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ALBUM & CDReliquie PROG

Racconti dalla cripta Underground Prog 1969-’71

Di 7 Luglio 202416 Commenti

Rock Progressivo, la trascendenza dei linguaggi musicali

La prima discesa nelle catacombe del rock “sotterraneo” è stata avventurosa…Erano situate in una depressione profonda e umida, avvolta da muschio ed erba lussureggiante. Da ogni parte erano visibili i segni della decrepitezza e dell’abbandono. All’ingresso, oltre i cancelli divelti e devastati dalla ruggine, la luce si irradiava debole ed incerta, ma potevo ancora distinguere una schiera ripugnante di antiche lastre, urne, cenotafi e facciate di mausolei: tutti in rovina, semicoperti da erbe striscianti e corrosi dall’umidità. Scendevo da una rampa di gradini di pietra, gocciolanti qualche detestabile siero dalla terra più profonda e fiancheggiati da mura umide, incrostate di salnitro; così mi ritrovai all’interno di un indescrivibile ossario…
Altolà, concludo il mio omaggio al Gran Maestro H.P. Lovecraft, “profanato” per rendere elettrizzante quest’introduzione, e torno ad argomenti più terreni.
I primi racconti della “cripta underground” d’inizio anni ’70, tesi alla riscoperta di abbandonate entità rock dell’epoca, sono stati accolti favorevolmente dai lettori del Blog, che mi hanno invitato a riprendere il discorso. Non me lo aspettavo, ma vale la pena approfittarne, senza farvi attendere troppo.
Ritengo doveroso dedicare questa nuova puntata, al movimento forse più rappresentativo al varco fra gli anni ’60 e il decennio successivo, il rock progressivo. Chiariamone innanzitutto i termini: “Prog” non è solo lo spiegamento in forze dei grandi arazzi sinfonici di gruppi di enorme risonanza come i primi King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Yes e Genesis, che influenzarono anche i più famosi protagonisti italiani di quel genere musicale: PFM, Orme e Banco. Sentite a riguardo un autorevolissimo esponente storico del prog-rock e della scena di Canterbury, il tastierista Dave Stewart, che rievoca i tempi con gli Egg di “Polite Force”, intervistato da Record Collector: “Ricordo quando abbiamo iniziato a suonare nei pub, ci siamo esibiti in una “Blues Night”. Nello stesso locale, due anni dopo, stessa gente e stesse band, ma era ribattezzata “Progressive Night”. E’ cambiato solo il manifesto sull’ingresso”.
Riepilogando, il rock progressivo era la tendenza del momento (o meglio, di quell’epoca), ed il modo d’interpretarne lo spirito e di mescolare gli ingredienti si modificava seguendo la creatività e gli slanci sperimentali degli artisti. Pertanto, non attendetevi dai gruppi che seguiranno l’emulazione più o meno palese di acclamate celebrità. I musicisti erano incoraggiati nell’offrire un personale contributo alla causa, cercando di esprimere il proprio linguaggio musicale senza preoccuparsi di aderire a schemi già collaudati; poco importa (almeno a noi) che non siano stati abbastanza riconosciuti e dispersi nella notte dell’inesorabile trascorrere degli anni. Ma non si tratta nemmeno di amenità per stupirvi con effetti speciali: tutti gli album proposti sono dispendiosi oggetti da collezione (nelle stampe originali) e gli esperti ricercatori, generalmente coniugano rarità e qualità. Il più prezioso manufatto, “Arzachel” – edizione inglese – non cambia proprietario per meno di mille sterline.
Superfluo aggiungere che sono reperibili svariate riedizioni delle opere trattate.

ARZACHEL: “Arzachel” (Evolution, 1969)

Il fantasmagorico “Arzachel” viene giudicato da Nick Saloman, alias Bevis Frond, “l’album definitivo di psichedelia inglese”, ma la recensione del Melody Maker (agosto ’69) lo avvicinava invece alle innovazioni progressive dei Nice. Ciò dimostra che il pregevole cimelio superava le barriere stilistiche, configurandosi come un’esclusiva proposta musicale.
La genesi risale al 1968, quando l’allora sedicenne chitarrista Steve Hillage, destinato a maggior fama nei Gong di Daevid Allen e (dal ’75 in poi) in qualità di affermato solista, costituì gli Uriel con i futuri membri degli Egg, audace combo prog-sperimentale di Canterbury. Si trattava del bassista Mont Campbell, del drummer Clive Brooks e soprattutto di Dave Stewart (nella foto, da non confondere con l’omonimo artista degli Eurythmics), fra i tastieristi più stimati dei Seventies, in seguito nei Khan – ancora con Hillage – Hatfield And The North e National Health.
Uriel ricercavano uno stile che mediasse le loro principali influenze (Cream, Hendrix, The Nice e Pink Floyd) ma non giunsero ad alcuna risoluzione discografica perché Hillage, alla fine dell’estate ’68, decise di abbandonare per iscriversi all’università. Il trio superstite si ribattezzò Egg, e nel ’69 pubblicò l’omonimo LP d’esordio su etichetta Deram Nova. Nello stesso anno, Stewart e compagni ricevettero un’offerta per registrare un album di psichedelia; essendo sotto contratto con la Decca, adottarono degli pseudonimi battezzando il gruppo Arzachel, nome di un cratere lunare! Per l’occasione convocarono Hillage, non essendo l’impegno particolarmente gravoso; infatti tutti i sei brani vennero registrati e mixati nell’arco di un pomeriggio, concludendosi con una lunga, flippatissima acid jam, “Metempsychosis”. Arzachel realizzava così le aspirazioni dei defunti Uriel; senza il loro background, sarebbe stato impensabile concepire così rapidamente un disco tanto affascinante. Come anticipavo, nonostante si disquisisca soprattutto sulla sua natura psych, “Arzachel” è in ugual misura un album progressive, poiché nell’economia del gruppo l’organo Hammond di Stewart, dichiaratamente ispirato al maestro Keith Emerson (che stimava come il più grande tastierista dell’era Prog), gioca un ruolo ancor più rilevante della chitarra di Hillage. Su queste coordinate si presenta “The Garden Of Earthly Delights”, che rievoca lo stile originario dei Nice, fra accenti lisergici e forme neo-classiche.

“Azathoth”, una gotica melodia disegnata dall’organo a canne e da una voce “rituale”, sembra preludere alle manifestazioni di misticismo occulto che stavano affiorando dall’underground inglese. Dopo altre scintille prog scaturite dall’Hammond (“Queen St.Gang”), il talento di Hillage si impone finalmente in “Clean Innocent Fun”: il dualismo fra chitarra e tastiere espresso dal brano fa immaginare quella che poteva essere la vagheggiata unione fra Hendrix ed Emerson, prima di risolversi in un’estesa fuga space-rock. L’esperimento finale, “Metempsychosis” viene giustamente paragonato dalla critica inglese alle fasi “siderali” dei Pink Floyd, circa 1967-’68. Un’opera imperdibile, riproposta anche nelle ristampe con il disegno di copertina dagli sfondi di differente colore (rosa, azzurro…), come nelle varie edizioni d’epoca. Sorprendentemente il 33 giri fu distribuito in vari paesi europei, fra cui l’Italia!

WRITING ON THE WALL: “The Power Of The Picts” (Middle Earth, 1969)

Leggendaria formazione scozzese dell’era di transizione fra psichedelia e progressive, Writing On The Wall hanno vissuto una storia travagliata e complessa, nel turbinoso succedersi di tendenze musicali degli anni d’oro dell’underground: dalle loro origini come gruppo soul a nome The Jury (fondato a Penicuik nel 1966), fino alle fasi conclusive documentate dal postumo “Burghley Road”, registrato nella primavera 1972 ed orientato verso l’hard rock dei Deep Purple. Il gruppo si sciolse definitivamente un anno dopo, ma il suo nome è tornato perentoriamente in auge, almeno per i collezionisti, fra il 1995 ed il ’96, quando vennero pubblicati ben tre album di materiale d’archivio, “Rarities From The Middle Earth (Pie & Mash, vessato da una mediocre qualità di registrazione), “Cracks In The Illusion Of Life” e “Burghley Road: The Basement Sessions”, entrambi per la Tenth Planet, nel tentativo di render giustizia alla band che durante la sua esistenza ha realizzato un solo LP, “The Power Of The Picts” (Middle Earth) sul finire del 1969.
Due anni prima, The Jury trasfiguravano l’originale matrice R&B abbracciando il nuovo credo lisergico, e presentandosi in scena con un rudimentale spettacolo di luci psichedeliche, erano diventati una delle formazioni più seguite di Edinburgo. Ma la scena scozzese non assicurava sbocchi risolutivi ai musicisti, che calavano a Londra decidendo di ribattezzarsi Writing On The Wall (1968), un nome d’ispirazione biblica. Inscenando uno show molto teatrale, divennero un’attrazione del leggendario club Middle Earth di Covent Garden, particolarmente impegnato sul fronte delle nuove sperimentazioni rock, che puntò sulla loro immagine da “mitologici Celti”. Ogni membro del gruppo si presentava sul palco con un bizzarro travestimento: un gran sacerdote, un monaco, un cacciatore di streghe e due cavernicoli; l’organo era invece addobbato come una grande bara funebre… La ballerina Norma Barclay Longmuir, accompagnava con i suoi passi di danza l’esecuzione di “Season Of The Witch” (Donovan), estesa fino alla durata di 15 minuti. Middle Earth decise di concretizzare la sua politica promozionale verso le formazioni underground allestendo un’omonima etichetta, inaugurata proprio dall’album d’esordio dei Writing On The Wall, “The Power Of The Picts”, e che produrrà un altro capolavoro sotterraneo, “Breathe Awhile” degli Arcadium. I Picti erano un antica popolazione dell’Inghilterra settentrionale, l’esistenza dei quali è documentata anche nelle cronache dell’Impero Romano; vennero citati da Tolkien nel “Signore degli Anelli”, ed in qualche modo il titolo dell’album rifletteva l’immagine misteriosa del quintetto scozzese, analogamente al lugubre teschio di copertina. Willie Finlayson (chitarra e voce), Linnie Patterson (voce), Bill Scott (tastiere), Jake Scott (basso e voce) e James Hush (batteria) rischiarono di passare per una “evil band” con qualche tempo d’anticipo rispetto al dark sound, ma lo stile di musica, adeguato alla natura teatrale dei loro concerti, era più vicino al Crazy World di Arthur Brown farcito di vaghi accenti vaudeville alla Alex Harvey, o ad un’improbabile jam session fra Atomic Rooster e Doors.

Erano ben calati nel contesto sia le esuberanti, trasgressive prestazioni vocali di Patterson, sia gli irruenti fraseggi dell’Hammond di Scott, un tastierista che a tratti riecheggia Vincent Crane, in grande spolvero nella dinamica di “Virginia Water” e “Ladybird”. Soprattutto “Shadow Of A Man”, aperto da fuligginose trame d’organo e da un incombente ritmo marziale, è un grande episodio heavy-progressive, e nello stesso stile, “Taskers Successor” ricerca una formula musicale più diretta e persino orecchiabile. Il disco si chiude con il tributo più evidente al Crazy World, “Aries”, dove il riferimento al classico psych “Fire” è innegabile. Sempre nel 1969, usciva anche un singolo per la Middle Earth, “Child On A Crossing”, dal netto taglio progressive determinato dalle tastiere, con la sulfurea “Lucifer Corpus” sul retro: entrambi i brani sono reperibili nelle ristampe. Patterson lasciò il gruppo per unirsi ai più noti prog-rockers scozzesi Beggars Opera, in fase calante però, al quarto LP “Get Your Dog Off Me” (1973).

INDIAN SUMMER: “Indian Summer” (Neon, 1971)

L’unica opera degli Indian Summer, mirabile meteora degli early Seventies, era parte integrante del leggendario catalogo Neon, etichetta progressive della RCA.
Il quartetto nasceva a Coventry, nell’estate 1969, ed iniziava un’intensa attività live nei college delle Midlands; legati allo stesso manager dei Black Sabbath, Jim Simpson, in novembre Indian Summer si esibivano con i pionieri dell’heavy metal in un locale di Birmingham, Henry’s Blues House, nella stessa sera in cui la formazione di Ozzy e Iommi venne scritturata da un talent-scout della Vertigo, Olav Wyper.
Circa un anno dopo lo stesso Wyper, incaricato dalla RCA/Neon, tornava a Birmingham e stavolta metteva sotto contratto il gruppo scartato nella prima occasione, augurandosi una scelta altrettanto fortunata. Non fu così, perché all’inizio del 1972, Indian Summer erano già costretti sciogliersi, senza un penny in tasca…
Resta però il loro testamento musicale, un bell’album di rock progressivo (1971) basato sul classico dualismo chitarra-organo Hammond, e prodotto da Rodger Bain, responsabile storico della prima trilogia Black Sabbath.
Con un’attraente copertina apribile del miglior fotografo dell’epoca – Keef – che raffigurava un notturno paesaggio desertico, “Indian Summer” meritava naturalmente miglior sorte, esibendo tratti caratteristici del progressive nell’appassionante atto d’apertura, “God Is The Dog”: l’ineguagliabile suono dell’organo Hammond amplificato dal Leslie si distende in tutta la sua forza espressiva in orizzonti musicali ad ampio respiro, scanditi dal tocco misurato della chitarra, ed anche l’estensione vocale del tastierista Bob Jackson si inserisce efficacemente nel contesto. In “Emotions Of Men”, introdotta da un gentile fraseggio folksy, prende il sopravvento la solista di Colin Williams, lucida e creativa nei suoi slanci jazz-rock.

Qualche accenno di ferale melodia dark avvolge l’atmosfera di “Half Changed Again”, fino all’avvincente finale dove il crescendo dell’Hammond è sottolineato dal mellotron; altrettanto impetuoso e solenne è inoltre il riff di “Black Sunshine”.
Dopo lo scioglimento, Bob Jackson si unisce ai Badfinger, il più affermato gruppo della Apple, ad eccezione dei fondatori dell’etichetta, naturalmente! Ritroverà Paul Hooper (ex drummer degli Indian Summer), nei Dodgers, autori dell’album “Love On The Rebound” nel ’78. Il tastierista si impegna anche in una consistente carriera musicale al servizio di nomi celebri, contribuendo ad album di Keith Moon e David Byron, e suonando a fianco di Jeff Beck e Jack Bruce. Peccato che la sua prima avventura discografica fosse naufragata da tempo.

STILL LIFE: “Still Life” (Vertigo,1971)

Still Life erano una delle formazioni più misteriose del progressive britannico d’inizio Seventies, e questo non ha fatto che accrescerne la leggenda nell’immaginazione degli appassionati. Assai remote sono le informazioni a loro riguardo: è giunta notizia di un introvabile singolo, “What Did We Miss” (Columbia, 1968) antecedente al solitario album su Vertigo, e prima di scomparire nel nulla, sembra siano finiti sotto l’ala protettrice della Edgar Broughton Band, una gloria dell’underground inglese che non li solleverà dal destino marginale dove saranno confinati.
Arduo ritrovare tracce dei quattro componenti, nemmeno nominati fra le note di copertina; solo in seguito si saprà che il segreto era alimentato dagli stessi musicisti, desiderosi di rimanere in incognito: in realtà Martin Cure (voce), Terry Howells (tastiere) e Graham Amos (basso) erano apparsi a Coventry nei Peeps, poi ribattezzati Rainbows, ultimando la loro metamorfosi in Still Life con l’aggiunta del batterista Alan Savage. La cornice artistica presenta l’omonimo LP ricorrendo a un contrasto tipico dell’epoca: sulla facciata anteriore si contempla una rassicurante immagine floreale, ma aprendo la copertina, sotto i petali rosa appare un teschio. Si potrebbe interpretare come un “superamento” degli ideali hippy attraverso le visioni inquietanti tipiche della tendenza dark: contemporaneamente (1971), nel disegno interno alla gatefold sleeve di “Salisbury” degli Uriah Heep, un carro armato incombeva su un fiore spezzato.
Anche la musica degli Still Life era prevalentemente tenebrosa e dominata da un minaccioso organo Hammond, che determina le drammatiche intonazioni di “People In Black” e “Time”. Sono stati accostati anche ai Black Widow, ma questi ultimi disponevano di un apparato strumentale più ricco e diversificato; inoltre Martin Cure, cantante del gruppo scritturato dalla Vertigo, manifestava timbriche soul, specie nell’unico episodio sottotono, “Don’t Go”, una canzone vagamente Procol Harum, inadatta all’atmosfera generale del disco.

L’oscuro suono progressivo degli Still Life è invece entusiasmante in “October Witches” e “Dreams”, con un’impostazione stilistica fra Quatermass e Aardvark, e felici intuizioni psichedeliche compaiono in “Love Song n.6”, l’unico brano dove la chitarra ha una parte significativa.
L’album non suscitò riscontri incoraggianti, e dopo il rapido scioglimento Cure trovò spazio nei Cupid’s Inspiration. Vi sorprenderà sapere che alla fine degli anni ’70, si farà notare sul fronte della NWOBHM negli Chevy, arruolati nel bellicoso manipolo di “Metal For Muthas Vol.2” e protagonisti di un solo album, “The Taker” (Avatar, 1980). Il cantante tenterà poi di rilanciarsi senza fortuna in un gruppo AOR, Red On Red.
Almeno possiamo tenerci stretti l’isolata rarità degli Still Life, reperto archeo-musicale di ere addietro…

PATTO: “Patto” (Vertigo, 1970)/“Hold Your Fire” (Vertigo, 1971)

Fra i grandi gruppi incompresi della Vertigo, Patto professarono uno stile unico, manipolando con spirito “progressivo” materia blues, hard rock e jazz, e raccogliendo apprezzamenti dalla critica per la robusta voce raunchy del leader Mike Patto, paragonabile ad un intrigo di registri vocali fra il primo Rod Stewart ed Alex Harvey, e l’eccezionalità del velocissimo chitarrista Ollie Halsall, accostato persino a John McLaughlin: chi ben conosce la Mahavishnu Orchestra, può immaginare quanto il raffronto sia impegnativo. L’unione fra i due artisti risaliva al 1966, quando entrambi militavano nei Bo Street Runners al fianco di altri luminari, Mick Fleetwood e Tim Hinckley, quest’ultimo futuro tastierista dei Jody Grind. Ricordiamo a suo riguardo che è stato pubblicato nel 1999 un album di sessions inedite a nome Hinckleys Heroes, dove figuravano lo stesso Mike ed il drummer dei Patto, John Halsey.
I Runners si evolveranno nei Timebox ed in seguito nei Patto, autori di uno dei tanti, sorprendenti album d’esordio datati 1970, prodotto da Muff Winwood – fratello maggiore del divino Stevie dei Traffic – che negli anni ’70 suggellerà opere di grande successo come “Kimono My House” degli Sparks e l’album d’esordio dei Dire Straits. “Patto” è inaugurato da un brano fra i meno fruibili, “The Man”: il prologo è lento e sospeso, poi vivacizzato dal vibrafono (altra specialità peculiare di Halsall), fino al crescendo rock-blues nel finale, guidato dalla roca voce del leader. “Hold Me Back” e “Red Glow” sono invece saggi hard-blues di grande impatto, nei quali esplodono letteralmente gli irresistibili fraseggi del chitarrista. Sulla seconda facciata convivono la linea melodica più immediata di “Government Man”, con il cantante ancora sugli scudi, ed i percorsi più sperimentali e jazzy di “Money Bag”, dove ammirevole è anche la flessibilità della sezione ritmica.
Patto si conferma formazione di gran classe nel secondo “Hold Your Fire” (1971, il produttore è sempre Wimwood), incorniciato da un’originale gimmick cover dipinta dal geniale Roger Dean: è ispirata ad un gioco di disegni chiamato “Consequences”, che suddivide la facciata frontale in tre fasce, generando bizzarre sovrapposizioni delle figure illustrate. L’album contende all’opera prima i favori degli appassionati, che gli riconoscono una struttura più omogenea, ma probabilmente minor freschezza creativa rispetto al debutto. Per questa ragione ve li propongo entrambi, lasciando a voi la scelta!

Brani emblematici sono la title-track e la morbida ballata “You, You Point Your Figure”, ma il gruppo ripropone le sue figurazioni strumentali jazz-rock più eccentriche e fuori dagli schemi in “Air Raid Shelter”. Prima di sciogliersi, Patto hanno pubblicato un terzo album per la Island di stampo più classico, “Roll ‘em Smoke ‘em Put Another Line Out” (1972) e ne registrarono un successivo l’anno dopo, “Monkey’s Bum”, dato alle stampe, postumo, solo nel 2017.
Ben distanti dai canoni imposti dalle formazioni più in vista d’inizio Settanta, Patto meritano assolutamente di essere riscoperti come coraggiosi “perdenti” di valore del rock, in grado di elaborare strutture sintattiche non comuni. Gli “inseparabili” Mike e Ollie si ripresenteranno nel ’75 nei Boxer, gruppo più incline all’hard rock. Il talentoso vocalist soccomberà combattendo un male incurabile nel ’79, mentre il pirotecnico Halsall morirà per un infarto provocato dall’eroina nel 1992.

16 Commenti

  • Giuseppe ha detto:

    Che meraviglia questi “tales from the crypt”, Beppe! Anche se nel campo del rock psichedelico del periodo personalmente preferisco band in cui l’approccio heavy predomini sulle inevitabili emanazioni lisergiche (un esempio su tutti: i LEAF HOUND di Growers of Mushrooms), c’è tanta carne al fuoco in questo articolo (Writing on the Wall e Indian Summer i miei preferiti). Che ne diresti in un prossimo futuro di un bell’articolo sull’ heavy prog italico (Biglietto per l’inferno, Museo Rosenbach, JET, etc.)?

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giuseppe. Sono ben chiare le tue preferenze, però stavolta ho voluto omaggiare fin dal titolo la corrente musicale tendente al Prog, la prossima puntata probabilmente sarà “mista”. A proposito dei grandi Leaf Hound, se digiti il loro nome nella ricerca sul Blog, troverai un mio articolo di qualche tempo fa. Anche nel caso dei gruppi italiani d’inizio ’70 ho già scritto parecchio, però in occasioni di ristampe si potrà riprendere il tema (c’è da dire che li trattano, giustamente, molti giornalisti/appassionati). Come certamente avrai capito, a me piace diversificare nell’ambito delle mie competenze. E sono sempre grato a chi, come te, mostra di apprezzare!

  • Giorgio ha detto:

    Quando ascolto questi per me capolavori da te magistralmente recensiti, in casa mi dicono che il suono e’ un po vecchio, le voci di canzoni di anni andati , somiglianti a sceneggiati in bianco e nero. Be dico e’ proprio quello che cerco, perche sono suoni che mi riportano alla mia infanzia. I tuoi approfondimenti ,mi permettono di conoscere storie e vicissitudini di musicisti che spesso non conosco al di la di queste singole apparizioni. Di questi forse i miei preferiti sono gli Indian summer, che avrebbero dovuto avere maggior fortuna tra gli amanti dei Sabs e compagnia. E poi Coventry non era anche la landa maledetta dei Witchfynder general ? Provo a ribaltare quanto segnalato da Alessandro Ariatti, che Black widow abbia preso ispirazione da Arzachel per inquietudine sonora ?
    Secondo te potremo parlare di scuola scozzese con i Writing, Bodkin, Nazareth e successivamente Holocaust ? Qualcosa nelle voci (Writing -Nazareth) e nel mischiare r’n’r e mirabolanti pezzoni hard prog ?
    Copertina dell ‘ articolo mirabolante. Attendo impaziente terzo e successivi capitoli di questo “giardino profumato”. Buon lavoro ed eterna gratitudine per questo lavoro di archeologia sonora.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giorgio. Certo, il suono di questi gruppi è decisamente vintage, ma in questo consiste anche il loro fascino. Sorprende che i lettori segnalino gli Indian Summer, gruppo meno pubblicizzato di altre formazioni-cult, ma fa anche piacere! I Witchfinder se non erro venivano da Stourbridge, non distante dalla Birmingham dei Sabbath, ma non è un problema…Fra le band scozzesi dell’epoca ti segnalo anche i Captain Marryat. Se cerchi sul Blog il loro nome, lo troverai all’interno di un articolo sulle rarità da collezione di tempo fa. Visto il tuo interesse a riguardo, dovrebbe piacerti quanto li trattato. a proposito del raffronto Arzachel/Black Widow, avevo inteso che Alessandro, ipotizzasse i primi influenzati dai secondi, non viceversa. A tal riguardo aggiungo che quando ancora erano Pesky Gee, i Black Widow avevano già inciso una prima versione di “Sacrifice”, pubblicata postuma come “Return To The Sabbath”. Anche in questo caso, digitando “Black Widow”, trovi una retrospettiva sul Blog. Attendi fiducioso, però stavolta c’è un pò di pausa estiva anche da parte mia. Ovvio, ma ti ringrazio davvero, che reazioni assai positive come la tua siano estremamente gradite.

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Rieccoci a commentare anche questo secondo atteso capitolo della cripta underground.
    Altro bel lotto di gruppi da scoprire in un periodo storico veramente fervente di quella creatività che oggi è purtoppo carente ed inversamente proporzionale ai mezzi tecnici ed al background teoricamente a disposione (peccato…).
    I ’70s sono un periodo da me non vissuto (ero troppo piccolo) e poi trascurato in favore del nuovo che avanzava (N.W.O.B.H.M. etc…): recuperare ora con una guida sicura e affidabile come te è una cosa davvero preziosa, grazie!
    Ogni volta mi concedo poi un “souvenir” in CD o vinile per arricchire la mia collezione:.
    La scelta in questo caso è stata a favore degli “Indian Summer”, veramente intriganti: oltre al dualismo chitarra-hammond che è il marchio di fabbrica, ho trovato notevoli anche le parti di batteria.
    Grazie ancora
    Un saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fulvio. sai, il mio scopo è anche accendere se possibile l’interesse di chi legge, ma naturalmente proponendo qualcosa che mi piace diffondere! So benissimo che lo “scoglio” dell’età è un ostacolo non facile da superare; per i più giovani, non sempre è facile addentrarsi nella musica del passato, mentre per gli anziani, come il sottoscritto, certe tendenze moderne appaiono insensate! Poi mi piace che il lettore decida nel novero dei nomi trattati ciò che più gli aggrada. Non sarebbe positivo che tutti si orientassero verso la stessa scelta, oppure verso la più divulgata. Grazie di seguirci con passione.

  • Paolo Rigoli ha detto:

    Caro Beppe, gruppi con grandi qualità descritti in modo magistrale. Cosa c’è di meglio? E poi fa piacere che qualcuno si ricordi della tua preziosa rubrica Perfumed Garden, che ha permesso a molti, me compreso, di scoprire piccoli grandi tesori nascosti. Immagino che ora sia difficile persino trovare le ristampe di questi dischi e ultimamente youtube è diventato fastidiosamente infestato di pubblicità. Non resta che sperare nei mercatini dell’usato o in qualche ulteriore ristampa. Grazie ancora per la passione e la competenza con cui tieni viva la memoria di quei gruppi che non sarebbe giusto venissero dimenticati.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Paolo, molto gentile. Alcune ristampe erano limitate e di non facile reperibilità, altre piuttosto diffuse. Come ben sai, ci sono su internet siti specializzati dove le offerte dello stesso disco sono molteplici. Che “Perfumed Garden” possa esser stata una rubrica istruttiva, mi inorgoglisce. Youtube, pubblicità a parte, dà modo di ascoltare prima di gettarsi in acquisti avventati…Grazie a te per l’interesse che manifesti verso il mio operato.

  • Civi ha detto:

    E grazie Beppe….
    A parte gli Arzachel che già conoscevo mi hai, di nuovo, fornito spunto per conoscere e approfondire il genere.
    Sai quanto io ami certe sonorità e certi “duelli” hammond/guitar…. quindi hai colto nel segno.
    Ti farò sapere. Grazie ancora
    Civi

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Civi, indubbiamente la combinazione chitarra solista/organo Hammond, resa celebre soprattutto dai Deep Purple, ha caratterizzato un’epoca d’oro della musica rock ed è indimenticabile per molti appassionati. A mia volta tengo a sottolineare quelle sonorità. Grazie del consenso.

  • Gaetano ha detto:

    Salve Beppe, formazioni molto interessanti e da ricollocare nel tempo e nello spazio della pop music in generale. Still Life e Patto li ho “conosciuti” una ventina d’anni fa (sono nato nei dintorni degli anni di pubblicazione dei vinili trattati), tramite una bella retrospettiva sulle pubblicazioni Vertigo fatta dalla rivista Tempi Dispari . Arzachel e Indian mi pare, che siano stati oggetto di qualche tuo “Perfumed Garden” sempre di qualche decennio fa. Quanto ai Writing on the wall li sto scoprendo adesso. Notevoli. Grazie per le preziose “riesumazioni” .

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Gaetano, probabilmente ho avuto quel numero di Tempi Dispari ed anche un libro in inglese sul catalogo Vertigo, che purtroppo non trovo più. Mi fa piacere che ricordi “Perfumed Garden” e che tu sia molto interessato alla musica rock del periodo in cui…sei nato! Grazie per apprezzare le “riesumazioni”.

  • Mox ha detto:

    Sentimento di grande trasporto anche da parte mia per codeste fascinose formazioni, qui doverosamente (ri)spiegate e narrate col consueto grado di competenza …ed entusiasmo. Grazie Beppe.
    Route69.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao, ringrazio dell’approvazione! A proposito dell’anno di uscita di due album trattati in questa serie, segnalo ai lettori che Mox Cristadoro ha pubblicato un istruttivo libro, “Route 69” (Edizioni Tsunami), dedicato proprio ai 33 giri del 1969, annata da lui definita di “esplosione vulcanica della creatività musicale, senza distinzioni di genere”. Vale la pena approfondire.

  • Alessandro Ariatti ha detto:

    Ciao Beppe. Sempre super interessanti queste tue digressioni nell’underground progressive. Per quanto mi riguarda, non posso fare altro che prendermi carta e penna, segnarmi i nomi ed andarmeli ad ascoltare. Comincio dagli Arzachel, dei quali per ora ho “assaggiato” uno dei brani che hai scelto (“Azathot”). Sbaglio o si sente qualche punto di contatto coi Black Widow di “In Ancient Days”? Grazie ed un caro saluto.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Alessandro. Per quanto riguarda il paragone, se alludi a quell’organo dall’inquietante suono “liturgico” è abbastanza tipico del periodo. “In Ancient Days” è una pietra miliare per noi che conosciamo da sempre i Black Widow, ma “Sacrifice” è uscito nel 1970, parecchi mesi dopo “Arzachel”, quindi escludo che sia stato un modello di riferimento. Ti ringrazio per il commento.

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