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ALBUM & CD

Rammstein: Arte siderurgica tedesca (1995-2004)

Di 19 Novembre 2021Novembre 25th, 20217 Commenti

Immersi nelle centinaia di esperienze che hanno accompagnato gli itinerari di maturazione nei labirinti del rock, non è facile per veterani come noi ritrovare una dimensione adeguata, intercettando artisti contemporanei.
Questo non significa correre ai ripari nel déjà entendu, dunque stare alla larga, a prescindere, da proposte più attuali che dimostrino di sapersi far valere. Ad esempio, quello strano caso di “creatura di Frankenstein” del metal moderno, generata da musicisti cresciuti oltre la Cortina di Ferro, e letteralmente esplosi, come i loro pirotecnici espedienti scenici, dal 1995 in poi, rivelandosi alla civiltà occidentale: Rammstein nascono a Berlino Est dall’inossidabile unione di sei elementi – Till Lindemann, voce, Richard Z Kruspe e Paul Landers, chitarre, Doktor Christian Lorenz, tastiere, Oliver Riedel, basso e Christoph Doom Schneider, batteria – gli stessi dalle origini ad oggi, al punto che asseriscono la volontà di continuare con questo assetto, altrimenti il gruppo cesserà di esistere.
Assai più volubile è il coacervo dei linguaggi musicali; i riffs siderurgici prendono il via da detonazioni di Accept e Pantera, ma non disdegnano il confronto con frasi più antiche, ad esempio gli Zeppelin illuminati da bagliori etnici, e risentono del fascino morboso del goth-rock inglese (Bauhaus, The Sisters Of Mercy, gli stessi Depeche Mode) nell’allestire minimali effetti di suspense. Infine, il suono è influenzato da antesignani del rumorismo “industriale” (Nine Inch Nails, Ministry) per stilizzare un potente crossover.
Il loro primo album “Herzeleid”, li ha idealmente nominati esponenti di spicco della Neue Deutsche Härte (“Nuova Durezza Tedesca”), una tendenza di artisti germanici degli anni ’90 ad esprimersi nella propria lingua, fra i quali ricordiamo i gotici Umbra Et Imago e gli In Extremo, formazione folk-metal d’ispirazione medievale.
Se questi ultimi sanno di omaggio al passato, il profilo dei Rammstein è differente; cresciuti nella DDR, hanno studiato a scuola il russo anziché l’inglese, e così il loro pubblico. Lindemann, figlio di un rinomato poeta e scrittore, ed a sua volta sulle orme paterne, ha sempre ritenuto più naturale e credibile esprimersi in lingua madre, coniugandone l’asprezza espressiva con testi spesso oltraggiosi e disturbanti. Che l’anima del gruppo berlinese sia particolarmente tormentata lo rivela il nome stesso: Ramstein è infatti una base aerea della NATO nella Germania Meridionale, tragicamente nota perché un’esibizione delle Frecce Tricolori si concluse in catastrofe nell’agosto ’88; tre aerei entrarono in collisione provocando la morte di settanta persone (compresi i piloti) e centinaia di feriti fra il pubblico. La doppia “emme” rappresenta un rafforzativo fonetico, ripetuta con fermezza glaciale nell’omonimo brano. Ma non di soli disastri si nutrono le liriche del sestetto. Dietro il muro spesso impenetrabile del suono pulsa anche il cuore della cultura romantica tedesca, evocata proprio da quel “Sehnsucht” che dà il titolo al loro secondo album. Un’inclinazione che non disdegna il confronto con il kabarett “decadente”, recitato al cinema da Marlene Dietrich – icona di quell’epoca – ma che recepisce anche l’ascendente di civiltà di confine, traendo spunti dalla poesia francese o dal folklore russo.
Seppur ragguardevole, non è certo l’eredità intellettuale ad aver trasformato i Rammstein nel più consistente fenomeno d’esportazione del metal tedesco dopo gli Scorpions – con oltre dieci milioni di album venduti – quanto i vertiginosi eccessi degli spettacoli inscenati dal 2001 in poi, anno del loro debutto major.

Il gruppo si è esibito fra gigantesche strutture da fantascienza, con un arsenale di lanciafiamme a disposizione ed il front-man che cantava indossando un costume resistente al fuoco, al culmine di uno show “incendiario”, valutato fra le principali attrazioni negli stadi del rock, prima dell’era pandemica.
Come se non bastasse, fra le numerose provocazioni a sfondo sessuale, i berlinesi hanno portato sul palco anche un cannone “fallico” dal getto liquido, finendo agli arresti negli U.S.A.
Componenti trasgressive sono dispensate a dosi allarmanti nei loro video, ma i musicisti hanno dovuto recitare il mea culpa per alcune inquadrature di “Stripped” (cover dei Depeche Mode) tratte dalle Olimpiadi di Berlino del 1936. Si sono esposti pubblicamente, dichiarando di esser contrari a qualsiasi dottrina reazionaria, e di professare idee democratiche. Per bandire ogni malinteso, nel più popolare video – “Deutschland” – tratto dall’ultimo album di studio Untitled (2019), i Rammstein hanno rappresentato il rapporto conflittuale, quasi di amore/odio con la loro patria; in una sequenza finiscono impiccati in un campo di concentramento, nel finale sono loro stessi a giustiziare gli aguzzini…
Al di là di tematiche controverse (smentite) e scandalose (persistenti), i Rammstein si sono imposti fra le rare formazioni effettivamente creative del metal evoluto dagli anni ’90 in poi, ed il loro repertorio discografico lo sta a dimostrare: l’uscita dei primi cinque album rimasterizzati in digipak è l’occasione giusta per trarre le debite valutazioni.

"HERZELEID" (1995)

Il suono nasce ossessivo e martellante, infittito da sonorità elettroniche e scandito dalla voce marziale e minacciosa di Till Lindemann nell’album d’esordio “Herzeleid”, annunciato dall’emblematica “Wollt Ihr Das Bett In Flammen Sehen?”.
Uscito per l’etichetta berlinese Motor e prodotto da Jacob Hellner, che costituirà con i Rammstein uno stabile sodalizio lungo l’intero arco iniziale della carriera qui esposta, “Herzeleid” già ne diffonde “incroci” ed umori musicali contrastanti, ad esempio in “Der Meister”, che combina riffs brutali in ottica quasi thrash, con un chorus dalle aperture melodiche e dalle cadenze persino danzabili.

Il cosiddetto tanz-metall del sestetto è ancor più appariscente nel primo singolo “Du Riechst So Gut”, ma preferisco la tendenza intimista del successivo, “Seeman”, una peculiare ballata con richiami recitativi cabarettistici. “Heirate Mich” mescola effetti techno e ritmi da computer all’atmosfera solenne del cantato, mentre nel titolo-manifesto “Rammstein”, Liendemann rievoca la tragedia con incedere funesto, ostentando “odore di carne nell’aria” e “sangue coagulato sull’asfalto”; nel finale, lampi di chitarra solista non reiterati nello stile dei Rammstein, poco incline ad individualismi. Il nome del gruppo varca i confini nazionali e addirittura assurge a livelli di grande visibilità americana; lo deve prioritariamente a Trent Reznor, produttore della colonna sonora del film noir “Strade Perdute” del regista David Lynch, che include sia “Heirate Mich” che “Rammstein”.

"SEHNSUCHT" (1997)

Il secondo album “Sehnsucht” esce nello stesso anno del film e diventa un subitaneo successo, incorniciato da una macabra copertina del rinomato Gottfried Heinwein. L’artista viennese ha immortalato celebrità come Michael Jackson e Keith Richards, ma è soprattutto noto per le sue immagini sinistre e dolorose. Nel caso dei Rammstein, ognuno dei sei componenti (in origine, per altrettante copertine!) è ritratto con volto cadaverico e differenti, bizzarre “maschere di tortura”. In qualche modo, si può collegare simbolicamente al concetto che ispira il nuovo disco: “Sehnsucht” era infatti il senso di amore struggente insito nella cultura romantica teutonica, esasperato al punto di portare alla consunzione, persino ad impulsi suicidi.

Un effetto corale lamentoso, dagli echi etnici afro, introduce il ritmo serrato della title-track, e Lindemann accresce la sua espressività intrisa di umorismo nero nel singolo “Engel”; al cantante si unisce una spettrale voce femminile e l’arrangiamento “cinematografico” alla Morricone è arricchito dal mellotron in sottofondo. Il livello compositivo è decisamente superiore rispetto al debutto, soprattutto nell’interazione fra ritmi incalzanti ed aperture melodiche di voce e tastiere (“Tier”, “Bestrafe Mich”). Ossessiva ma con un melodrammatico coro d’effetto “Du Hast”, un altro singolo ben risolto, mentre sintesi di musica neoclassica e pseudo-sinfonica emergono qua e là in “Spiel Mit Mir” e “Klavier”.
“Sehnsucht” diventa così il primo ed unico album cantato in tedesco ad assicurarsi il disco di platino negli USA.

"LIVE AUS BERLIN" (1999)

Il passo successivo sarà la firma del contratto major, così Rammstein suggellano la fortunata fase iniziale con un’antologia dal vivo che raccoglie quasi esclusivamente materiale dei primi due album. Registrato nei concerti del 22 e 23 agosto 1998, “Live Aus Berlin”, è stato anche filmato per edizioni visive in VHS e DVD. Insolitamente, più che un gruppo metal degli anni ’90, la posa di copertina farebbe sospettare un’emulazione dei Kraftwerk, glorie nazionali teutoniche.
Le rigorose esecuzioni non aggiungono granché a quanto già espresso in studio, se non episodici motivo di curiosità; in particolare, con la più marcata spinta propulsiva della chitarra, l’inaugurale “Spiel Mit Mir” accentua vaghe affinità con “Kashmir” dei Led Zeppelin, mentre “Heirate Mich” mescola reminiscenze di cabaret mittleuropeo, cyberpunk, e riffs monolitici; “Engel” si conferma uno zenit dei concerti dei Rammstein, che indipendentemente dagli effetti pirotecnici, tengono saldamente la scena anche nell’impatto musicale modernista.

"MUTTER" (2001)

Per il debutto Universal, il gruppo berlinese insiste su fotografie scioccanti in copertina. Vi appare l’immagine di un feto conservato in formalina, forse ad emblema di esperimenti falliti di procreazione artificiale, ed il testo della title-track sembra rappresentare il dolore dell’assenza di una “vera” madre. Anche i musicisti sono attori del progetto iconografico, immersi in un liquido verdastro con ferite e segni di manipolazioni, quasi fossero prove umane di efferati esperimenti di laboratorio, da film horror. Al di là di questa raccapricciante messinscena e dei video provocatori, “Mutter” è un’indiscutibile prova di valore della talentuosa unicità dei Rammstein, che vent’anni dopo, suona ancora con la stessa vitalità futurista.
L’iniziale “Mein Herz Brennt” è autentico anelito Wagneriano tradotto in metal evoluto, con le parti orchestrali che gli conferiscono una grandeur sinfonica mai raggiunta nei lavori precedenti.

L’impressione si rafforza nel coro magniloquente di “Sonne”, dove Lindemann, “doppiato” dai samples di una raggelante voce-soprano, si dimostra in assoluto fra i cantanti più interessanti ed originali della scena contemporanea. “Link 2-3-4” è invece un’incalzante marcia metallica dai toni austeri, che addirittura chiama in causa il lascito ideologico di Bertholt Brecht. Sul piano musicale, “Mutter” è invece una power ballad alla Rammstein, dall’enfasi solenne e terribilmente malinconica, sottolineata dall’arrangiamento orchestrale: super! “Spielhur” è un’altra magistrale interpretazione di Lindemann, davvero carismatico nel rivisitare a suo modo l’opera lirica, stavolta accompagnato dalla voce di Khira Li, figlia di Richard Kruspe, chitarra solista della formazione. Infine, “Adios” è un’originale combinazione fra heavy metal di etimologia tradizionale e scarnificati fraseggi acustici. Se volete approfondire la conoscenza con i Rammstein, provateci senza esitazioni con “Mutter”.

"REISE REISE" (2004)

Più accessibile ma non certo in chiave minore, il quarto album di studio, “Reise Reise”, che inizia come meglio non potrebbe con l’imponente brano omonimo; ci sono ancora l’orchestra, l’arrangiamento di violini, ed è difficile immaginare in questo contesto un refrain più maestosamente gotico, che sfuma in un finale eastern-folk. E’ poi la volta dell’orrore che può assalire nella vita di tutti giorni, quando dietro insospettabili apparenze, si celano le peggiori perversioni: “Mein Teil” è la storia vera del cannibale di Rotenburg, Armin Meiwes, che adescò sul “lato oscuro” di internet una vittima consenziente. Il clima musicale avvicina il black metal sinfonico mixato con effetti tecnologici da incubo ed i furenti vocalizzi di Lindemann. L’innesto di un tenebroso coro da camera incrementa il pathos di questo brano terrificante. Il tono drammaturgico dell’opera non si stempera nella successiva “Dalai Lama”; nel titolo, la citazione del “pontefice” tibetano è solo il pretesto per evocare un’altra immane sciagura aerea, avvenuta durante un volo di linea giapponese.

La scatola nera ammaccata del velivolo sarebbe la stessa illustrata in copertina. In un’atmosfera non meno sinistra, “Keine Lust” allude a reazioni depressive causate dall’impotenza sessuale. Poi i Rammstein se la prendono con le “superpotenze storiche”: incuranti dei favori riscossi oltre Atlantico, attaccano l’”Amerika”, sarcasticamente identificata con Coca-Cola, Wonderbra e Mickey Mouse… E’ anche il primo chorus intonato in inglese e forse il loro brano più accattivante (e stavolta divulgato da un video divertente). Riservano lo stesso trattamento all’ex-URSS: “Moskau”, con testo parzialmente in russo e la collaborazione di una cantante estone, Viktoria Fersh, paragona addirittura Mosca alla figura retorica di una prostituta. La romantica “Ohne Dich” è invece un picco emozionale di qualità melodica.
Con “Reise Reise”, album assai rilevante, si chiudono finora le riedizioni di un ciclo artistico che non può essere divorato dalla storia come materia di facile consumo.

7 Commenti

  • Roberto Torasso ha detto:

    No Lorenzo mi riferivo proprio agli Scorps e agli Accept, del resto Umbra et Imago e In Extremo non credo che li conoscano a livello mondiale… a meno che non abbiano un singolo col fischietto 😁😁… Volevo un parere da Beppe su quanto fatto nei tempi recenti , se valgono la gloria passata…

  • Lorenzo ha detto:

    Buongiorno Beppe.
    Ho seguito con interesse i Rammstein dall’esordio; il primo disco non è proprio imperdibile ma ha tutte le caratteristiche del loro stile, a partire dal cantato in tedesco. Poi fortunatamente si sono “specializzati” in quel tipo di suono, affinando arrangiamenti e produzione, e sono riusciti a fare proseliti anche tra altre band che li imitavano palesemente (esempio gli Stahlmann, ma ce ne sarebbero altri).
    Gli stessi Rammstein non è che siano esattamente una band originale, almeno a mio parere, ma sono stati bravi a mettere insieme diversi elementi già sentiti e a tirarne fuori uno stile personale
    Il loro apice secondo me è Sehnsucht del ’97, disco veramente bello, e anche il successivo Mutter, poi onestamente mi hanno un pò stancato, o forse non ero più tanto ricettivo verso quel tipo di sonorità.
    Comunque notorietà e vendite parlano per loro.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Lorenzo, leggo con piacere che conosci il gruppo. Sottolineo che prima del settimo di studio omonimo (oppure definito “Untitled”, 2019), i Rammstein sono stati dieci anni senza realizzare un nuovo album, e questo non è certo sfruttamento commerciale del successo conseguito. Quindi, dopo “Mutter” non hai tralasciato molto. Per il resto, le mie valutazioni le hai viste. Sicuramente hanno realizzato una combinazione contenutistico/musicale vincente, l’alta spettacolarità ha fatto il resto. Tante grazie.

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe è effettivamente strano leggere da te un excursus sulla discografia dei Rammstein, come scrivi all’inizio anche io non riesco ad entrare in sintonia con sonorità attuali vuoi per l’iperinflazionamento del mercato musicale che propone a getto continuo gruppi dei generi più disparati, vuoi che il cambio generazionale di critica di testate musicali non dispone di una credibilità culturale nel quale essere accompagnati alla scoperta di realtà stimolanti come eri tu ad esempio.
    I Rammstein stessi sono stati pompati dalla stampa di settore ma non hanno sortito interesse particolare in me pur avendo ascoltato li, in primis l’uso della lingua madre che me li rende ostici…
    A tal proposito mi piacerebbe sapere la tua opinione sul proseguio di carriera delle 2 entità mondiali tedesche da te citate… E posso gettare un idea su di un articolo che faccia un resoconto sulle realtà più interessanti emerse negli anni 90 oltre quello dello stoner? Sarebbe davvero coinvolgente… Alla prossima

    • Beppe Riva ha detto:

      Roberto, innanzitutto uno “special thanks” per esserti espresso su una realtà che non è abituale nel nostro blog, quella delle generazioni musicali più attuali, ma che nemmeno deve essere un’eccezione, perché continuiamo a seguire ciò che le mutazioni rock propongono. Infatti ho trattato Greta Van Fleet (molte letture, minori consensi, ma comunque classic hard rock) e Ghost (buonissimo responso complessivo dei lettori) oltre alla panoramica stoner rock (anch’essa ben accetta). Con i Rammstein mi sono impegnato su un fronte più ostico per chi ci legge, industrial metal/crossover ed affini, ma sempre con il proposito di segnalarvi gruppi di qualità, di reale impatto, ed in cui credo. Delle “pompature” operate dalla stampa di settore non ti preoccupare, sono generalizzate e finalizzate alla “sopravvivenza” (diciamo così) del mercato discografico. Per “2 entità mondiali tedesche” intendi Scorpions ed Accept? Non sono sicuro di aver ben capito…Degli Scorpions ho grande stima, sono stati pionieri con l’hard rock hendrixiano degli anni 70 epoca Uli Roth (sublimato in “Tokyo Tapes”) e naturalmente sono stati super-fondamentali nella scena hard’n’heavy anni ’80. Però dopo “Crazy World” sono diventati piuttosto di routine, ed il nuovo singolo non è esaltante. Aspettiamo il prossimo album con l’anno nuovo. Gli Accept sono stati grandi nella prima metà degli ’80, hanno determinato le spinte speed/thrash, poi (mia opinione personale) piuttosto prevedibili ma certamente amati dai metallari accesi. Ciao

      • Lorenzo ha detto:

        Secondo me il lettore si riferisce a Umbra et Imago e In Extremo, da te citati nell’articolo.
        Se così fosse, provo a dire la mia telegraficamente ed abusivamente, visto che siamo nel Vostro blog :))
        Umbra et Imago scarsini, noti soprattutto per trovate extra musicali, In Extremo più interessanti visto anche l’inserimento di elementi folk nella loro proposta (almeno a quel che ricordo).

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