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Reliquie PROG

Trilogia dell’Occulto: Necromandus, Bram Stoker, Zior

Di 2 Agosto 202114 Commenti

Dark Sound: racconti del mistero nel rock di cinquant'anni fa

Il fascino del macabro e del gotico spettrale ha caratterizzato attraverso i secoli la storia d’Inghilterra, che si trattasse di cruente saghe celtiche, di castelli infestati dai fantasmi o di arti segrete votate alla stregoneria e tramandate fino ai giorni nostri.
Nell’anno magico 1970, una gelida corrente “occulta” spirò dall’Oltretomba verso l’underground musicale, istigando numerose formazioni a restaurare nel rock l’orrore nascosto e la paura latente, così radicati nella tradizione popolare delle isole britanniche. In un’epoca di intenso fermento creativo come quella di transizione fra gli anni ’60 ed il decennio successivo, nacque il cosiddetto dark sound, “d’infausta memoria” per gran parte della stampa generalista e della critica musicale, apparentemente immerso in una dimensione metafisica e tenebrosa.
Un fenomeno generato principalmente dalla rivalità dei due Black, che aprirono la strada verso scenari popolati d’incubi, cambiando loro stessi identità: dalle più convenzionali radici – rock e blues degli Earth, soul e R&B dei Pesky Gee! – nacquero rispettivamente Black Sabbath e Black Widow.

Le proposte musicali erano ben differenti, comunque spaventose; le liriche di Geezer Butler dei Sabbath si ispiravano ad un maestro dei racconti del terrore, Dennis Wheatley, e la sacrilega croce rovesciata all’interno dell’iconica copertina di Keef incorniciava un magistrale saggio di letteratura gotica, forse trafugato dal Beowulf, poema epico anglosassone del 700 e soggetto di un film diretto dal prestigioso Robert Zemeckis nel 2007. Di “Sacrifice”, l’album che investì i Black Widow della funesta corona di antesignani del rock satanico, abbiamo già ampiamente riferito. Il movimento dark, oppure proto-doom rock, se preferite adottare un termine più moderno, venne artificiosamente dilatato con abbondanti dosi d’immaginazione. Si cercò infatti di rovesciare in un unico, sulfureo calderone, creatori assai differenti di paura cosmica: dai durissimi High Tide, le cui burrascose sonorità ultra-heavy annunciavano il maremoto del primo album “Sea Shanties” , con copertina di Paul Whitehead (ante-Genesis) che pullulava di mostri, ad una prog-band come Mighty Baby: il loro stile non aveva molto da spartire con il rock gotico, ma il chitarrista Martin Stone era un attento studioso dell’esoterista Aleister Crowley, che fra i suoi seguaci vantava una celebrità come Jimmy Page.
La musica d’inizio Settanta che professava “simpatia per il diavolo” ha continuato ad esercitare la sua morbosa attrazione negli anni, al punto che Record Collector, la più autorevole rivista per collezionisti, ha addirittura inventato nel 1993 la storia dei Dodo Resurrection, spacciati per autori del più costoso album di stampa privata del rock progressivo, “Nostradamus” (1972): un’opera “maledetta” focalizzata sui rituali seicenteschi dei Rosacroce a Parigi (gli stessi che ispirarono l’indimenticabile serie televisiva “Belfagor, il fantasma del Louvre”) e ricercata dagli stessi occultisti, poiché illustrava complesse pratiche di evocazione del Maligno! Tutto falso, ma fece davvero clamore, generando una caccia senza speranza alla suprema rarità.
Tornando alle origini, anche la trilogia horror di cui ci occupiamo su queste colonne ha adeguato le sue strategie per iscriversi alla torbida scuola dark del 1970 e dintorni.
I Necromandus si sono ribattezzati ed hanno modificato titoli dei brani per fomentare tenebrosità d’ambiente; e ricordiamo che prima di loro, anche un’istituzione prog, Van Der Graaf Generator, aveva dedicato il brano “Necromancer”, alla figura del mago in rapporto medianico con i defunti.
Bram Stoker, oltre ad adottare il nome dell’autore di Dracula, a lui si sono ispirati per comporre parte del repertorio.
Infine gli Zior hanno addirittura originato un alter ego, Monument, che rappresentasse una credibile colonna sonora per il mito primitivo del rituale di magia nera.
Non ci resta che approfondire con un senso di timoroso ascolto.

Beowulf: L’eroe decapita il mostruoso Grendel

Angelina Jolie nel film “La leggenda di Beowulf” (2007)

Il fake-album “Nostradamus” ispirato alla magia medievale

Necromandus, colpiti da funesta sorte...

Necromandus: Dennis Mc Carten, Frank Hall, Baz Dunnery, Bill Branch.

Negli anni ’90 si è intensificato l’interesse verso il primo lustro dei Seventies, epoca dell’esplosione hard rock e progressive nel Regno Unito; così sono stati riportati alla luce album mai pubblicati precedentemente. Fra gli illustri esempi il secondo “Beyond The Beyond” dei Fantasy, prog classico con fantasie di mellotron affini ai Moody Blues, il secondo T2, hard chitarristico libero dagli schemi e di gran livello, lo stesso “IV” dei ben noti Black Widow.
Ma dei loro autori ben conoscevamo la discografia ufficiale, e a tal riguardo segnalo che Record Collector’s Rare Record Club licenzierà in pieno agosto proprio una ristampa limitata in vinile di “Paint A Picture”, album d’esordio dei Fantasy (Polydor, 1973).
Invece una riserva fittissima di mistero ha occultato a lungo l’opera dei Necromandus; l’unico LP registrato all’inizio del 1973 dal quartetto del nord-ovest britannico (Cumbria) è stato forse il più leggendario fra gli unreleased del suo tempo, ed il segreto è stato parzialmente svelato solo nel 1991, grazie alla prima edizione in vinile “Quicksand Dream” (Reflection), ma con titoli ed ordine diversi degli stessi brani rispetto alle successive ristampe presentate con il nome definitivo, “Orexis Of Death”. Apparentemente le variazioni erano giustificate dall’alone da brividi invocato dall’appellativo Necromandus, che a sua volta aveva sostituito denominazioni precedenti ma più ordinarie come Hot Spring Water e Heavy Hand.
Il quartetto era formato dal chitarrista Barry “Baz” Dunnery con il vocalist Bill Branch e la sezione ritmica costituita da Dennis Mc Carten, basso, e Frank Hall, batteria.
Un grande impulso alla loro riscoperta l’hanno data i Cathedral di Lee Dorrian, fondamentali apostoli del doom-metal anni ’90. Fra le fonti di ispirazione e piacere nei ringraziamenti dell’album d’esordio “Forest Of Equilibrium”, hanno reso un importante servizio di preservazione culturale nei confronti dei pionieri dark. Primi della lista erano proprio i Necromandus, e non stupisce affatto; il loro mentore era nientemeno che Tony Iommi ed il chitarrista avrebbe dovuto produrre il primo album per la stessa etichetta dei Sabbath, Vertigo. La notizia ebbe ampia risonanza e fu riportata anche dal nostrano Ciao 2001; immediatamente presi nota, ma l’attesa si prolungò invano, perché la maledizione che colpì quasi tutte le congreghe di rock occulto dell’epoca, spense anche le aspirazioni dei Necromandus, che pure avevano sostenuto con successo il ruolo di support-band dei Black Sabbath nel tour inglese del marzo 1973. Ne abbiamo accennato qualche mese fa sul Blog, a proposito della ristampa Super Deluxe di “Vol.4”.
I troppi impegni del celebre mentore si ritorsero contro di loro, finendo per annullare la prevista uscita dell’LP e decretando di fatto il loro scioglimento.

Ma la memoria degli “Architetti gnostici di un regno oscuro” non si è affatto persa, ed il loro incompreso capolavoro è stato più volte ristampato negli anni. Il primo CD di “Orexis Of Death” era un manufatto Audio Archives: raffigurati in copertina due sinistri figuri che si fronteggiavano in una tetra sala di chissà quale castello gotico…Ad esso faceva seguito la versione a 33 giri con lo stesso artwork, uscita per l’etichetta genovese Black Widow. Rispetto al citato CD presentava due brani in più, “Intro” e “I’ve Been Evil”, tratti dalla compilation “Necrothology”, testamento di acetati dell’epoca. Senz’altro l’edizione definitiva è di gran lunga la Die Hard, limitata a 300 copie, di “Orexis Of Death & Live” della Rise Above Relics, curata dallo stesso Dorrian (2010) con rinnovata illustrazione di copertina: doppio LP di cui uno registrato dal vivo a Blackpool il 30 marzo 1973, più demo-7 pollici (di una sola facciata, l’inedita “Judy Green Rocket”) ed un fascicolo con bellissime fotografie del gruppo, mai viste in tale formato.
L’album originale, registrato nei celebri studi londinesi Morgan ed impreziosito dalla chitarra dello stesso Iommi, ospite in alcuni brani, testimonia gli intenti dei suoi artefici, che affermavano di coprire uno spettro musicale più ampio rispetto alle superstar di cui erano eredi designati! In “Homicidal Psycopath” i fraseggi del chitarrista extraordinaire Barry Dunnery rivelano un taglio prog-jazz con reminiscenze di Steve Howe degli Yes, ma permeato di suggestioni mesmeriche. Un gran potere di crepuscolare atmosfera levita da “Gypsy Dancer” e da “Black Solitude”, che riecheggiano un altro mito per iniziati dell’etichetta “a spirale” Vertigo, quei Clear Blue Sky votati ad un hard rock progressivo, denso e dilatato. “Nightjar” doveva essere il rampante primo singolo, ed è l’atteso tributo ai maestri del Sabba, dove pare impossibile negare la presenza del gutturale rifferama di Iommi, affiancato da un Bill Branch, degno emulo di Ozzy, non solo nell’aspetto.
Proprio il “Principe delle tenebre”, allontanato dal Sabba ed in cerca di rilancio, aveva chiamato a sé tutti i membri dei Necromandus, escluso naturalmente il cantante, nella prima line-up dei Blizzard Of Ozz, anno 1977…Persa anche quest’occasione, Dunnery ed Hall tentarono il rilancio, come altri veterani, sulla scia della NWOBHM, negli Hammerhead. Il gruppo esibiva un’efficace versione di “Nightjar”, ribattezzata “Don’t Look Down” e perfettamente calata nel nuovo contesto metallico. Non servì a molto: mentre il fratello minore di Barry, Frank Dunnery, si affermava negli anni ’80 con It Bites, anche da quotato musicista al seguito di Robert Plant o degli ex-Yes (ABWH), il chitarrista-fulcro dei Necromandus non avrà mai fortuna e morirà prematuramente, doloroso destino già capitato a Branch e McCarten.
L’unico sopravvissuto, Frank Hall, si tufferà fra le onde del revival per riportare a galla la mitica sigla. Nel 2017, l’omonimo “Necromandus” (CD/LP Mandus Music) li vedeva risorgere a nuova vita, dando dimensione compiuta a materiale composto nel passato. Copertina tenebrosa anch’essa in style, ma non può reggere il paragone con quanto è già stato scritto.
“Orexis Of Death” resta infatti una lunatica e fosca mistura di proto-doom e progressive, imprescindibile in ogni collezione di rock sotterraneo dei Settanta.

Bram Stoker: Dracula diventa Prog

Dalla fine del ’97 ad oggi sono già state realizzate numerose riedizioni di “Heavy Rock Spectacular” dei Bram Stoker… E pensare che qualche anno prima, desideroso di ascoltare finalmente questo gruppo da culto del dark-prog inglese, pagai una cifra sproporzionata per la ristampa bootleg dell’originale LP (Windmill, 1972), la sola in circolazione. Amando le evoluzioni del rock progressivo affrescato a forti tinte dall’organo Hammond (sulla scia dei maestri Keith Emerson, Jon Lord, Brian Auger, Ken Hensley, Vincent Crane, Pete Robinson…) il contenuto musicale era comunque altamente consolatorio!
La prima versione CD è apparsa sul mercato ad opera di Audio Archives, con copertina e titolo rivoluzionati per forzare la mano sul tema “ultaterreno”: “Schizo-Poltergeist” era infatti ripreso dal brano finale, chiamato semplicemente “Poltergeist”, e l’iconografia monumentale/sepolcrale puntava anch’essa sul potenziale “gotico” del gruppo. Nel 2000 seguiva la ristampa in vinile della Black Widow, rimasta fedele al disegno originale: in primo piano una volto femminile trattato con colori psichedelici, mentre sul retro era riportata la lettera di presentazione alla Windmill firmata dal manager Paul Henry: invitando il produttore dell’etichetta londinese ad uno show dei Bram Stoker, assicurava che non avevano nulla da spartire con la Transilvania, in compenso le loro sonorità heavy erano di prim’ordine! Il fervore di tanti cultori nostrani verso la prima era dark d’Oltremanica era testimoniata anche da una successivo CD con copertina replica in miniatura (apribile) della Akarma.
Immutato il repertorio musicale, perché non erano reperibili inediti dell’epoca; in seguito venne riesumata una loro versione del classico folk “Scarborough Fair”, svelata in una ristampa giapponese. Neppure si conoscevano i nomi dei musicisti che affiancavano il leader Anthony (Tony) Bronsdon, organista della formazione e compositore di tutti i brani, impostati sull’egemonia dell’Hammond.
Solo nel Terzo Millennio, con la riapparizione del “vampiro” inscenata dallo stesso Bronsdon, si è fatta luce nella cripta dei Bram Stoker!
Lui stesso ha rivelato che la formazione originale nasceva a Bournemouth nel 1968; al suo fianco il chitarrista Peter Ballam ed il batterista Rob Haines. In seguito completava i ranghi il bassista Jon Bavin, in sostituzione di Jet Harris (proveniente dai celebri The Shadows), dopo che un altro top player, John Wetton, aveva declinato l’offerta di unirsi al quartetto.
Reduce da una cover band di matrice soul, Renaissance Faire, Bronsdon iniziava a comporre in stile progressive fra le avanguardie del genere nel 1969, mentre il nome ispirato all’autore di Dracula non sottendeva necessariamente temi vampireschi o tenebrosi. Invece il titolo dell’unico album, “Heavy Rock Spectacular”, fu un espediente della label ignorato dal gruppo, che si sarebbe poi pentito di aver firmato per la Windmill, rinunciando così ad un’offerta del management dei Deep Purple!
Le registrazioni di “HRS”, nei pur rinomati Morgan Studios di Londra, furono realizzate nel breve volgere di un paio di giorni, lasciando inevitabilmente ai musicisti un senso di incompiutezza, che però nulla toglie all’ardore e alla freschezza di quel suono vintage, che esibiva rock duro incorniciato da corpose tastiere, alla maniera degli Uriah Heep.
In “Born To Be Free”, che introduce l’album, la maliosa timbrica dell’organo Hammond viene accentuata da una chitarra che ne “doppia” le note, alla maniera di John Cann negli Atomic Rooster. Le strumentali “Ants” e “Fast Decay” attraggono per ricchezza di colori, in linea con il dinamico spirito classicheggiante dei Nice, Quatermass e dei Beggars Opera di “Act One”.

Tony Bronsdon assicura però che i suoi estratti di “Toccata e Fuga In D Minore” di J.S. Bach furono concepiti prima di apprezzare le rivisitazioni di Keith Emerson. Altrove appaiono invece le ombre dark che collocano Bram Stoker fra i rappresentanti dell’occult wave inglese d’inizio Settanta: ascoltate “Blitz”, permeata di un magico alone rituale affine ai Black Widow, oppure “Idiot”, che avvicina lo stile di Bronsdon ad un altro “stregone delle tastiere”, Keith Keyes dei Dr.Z, e per finire, il mood ancestrale risolto dai toni ora sommessi, ora solenni in “Poltergeist”, comunque di grande effetto. Questa opinione è avvalorata dalle parole dell’autore, che dichiarò di aver composto i brani per restituire l’atmosfera evocativa appropriata alla fama di Bram Stoker.
Ai suoi tempi, il gruppo suonò ripetutamente dal vivo con artisti di grande rilievo, fra cui The Who, Yes e Genesis; all’inizio dell’epoca glam, si esibì anche con i T.Rex ed ebbe come gruppo apripista addirittura gli astri nascenti Queen. Nonostante i promettenti esordi, la formazione si disgregò rapidamente nel 1972. L’ultimo bassista, Tony Lowe, si ripresentò con Bronsdon in una riunione del 2014, che fruttò l’album “Cold Reading”, a cui fece seguito, con una rinnovata formazione, “No Reflection (2019), un tentativo di mescolare l’originale stile dei Bram Stoker con temi più accessibili.
Arduo comunque allestire ex novo, a decenni di distanza, le caratteristiche, stranianti sensazioni musicali dell’epoca in cui il gruppo sorse dalla brumosa Albione.
La riscoperta di “Heavy Rock Spectacular” è particolarmente consigliata ai numerosi lettori che hanno seguito la serie “Epopea Del Prog Italico”, sul Blog, in virtù del ruolo di spicco delle tastiere. L’ultima ristampa in vinile risale al Record Store Day dell’aprile 2016, realizzata dall’etichetta inglese Talking Elephant (CD della stessa label, uscito l’anno precedente).

Bram Stoker: Tony Bronsdon

Bram Stoker: Pete Ballam

Zior, un "Monumento" all'horror-rock teatrale

Zior: John Truba, Peter Brewer, Barry Skeels e Keith Bonsor (seduto)

Un’importante formazione che legò la sua fama da culto agli imprevedibili sviluppi della confraternita dark-underground inglese furono gli Zior. Probabilmente i soli, oltre ai Black Widow, a mettere in scena una sorta di teatrale Grand Guignol, culminante nella rappresentazione di una messa nera. Gli spettacoli dal vivo, spesso censurati, li danneggiarono però nella ricerca del contratto discografico, coinvolgendoli nella pubblicità negativa che circondava l’”onda occulta” del rock d’inizio ’70, dalla quale le major presero le distanze.
A differenza di altri musicisti, nati sulla scia dell’originario dark sound e poi spariti nel nulla, i componenti degli Zior disponevano di un solido background, prevalentemente nel circuito rhythm’n’blues del Southend londinese. Il personaggio di spicco era Keith Bonsor (un altro magico Keith delle tastiere), già leader di una R&B band senza troppa fortuna, The Essex Five, poi con The Carboard Orchestra, esperienza proto-progressive di fusione fra rock e temi classici, che incise alcuni singoli per la CBS: gli arrangiamenti orchestrali erano curati da Andrew Lloyd-Webber, futura stella dei musical rock, con il quale il gruppo si scontrò apertamente. Così Bonsor strinse alleanza con un altro reduce del R&B, il drummer Pete Brewer, e dopo le audizioni successive ad un annuncio sul Melody Maker, mise a punto gli Zior con il chitarrista John Truba ed il bassista Barry Skeels.
L’intento era quello di allestire uno sbalorditivo spettacolo live, ispirato a precursori dello shock rock quali Lord Sutch e The Crazy World Of Arthur Brown: si narra che persino Jimi Hendrix li abbia raggiunti sul palco per improvvisare jams strumentali…Luci stroboscobiche, fumogeni, ed effetti di chitarra distorta inframmezzati da fughe di Bach contribuivano ad accrescerne la tensione mozzafiato! Il momento di maggior “esposizione” riguardò un breve tour da supporto ai Cream, ma nessuna etichetta osò scritturare gli Zior, fin quando entrarono in contatto con Larry Page, manager dei Kinks e dei Troggs, nonché responsabile di una nuova etichetta progressive, Nephenta, sorella minore della Vertigo di casa Phonogram. L’omonimo primo album, pubblicato nel giugno 1971, fu così una delle prime uscite della Nephenta: lo scenario di copertina, accompagnato da alcuni versetti satanici (“L’amore non può esistere all’Inferno…”) è opera del geniale Marcus Keef, autore di memorabili icone fotografiche di Black Sabbath, Spring, Beggars Opera, Affinity, Dando Shaft fra gli altri…Fa pensare ai boschi impenetrabili che diverranno la tomba dei protagonisti di “The Blair Witch Project”, l’horror “realistico” che ebbe smisurata eco nel ’99. Allora, il problema del gruppo fu quello di trasferire su vinile il clima spaventoso dei suoi concerti. “Zior” resta un eccellente album di hard rock vintage, dove le origini blues e R&R dei musicisti sono chiaramente leggibili. Ascoltate “New Land”, con affinità Uriah Heep, Jethro Tull e Black Widow, oppure “Qabala”, dal mood esoterico e voodoo. Il disco ottenne qualche riconoscimento solo in Germania, dove un secondo album venne pubblicato nel ’73 su etichetta Global, quando il gruppo era ormai sciolto.
Registrato subito dopo il debutto ma rimasto in sospeso a causa delle ristrettezze economiche della Nephenta, “Every Inch A Man” manifestava tangibili progressi anche a livello di atmosfere misteriche. Il quartetto non rinunciava affatto alla sua evidente natura rock’n’roll: “Dudy Judy” suona come una versione più cattiva degli Status Quo, “Cat’s Eyes” è un trascinante hard rock anthem, ed il boogie di “Ride Me Baby”, punteggiato dall’armonica, è più vicino ai primi ZZ Top che ai Black Sabbath.

Ma il brano d’apertura, “Entrance Of The Devil”, attraversato da un urlo lacerante alla Arthur Brown e dal feedback maniacale della chitarra, si suppone perfettamente calato nella dimensione live degli Zior, per la sua natura di heavy rock teatrale, e “Strange Kind Of Magic” è a sua volta molto efficace, agitato da corrosivi riverberi fuzz. Rispetto al primo album, Zior si muovono anche in atmosfere rarefatte di grande effetto: “Have You Heard The Wind Speak”, dove la voce del vento è sussurrata e ultraterrena, oppure “Suspended Animation”, un brano davvero spiritato, contraddistinto da felpati passaggi di flauto e vibrafono, e da una liquida chitarra elettrica psych. “Time Is The Reason” dimostra invece come le rare manifestazioni acustiche degli Zior fossero profondamente influenzate dai Jethro Tull. Infine, una particolare menzione per la title-track: introdotta da tastiere sinistramente ispirate a Bach, e con la voce di Bonsor che declama i versi in modo ieratico, è il brano più evocativo in assoluto, fondamentale preludio ai Monument. Questi ultimi erano gli stessi Zior, trincerati dietro nomi fasulli, forse per irrisolti problemi contrattuali.
Infatti l’album “The First Monument” (Beacon) uscì a sua volta nel ’71, frutto di una jam-session notturna in evidente stato di “alterazione”, ed apparentemente consacrato alla stregoneria ed al culto voodoo; in quest’opera le tastiere di Bonsor (alias Steven Lowe) sfruttavano maggiormente il loro potenziale espressivo. Sfumata fra realtà e leggenda la notizia che lo stesso Lowe abbia realmente fondato una setta occultista nell’Essex, ad emulazione del famigerato Alex Sanders che istruì personalmente i Black Widow sui rituali di “Sacrifice”. L’ambientazione musicale di “First Monument” era cangiante e multiforme, un autentico sortilegio che alterna parti aggressive ed oniriche, rivelando tutto il potenziale evocativo del gruppo, a partire dalle tastiere sulfuree di “Dog Man”. Indiscutibilmente i suoi effetti mistici e spettrali diventeranno altamente seminali per ogni esperienza rock di natura black magic. Così gli Zior, offrirono il più esplicito contributo alla causa dark-progressive sotto mentite spoglie!
L’intera discografia degli Zior e dei Monument, compreso il reunion-album, “Spirit Of The Gods” (2019), è reperibile in un pregevole cofanetto di 4 CD, “Before My Eyes Go Blind: The Complete Recordings” della Grapefruit, a sua volta edito nel 2019.

Zior: Barry Skeels

Zior: Peter Brewer

14 Commenti

  • giorgio ha detto:

    Grazie Beppe bellissimo reportage su dischi fantastici. Non conosco Bram Stoker e ti ringrazio, parto alla ricerca del 1° lp. Necromandus lo acquistai un po’ di anni fa’ proprio grazie al fatto che si vociferava che dietro ci fosse Iommi. Album bellissimo anche se non ho ben capito la differenza con Oreixis of death. E’ lo stesso lavoro ma con scalette diverse ? Di Zior ho trovato il 2° e mi ha entusiasmato parecchio anche se la registrazione del cd mi sembra mal fatta con un suono freddo e metallico.
    Sarebbe interessante, aprire un approfondimento sulle reali radici magiche ed esoteriche dei gruppi dark del ’70. Quanto c’ era di studiato commercialmente e chi effettivamente invece affondava il suo sapere in testi occulti.
    A presto con altri magnifici articoli come questo, corredati di foto che spesso non avevo mai visto !!!! Quanto li vorrei di carta questi articoli sigh sigh

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giorgio, i brani in studio contenuti nelle differenti edizioni dei Necromandus (Reflection e successive) sono gli stessi, cambiano dei titoli, poi la ristampa die hard della Rise Above ha qualcosa in più, come scritto. Sul reale interesse per l’occulto di quei gruppi penso ci sia parecchio da dubitare, eccetto i primi Black Widow (vedi Sacrifice sul blog) e che ci sia stata una tendenza (underground o poco oltre) a trasformarla in moda. Però la musica era eccellente, peccato che interessi solo parzialmente ai nostri lettori, comunque sono contento che ci siano alcuni estimatori come nel tuo caso, che fai attenzione anche all’impaginazione con materiale fotografico non proprio banale. Grazie

  • Medeo Olivares ha detto:

    Caro Beppe, grazie: ancora una volta un tuo scritto lascia il segno e soprattutto incuriosisce e sprona il lettore ad addentrarsi in aspetti di certa musica che spesso per tempo e altro non si è potuto approfondire. Conoscevo i nomi dei gruppi da te indicati, ma non avevo mai avuto l’opportunità di ascoltarli, così come sono totalmente all’oscuro per quello che concerne il dark sound in genere. Pertanto il tuo testo mi premetterà di ricercare o di non rimanere stupito quando mi troverò di fronte quei nomi. Complimenti!

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro Medeo, effettivamente il motivo che mi induce a ripresentare certi nomi ormai inghiottiti dal passato è quell'”incuriosire” che tu lucidamente riporti. Non è propriamente il target della maggioranza dei lettori, ma non bisogna preoccuparsi troppo di trattare nomi “popolari”, non avendo fini commerciali. Certo fa piacere che qualcuno, come te, se ne accorga! Grazie, a risentirci.

  • Lorenzo ha detto:

    Ciao Beppe.
    Ammetto che di questi gruppi ho letto (attraverso le belle pubblicazioni della Giunti editore a firma Cesare Rizzi, che andavano a rimestare nel sottobosco inglese dei ’70), ma ho ascoltato poco.
    La sensazione che mi è rimasta sentendo, seppure in maniera superficiale, il materiale di questi gruppi (o altri sulla stessa falsariga) è di una diffusa qualità e originalità, e che fossero più sbilanciati verso il prog “esoterico” che non sull’hard rock. Forse questo è uno dei motivi per cui hanno fatto pochi proseliti, essendo difficilmente classificabili.
    A proposito di supporti sui quali documentarsi, nessuno sa se il libro citato, Hard Rock Anthology di Enfer, è per caso disponibile in italiano?

    • Beppe Riva ha detto:

      Lorenzo ciao, i gruppi di quell’epoca erano comunque meno irrigiditi in stili confezionati rispetto ai decenni successivi poi è vero che non essere classificabili può essere uno svantaggio. L’HR Anthology di Enfer non è stata tradotta in italiano, ma i commenti sui gruppi erano molto brevi e comprensibili. Serviva soprattutto per l’estensione enciclopedica degli artisti coinvolti. Per maggior approfondimento servono altri testi, ad esempio il voluminoso Tapestry of delights, inglese, su tutto l’underground UK fra anni 60 e 70. Grazie

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe, naturalmente complimenti per l’ennesima dimostrazione di cultura in ambito musicale con il trattamento di nomi non convenzionali e sconosciuti ai più ribadendo che le radici del genere sono piantate profondamente ed hanno preso linfa in un underground vasto ed inesplorato…
    Concordo con il fatto, anche di chi commenta, che questa eredità diciamo sonora e concettuale sia sbiadita nel tempo e non raccolta adeguatamente specie dalle categorie dell’extreme metal dove è più forma che sostanza… Tant’è vero che pur oggettivamente i generi black e death prendano culturalmente a piene mani da queste radici, soggettivamente non riescano e non siano mai riusciti a darmi lo stesso impatto musicalmente… E non penso sia una questione anagrafica purtroppo…

    • Beppe Riva ha detto:

      Oggettivamente Roberto la discendenza consapevole del metal estremo da queste radici sarebbe da verificare. Più facile per molti mescolare le sonorità di Black Sabbath e Venom, senza preoccuparsi di altre derivazioni. Resta però da riconoscere che alcuni gruppi di black metal moderno si sono evoluti con un proprio stile. Poi, come ho già detto, de gustibus non est disputandum. Grazie tante per aver gradito, l’argomento non è “popolare”. Ciao

  • Fabio Zampolini ha detto:

    Bellissimo articolo, va riallacciato con quanto ammonivi già negli anni ’80 sulle pagine di Rockerilla, cioè che sono stati ‘eletti’ troppi messia neri nel rock, secondo me come metodo più che altro per distinguersi dalla moltitudine, sono poi finiti alla fine anche loro per essere appunto moltitudine ( che ha detto black metal?) . Qui c’è appunto lo spirito originale, ottimo. Adesso stampo l’articolo come compendio di un bel libro, ‘Hard Rock Anthology 1968-1980’, edito dalla bibbia del metal francese Enfer che tratta quasi unicamente proprio di questi gruppi. Ottimo Beppe, come sempre

    • Beppe Riva ha detto:

      Mi fa piacere Fabio. Il libro che citi, Hard Rock Anthology di Enfer, è un pezzo storico, ottimo contare su lettori così preparati. Nei miei articoli cerco di combinare nozioni & emozioni, lo trovo impegnativo ma è quello che mi sento di fare e di offrire. Grazie e a presto.

      • Alessandro Ariatti ha detto:

        Mi fa piacere che, anche nel 2021 alla veneranda età di 52 anni, tu caro Beppe non finisca mai di stupirmi e di farmi scoprire nomi finora sconosciuti. Mi ricollego anche a quanto affermato da Fabio riguardo al black metal, soprattutto nordico, che avrà sicuramente adottato l’iconografia di certi gruppi, ma non è arrivato nemmeno a scalfirne la sostanza. Poche eccezioni a parte, ovviamente, tipo i primissimi Emperor secondo me. Ciao Beppe, ciao Fabio.

        • Beppe Riva ha detto:

          Mi piace recuperare questi nomi da culto dei Seventies, seppur consapevole che fra i lettori non godono dello stesso appeal dell’hard’n’heavy anni 80 o dello stesso prog italiano. Ma non sono qui per vendere. Ho seguito con attenzione la scena del metal estremo negli anni 90, che ha generato proposte a loro modo avantgarde (precursori i Celtic Frost di “Into the Pandemonium”). Emperor sicuramente fra i più importanti, però tali gruppi non hanno reali punti di contatto (musicali) con i soggetti di questo articolo. Grazie molte per l’interessamento.

          • Massimo ha detto:

            Beppe, non ho che una conoscenza sommaria del prog e queste diramazioni sotterranee sono per me delle novità tutte da “studiare”: grazie ancora una volta per l’input!
            Vorrei invece intervenire sul parallelismo col black metal, che secondo me sta in piedi grazie a qualche riferimento esoterico e poco altro. Inoltre: potenzialmente, tutto diventa “moltitudine” in base al principio di domanda/offerta, ma non ci vedo niente di male finché un genere si mantiene credibile. Il black metal norvegese, che (come giustamente osservi) discende da tutt’altro ceppo, ha forgiato una “moltitudine” assolutamente degna – che a partire da “A blaze in the northern sky” dei Darkthrone ha continuato a scagliare tremendi anatemi (almeno) fino al ’95. Senza scomodare Mayhem e Burzum, ossia gli altri due artefici della rivoluzione, ci tengo a rendere omaggio alle riconoscibilissime sonorità di Enslaved, Satyricon, Fleurety… limitando semmai i contatti con gli anni ’70 alla Musica Cosmica (anche qui, più per approccio che per somiglianza).
            Ma questo non è il mio spazio-web e non mi pare il caso di infestare i commenti con uno special sulle nefandezze nordiche 🙂
            Grazie per lo spazio concessomi.

          • Beppe Riva ha detto:

            Massimo ciao, ho sempre sostenuto che commenti fatti con cognizione di causa arricchiscono il blog, quindi il tuo non “infesta” affatto. Precisando che almeno 2 gruppi dei 3 trattati hanno delle riconoscibili caratteristiche heavy rock, come risulta dalla descrizione, ti confermo che negli anni 90 non ho affatto sottovalutato il black metal, pur prendendo le distanze da eccessi extra-musicali. Vari gruppi hanno evidenziato metamorfosi nel loro impianto “estremo” travalicandone i confini. Non solo sonorità e ritmi claustrofobici dunque. Per mia formazione e generazione (ahimé non certo fresca) resto ovviamente legato a sortilegi più antichi. Grazie dello spunto di discussione.

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