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Ricordo Perfettamente

La Grande Truffa del rock and roll

Di 23 Novembre 20219 Commenti

Dove si tratta di come la musica talvolta ci venga venduta malamente da soggetti che stanno dalla medesima parte del nostro fossato, lontani da tutto ma pronti a tutto, di punk, di rock, di truffe e malafede...forse...oppure di semplice presunzione.

Un paio di giorni fa chiacchieravo con il mio socio e amico di una vita Beppe. Tra un cazzeggio e l’altro abbiamo ricordato certi articoli, usciti per periodici su cui abbiamo scritto e il suo suggerimento di rivedere qualcosa del nostro passato mi ha fatto tornare in mente un episodio tutto sommato anche sufficientemente recente e di cui vi voglio fare partecipi… siamo nel secondo decennio del terzo millennio. Max Stefani mi aveva coinvolto in una collaborazione con Suono, testata storica, dopo anni di riposo assoluto dalla tastiera. Dopo un un annetto abbondante, mi dice : “Ho trovato un finanziatore per un mensile, che ne dici di scrivere per me ?”. Dissi subito di sì. Alcuni soggetti coinvolti erano a me noti e mi stimolava parecchio l’idea di ricominciare a scrivere con continuità.

Per il primo numero del giornale che si chiamava Outsider, scrissi due cose : una sui Jethro Tull, una, chissà perché, su quella che ho sempre descritto come “La grande truffa del rock and roll”. Come voi ben sapete, io penso che qualsiasi cosa che noi scribacchini sosteniamo, è e resta assolutamente un nostro parere personale; frutto di esperienze, di lavoro o semplicemente della nostra passione, ma nulla di più. E’ vero : alcuni del settore non hanno di sé una visione così realistica e si ritengono dei…giuro che l’ho letto solo pochi giorni fa su un social… “divulgatori musicali”… come se la loro opinione divenisse improvvisamente esegesi di chissà quale fonte. Non voglio scadere anzitempo in polemica, dato che quello che state per leggere è già sufficientemente, fin troppo, polemico, ma è amaramente vero che – tranne i rarissimi casi in cui si è vissuto in prima persona una corrente, una sequenza, una fetta di Storia – noi italiani siamo sempre rigorosamente restati fuori dei confini dell’Impero, di un impero che abbiamo solo osservato. E questa è cosa che ci condiziona, ci fa soffrire, al punto di farci credere di aver vissuto e partecipato a una cultura di cui siamo stati solo, al massimo, degli attenti spettatori.

Ho fatto della musica degli altri il mio lavoro, ma non per questo mi sono mai convinto di essere stato parte integrante del gioco; al massimo lo sono stato, per un certo tempo, ma rigorosamente all’interno dei nostri limitati confini. Credo e spero di aver lasciato un qualcosa dietro di me, ma questo non fa del sottoscritto un soggetto del tutto attivo nelle vicende della musica che amiamo ascoltare. Traduco per praticità : un conto è lavorare in Italia, dove chi si occupa di musica è un perdigiorno, un conto farlo in un paese evoluto, meglio se anglosassone, dove farlo è una professione ed un lavoro rispettato come fare il medico o l’ingegnere.

Ma torniamo a noi. Nel prequel della mia storia professionale, ero un giovanotto emozionato e appassionato. Le due condizioni mi hanno portato, prima per diletto, poi per quel lavoro, all’estero per lunghi periodi; quella è stata la mia fortuna. Per caso ho assistito alla nascita e alla fine di corsi storici musicali avendo, finalmente, la possibilità di vedere in prima fila gli avvenimenti, avendone una visione del tutto diversa. Perché vedere una partita di calcio dallo stadio NON è come seguirla in tv. Così come sparare con un’arma NON è come giocare alla playstation…se riesco a spiegarmi. Perché vi racconto queste, tutto sommato, banalità? Perché quel pezzo, quello sulla “truffa”, che io credevo avesse un senso logico e una base realistica, toccata con mano, fece così incazzare alcuni collaboratori presenti e papabili per quel mensile Outsider, al punto che un paio chiesero di scrivere un…controarticolo… altri se ne andarono sdegnati dopo aver chiesto la mia testa prima ancora di scendere in campo. Così oggi, a distanza di qualche anno, ho scelto di riprendere in mano quel lungo articolo…che ebbe persino una seconda puntata, a distanza di tempo e che ritengo giusto proporvi nella prossima occasione… di rivederlo, di dargli un minimo di senso logico attualizzato e di chiedervi di esprimere un vostro parere per capire se fossi stato io fuori sintonia, oppure se le mie riflessioni avessero un senso logico. Grazie della vostra collaborazione e pazienza… e… sì , certamente … quel giornale che morì dopo una ventina di numeri, lo amai dal profondo, lavorandoci praticamente in due. Strana cosa la vita.

Non so se ricordate quel meraviglioso monologo di Gaber “Cosa mi sono perso”. Da quando lo sentii la prima volta lo trovai così lucidamente logico che decisi di farne la mia stella cometa, il mio faro guida. Il piacere di sapere cosa ti perdi non andando a teatro, al cinema, non guardando la tv, non leggendo certi libri o giornali, non ha prezzo. Ma va ogni tanto stimolato con una esperienza che sai già negativa per non dimenticarlo, perché… “Bisogna saperlo quanto si soffre, bisogna ricordarselo…perché poi quando non ci vai, godi ! Non si gode mai abbastanza di quello che si perde, mai!”. E’ quindi esattamente come Giorgio che sono sempre eccitato dall’idea di perdermi qualcosa con il gusto successivo di poter dire a testa alta : “No, io quella cosa lì non l’ho mai vista né letta né ascoltata!”. Ma la necessità di godere della perdita sta anche nel mantenere vivo il ricordo della sofferenza. E’ per questo che ogni tanto cedo, costretto dalla ineluttabilità delle cose. Tempo addietro nella mia edicola preferita faceva occhiolino l’ennesimo, inutile e dozzinale esempio di come l’editoria tenti di sopravvivere barando : “I 500 migliori album di sempre”, narrava lo strillo di copertina.

Ne avrò visti a dozzine di questi numeri speciali, creati quando è necessario essere in edicola quando proprio non si ha nulla da dare e da dire o quando si tratta di cucinare per tempo un numero che uscirà quando tu sarai a sciare sul Bianco o a riposarti in Sardegna; numeri precotti, edificati sul poco o nulla, superflui. Ne avrò visti a pacchi, letti anche troppi, fatti io stesso a manciate, ahimè. Lo so già prima di aprirli che mi incazzerò, che non finirò mai di leggerli e che ogni volta che mi ci cascherà l’occhio dentro mi monterà un nervoso difficile da sedare. So perfettamente che non li butterò mai via perché mi serviranno a futuro monito, da scusa per riderci sopra con gli amici o per stimolare la mia creatività tutta toscana nella non improvvisabile arte del moccolo quando proverò a leggerne qualche pagina, meglio se in bagno.

Una fiaccola eterna a ricordo della sofferenza. Pagai il dovuto e gettai il cartaceo nel didietro della mia auto dove sapevo già che non sarebbe riemerso se non dopo giorni. Ma quel giorno, prima o poi, arriva.

L’introduzione era la solita. I giornalisti musicali non sono mai creativi, si ripetono nelle brevi giustificazioni del loro operato e già il fatto che debbano farlo dà a pensare. Ricordo una citazione di tal Elton John in cui riesco persino a riconoscermi, dato che la semplice ma perfetta teoria la vado ripetendo da anni e di cui sarà il caso di parlare insieme, una di queste volte. Poi ricordo di essere scivolato dentro al melma selezionata da nomi augusti della discografia , della musica, della critica ; l’edizione del periodico è italiana, dunque conosco la maggioranza di costoro…tranne i ragazzini affiorati recentemente dal marasma. Alcuni di costoro li faccio molto più intelligenti delle loro scelte ed è per questo che continuo ad attribuire quegli imbarazzanti elenchi a refusi di stampa o all’ingerenza di qualche redattore solerte in vena di veder spiccare alcuni suoi preferiti al posto di altri. Anzi, sono assolutamente certo che questa sia l’unica spiegazione plausibile per veder sempre e rigorosamente i medesimi nomi dei medesimi dischi perché non posso credere che non si possa far di meglio che indicare sempre “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” come il disco più bello mai partorito in questo globo terracqueo. E questo di ogni genere musicale conosciuto sul pianeta.

Oddio…non che quel disco non sia un capolavoro, splendido e luminoso come si ritrova, ma possibile che sia sempre e soltanto quello qualunque sia la testata che si impegna nell’esercizio dei “ XXX dischi migliori del secolo, decennio, pianeta, sistema solare “? Possibile che, in quel caso, Dylan , Beatles e Stones fossero presenti con dieci, leggesi dieci album a testa e i Velvet Underground con addirittura quattro sui cinque prodotti in totale ? Il dubbio che il vivere troppo lontano dall’Impero e il vivere all’ombra di quello che si intende interpretare di tutto ciò che si legge possa condizionare il giudizio facendo emergere solo il gusto personale  è incombente.

Da zappiano domando : possibile che dello Zappa, intorno alla seconda metà della lista si indichino Freak Out e We’re only in it for the money come “le sue opere più creative e innovative”? Il dubbio in questi casi è certezza : questi, Zappa, non lo hanno mai più ascoltato dal 1966. Così come dei due terzi dei dischi presenti in elenco, probabilmente conoscono solo le copertine.

Vedete ? Una sana , creativa incazzatura mi sta montando. Denaro ben speso. E il fatto che si tratti di un mensile specifico in questo caso, non salva gli altri che con medesima puzza al naso e saccenza elencano i “loro” XXX album , come se per noi sapere che tizio o caio si porterebbero… pizza o fichi…su un’isola deserta, dovrebbe convincerci della bontà del loro giudizio. Mi torna in mente una vecchia intervista a un famoso promoter oggi scomparso : David Zard, che ben conobbi. In quella occasione Zard parlava dei Beatles, definendoli il gruppo più sopravvalutato al mondo, il risultato “della più grande operazione di marketing mai fatta nel rock!”. L’uomo ebbe a gestire e vedere molta musica in vita per crederlo un fesso; propendo quindi per un sapiente distillato di spirito di provocazione. Diversamente ci sarebbe stato da chiamare il 118 per un TSO immediato. Perché David avrebbe dovuto indicare ben altro come esempio di luminosa operazione di marketing, e lui ne avrebbe avuto tutti gli elementi per farlo.

Quale dunque l’esempio corretto a mio parere ? Il prossimo anno saranno 45 anni dalla esplosione ufficiale del fenomeno definito “Punk”. Ogni scadenza quinquennale molti lo ricordano, ne scrivono, forse giusto un paio ne recuperano correttamente veri istinti, motivazione e soprattutto ne evidenziano le reali qualità artistiche. Una percentuale imbarazzante di chi ne scrive non ha mai visto un gruppo del genere su un palco tra il 77 e il 79. Ma ne scrive estasiato ugualmente sbrodolando radici culturali che a me continuano a sfuggire tutt’oggi. Chissà perché, da queste celebrazioni, si tengono sempre lontani gli inglesi; forse perché, da perfetti furboni come sono, non potrebbero mai dire almeno parte delle verità che non gli conviene far emergere. Questo è puro marketing : evitare di ricordare per continuare a vendere.

I nostri scriba specializzati non si esimono mai dalle celebrazioni, al contrario. Essi sono punk nell’animo e nei gusti, all’epoca, buon per loro, erano probabilmente all’asilo nido e tranne qualche tour di riunione di qualche reduce, non hanno avuto esperienza diretta. Ma hanno letto qualcosa e di conseguenza scrivono, scrivono, scrivono. Io ripenso a quel nome, punk, e penso che i giornalisti musicali siano proprio animali strani : hanno una necessità famelica di cassetti, di etichette, di nomi che in un attimo aiutino se stessi e i potenziali lettori a capire. Forse perché non sanno più scrivere, forse perché non hanno mai saputo descrivere, non sapendo cosa raccontare, costretti a immaginare. Penso al punk e rifletto che se in Italia fosse nato un genere definito “rock teppista” o secondo una tradizione più comune “rock da due soldi”, pochi si sarebbero sentiti stimolati. Ed invece no. Essi, stufi del classico rock amplificato, grondante ritmo e blues, magari mescolato a influenze jazz, annoiati e mai del tutto convinti del “progredire” sinfonico e strumentale dell’ingombrante rock progressivo, data per defunta qualsiasi scintilla proveniente dalla costa ovest d’America, finirono con l’innamorarsi di un suono grezzo, rozzo e scortese, spesso mal suonato, ritmato fuori tempo, privo di inventiva e di composizioni di rilievo. Perché glielo avevano detto oppure perché far finta di precorrere di scoprire…di divulgare… in patria vale molto più di evitare di esaltare. Perché i nostri amici sono LORO che scrivono e intervistano ed è questo ciò che conta, mica chi dice cosa. E volete togliere a costoro il piacere di poter dire che…”in Italia ne ho parlato io per primo!” ?

Se fossimo stati nel Regno Unito avrei capito : la loro è necessità. Per loro avere una decina di album nelle classifiche mondiali, ma specialmente in quelle statunitensi, significa da sempre portare il PIL a pareggio. Non si diventa baronetti per sole qualità artistiche… un lavoro come un altro quello degli scriba inglesi, un buon lavoro. Corretto per loro, dunque, sorvolare su pecche qualitative, sulla durata in prospettiva del fenomeno, sulla accurata operazione di marketing. Improvvisamente, ai tempi, i club erano nuovamente pieni, la birra scorreva a fiumi, le strade della moda vendevano oggettistica e vestiti come non accadeva nella Carnaby Street dei bei tempi e il rock, fenomeno ingombrante, da grandi spazi, tornava a rimbombare nelle piccole sale, poco importa se con un suono sgrammaticato uguale a quello che usciva dal garage di papà. Certo, l’operazione necessitava di radici nobili ma sopra ogni cosa di una aura di ribellione accuratamente impacchettata. Se in Italia bestemmiare il Papa e venderne la registrazione sarebbe impossibile, fare la medesima cosa con la Regina e venderla, lì, se il pacchetto era ben confezionato, era possibile.

In questo calderone la capacità manageriale di Malcom LcLaren, su tutti, seppe donare a un gruppo di scapestrati, i Sex Pistols, una immagine leggendaria da cui finì col guadagnarne l’intero filone : il bassista era un tossico che non sapeva letteralmente dove mettere le mani ? Il cantante sguaiato e stonato ? Il batterista fuori tempo e scoordinato ? Non importava. Era esattamente quello che serviva per fottere il potere. Il potere? “Ma non è vero! Sui dischi non è così, suonano e cantano bene!”. Ma chi ha mai visto i Pistols su un palco ? Solo chi si fosse trovato nella Londra di fine anni settanta avrebbe respirato l’aria fritta di un genere di cui solo una manciata minuscola di gruppi sarebbe stato ricordato; il restante 90 per cento spazzato via al primo singolo e al secondo concerto. Pochi sapevano accordare il proprio strumento, ammesso che servisse, pochissimi sapevano cantare, nessuno sapeva comporre degnamente, tutti sapevano menarsi tra loro e fare casino.

Ma tornando a bomba, della truffa sapevano tutti, e la genialità dell’operazione fu proprio fare di una serie di difetti insormontabili le virtù più rilevanti. Visti dai nostri giorni i gruppi che sapevano suonare e andare oltre il casino si contano sulle dita di una mano monca e la loro storia racconta che non appena imparavano ad andar vicino a comporre e suonare, prendevano immediatamente le distanze dal genere. Una leggenda ben costruita, spesso inventata ad arte ad uso e consumo di chi sta alla finestra in attesa di un nuovo vento. Bravi cazzo ! Bravi davvero. Difficile vendere fuffa , ma ancor più difficile farla passare alla Storia.

E da noi, quando tutto era oramai abbondantemente morto e sepolto, promoter discografici e giornalisti innamorati dello spirito ribelle si gettarono a mescolare in un unico calderone tutto quanto fosse prodotto all’estero e che fosse nuovo. Perché se usciva un nuovo gruppo doveva essere per forza punk e come tale etichettato e promosso. Maledetti. Hanno confuso le idee a una generazione di appassionati facendogli credere che le radici del rock da due soldi fossero nobili; finirono col parafrasare una frase di Kris Kristofferson scambiando freedom con punk“punk is just another word for nothing left to loose” perché i perdenti fanno sempre breccia … un po’ come dire “disgraziati di tutto il mondo unitevi, ribellatevi!”. Peccato fosse la EMI a dircelo o la Polygram. E peccato fosse pure ridicolo da un punto di vista pratico, dato che le punte di diamante si dicevano nichilisti, autodistruttivi, potenziali suicidi. A pensarci bene… chi vi ricorda tutto ciò, anni dopo ?

Le interviste iniziavano con distacco assoluto e sufficienza finendo sempre con un bel vaffanculo e qualcosa a portata di mano che veniva fracassato. Avendone avuto esperienza ho sempre pensato che le interviste che circolavano fossero frutto di passaparola più che di una reale chiacchierata, impossibile da realizzare. Ho incontrato alcuni miti di quel genere e non ho mai potuto riportare la verità… peccato.

Maledetti, però. Ci hanno fatto credere…vi hanno fatto credere… che molto rock, vivissimo e pulsante della seconda metà dei settanta fosse vecchio, sorpassato, inutile. Hanno fatto credere che The Who e Iggy Pop fossero davvero i padri putativi di quel rock autodistruttivo solo per un maggior atteggiamento stradaiolo rispetto a …che so… Emerson Lake & Palmer o Yes, che diventavano musicisti finiti, da cancellare, per loro. Maledetti perché la musica in fondo non è una saponetta ed anche se inevitabilmente si trascina dietro un indotto, esso deve rappresentare la coda e non il cane. Come sarebbe accettata oggi, quasi 45 anni dopo la banale lametta unita alla svastica, alla croce celtica, alla doppia S, come accetteremmo lo sputo, la violenza fine a se stessa, il dito perennemente ritto, le frasi sessiste ? Chiedetelo alla Murgia. Tutta finzione, provocazione, nulla di reale veniva riferito, perché i punks erano anarcoidi, odiavano ogni ideologia autoritaria…ma la caccia allo straniero, spesso italiano o nero, nelle metropolitane o nei quartieri più poveri era reale, così come le degenerazioni nazi degli skinheads. Ma i nostri divulgatori ed esegeti, dove stavano ? Non in metropolitana, sicuramente.

Ma torniamo in Italia. Chiudete gli occhi e immaginatevi la scena : siete dentro a una importante etichetta discografica; un paio di promoter al passo con i tempi discutono con qualche temprato critico. Davanti a loro nomi tanto freschi quanto ignoti, con scopo diffondere il nuovo beat e testare il mercato. E’ da questi incontri che nel minestrone punk finiscono Flamin’ Groovies, Radio Birdman, New York Dolls, Suicide e Devo… è lì dentro che finisce Patti Smith, immediatamente etichettata come la “poetessa del punk” e al diavolo le sue radici che dicevano che da anni fosse nel giro del rock, donna di Allan Lanier dei BOC per cui aveva composto e chissenefrega se qualsiasi suo riferimento era al rock dei cinquanta e sessanta e alla malora se i contenuti dei testi mostravano più riferimenti culturali di quanto l’intero movimento avrebbe potuto mettere insieme.

Maledetti…riuscirono a etichettare come punk persino i Pavlov’s Dog di David Surkamp e i Talking Heads di David Byrne… i Cramps… chi ricorda di aver letto dei Count Bishop gruppo punk o dei Deviants di Mick Farren definiti proto-punk ? Chi non ricorda di aver visto infilare nel punk i Television, i Dr Feelgood, il puro rock and roll degli Eddie & Hot Rods, il reggae dei Police e persino il ruvido rock dei primi Motorhead solo perché avevano appena firmato per la Chiswick, una delle indie più attente alla nuova ondata ?

Maledetti…i Police. Il gruppo dell’antipatico Sting confinati nel punk…ricordo perfettamente : Reggio Emilia , aprile del 1980…li avevo già visti l’anno prima… i Cramps di supporto… un paio di pezzi e poi una marea di pseudo-punk in prima fila a spintonarsi e sputare ovunque…Sting al secondo sputo, una abitudine comune e raffinata del periodo, si avvicina al microfono e scandisce : “Se qualcuno mi sputa ancora scendo giù e gli spezzo le gambe!”. Questa la visione tutta italiana e degenerata del fenomeno, anno del Signore 1980. In Inghilterra quel movimento era già sepolto da un mare di heavy rock di cui oggi nessuno si è dimenticato e che riempie ancora stadi e vendite.

Eppure c’è stato chi da noi, di rimbalzo, ancora oggi sbava su musicisti che al solo nominare la parola di quattro lettere e al ricordarne il passato si alza e se ne va, lasciandoti con il registratore acceso. Divulgatori musicali con la fissa del proprio ego, della firma in calce che da Trieste in giù hanno condizionato e condizionano ancora il gusto di chi crede loro.

Io ? Sì, certamente…avevo una quantità di 45 giri che non corrispondevano mai a quello che sentivi eseguire in un piccolo club, che ti lasciavano sconcertato per la lontananza da ciò che avevi imparato a ricordare… ed a perenne memoria un disco di tali Larry Martin Factory, che andai anche a vedere dal vivo; dei francesi la cui mamma non aveva idea che il figlio suonasse. Li tengo lì, in mezzo a tanta bella musica, a dimostrazione che ci si può sempre sbagliare, che è bello leggere ma che è corretto confrontare poi il proprio giudizio perché quello non si è formato poi in modo tanto differente da quello di un tipo che ha la firma in calce…ed a me serve affinché un giorno mi venisse in mente di comprarmi qualche nuova cosa dopo averne letto senza aver toccato con mano… e…non vedo l’ora di perdermela.

PS : Ho nominato Malcom McLaren e vi prometto di ritornarci sopra a brevissimo giro di posta perché la mia esperienza diretta sono certo che vi potrebbe interessare…o in alternativa fare incazzare… si tratta di Cash from Chaos dove si parlerà del Malcom e di un incontro occasionale…

9 Commenti

  • Giampaolo ha detto:

    Sono anni che la penso così, non avrei potuto trovare parole migliori per definire quello che penso del punk. Mai sopportato.
    Grazie!!!!!

  • Fabio Zavatarelli ha detto:

    10 minuti ininterrotti di applausi al Trombetti che ha espresso in questo modo articolato una cosa per cui mi “batto” da tempo e che ho esternato un paio di volte in questo sito.
    Uso ed abuso dell’etichetta, strumento in sè tanto limitante quanto necessario per tentare di dare un nome alle differenze ma anche per indicare le affinità.
    Ho detto più volte che il ragionamento sul concetto di Punk, è stato poi parallelamente traslato dalla stampa relativamente al concetto di Heavy Metal qualificando come tale qualsiasi gruppo che avesse una chitarra distorta ed avesse una impostazione più classica (fino all’estremo del 1994 quando si diede il premio per migliore band hard rock ai Jethro Tull … ma qua si era pure nella fase successiva della degenerazione, ovvero l’appiattimento MTVofilo Yankee).
    Nel punk sono state incluse esperienze che proprio non c’entravano ed invece erano connesse ad un Rock più underground post psichedelico e spesso legato allo stesso Hard Rock o forma di Hard meno canonica (cfr MC5 e band derivate come Sonic Rendez Vous Band … ed ovviamente i Motorhead) o il puro Pub Rock, puro Rock ‘n Roll proletario e tanto altro. La lista di esperienze musicali definite come punk che nulla c’entravano è enorme … al punto che Patti Smith in una recente intervista lo ha detto esplicitamente: “piantatela di chiamarmi sacerdotessa del punk perchè io non c’entro musicalmente con questa esperienza ….. semplicemente ero là”.
    Alla fin fine divenne subito moda ed in quanto tale negazione del fenomeno stesso: tutto è punk … perchè nulla fosse punk veramente.
    Discorso enorme che finisce alla fin fine sugli interrogativi sulla qualità delle persone che erano gli influencer musicali di quei tempi, la qualità della loro cultura e preparazione … chiedendoci se molti di loro non fossero altro che dei furbi biscazzieri opportunisti che seppero fare della loro ignoranza, virtù e fortuna e ….. inquinamento dlele menti di chi, come me, pendeva dalle loro labbra, affamati di cultura.

    Scusa lo sbrodolo, stasera serata brutta e le tue parole e pensieri mi hanno fatto bene.

  • Marco ha detto:

    Come al solito, articolo straordinario. Non sono abbastanza vecchio da aver vissuto il punk in diretta (ero un bambino che andava alle elementari), ma musicalmente mi è indifferente. A 17 anni rimasi colpito da una recensione di Beppe Riva su metal shock, mi sembra i Rex su shock relics, in cui sottolineava come il punk avesse mandato in soffitta tanti gruppi rock al vertice della loro creatività. Anni fa comprai uno dei soliti libri sui migliori 500,1000,5000 dischi e, giuro, su mille dischi recensiti c’è ne erano almeno 50 di gruppi punk e nessuno, ad esempio, dei blue oyster cult. Capisco che é tutto relativo e che i gusti sono relativi ma quando è troppo è troppo.

  • Lorenzo ha detto:

    Buongiorno Giancarlo.
    Ho letto con interesse questo tuo articolo, che ha in qualche modo confermato la mia opinione sulla cosidetta critica rock italiana “ufficiale”, nella veste dei rispettivi giornalisti “storici” e dei loro seguaci più giovani. Un misto di incompetenza, malafede e supponenza.
    Onore a te che in questo frangente (e anche in altri) ti sei messo di traverso, portando avanti le tue idee.
    Personalmente non sono mai stato un fan del punk, tantomeno dei Sex Pistols. Per ragioni anagrafiche non ho mai visto live nei SP stessi ne Damned, Clash, eccetera, quindi non sono in grado di esprimere giudizi tecnici sulle qualità tecniche e live dei rispettivi gruppi. Sulla qualità musicale come detto sono poco competente, ma ritengo i Clash la band di gran lunga più interessante; in ogni caso il giudizio intrinseco sulla musica non può che essere soggettivo.
    I Sex Pistols mi sono sempre sembrati più un fenomeno mediatico che musicale, ben orchestrato da Malcom McLaren; un fenomeno, appunto, bene impacchettato, ma abbastanza fine a se stesso. Se poi abbiano mai indovinato qualcosa a livello musicale, deve essere stata una conseguenza incidentale.
    La cosa sgradevole e scorretta che la stampa musicale italiana mi pare abbia sempre orchestrato a proposito del punk, mi pare sia la seguente: mettere in contrapposizione il punk come musica di ribellione, onesta e pura, e chi se ne frega delle qualità musicali e strettamente tecniche, contro il rock “vecchio”, o dei cosiddetti dinosauri. Una tesi assurda, che non so se sia nata appunto da ignoranza o da altre motivazioni.
    Nel ’77 in America c’erano band come i Kiss, o non so, I Grand Funk Railroad, e molte altre, che certamente non erano bollite e prone al punk inglese, anzi mi risulta vendessero dischi a palate e riempissero le venues.
    In Europa, per riavvicinarci all’origine del fenomeno punk, nell’anno 1977 usciva se non sbaglio “Going for the one” degli Yes, una delle band che in teoria avrebbero dovute essere travolta da Sex Pistols e affini; mi pare che quel disco abbia venduto parecchio (non vado a controllare le cifre) e che il tour sia stato uno dei più seguiti della band.
    Lemmy dei Motorhead (band rock trasversale per eccellenza) nella sua biografia scrive che i Damned erano la band più in vista del punk nella scena londinese, ma non accenna a contrapposizioni, scontri o antipatie tra scena punk e rock. Ho inoltre letto (non ricordo dove) una dichiarazione di Rat Scabies, nella quale lo stesso narra di almeno una jam session tra Damned e Jimmy Page in persona.
    Per farla breve, le scene erano contigue. La barzelletta del punk che spazza via l’heavy rock, il progressive e compagnia se la è inventata la stampa di settore italiana (salvo magari cambiare idea qualche decennio dopo, quando c’era da spandere gloria sui Led Zeppelin, ad esempio), che peraltro mi pare faccia tuttora molta confusione rispetto a cosa sia punk o meno (tu citi Patty Smith).
    Qualcosa di buono dal punk inglese è venuto fuori, i Clash di sicuro, ma anche il cosiddetto post punk.
    Ho scritto in fretta su un argomento molto complesso che richiede molta conoscenza, storica e musicale, che non ritengo di possedere nella giusta misura, quindi mi scuso in anticipo nel caso avessi scritto sciocchezze, o se non ho pienamente compreso il senso del tuo intervento.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Ciao Lorenzo, il tuo commento è molto articolato. Mi limito a segnalare che il mio scopo…in origine ed oggi…sì voleva limitare a sottolineare alcuni aspetti del fenomeno: i promotori dell’epoca che hanno fatto ciccia di porco di taluni gruppi facendo un gran casino; la kritica locale che ha troppo spesso giudicato da lontano senza aver vissuto e che ancora oggi canta le lodi di cadaveri evitabili; il modo tutto italiano di tuffarsi in filoni senza averne conoscenze se non derivate e dunque condizionate. Ovviamente a mio sindacabile parere.

      • Luca Volpe ha detto:

        Buongiorno Giancarlo,
        la tempesta Punk come quella Grunge, stesso obiettivo: affondare la musica suonata e specie se in modo gioioso e/o vitalista.
        Quel che scrivi per molti sono bestemmie, invece restituisce una dimensione più umana, sacra, razionale e materiale alla musica.
        La nostra stampa è piena di sarchiaponi senza talento o da prezzolati salta carri che elemosinano senza vergogna per stare a galla.
        Che ne pensi della evoluzioni migliori del Punk (hardcore, crossover) o quei gruppi come i Damned che si lanciarono verso il Dark?

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