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Ricordo Perfettamente

Ricordo di una estate – Londra 1980

Di 14 Aprile 2021Aprile 17th, 202122 Commenti

L'estate del 1980, quando nasceva la nuova ondata di heavy rock.

Nella primavera del 1980 trovai il lavoro migliore della mia vita. Per molti motivi. In primo luogo, facendo il rapporto impegno/guadagno si sarebbe rivelato il lavoro più remunerativo che abbia avuto; in secondo luogo, orari cui abituarsi a parte, lavoravo con un gruppo di amici e già quella era una cosa piacevole; in ultima analisi i metodi di lavoro che eravamo riusciti a far passare ai titolari dell’azienda, oltre a favorirci, ci sollevavano da un sacco di problemi.

Si trattava di preparare i pacchi di giornali per le edicole di una serie di zone nella provincia di Lucca e di consegnarli in tempo prima dell’orario di apertura. Per far questo , verso la mezzanotte e le due…a seconda delle zone da coprire… eravamo in sede a impacchettare seguendo i tabulati che ci facevano trovare pronti; intorno alle quattro di mattina, ognuno con il suo mezzo, partivamo per la consegna. La regola che avevamo spiegato essere necessaria, era la “licenza di uccidere”, ossia copertura assoluta in caso di multe per eccesso di velocità e noi tutti avremmo garantito consegne sicure ed entro i tempi , anzi, sicuramente ancor prima. Cose che non potresti mai più fare oggigiorno, ma che ai tempi erano possibili. Per aiutarvi a capire : il giro della Piana, questo il nome, ci venne assegnato con un tempo di cinque ore e mezza. Dopo una settimana erano tre scarse. Il giro della Garfagnana era oltre nove ore, divenute meno di cinque in breve. Contenti i titolari, le edicole, noi che ce ne tornavamo a casa a dormire o sul mare a rilassarci. Certamente, venivamo spesso fermati dalle pattuglie che avevano imparato a riconoscere le macchine di quei delinquenti che sfrecciavano su sterrati e paesi come se fossero in prova per qualche rally, ma avevamo imparato a conoscere i loro gusti e tenevamo sotto il sedile un bel po’ di giornali in più per tentare qualche corruzione a basso costo…ed in una buona percentuale di casi ci andava sempre bene. Porno e settimane enigmistiche erano il lasciapassare.

E i guadagni ? Notevoli per ragazzi tra i 24 ed i 26 anni. Tanto notevoli che quella estate mi permisi di partire senza il minimo aiuto iniziale dalla famiglia per Londra, con un bel pacco di soldini in tasca, un coraggio notevole perché il mio inglese dell’epoca era più che zoppicante, promesse di rivendere interviste e report di concerti e festival e con una moto ed un Land Rover, entrambi d’occasione, che mi avrebbero aspettato al ritorno.

A Londra c’era un amico che mi aspettava e che se ne stava lì a imparare quello che sarebbe stato il suo lavoro, oltre a migliorare la lingua, e che, nel frattempo si dilettava con eccellenti risultati in fotografia dal vivo facendosi conoscere presso le case discografiche e i locali, che all’epoca non mancavano certamente.

A questo punto è necessaria una puntualizzazione. Se in Italia le regole della carta stampata di settore si limitavano al furto di diritti, di testi, di foto, di idee, se l’approssimazione e il tipico sapersi arrangiare di stampo tutto italiano erano la norma, se le case discografiche, eccezion fatta per i giornalisti dei quotidiani, guardavano a chi chiedeva permessi e favori “professionali” e non era di Roma o Milano (dunque facente parte del Magico Cerchio) grosso modo come si sarebbe potuto guardare allo zingaro o al polacco (…sì, ai tempi erano i polacchi a lavare i vetri ai semafori a Roma) che ti lavava il vetro di forza, in Inghilterra chi si presentava con una pezza di accredito era “Un Professionista” e veniva trattato come tale, con tutte le facilitazioni possibili. Anzi : di più. Perché rappresentava un altro anello nella catena del marketing e delle vendite.

Il problema era garantirselo, l’accredito… ovviamente, prima di partire, avevamo fatto il giro dei nostri potenziali clienti… Rockerilla, Rockstar, Il Mucchio… ma non potevi contare sul loro aiuto; fornirti una lettera di accredito significava non solo aver voglia di scriverla, ma anche di conoscere un inglese corretto e di avere fiducia in noi che la richiedevamo. Eravamo in tre : io, Luca e Piergiorgio, poi detto PG. Ed in tre non eravamo riusciti ad ottenere altro che qualche foglio in bianco su carta intestata da Rockerilla… “fatevelo da soli tanto sapete come fare, no?”. E certamente. In valigia avevamo portato con noi un po’ di copie…acquistate non fosse mai detto che ce le avessero regalate!… dei giornali contenenti nostre firme e foto e che avrebbero rappresentato il nostro lasciapassare. Ma serviva di più. Così il secondo giorno ci infilammo a Covent Garden, proprio di mattina, durante il mercato, in cerca di un negozio fornito di una macchina da scrivere ed una fotocopiatrice. Oggi con un portatile ed una stampante il problema avremmo potuto risolverlo dal bagno di casa, quell’anno trovammo un cinese titolare di un negozio di frutta che ci prestò la sua macchina da scrivere mentre lui vendeva arance e uva a prezzi da gioielleria.

Con la fotocopiatrice preparammo la carta intestata dei tre mensili e con la macchina ci scrivemmo lettere di accredito che neppure in Senegal avrebbero preso seriamente. A dire il vero, prima di partire avevamo già provveduto a richiedere le facilities a un paio di case discografiche, ma il rischio che, pur se ti avessero preso sul serio, ti garantissero l’ingresso solo nella serata in cui un loro artista era presente, era eccessivo : meglio trattare direttamente con gli organizzatori.

Ma gli inglesi non sono italiani e per loro chi lavora nella musica è esattamente come un avvocato o un medico, dunque va preso seriamente. Perché la musica in Inghilterra è un lavoro come un altro e ha diretta influenza sul PIL del Paese. Quel pomeriggio lasciavamo presso la segreteria del Marquee Club le lettere di accredito per il Reading Rock Festival che si sarebbe tenuto verso la fine di agosto e il giorno dopo, presso la reception di un importante Albergo di Kensington dove Luca ufficialmente lavorava ed era domiciliato, ci venivano recapitati gli accrediti che avremmo dovuto cambiare nei pass alla mattina del primo dei tre giorni di festival. Italia 1 – Inghilterra 0. La nostra sconfinata faccia di culo ci aveva aperto la prima porta. Quel che serviva adesso, era di iniziare a farsi conoscere presso le case discografiche in modo da organizzare le interviste che ci sarebbe piaciuto fare e accettare quelle che ci avrebbero proposto, di cui nulla ci fregava ma che sarebbero servite a rinsaldare i rapporti. Il primo giorno era stato dedicato alla ricerca di un B & B di cui Londra è piena ma che fosse sembrato meno simile ad una cuccia per cani, avesse puzzato di meno, non fosse stato probabilmente pieno di pidocchi in bagno e non fosse stato troppo lontano dal centro. Ne trovammo uno decoroso ad Hammersmith, Goldhawk Road, a un passo dall’Odeon, che al tempo non vi dico fosse periferia, ma ben poco ci mancava. Oggi è da considerarsi centro. La mattina del secondo ci era servito per farci passare da giornalisti musicali… il pomeriggio ce ne andammo a fare i turisti, il terzo giorno sarebbe iniziata la pesca a strascico. Non credo che oggi riuscirei a farlo, scoppierei a ridere o mi vergognerei come un ladro, ma agli inizi di agosto del 1980, entrare in jeans e maglietta in una casa discografica in centro, millantando accrediti, pass e interviste, era facile come andare in un Wimpy e ordinare un cheeseburger. E loro erano non solo gentilissimi, non solo ci proponevano decine di interviste, ma ci riempivano di singoli e LP di cui noi sapevamo ben poco. Quella era l’estate in cui la nuova ondata di heavy rock inglese avrebbe rappresentato il cambio della guardia rispetto al punk oramai boccheggiante da più di un anno e uscito definitivamente dagli interessi dei ragazzi inglesi; ska e reggae erano ancora sufficientemente di moda, in particolare in certe zone della Capitale, il british pop ci emozionava quanto trovare il cetriolo nell’hamburger, ma del nuovo rock sapevamo sostanzialmente poco. Avere tutte quelle informazioni si sarebbe rivelato fondamentale. Non dimenticatevi che ai tempi le uniche fonti certe erano principalmente i giornali anglosassoni e i programmi radiofonici in lingua che riuscivi a raccogliere in qualche modo. Internet sarebbe arrivato molto tempo dopo con tutta la sua, attuale, carica di labilità delle fonti; non sempre l’accesso democratico alla parola comporta vantaggi…

The Marquee Club, Londra Wardour Street 100

Londra pullulava anche di etichette minori e quelle erano ancora più disponibili delle major, ovviamente. Ricordo perfettamente che una si trovava non distante dal Marquee di Wardour Street, un locale la cui fama travalicava qualsiasi confine, e cui passavamo davanti una mezza dozzina di volte al giorno. Soho era il posto dove mangiare senza farsi spennare e diversi negozi di dischi usati, piccole etichette, locali interessanti, gravitavano tutti in un’area che ci permetteva di spostarci a piedi senza buttare denaro in taxi o underground. Nella vetrina della GEM Records, un buchetto con una vetrina non più larga di un paio di metri con l’accesso a fianco e che inizialmente avevamo scambiato per un negozietto di dischi, vedevamo sempre un album con un tipo incappucciato sopra; il disco si chiamava Head On ma dei Samson avevamo solo notizie frammentarie. Una sera, il gruppo suonò al Marquee e le due sterline vennero arrischiate. Ne fummo estasiati. Il giorno dopo entravamo alla GEM per chiedere intervista, che ci venne fissata al Reading, anche se il cantante, tal Bruce Bruce come da note di copertina, era un coetaneo che ronzava sempre nei medesimi locali dove ci infilavamo noi e molto spesso senza sterline in tasca. Ricordo che una sera suonava un altro gruppo che la Bronze ci aveva caldeggiato e che, ovviamente per mancanza di impianto stereo non avevamo potuto ascoltare ma che sapevamo sarebbe stato presente al festival, Angelwitch. Il Bruce Bruce, un tappetto muscoloso con i capelli lunghissimi e lisci, vestito di solo jeans, se ne stava davanti all’ingresso del Marquee in cerca di qualche amico che gli prestasse gli spiccioli mancanti per il biglietto; ricordo che Luca contribuì alla raccolta. In fondo era un ragazzo esattamente come noi.

L’usanza del Marquee, che era promotore e organizzatore del Reading Festival, era, da sempre, di far passare anche più volte i gruppi che avrebbero poi suonato al festival nei mesi e nelle settimane antecedenti. Il locale aveva la fama di scoprire e promuovere talenti e un volantino che ti regalavano all’ingresso, vantava esattamente tutti i nomi che dal 1962 in poi il locale aveva contribuito a lanciare. Fu così che tra un giro a Portobello per cercare di comprare una bicicletta alle aste che si tenevano sotto il cavalcavia allo scopo di risparmiare sugli spostamenti, una passeggiata lungo il Tamigi, qualche telefonata a carico del destinatario… a casa volevano sapere come andavano le cose quotidianamente…da una cabina di Leicester Square molto tranquilla e la consueta verifica di quale localino scegliere per la serata, ci vedemmo una quantità di gruppi di cui stavamo imparando qualcosa… Girl, Def Leppard, Angelwitch, Vardis, Praying Manthis, Tygers of Pantang, More, Sledgehammer e poi Twelfth Night, Pallas, Marillion ed un quintetto che davvero ci colpì moltissimo, tali Iron Maiden. Questi erano molto spesso reperibili tra Marquee, Music Machine, Venue; meno al Palais. Se arrivavi all’Odeon, voleva dire che avevi già un seguito in grado di riempirlo. Vado a memoria, ma credo che prima di Reading avevamo già visto e digerito quasi tutti i gruppi non di punta delle tre giornate. Uno dei gruppi che ricordo vedemmo almeno per tre volte prima di vederli a Reading e che mi facevano impazzire, erano i Nine Below Zero, che sparavano classici del r & b e rock and roll con più forza di certi gruppi heavy. La prima volta che andammo a vederli, chiedemmo informazioni ai ragazzi che stazionavano davanti ai locali; ricordo che la risposta fu esattamente questa : “Hai presente la Blues Band ? Ecco, come loro ma molto più tirati!”. Ma quei Maiden, con le due chitarre che tanto mi ricordavano i Thin Lizzy più tosti, ci piacquero da morire, al punto che, saputo che sarebbero stati il gruppo spalla del tour europeo dei Kiss, telefonammo a certi nostri amici di una radio toscana , dicendogli di andare assolutamente a vedere i Kiss, non fosse stato altro per il gruppo spalla. I concerti dei Kiss/Maiden erano previsti per i primi giorni di settembre e ci riproponemmo di andare a vederli, forti di quel minimo di conoscenza che ci stavamo facendo… non sapevamo ancora che la permanenza a Londra si sarebbe prolungata per un bel po’.

Ma non c’erano solo i concerti in attesa di Reading. C’era anche la voglia di conoscere la Londra che ci interessava vedere. Niente Tower Bridge o Westminster… pensate che quelli li vidi per la prima volta dieci anni dopo quando mi spedirono a Londra per lavoro… ma negozi di dischi un po’ ovunque, mercatini tra Camden e Portobello, minuscoli club dove si beveva birra, si respirava il fumo di tre pacchetti di sigarette a sera, ma si potevano vedere minuscoli astri nascenti come i Samson o i Magnum, i Fischer Z… tengo a specificare che questi ultimi mi rimasero nel cuore per molto tempo. Sconosciutissimi ancora oggi erano, lo scoprimmo con il tempo, tenuti in palmo di mano dai colleghi più famosi; i Dire Straits se li portarono in tour come spalla quell’anno e sentirli suonare è sempre stato un piacere.

Volantino del Marquee.

Nel frattempo Piergiorgio si era fatto un amico in tal Honest John che aveva un negozio di dischi a Portobello; questo ben prima di venire a Londra, dove oggi ancora abita, ha una famiglia ed è uno stimato fotografo. Il suo sistema per tirare su un po’ di sterline era stato di portarsi dietro una borsata di una cinquantina, forse più , dei nostri bootleg italiani che lì andavano a ruba ed avevano un buon valore. L’importante era non farsi vedere in giro con quello che avevi dentro la borsa. Così come gli inglesi erano disponibili e professionali nei confronti di chi si diceva “del mestiere”, erano altrettanto inflessibili e intransigenti con chi girava con falsi e li smerciava. Chiudevano un occhio sui banchetti dei mercatini con le cassettine pirata e le copertine fatte con la fotocopiatrice, ma vedere un LP in mezzo ai dischi ufficiali li mandava in bestia… tranne alcuni negozi che, evidentemente, godevano di una sorta di occhio di riguardo. Ricordo che quando PG se ne andò dal suo amico a vendere i bootleg, lui ci consigliò di andare dopo la chiusura a casa sua … anche lui aveva timore… dove ricordo che ci venne servita la Coca Cola più sgasata che mi sia capitato di bere. Praticamente piscio scuro.

Ma vi devo confessare una cosa : non so se vi sia mai capitato di sentirvi perfettamente a proprio agio in un luogo teoricamente estraneo. Quella sensazione strana di sentirvi come a casa, come se lì, voi, in qualche vita precedente ci foste già vissuti. Ecco, in tutta franchezza, senza che ci sia una spiegazione logica, io a Londra mi sono sempre sentito avvolto da questa sensazione. Ci sono stato molte volte, spesso anche per lunghi periodi per lavoro; ci sono tornato per turismo e piacere, ma questa emozione che mi prende ogni volta non sono mai riuscito a spiegarmela. Chissà, forse sono stato in qualche vita precedente uno scaricatore ai porti lungo il Tamigi, una guardia della Regina, o un cialtrone qualsiasi gonfio di birra in un pub di Soho.

Forte di questa presenza, mi sono sempre mosso con una dimestichezza che non mi sono mai saputo spiegare, mentre a Milano mi perdo sistematicamente se esco dai miei pochi luoghi e a Roma, dopo averci abitato per diversi anni, ricordo di aver fatto fare su e giù per un lungotevere a due amici in cerca della nostra macchina parcheggiata, una notte di molti anni fa.

Così, anche quando non c’era Luca, a Londra da diverso tempo, a guidarmi e PG se ne andava a fare i suoi traffici, me ne andavo sereno per negozi e strade che a volte mi sembrava di aver già visto. La medesima sensazione la ebbi l’ultima volta, meno di due anni fa, dove persino la fermata della metropolitana mi era familiare in modo sconcertante.

Il vostro GC insieme all’amico fraterno Luca Silvestri al sole di Piccadilly.

Torniamo alla nostra musica. Un gruppo che ci venne caldeggiato si chiamava Vardis. Il chitarrista sfoggiava una criniera bionda lunghissima che incredibilmente riusciva a tenere lontano dalle mani mentre suonava. Vedemmo per la prima volta il gruppo in un locale che spesso si mutava in disco club, il Music Machine…o forse lo era stato ed adesso cavalcava l’onda del rock… non ricordo. Ricordo però che oltre a una piccola platea dove i ragazzi stavano in piedi davanti al palco, la parte posteriore del locale era adibito a piccoli tavolini rotondi, dove potevi seguire il concerto bevendo birra. A fianco a noi un altro biondo guardava con interesse il gruppo; a me sembrava Michael Schenker, ma figurarsi se avrebbe mai potuto stare a bere birra a seguito un gruppetto quasi sconosciuto. Era lui.

Il Marquee di cui tanto ho parlato era un piccolo buco tutto dipinto di nero. Basso e stranamente posto in mezzo a due costruzioni più alte di lui, subì diversi trasferimenti prima di chiudere definitivamente; noi frequentavamo il club quando si trovava a Wardour St 100, un passo da Soho. All’interno il soffitto lo ricordo bassino, il palco alto non più di un metro e tutto sommato abbastanza scomodo in caso di diversi musicisti coinvolti; due plinti posti in mezzo al pubblico impedivano la visuale sui lati e il bancone del bar era posto lateralmente non distante dal palco. All’ingresso un buchetto con un vetro sembrava più la biglietteria di un autobus che di un locale ed i biglietti stessi erano dei minuscoli cartoncini di pochi centimetri che venivano non sempre stracciati all’ingresso. Niente nomi sopra, niente date. Un posto cui non avresti dato alcun credito ed eppure la Storia era passata da lì nei quarant’anni precedenti e continuava a farlo. Una cosa mi sono sempre domandato : gli inglesi, che quando trovano una rovina romana, un sasso, un brandello di ponte, ci piazzano una targa, lo recintano e chiedono fior di sterline per visitarlo, come possono aver trovato il coraggio di aver cancellato un luogo… e non solo quello… dove la storia del LORO rock and roll è passata, si è fermata, ha lasciato il segno. Certi locali non avrebbero mai dovuto essere toccati, casomai utilizzati per dimostrare che la Musica non ha bisogno di milioni di watt, videowall di sessanta metri, arene da centomila spettatori per farsi sentire. Dentro ai piccoli locali inglesi, quelli che noi, tranne qualche caso nelle due o tre città più importanti, non abbiamo mai avuto, sono nati generi, tendenze, miti. Lì dentro si è creato e inventata la musica che ha cambiato generazioni, che ha influito su mode e modi, che ha fatto del Regno Unito una nazione con un Prodotto Interno Lordo elevato; lì dentro la scintilla ha acceso gruppi da centinaia di milioni di dischi totali… e loro chiudono e ci fanno un ristorante… incomprensibile.

Dentro quei locali potevi incontrare chiunque, perché i grandi del rock, per trovare stimoli e soddisfazione della loro curiosità, andavano ai concerti da cento, trecento persone, come noi possiamo entrare in un caffè. I nostri miti locali sono inarrivabili e distanti, si sentono sempre al di sopra del loro pubblico, mentre al Marquee, ad esempio, potevi trovare Ritchie Blackmore, avvicinarlo con educazione, fargli una domanda, ottenere come risposta “perché non ne parliamo domani ? Chiamami qui”… e mentre cercava di darti un biglietto con un numero di telefono, potevi vederlo rovesciare gran parte del boccale di birra nel portafoglio nel tentativo di aprirlo con in mano la sua pinta… un mondo a noi del tutto alieno, ignoto, un mondo di cui siamo solo riusciti a scimmiottare certi atteggiamenti senza apprenderne l’insegnamento. Un mondo in cui “capire” i perché sarebbe stato possibile solo respirando quell’aria e quei tempi, perché leggerli sul migliore dei giornali dal migliore dei reporter non ti avrebbe mai aiutato a entrare in un meccanismo di cui non abbiamo mai fatto parte.

Perché loro, gli addetti ai lavori, la loro musica la vedono nascere, crescere, registrare, pubblicare, promuovere e sono cortesemente invitati passo per passo a partecipare ad un processo di cui noi siamo testimoni del solo atto finale. Un po’ come vedere la gestazione di un figlio per nove mesi e presentarsi solo al battesimo.

Alcune songlist recuperate al Marquee, Angelwitch, Girl con il biglietto di ingresso e Budgie.

Quel rock e quella musica avevano una matrice, un fondamento sociale che a noi sfuggiva; così come l’aveva avuto, certamente, anche il punk che l’aveva preceduto. Entrambi avevano un mercato ed un meccanismo di marketing alle spalle di una potenza mostruosa, anche se, a mio modestissimo parere, per il predecessore della nuova ondata di heavy rock molto era stato creato ad arte da una discografia affamata di vendite. Nelle sere in cui nulla c’era davvero da fare, spronati da certe etichette discografiche, andavamo a vedere anche concerti di cui, in onestà, avremmo fatto volentieri a meno. Certi gruppi punk, dopo aver visto e sentito suonare i ragazzi del rock ci parevano come i bimbetti che suonavano nel garage sotto casa di mia mamma. E se l’approccio era assolutamente vergine, dunque privo di preconcetti, sentir suonare quelli che ci venivano indicati come “le migliori punk band sul mercato” era sconcertante. La maggior parte aveva un pezzo o due al massimo su cui puntare, il resto era pura… vabbè, avete capito. No, non mi permetterei mai di fare nomi perché non vorrei dare il via a una serie infinita di discussioni sterili da parte degli appassionati del genere, dato che alcune delle delusioni avevano ed hanno tutt’ora un nome ben noto.

Al contrario, quello che colpiva di questi nuovi gruppi rock di giovanissimi era una qualità compositiva media del tutto elevata; anche se non eri addentro ai brani che sentivi per la prima o la seconda volta, era facile entrare in sintonia e apprezzarli subito. Essere stati lì in quella estate e fortunati nell’aver visto nascere una scena musicale è stata una benedizione, non solo per esserne stati testimoni, ma anche per aver capito tutto quello che da lontano avremmo solo potuto sperare di immaginare.

Così come sono stato felice di aver capito, toccando con mano, quanta fuffa ci avessero venduto e quante inutili sciocchezze ci fosse toccato leggere circa gruppi dalla assoluta mancanza di valore e, al contrario, quante balle su altri che avrebbero meritato ben altre fortune. Essere lì anche nelle estati successive, verificarne la crescita, l’evoluzione, il cambiamento radicale di certi gruppi ha significato, almeno per me, poter dire di aver “vissuto” un momento difficilmente ripetibile della mia passione. E’ vero : siamo stati fortunati a nascere nei 50’s come cantava Sting perché abbiamo ascoltato la miglior musica possibile, con i contenuti più alti e la creatività che difficilmente riusciremo ad ascoltare di nuovo, ma un conto è seguirla da casa ed un altro esserne circondati.

Un conto, per fare un esempio, è aver gustato i Police del 1979 ed un altro quelli del 1983, giusto per mantenere l’esempio.

Veduta di Reading dall’alto, sullo sfondo il Tamigi.

E così, circondati dal nuovo rock, dopo un paio di settimane prendemmo il nostro trenino a Victoria station per andare a Reading, pulita città universitaria, dove in precedenza Luca aveva trovato un B & B carino e pulito e dove avremmo trascorso tre giorni da sogno. La distanza tra la stazione e il luogo del concerto non la ricordo, ma ricordo perfettamente che comprammo subito il Reading Chronicle che, da quotidiano locale, dava tutte le informazioni possibili e che ci avrebbero fatto comodo. Poca fila per il recupero dei pass grazie a una organizzazione semplicemente perfetta, badge e inviti per i party nel retropalco, spazio dedicato dove seguire in posizione centrale tutti i concerti. Reading aveva due palchi su cui si alternavano i gruppi; mentre uno si esibiva, nell’altro si approntava il successivo e si faceva il soundcheck. L’arena, posta lungo il Tamigi, era tagliata in due dai palchi alla torre dei mixer audio e luci e guardata a vista da una serie di bodyguard per cui nessuno si permetteva di scavalcare le transenne; noi, nel mezzo, potevamo andare e venire liberamente per appuntamenti e banchetti : una pacchia. Nel retropalco facevi le interviste nelle varie tende delle case discografiche, mangiavi come un bufalo alle feste, ricevevi qualsiasi genere di gadget tu riuscissi a stipare nelle borse… e registravi tutti i concerti in libertà perché lì, nel press pit, non ti controllava nessuno. Tra un concerto e l’altro due dj della BBC passavano un po’ di musica e intrattenevano il pubblico. Per i fotografi poche restrizioni tranne che per certi artisti top per cui certe volte eri limitato ai primi brani dello spettacolo.

Dei gruppi che avevamo già visto in precedenza sapevamo cosa aspettarci, ricordo che fummo solo sorpresi dai Samson che si presentarono con il batterista chiuso dentro una gabbia, vestito con una sorte di tuta tigrata e coperto da un cappuccio nero. Paul Samson suonava con una chitarra a forma di banana : indimenticabile per kitsch. Dei “top act” ricordo solo che Gillan si presentò con il bassista che ciondolava appeso da una corda e che i Krokus che mi hanno sempre detto ben poco, scelsi di perdermeli per andare a vedere di fare due chiacchiere con Rory Gallagher, che era l’headliner della prima sera. Il Reading News aveva titolato : “Ha avuto più Reading festival Rory Gallagher che voi pasti caldi!”. Di lui ricordo con chiarezza che quando imbracciò la chitarra acustica, 65mila ragazzi si azzittirono, cantando in coro il ritornello di Out on the Western Plain, una cosa che mi stupì. A fine serata, incontrai per la prima volta uno dei miei idoli di gioventù trovandolo gentilissimo, disponibile, simpatico e molto sorpreso che rifiutassi il suo Four Roses a favore di un succo di arancia. La chiacchierata per i quattro presenti durò più di un’ora. Prima di lui i “miei” Fischer Z e Nine Below Zero avevano fatto due grandi mezz’ore, precedendo i Praying Manthis ed un paio di ignoti sconosciuti che seguii molto distratto dai panini e i vari beveraggi.

Il sabato, il giorno successivo, tutti i trucchi per andare e venire nei tempi – una volta iniziato un concerto, se restavi nel backstage il massimo che veniva concesso era di seguire a fianco del palco perché la T che conduceva alla torre veniva chiusa – ci erano noti. Andare a mangiare, rientrare, intervistare, tornare era uno scherzo da ragazzi … la sequenza del sabato fu quella con maggiori cambiamenti : Headboys, Q Tips ed Angel City vennero rimpiazzati rispettivamente da Quartz , White Spirit e Grand Prix, ma la sequenza finale di Samson, Pat Travers, Iron Maiden e UFO fu memorabile. Travers non credo avesse mai suonato davanti a un pubblico così folto e fece uno splendido spettacolo, ma i Maiden sbancarono Reading : il ritornello di Iron Maiden cantato a squarciagola dall’intero pubblico era la consacrazione di quello che sarebbero diventati da lì a pochissimo. Reading offriva il meglio dell’heavy rock dopo aver fatto, nei due anni precedenti, un tentativo mal riuscito con un cartellone basato principalmente sulla new wave… fu l’anno in cui il quotidiano locale aveva intitolato : “The Police save Reading”…A chiudere gli UFO che avevano appena perso Schenker e che suonavano per la prima volta con Paul Chapman. L’atteggiamento titubante del nuovo arrivato portò Mogg a spingerlo, letteralmente, in prima fila sul palco per smuoverne l’imbarazzo. Ho sempre avuto un debole per gli UFO, un gruppo con una qualità elevatissima delle proprie composizioni, ottimo cantante, grandi solisti, mai delusioni nelle sue uscite; vederli arrivare sul palco di Reading paracadutati nel backstage da un elicottero con cinque paracadutisti che li impersonificavano che toccavano terra l’attimo prima del loro ingresso sul palco, fu una vera emozione. Un gran concerto, anche senza Michael.

Il vostro GC nel press pit che conduceva dai palchi al mixer. 

La domenica fu il giorno in cui il Dio del rock decise di farci lasciare il campo arato di Reading con una lacrimuccia : la sequenza di gruppi era da lasciar a bocca aperta chiunque, in quella estate : Sledgehammer, Angelwitch, Tygers of Pan Tang, Girl, Magnum , Budgie, Slade, Def Leppard, Whitesnake… i G Force di Gary Moore non si presentarono e lo stesso fece Ozzy Osbourne, ospite speciale, che aveva problemi con il chitarrista, secondo le voci ufficiali. Al suo posto vennero inseriti gli Slade.

La mia prima volta con gli Slade fu stupefacente. Ecco, quando vi facevo cenno alla assoluta mancanza di connessione con una realtà che non ci appartiene, avrei potuto farvi l’esempio degli Slade. Descritti dai giornaletti italiani come un quartetto di rozzi ignoranti, fautori di un glam da due lire, incapaci se non di suonare un rock banale, in realtà erano i Veri Eroi della classe lavoratrice inglese cui si identificavano attraverso l’uso di uno slang di impatto, suonando un rock and roll dai cori di immediato apprendimento e con un cantante, Noddy Holder, vero animale da palcoscenico. I loro pezzi sono sempre stati di grande impatto sul pubblico cui erano destinati. Credo che il loro rimanga uno dei ricordi più vividi di quel giorno, non fosse altro per la sorpresa che provai nel vedere saltare e ballare per un’ora i sessantamila di Reading, distrutti e sudatissimi alla fine : divertentissimo, indimenticabile.

Def Leppard vennero accolti non benissimo dal pubblico, che li identificava come i fighetti raccomandati, eppure il loro rock era di qualità; tutti gli altri li avevamo già visti e assimilati…mancava la formazione degli Whitesnake che ho amato di più, quella con Moody e Marsden, quella più bluesy, quella più classica, quella più anni settanta. Un concerto che cercai nei giorni successivi di recuperare in ogni modo dalla BBC… già, perché per chi non lo sapesse, tutti i concerti dei festival estivi venivano registrati e trasmessi in radio in… glorious stereo, come diceva il mio idolo Tommy Vance presentandoli, l’uomo con la voce radiofonica più bella che abbia mai sentito, il deejay storico del Friday Rock Show, un appuntamento che non ho mai perso quando mi trovavo a Londra di Venerdì e non dovevo ripartire… il tutto senza una parola di commento a rovinarne il piacere dell’ascolto e della registrazione.

Ecco perché con un salto temporale di dieci anni, nel 1990, a Londra per lavoro, passai la notte di qualche notte successiva al festival di Donington a registrare l’intero concerto degli Whitesnake con Steve Vai e le cento parolacce di Coverdale, la sua presa di culo verso il chitarrista che lo abbandonava e la BBC che interveniva chiedendo al cantante di…please stop swearing… con il risultato di sentirlo chiedere al pubblico… What’s the BBC doesn’t want us to say ? Ed ottenere come risposta un FUCK urlato da un sessanta, settantamila persone al Festival di quell’anno… tutta roba sparita dal disco ufficiale, anni dopo.

Al ritorno da Reading, frastornati da tre giorni di rock incontaminato, decidemmo di disintossicarci dal heavy rock dedicandoci a tutti i gruppi che la case discografiche ci chiedevano di andare a vedere. Vi risparmio la sofferenza di certe serate, ma mi ricordo di una sera all’Hammersmith Palais dove quattro gruppi new wave si esibivano con i Simple Minds ancora in cerca di fama consolidata. Degli altri ricordo solo gli Skids. A un certo punto della serata mi ero così distratto che chiesi a un tipo quando avrebbero suonato i Simple Minds. Sono questi, mi disse. Dovevo essere proprio distratto.

Un pomeriggio in cui eravamo a pochi giorni dal rientro, era già passato più di un mese, infiliamo una stradina secondaria del centro in cui c’era un edificio in ristrutturazione; a Londra si impiega solitamente il tempo che noi mettiamo in Italia a transennare un’area per ristrutturare un palazzo. Per costruire un nuovo grattacielo, il tempo che noi mettiamo a fare il tetto a una villetta. Tra l’ultima e la mia penultima visita sono trascorsi poco più di quattro anni : il Fenchurch, il nuovo grattacielo che sembra un rasoio elettrico e che si piega oltre la sua stessa prospettiva verticale, non l’avevo mai visto… così infiliamo la stradina e notiamo che lungo la palizzata in legno che chiude alla vista i lavori sono stati incollati decine di poster dei prossimi concerti. Una bellezza per gli occhi di un appassionato, un bambino in un negozio di cioccolata. Ci fermiamo per una foto, che Luca mi scatta mentre chiudevo gli occhi : un disastro cristallizzato per sempre, dato che lo scopo era di fermare il tempo nel momento in cui scoprii che uno dei manifesti dettava : The Allman Brothers Band , Rainbow Theatre per due sere, poco più di due settimane dopo la data fissata per il rientro. Luca avrebbe voluto fissare il momento in cui io realizzavo che non avrei mai più avuto la possibilità in questa vita di avere una delle mie fissazioni preferite così a portata di mano, il momento in cui Silvestro vedeva il Titti finalmente in mano sua, il momento in cui realizzavo che i soldi erano finiti. Forse è per questo che chiusi gli occhi, in atteggiamento di sofferenza.

Non sto dormendo : penso al modo di recuperare il denaro per la sopravvivenza.

In quell’anno la mia cara nonna era ancora viva, era lei l’unica che avrebbe potuto credere alle mie balle per restare altre due settimane a Londra e che avrebbe avuto il coraggio di inviarmi un po’ di soldini necessari alla sopravvivenza. I miei erano sconcertati : altre due settimane ?

La telefonata avrebbe commosso un torturatore di Guantanamo : ci misi di mezzo tutto quanto mi passava per la mente, una supercazzola cui solo una nonna avrebbe potuto credere e commuoversi. Due giorni dopo uscivo, immortalato per i posteri da Luca, da una banca cui mi era stato versato il necessario alla sopravvivenza minima. Mi divisi quei soldini per i quindici giorni successivi in cui non avrei potuto spendere più di…tot… feci la spola presso la Arista per ottenere i biglietti per le due serate, girovagai per i parchi per tenermi lontano dalle tentazioni, guardando i colombi selvatici e le anatre della Regina con un interesse a metà tra il venatorio ed il gastronomico. Mangiavo solo fish and chips e kebab, niente cheeseburger e milk shake che costavano decisamente di più : sopravvissi. Ma ce la feci a vedere e registrare le due serate al Rainbow, un teatro vecchio stile con balconate e corridoi laterali con colonnato, il medesimo colonnato dove i punk si erano rincorsi per menarsi durante il concerto degli Sham 69 cui aveva partecipato suonando Steve Hillage. Gruppo spalla per le due sere i Nine Below Zero che, grosso modo, dovevano aver suonato almeno un centinaio di concerti nei club di Londra dall’inizio dell’anno. Ricordo perfettamente che un tipo qualche fila davanti a me, la seconda sera, si alzò in piedi e urlò : “Ma voi chi siete?”. Dennis Greaves, cantante e chitarrista, si avvicinò educatamente al microfono e rispose, con un tono un po’ abbacchiato : “Noi siamo i Nine Below Zero, abbiamo pubblicato un disco che si chiama Live at the Marquee e saremmo felici se tu lo volessi comprare”.

Gli Allman ? Erano gli Allman, ne valse la pena. Aver visto Gregg Allman cantare è una cosa che non dimenticherò mai.

Tornato in Italia, il piacere di sbobinare decine di interviste, di cercare di piazzarle speranzosamente a chi ci avrebbe pagato foto e testo, i mille racconti fatti ad amici e appassionati, le serate passate in radio a far ascoltare le registrazioni pirata che avevo fatto, il caldo della fine di settembre, il rumore della mia nuova, vecchia Honda Enduro 500 rossa non riuscirono a farmi recuperare prima di Natale il fatto che ero tornato nella Terra del Nulla. Ma che sarei tornato quanto prima nella mia… terra di origine… il successivo Reading Festival e il famoso Donington ’81 non si sarebbero tenuti senza di me. C’erano dozzine e dozzine di concerti che mi aspettavano.

POST SCRIPTUM : Perché vi ho raccontato nella versione più condensata possibile la mia estate del 1980 ? Perché per me ha rappresentato, in qualche modo, una…sliding door… un momento in cui ho, per caso e per fortuna, imboccato una strada che poi ha cambiato il corso della mia vita successiva, condizionando le mie scelte professionali. Prima del viaggio incontrai Beppe per la prima volta e da allora abbiamo viaggiato a fianco in un certo senso, rimanendo amici e colleghi; ho sviluppato la voglia di scrivere e lavorare con la musica tralasciando gli studi universitari, ho scelto una vita che, forse, non avrei eletto se solo non avessi toccato con mano un mondo che, a 24 anni, avrei solo potuto immaginare da molto, molto lontano. Se ne sia valsa la pena o se abbia sbagliato, sarà una verifica che farò quando arriverò alla fine della strada. Una cosa per certo : lungo tutta quella percorsa avrei voluto avere quello che mi è mancato, uno sprone e un appoggio importante. Ma il tempo non è ancora scaduto. Grazie per avermi letto.

22 Commenti

  • bellicapelli ha detto:

    grazie per il racconto, ora aspettiamo quello del 1981!

    io sono un po’ più giovane, andai a Londra per la prima volta nel 1996 e cercai il Marquee in Charing Cross…per scoprire che non esisteva più 🙁

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Questo è quello che succede quando ci si sveglia tardi 🙂 Il Marquee di Charing aveva già perso tutto il suo fascino, almeno per me.

  • Antonello Serra ha detto:

    Che dire Giancarlo, bellissimo … Le stesse sensazione le provai anch’io nel ’91, un mese a Londra, le serate al Marquee e all’Astoria per vedere i concerti di Gang Green, Wrathchild America, Morbid Angel, Unleashed, Type O Negative, Badlands e Warrior Soul, le tonnellate di cassette ed lp acquistati, bei tempi.
    Grazie!!!

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Antonello… a ognuno i suoi ricordi e la sua nostalgia. In certi casi struggente perché è la prova del tempo che vola. Grazie.

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Grazie Giancarlo per questo bellissimo pezzo. Molto interessante ed anche sotto un certo punto di vista, istruttivo. Immagino che te lo abbiano già detto altri, ma perché non farne un libro con questi ricordi? Magari in collaborazione con altri illustri tuoi colleghi di penna, o di macchina da scrivere, tipo il tuo blog partner. Sarebbe per chi non ha avuto la fortuna, possibilità, un’opportunità…di immaginare ed anche sognare,quegli anni 80 inglesi, quando tanta buona musica emerse, con tutta la naturalezza del caso.Poi magari lo hai già scritto ed io semplicemente non lo so 😁.
    Oh……dai….piuttosto che l’ennesimo libro sugli Zeppelin o i Sabbath; meglio gustarsi un po’ di vita reale, raccontata da chi ha vissuto in prima persona quei anni fantastici. Sarebbe decisamente più interessante. Complimenti di nuovo e vai con il secondo capitolo!!!

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Ciao Gianluca, intanto grazie per avermi letto… sai io ho divorato libri di ogni genere, sostanzialmente inglesi o statunitensi, cercando di trarne il succo da chi aveva vissuto e respirato quello che noi ci sognavamo. Questo nei miei “teens” e poco più in là, prima dell’avvento del web. In realtà non sono sicuro che sarebbe utile per il lettore un intero libro con le vicissitudini incontrate in tutti questi anni. Mi spiego meglio : raccontare brevemente l’esperienza di un giovane che ha avuto la fortuna di assistere alla nascita di un filone, può essere un passatempo, ma tutto sommato niente più. Certi nomi non si possono fare…certe cose non si possono raccontare…certi episodi vanno limati per evitare rogne… certamente, per chi ha fatto della musica degli altri il proprio lavoro, ce ne sarebbero di racconti… ma direi che vorrei una vecchiaia serena, lontana dai tribunali 😀 e le mie personali esperienze spogliate da tutte le cazzate che ho visto fare, varrebbero ben poco. Scrivere solo delle cose buone fatte da taluni, noioso alla fine, perché non è vero che è tutto bello e perfetto. E parlare delle fesserie fa sempre più gusto che farlo delle avventure andate in porto. In questo caso Beppe ha fatto un pezzo citando una quantità di gruppi e a me è venuta l’idea di raccontare come e quando li avevo visti. Non ho aggiunto giudizi approfonditi perché li avrei considerati superflui, ho evitato di specificare le piccole/grandi delusioni di gruppi oggi noti perché, in fondo, sarebbero restate opinioni personali e dunque prive di peso. Facciamo che via, via che mi torneranno in mente cose che spero divertenti da leggere le racconterò… sperando che lo siano anche per i lettori. Vi ho già raccontato di Donington 81, Reading 80… magari parleremo di Reading 81… e di tanti altri concerti che ho visto o fatto produrre per la tv…ma i nomi dei soggetti, quelli non si potranno mai fare. Dovrete sguinzagliare la fantasia. Alla prossima,grazie di nuovo.

  • aleR ha detto:

    Ciao, “articolone”!
    Mi fatto tornare  ragazzino quando leggevo i vostri articoli e immaginavo un ipotetico viaggio a Londra. Visitata molto dopo…
    Menzione anche per il ricordo degli Slade. Ho solo un paio di dischi , tra cui l’ottimo “Slade alive”. Mi sono però sempre stati simpatici. Erano un gruppo particolare, nn facili da comprendere per noi italici, anche per l’uso dello slang. Probabilmente meglio dal vivo (purtroppo mai visti personalmente) che  in studio. Li associo a i Twisted Sister anche loro a mio avviso molto coinvolgenti dal vivo, (visti diverse volte e sempre divertito).  Alla prossima!

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Ummm… secondo me gli Slade hanno un gusto molto più “ruspante” e tipicamente inglese. Hai perso molto a non vederli. Grazie.

      • aleR ha detto:

        Scusa per la grammatica praticamente un troglodita…
        fossi stato scuola avrei dato colpa al telefonino troppo piccolo per “diti ” troppo troppo grandi. Concordo sul carattere ruspante.

  • Marco ha detto:

    Questa è letteratura rock ! Leggo i vostri articoli da 40 anni e spero che questo meraviglioso viaggio non finisca mai…
    La competenza e la passione che mettete in ciò che scrivete sono commoventi.
    Oggi è stato come se fossi stato al Reading pure io
    Dio vi benedica

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Marco…se ci fossi stato, oltre ad esserti divertito sicuramente, avresti anche speso un bel po’ di sterline 😀 diciamo che ti è andata bene così… grazie mille per l’apprezzamento. Continua a leggerci.

  • Baccio ha detto:

    Uao! Bellissimo racconto e complimenti per la Tua intraprendenza giovanile.
    In quella estate 1980 mi limitai ad andare a Zurigo a vedere il Dirigibile (viaggio estenuante in autobus Firenze – Zurigo organizzato dalla Carmine Vaccaro Promoters) ed avevo l’esame di maturità classica due giorni dopo.
    Quando tornai a casa a Pisa guardai i miei libri di liceo sulla scrivania della cameretta e Ti giuro che per almeno qualche minuto mi chiesi che roba fosse e perchè erano lì: la visione dei Led Zeppelin mi aveva del tutto cancellato dalla mente l’esistenza dell’esame!

  • Fabio Zavatarelli ha detto:

    Solo una cosa.
    Mi sono pappato il racconto parola per parola … emozione per emozione perchè ero uno di quelli che iniziava a sentire musica in quei giorni e mesi e le immagini che hai trasmesso, anche con le tue foto, erano quelle della mia fantasia, dei miei sogni … delle mie speranze …. dei miei attuali rimorsi e rimpianti.
    Grazie …. perchè è pure un quadro che permette di capire molte cose : una per tutte, Bruce Dickinson ….. e quella atmosfera di una voce sociale – proletaria direi – che quel movimento musicale rappreesentava sin dai tempi in cui era underground dopo che era arrivata (sempre dall’underground) la tempesta Punk.
    Una domanda: come percepivi questa “divisione” (anche sotto il profilo antropologico-sociale), tra – da un lato – il movimento Punk che si era già diluito nel Post-Punk nella New Wave e che aveva perso la “spinta propulsiva” (il tutto in fondo rappresentato da London Calling dei Clash che era di quei mesi) e – dall’altro lato – quel nuovo movimento Heavy Rock che, a sua volta, era partito dall’underground in cui era stato ricacciato e che ora emergeva come una marea????
    Come la sentiva la vibrazione la Swiging London del 1980?

    P.S.
    Grazie ancora per l’articolo ….. permette di non sentirsi soli e sbagliati … neanche ora a 41 anni di distanza.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Fabio… per rispondere dettagliatamente alla tua domanda ci vorrebbe un testo lungo almeno tre volte quello del mio ricordo. E non ho intenzione di venire a farmi cercare con i cani… al di là di certi aggettivi , direi che sia più facile inquadrare, invece che da un punto di vista sociale e politico, l’intera scena musicale anglosassone come un calderone dove marketing e fatturato siano predominanti rappresentando un obbiettivo finale ben preciso. Se si accetta l’assunto che i Beatles non vennero certamente fatti baronetti per meriti musicali ma economici, resta più facile capire quanto attento sia il marketing della discografia ad ogni “nuova” tendenza. Ammesso che essa sia veramente tale. A mio modesta opinione il 90% delle etichette altro non sono che espedienti di marketing per venderti la stessa cosa con una confezione diversa. Non è disillusione : è pratico materialismo. In questa ottica se vuoi limitarti a Punk ed heavy rock, direi che il primo sia stato (ma, insisto, questa è una mia personale visione dell’oggetto, viziata anche da certe frequentazioni e incontri e so bene quanto faccia ed abbia fatto incazzare la mia posizione in passato in chi non la pensa come me…) molto più un fenomeno di promozione discografica che sociale. Non esprimo una percentuale, ma avendo visto una quantità di gruppi del genere, non ho potuto giustificarli se non questa spiegazione : marketing discografico. Mi fermo qui, non faccio nomi. Nell’heavy rock , almeno all’epoca e figurarsi dopo, non ho mai percepito…ma può darsi che si sia trattato di una mia mancanza di sensibilità… alcuna spinta antropologica e sociale. Né d’altra parte mi pare di ricordare testi e dichiarazioni che scavassero nel sociale in quel senso. La mia interpretazione del periodo è banale e superficiale : avevamo avuto una ondata di grande musica nel settanta che si era evoluta al punto di essere solamente in mano a chi era dotato di grande tecnica e a doti interpretative elevate. Probabilmente i ragazzi dei garage si sentivano ormai lontani da quelli che individuavano come “vecchie cariatidi”, lontane dal loro essere e suonare. Il punk in fondo era questo : la vendetta di chi certamente non sapeva suonare come gli interpreti precedenti. La cosa ha funzionato al punto che qualcuno ha pensato subito di salire sull’onda e cavalcarla…tranne poi considerarla un…rock and roll swindle. L’heavy rock ha rappresentato il ritorno alla musica suonata e composta, con i classici ben impressi nella mente al momento di suonare, comporre e atteggiarsi. Direi che si tratti del ciclo della musica, niente di sovversivo, niente di non prevedibile. La cultura e la rivoluzione erano già avvenute e chissà se ritorneranno mai più. Grazie a te.

      • Fabio Zavatarelli ha detto:

        … Grazie per la risposta Giancarlo … decisamente antropologica …. perchè parli di vibrazioni ed esperienza.
        Grazie ancora.
        Abbraccio Virtuale. 🙂

  • Giacobazzi ha detto:

    Splendido!

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