emulazione che andavano oltre l’ormai stabilizzato progressive.
Fra i brani più riusciti, l’incalzante “La Tua Lotta”, con ariose aperture di chitarra e organo nel finale; non meno apprezzabile “Messaggio Libero”, che dopo il preludio quasi-recitativo sfocia in una decisa improvvisazione della solista su intricate figure ritmiche.
Il Gd’A si esaurisce in quest’eccentrica opera; il musicista più accreditato, Leonardo Dosso (insegnante di fagotto e chitarrista acustico), proseguirà negli Stormy Six, gruppo-simbolo delle lotte sociali, per poi dedicarsi alla musica “colta”, suonando anche in orchestre sinfoniche.

MADRUGADA: “Madrugada” (Philips, 1974)

Madrugada, che in spagnolo sta a significare le prime luci del mattino, oggi identifica un gruppo norvegese di tutt’altra natura, ma all’inizio degli anni ’70 era il nome di un trio che affondava le radici nella scena beat, da tempo diffusa anche nella bergamasca. Il bassista Alessandro “Billy” Zanelli si era fatto conoscere nei Condor, che si rinominavano Le Lunghe Storie con la comparsa del tastierista Franco Orlandini, proveniente dai Mat ’65 (molto quotato a livello collezionistico il loro unico album, “Arrivano…”); queste “Storie” andarono persino in tour in Sudamerica, prima di sciogliersi. Zanelli costituiva così i Madrugada, con il tastierista Gianfranco Pinto ed il batterista Pietro Rapelli. I tre si avvicendano anche alle parti vocali, mentre escludono la chitarra elettrica, nell’omonimo primo album, uscito per la Philips nel ’74.

Non si trattava però del tipico tridente progressive tricolore sulle orme degli ELP e di altre formazioni affini; il suono evidenzia sfumature cangianti di rock soffice, dall’ispirato “Madrugada I”, strumentale per pianoforte, alla susseguente “Camminar”, dov’è il piano elettrico in primo piano, fino a “Vieni Nella Strada”, che sottende ambizioni westcoastiane nell’apparato corale. “Uomo Blue” chiude la prima facciata svelando un’atmosfera rarefatta, dalle tinte jazzate. I testi sono d’autore, recano infatti la firma di Roberto Vecchioni, anche nella conclusiva “Madrugada II”, dalle voci vagamente New Trolls. Sul secondo lato sono però le istanze prog a prendere il sopravvento, in “D.M.T.”, dove le armonie vocali conducono le danze ma non contemplano le liriche, e soprattutto in “Mandrax”, lo strumentale più significativo e prolungato, in bilico fra slanci space-rock di stampo floydiano ed accenti prog-jazz dalle cadenze felpate, con apprezzabili interventi di organo e moog nel finale.
Sono il preludio alla tendenza del secondo album “Incastro” (Philips, ’77) più pertinente ad una collana Prog come questa di cui ci occupiamo, ma può esserne prevista la ristampa in ordine temporale.
Chiusi i battenti dei Madrugada, “Billy” Zanelli e Pinto affiancheranno lo stesso Vecchioni; il bassista assesterà poi un velenoso colpo di coda, confluendo sorprendentemente nei Judas, pionieri del punk italiano con l’unico LP del ’78, mentre Pinto decideva di garantirsi una sistemazione professionale, suonando per Riccardo Fogli e vari altri (spicca il nome di Brian Auger) negli anni ’80.

STRADAPERTA: “Maida Vale” (Philips, 1979)

Sotto l’egida di un cantautore di successo, Antonello Venditti, si sono presentati anche i romani Stradaperta; il primo album “Maida Vale” prendeva il nome da una stazione della metropolitana londinese della linea Bakerloo; quest’ultima aveva ispirato un grande gruppo rock-blues inglese, che riuniva la futura sezione ritmica dei May Blitz e di Graham Bond, oltre al talentuoso chitarrista Clem Clempson, poi ingaggiato dai Colosseum. Non solo, nell’omonimo quartiere cittadino avevano registrato un live per la BBC, chiamato proprio “Maida Vale”, i grandi Van Der Graaf Generator. Ma non c’è traccia né di torrido rock-blues, né di progressive d’élite negli Stradaperta, che a livello discografico, giungono in ampio ritardo anche rispetto al boom del prog tricolore.  Infatti l’LP è uscito per la Philips nel 1979; avevano però partecipato, un lustro addietro, a classici raduni pop nella capitale, fra i quali Villa Doria Pamphilj e Villa Borghese.
Va comunque riconosciuta al gruppo una formula musicale versatile e di buona qualità, che dall’underground d’inizio ’70 si avvicinava alla canzone italiana d’autore, come suggerisce “Strada Principale”, che inaugura il disco con reminiscenze folk avvalorate dall’innesto di mandolino, violino e percussioni assortite. Lo strumento ad arco assume un ruolo di rilievo nella piacevole linea melodica ed acustica di “La Luna Di Febbraio”, dove fa la sua parte anche il piano elettrico Fender, mentre in “Adesso Ho Te” si fa strada (permettete il gioco di parole) l’influenza di Venditti nelle armonie vocali, inserite in un contesto personalizzato, che prevede improvvisazioni jazzy a giustificar la durata di sei minuti, non proprio da “musica leggera”.

L’ascendente del loro mentore è ancor più palese nel canto di “Maida Vale”, il brano che intitola l’album, risolto con bravura sia dall’innesto del piano acustico, sia nel bell’assolo di chitarra nel finale, dal sapore country-southern. “L’ultimo Autobus” verte maggiormente verso il blues, evocato da armonica e steel guitar, e riemergono spunti di critica sociale nei confronti di “questa civiltà che tutto prende e niente dà”.
Lo si coglie anche nel tono scanzonato di “William Wilson”, che nulla ha da spartire con l’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, ma commenta sarcasticamente i viaggi di un bieco faccendiere americano dai dubbi affari, legati a poteri forti. In conclusione, i pregevoli arpeggi acustici dei chitarristi Bartolini e Lamorgese danno il via al brano più ambizioso, “Karen”, che si protrae per quasi otto minuti con un arrangiamento orchestrale mai invadente, ed è animato da improvvisazioni strumentali del sax e dall’armonica.
Disco indubbiamente piacevole ma senza fortuna, che indurrà i musicisti ad accompagnare il celebre Venditti all’inizio degli anni ’80, prima di giocarsi l’ultima chance con il secondo “Figli Dei Figli Della Guerra”, datato 1982.
Nel Terzo Millennio si sono ricomposti dopo 20 anni, proseguendo la collaborazione con Venditti, particolarmente nell’Anniversary Tour di “Sotto Il Segno Dei Pesci” (2019).

Le nuove ristampe Universal

Baricentro: “Sconcerto”; Gd’A: “Ipotesi”: Madrugada: “Madrugada” e Stradaperta “Maida Vale”, costituiscono rispettivamente i Volumi 11, 12, 13, 14 della nuova serie della Universal, “Prog Rock Italia”; anche i precedenti sono stati diffusamente trattati sul nostro Blog. Le ristampe sono rimasterizzate dai nastri analogici originali, con fascia “Obi” in stile nipponico sulle copertine fedeli agli artwork originali. Sull’Obi strip sono presentate in sintesi note illustrative delle opere.
Le tre versioni a 33 giri (esclusivamente in vinile), sono le seguenti:

  • Vinile nero 180 gr.
  • Vinile colorato in edizione limitata e numerata
  • Vinile Test Pressing in edizione limitata e numerata

Per maggiori ragguagli potete visitare il sito:

https://www.universalmusic.it/custom-shop/prog-rock-italia/

Nelle immagini: Una versione Test Pressing ed il successivo LP della serie, “Grosso Autunno”

14 Commenti

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Ah niente Beppe….continuo a prendere appunti ed annotare i tuoi suggerimenti. Baricentro li conoscevo già, probabilmente tra i 4 da te proposti, sono quelli di cui ho letto più cose.
    Gli altri a memoria, non mi dicono niente, ma molto interessante anche le collaborazioni e commistioni con artisti famosi come Venditti e Vecchioni.
    Ed io continuo a prendere appunti…..

    • Beppe Riva ha detto:

      Si Gianluca, sei attento. Baricentro è probabilmente il gruppo più noto fra quelli descritti nella serie IV; effettivamente gli altri hanno avuto minor rilevanza rispetto a celebrità del Prog Italico trattate in precedenza. Ma val la pena approfondire se quelle sonorità ti intrigano. Grazie

  • Francesco angius ha detto:

    Grazie per questi nomi, alcuni caro Beppe non li conoscevo e sto sentendo da diversi giorni i madrugada e li sto apprezzando non poco. Ottimo pop velato di prog e tanto suono anni settanta italiano. Tienici informati ancora sul prog italico che è veramente fantasioso e vario. Come sempre grazie

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Francesco, i nomi della rassegna IV del Prog italiano erano sicuramente meno noti dei precedenti e spesso più distanti dai caratteri tipici della nostra scuola progressive. Fa piacere però che ci siano lettori che indagano sull’argomento, ascoltandoli per saperne di più. Collezionisti stranieri di varie nazionalità hanno riconosciuto il valore della scuola tricolore. Ho trattato questi gruppi da Rockerilla anni ’90 e continuerò a farlo, mi fa piacere che tu (ed altri, a giudicare da precedenti commenti) abbia/te apprezzato. Grazie

  • Massimo ha detto:

    ciao Beppe, ho letto come sempre con attenzione l’articolo e, sfruttando il tuo assist, ho fatto qualche ricerca “istantanea” sui nomi che non conoscevo. Ho scoperto che i Baricentro avevano inciso la sigla d’apertura per i “Racconti di fantascienza” trasmessi dalla RAI alla fine degli anni ’70! E’ sempre interessante constatare come i gruppi progressive dell’epoca venissero utilizzati per sonorizzare prodotti destinati al mainstream…non solo televisivi come in questo caso, ma anche cinematografici (Goblin e Osanna gli esempi sicuramente più conosciuti).
    Grazie e auguri di buon anno!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Massimo, il brano che citi è il singolo “Endless Man” che prendeva le distanze dalla precedente linea musicale per avvicinarsi all’elettronica. Fa piacere che ti senta stimolato alla ricerca sulla base di ciò che hai letto. Tanti auguri a te.

  • giorgio ha detto:

    Ciao Beppe, gran bell’ articolo, come sempre. Delle band citate conosco musicalmente solo i Baricentro e Stradaperta. Questi ultimi sinceramente non mi hanno mai appassionato, ho tentato piu’ volte l’ ascolto ma l’ ho sempre trovato un po’ troppo leggero negli arrangiamenti, un po’ canzonettistico in certi momenti. Il Baricentro sono stati per me la prima musica “colta”, insieme a Perigeo e Napoli Centrale. Mi piace la sezione ritmica, innovativa e diversa dall’ hard e blues cui erano (e sono) abituate le mie orecchie. Immagino che in concerto debbano essere stati veramente interessanti.
    Un abbraccio e grazie di questi meravigliose ri-scoperte polverose ma dai suoni e atmosfere così settantiane e non.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giorgio, le tue osservazioni sono centrate, per Baricentro l’accostamento agli artisti che citi e per Stradaperta (al di là del giudizio, giustamente personale) il chiaro avvicinamento alla canzone italiana. Ti ringrazio per l’interesse che manifesti.

    • Paolo Rigoli ha detto:

      Mi intrometto per segnalare questo bellissimo video: https://youtu.be/ywLvWpOkAOc

      • Beppe Riva ha detto:

        Paolo segnala con accortezza un raro video del Baricentro, tratto dal secondo album “Trusciant” (1978), spesso considerato più originale del predecessore. Vale la pena vederlo e ascoltare. Grazie per la segnalazione Paolo, ciao.

  • Leandro Cioffi ha detto:

    Ciao Beppe e grazie di questo pezzo. Da meridionale, Baricentro mi rimanda a Napoli Centrale, esperienza dall’analoga direttrice ma più fortunata, forse per via delle più antiche radici del Naples Power di cui fu capostipite, oltre che per la presenza di un leader veramente carismatico. Certo è che a metà degli anni ’70 (Semiramis docet) la discografia italiana già non investiva più su questi nuovi talenti che nulla avevano da invidiare ai loro immediati predecessori. Intanto ora possono ripresentarsi con dignità anche a distanza di tanti anni e godere di una nuova chance: e personalmente lo trovo bellissimo.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Leandro, certamente Napoli Centrale sono passati alla storia in modo più incisivo e riconosciuto, anche per le ragioni che tu citi. E’ altrettanto vero, avendo vissuto quei tempi, che a livello discografico l’interesse verso il Prog italiano (e non solo) è andato scemando dalla metà degli anni ’70 in poi, ad eccezione degli artisti più rappresentativi e/o famosi. Queste riedizioni sono un’occasione per conoscere nomi meno celebrati, offerta a chi è interessato a quel movimento musicale. Ringrazio come sempre dell’apprezzamento.

  • Paolo Rigoli ha detto:

    Dei quattro gruppi recensiti conoscevo, molto parzialmente, solo i Baricentro e i Madrugada. La domanda è forse banale: queste pregevoli ristampe vendono a prescindere dai nomi coinvolti? Sinceramente ho qualche dubbio, ma dall’ascolto dei brani proposti e dalla lettura delle tue parole credo lo meriterebbero. Resta in ogni caso la testimonianza di una fertilità di idee, non solo all’ombra dei grandi gruppi inglesi e americani, che giustamente ha portato Lee Dorrian ad esprimersi sul Progressive italiano come genere meritevole di una sua specificità.

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro Paolo, come si deduce dal sito ufficiale, le edizioni in vinile colorato ed ancor più i test pressing sono davvero limitate. Complessivamente, la tiratura di ogni titolo non supera di molto le 1000 copie e le numerate sono spesso sold-out. Per esempio in Giappone c’è un culto del Prog italiano, perciò credo che l’operazione in generale vada a buon fine (bisognerebbe interpellare la casa discografica). Dorrian a parte, che come esperto non si discute, il prog tricolore è molto collezionato all’estero. Grazie dell’attenzione.

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