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C'era una volta HARD & HEAVY

Polvere di Stelle AOR : Spys – Orion The Hunter – Refugee

Di 21 Dicembre 202014 Commenti

SPYS, il tesoro dietro le linee nemiche

Al comando dei Foreigner, Mick Jones si era subito affermato “profeta in terra straniera”, con le vendite milionarie dei primi due album, ma in occasione del terzo “Head Games”, aveva messo in chiaro che le sue ambizioni andavano oltre e per meglio focalizzare lo stile del gruppo, i nuovi brani sarebbero stati composti solo da lui con il vocalist Lou Gramm(atico). A quel punto il bassista originario Ed Gagliardi, già escluso dal processo creativo, si allontanava dal progetto, ed anche il disilluso tastierista Al Greenwood, che pure aveva firmato con Jones l’epica “Starrider” (quanto isolata nei suoi slanci prog) se ne andava dopo l’uscita di “Head Games”. La strategia avrebbe dato ragione al leader dei Foreigner, che con “4” supereranno ogni loro record di vendite; invece i due esuli Gagliardi e Greenwood si limiteranno a raccogliere consensi di critica specializzata, non a livello commerciale. Gli S-P-Y-S, da loro fondati nel 1981, furono definiti da Kerrang! “the ultimate pomp-rock band”, e l’omonimo album d’esordio il miglior nel suo genere: che questa consacrazione risalga al 1984 è tanto più significativo, perché comprendeva di fatto l’età d’oro del rock pomposo, astro particolarmente luminoso nel paradiso dell’AOR. A fianco degli ex-Foreigner, gli Spys comprendevano il cantante John Blanco (già con gli Harpy, apprezzata tribute-band dei Beatles!), il chitarrista John DiGaudio ed il drummer Billy Milne.
In un’epoca in cui il rock melodico dominava negli USA, il quintetto venne scritturato dalla EMI, registrando l’album nei gloriosi Electric Lady Studios di New York. La produzione era trionfalmente affidata a Neil Kernon; giova ricordare che “S-P-Y-S” uscì nell’82, precedendo dunque grossi calibri che figureranno nella clientela di Kernon, dallo stellare Michael Bolton di “Everybody’s Crazy”, ai Queensryche e agli stessi Dokken. In apertura, la voce di Blanco regge le briglie della cavalcata nell’etere di “Don’t Run My Life”, che nonostante la sua dinamica melodia fu relegata al rango di hit “minore” per FM. Le fa seguito uno dei migliori esemplari power-pop mai apparsi su vinile, “She Can’t Wait”, apparentemente destinata al contagio di massa. Uno dei motivi che avevano spinto Gagliardi al divorzio dai Foreigner era il suo perdurante amore verso il progressive inglese; le solenni strutture ed il coro di “Ice Age” ne portano alla luce queste inclinazioni con modalità nient’affatto derivative, e la stessa “Danger”, con il duro taglio della chitarra che sovrasta la melodia pianistica e le maestose aperture del synth, non ricorre all’accessibilità tipica del rock da classifica. Sulla seconda facciata (si, stiamo riascoltando l’LP originale…) esordisce un bellissimo brano, “Desirée”, a metà strada fra i Supertramp di “Crime Of The Century” ed i primi Foreigner, mentre “Into The Night” sperimenta incisive sonorità tecnologiche, manipola influssi new wave alla propria maniera, con parti cantate sempre elettrizzanti; il finale è affidato alle spettacolari polifonie vocali di “No Harm Done”, dai saliscendi d’effetto Styx.
Contrariamente alla scelta verticistica dei Foreigner, le composizioni degli Spys sono firmate collegialmente dal quintetto al completo, soluzione che verrà ribadita nel secondo album “Behind Enemy Lines” (EMI, 1983). Sorprende invece che non venga confermato Kernon alla produzione; l’onere viene assunto dagli stessi Gagliardi e Greenwood, attratti dai suoni sintetici di uno stile “digitale” ben differente.

“Rescue Me” non lancia segnali rivoluzionari, inaugurando il disco nel tradizionale formato melodico ma subito dopo, “Midnight Fantasy” è una gemma hi tech AOR contaminata con la new wave ed è difficile motivare come non si sia trasformata in un istantaneo successo per il pubblico degli anni ’80. Le fa seguito la prodigiosa title-track, di gran lunga il più statuario classico tramandato dagli Spys; inizia con uno scenografico riff di synth, laser puntato su spazi siderali, poi il ritmo si fa marziale, si inseriscono autorevolmente chitarra e tastiere per alimentare il pathos di un coro russo dall’enfasi militaresca, che irrompe sulle armonie vocali in stile Yes del gruppo di New York. I musicisti, che in copertina appaiono in divisa da guerrieri futuristici, sembrano gli attori stessi di “Behind Enemy Lines”.
Tutt’altra cosa è “Sheep Don’t Talk Bad”, dove gli Spys fanno il verso alle bizzarrie robotiche dei Devo, un po’ disorientante per l’audience di Foreigner ed affini.
Sul secondo lato, “Heartache” percorre itinerari meno remoti, con la voce di Blanco che qui assomiglia a Mike Reno dei Loverboy. “Rage Against Time” combina assai bene immediatezza AOR ed accenti innovativi; l’album finisce in crescendo nella vena pomp-rock di “Younger” e con “Can’t Stop Us Now”, tanto più avvincente grazie ai cori, ancora memori degli Styx, incalzati dalla chitarra galoppante di John DiGaudio. Da sottolineare il contributo alle registrazioni del nume dei Balance, Bob Kulick (ricordate il nostro tributo alla memoria?), che potrebbe aver detto la sua anche in questo frangente. Purtroppo l’ottimistico titolo finale sarà smentito dai fatti; Spys decollano con il loro album più avventuroso verso i confini dell’universo rock, fra due galassie apparentemente distanti, hard melodico e new wave.
Le vendite sono però deludenti e la EMI non gradisce, risolvendo il contratto a colpi di azioni legali. Nel 1985 il quintetto si scioglie e le voci di una nuova alleanza fra i membri storici Gagliardi e Greenwood con lo stesso Kulick, si scoprono destituite di fondamento. Solo Al Greenwood darà subito segnali di vita, ingaggiato da Joe Lynn Turner per il suo primo album solo, “Rescue Me” (1985).
Entrambi gli album degli Spys sono riapparsi in versione remaster su CD (Rock Candy) nel 2012, con libretti completi di esauriente intervista a John Blanco, ma senza inediti.

ORION THE HUNTER, nella lucente costellazione AOR

Fra gli album che meglio hanno rappresentato lo stile AOR nella prima metà degli anni ’80, va senz’altro citato “Orion The Hunter”, progetto collaterale del chitarrista dei Boston, Barry Goudreau: uno sguardo lanciato verso il futuro e nuove mete sonore, mentre il leader Tom Scholz si era confinato nel suo studio di registrazione dopo il secondo LP “Don’t Look Back” (Epic, 1978).
Goudreau aveva già all’attivo l’omonimo album da solista del 1980 (Epic/Portrait), vanamente propagandato dalla CBS come il “terzo Boston”, complice la presenza del vocalist Brad Delp e del batterista Sib Hashian. L’equivoco fu causa di tensione fra le parti, ed in seguito la casa discografica perseguì per vie legali Scholz, chiedendo un risarcimento-monstre per esser finito fuori tempo massimo nella realizzazione del vero successore di “Don’t Look Back”. Invece Barry, sosia di Buck Dharma (dei Blue Oyster Cult d’antan), non faceva più parte dei Boston dall’81, per “frustrazioni artistiche” dovute alla forzata inattività, e nel 1983 allestiva una sorta di supergruppo: Fran Cosmo, che nel “solo” del chitarrista si alternava alla voce con Delp, assurgeva a principale cantante (con Brad ospite ai cori in alcuni brani), mentre la sezione ritmica era composta dal bassista Bruce Smith (già con Alice Cooper e Billion Dollar Babies) e dal batterista Michael DeRosier , ex Heart.
Nasceva così Orion The Hunter, che nell’84 pubblicava l’unico album per la stessa Portrait di “Barry Goudreau”, ma decisamente più corale del precedente. Non possiede la ricercatezza nelle stratificazioni del suono insita nei lavori dei Boston, ma è un magistrale, elegante esempio di AOR stilizzato nel “nuovo decennio” degli ’80.

Prodotto dallo stesso Goudreau negli studi Power Station di New York con la collaborazione del celebre proprietario Tony Bongiovi (al missaggio), “Orion The Hunter” sfoggia un suono avanzato rispetto ai tempi, che mette in risalto non solo i levigati cromatismi della chitarra, ma anche le squillanti doti vocali di Cosmo e gli arrangiamenti fra terra e spazio delle tastiere, pur non presenti nella formazione ufficiale. Anche la suggestiva immagine di copertina rispecchia il nome del gruppo, immortalando il cacciatore Orione con gli strali puntati alla volta celeste. Stanti le premesse, inevitabile che l’album inizi con un impeccabile modello di rock FM, “All Those Years”, impreziosito dalle superbe voci di Cosmo e Delp. Il meglio viene subito dopo; “So You Ran” raggiunge l’apogeo con un refrain stellare, che gli varrà un moderato successo negli USA, ma avrebbe meritato ben altro. Per i fans dei Boston, “Dreamin’” è il top assoluto, perché le variazioni d’atmosfera, dagli effetti thrilling in apertura all’arpeggio di chitarra centrale, replicano le ambizioni del gruppo d’origine…la sezione ritmica affonda i colpi, il magnifico chorus sale al proscenio ed un maestoso break della solista riecheggia esplicitamente “Don’t Look Back”.
Benvenute in questo contesto le gentili melodie delle ballate, dal felpato romanticismo pianistico di “Dark And Stormy” a “Joanne”, che ripropone Brad Delp ai cori. Ma non c’è sbandamento nell’easy listening; ecco dunque l’hard rock cromato di “Stand Up” e “I Call It Love”; in quest’ultima, timbro e dinamica vocale di Fran Cosmo determinano l’accostamento con il fiammante Michael Lee Smith degli Starz.
“Orion The Hunter” si affaccia in varie classifiche senza svettare e rimarrà un “solitario” destinato a specialisti dal palato fino, perché l’avventura finisce qui. Successivamente, riscontreremo un sorprendente scambio di vocalist fra Goudreau e Scholz, poli ormai distanti. Il primo si riunirà a Delp negli RTZ (Return To Zero), che realizzeranno l’eponimo primo album nel 1991, mentre Fran Cosmo farà il suo ingresso nei Boston per registrare il quarto “Walk On” (1994). Si tratterà di un’eccezione, perché il cantante originario rientrerà a fianco di Scholz, ma ci sarà spazio anche per l’ultima collaborazione “Delp And Goudreau”, titolo dell’album uscito su Frontiers nel 2003. Il brano finale del duo, “Rockin’ Away”, venne registrato prima che il compianto vocalist si togliesse la vita nel 2007.
Michael DeRosier riscuoterà maggior fortuna incrociandosi con gli ex-Sheriff negli Alias, autori di un album di successo generalista, non solo nei circoli AOR, nel 1990.
“Orion The Hunter”, resta un classico di categoria superiore rispetto a molte vantate “eccellenze” euro-scandinave sotto il segno dell’AOR, ed è stato ristampato/rimasterizzato in CD nel 2011 dalla Rock Candy, senza inediti ma con il solito, consistente libretto, incluse foto ed interviste esclusive.

REFUGEE, il fuoco arde ancora!

Non si inventa nulla sostenendo che una proposta artistica di valore supera le barriere temporali e sprigiona il suo fascino anche a distanza di tanti anni. Fra le nostre priorità musicali, e nell’affollata arena dell’AOR degli anni ’80, sarebbe delittuoso trascurare il contributo offerto nel breve volgere di due album dai Refugee, meteore del rock canadese, e dal loro artefice Myles Hunter.
Originario di Ottawa, Myles aveva costituito il suo primo gruppo intorno alla metà degli anni ’70, Avalon, dove cantava e suonava le tastiere. L’unico album, “Voice Of Life”, usciva nel 1977 su London Canada, professando pomp-rock non certo enfatizzato dalla “rustica” produzione. Negli anni ’80 fu comunque elevato dai konnoisseurs al rango di classico “cult”, di difficile reperibilità.
Gli Avalon ebbero vita breve, perché nel ’79 Hunter si trasferì a Toronto, l’epicentro della scena musicale sotto il vessillo della “foglia d’acero”. Grazie al medesimo manager, entrò in contatto con Howard Helm, che vantava un rimarchevole pedigree nell’ambito dell’hard pomposo con gli Zon, autori di tre album fra cui il venerato “Astral Projector” (1978, Epic). Forte delle provate qualità di Helm (una storica fanzine AOR lo dichiarò persino miglior tastierista insieme a Gregg Giuffria!), Myles rinunciò ai tasti d’avorio per concentrarsi sul ruolo di frontman e di unico compositore di un nuovo quintetto, Michael Fury, completato da Rob Kennedy (chitarra), Martyn Jones (basso) e dal batterista Dave Mihal, poi sostituito da Brian Doerner, già negli Helix.
Scritturati dalla Passport nella loro nazione, Michael Fury incisero l’album “Affairs In Babylon” (1984) con una foto di Myles Hunter in copertina. Ma non fu l’equivoco che si trattasse di un solista a sollecitare il cambiamento del nome in Refugee. Infatti la Chrysalis era pronta a lanciarli sul mercato americano, dove contemporaneamente avevano esordito gli Stone Fury. Si trattava del primo gruppo “americano” di Lenny Wolf – al debutto su MCA nel 1984 – prima della consacrazione nei Kingdom Come. Cosi la nuova edizione di “Affairs” uscì negli USA (1985) con il gruppo ribattezzato Refugee, per non generare confusione. Evidentemente era trascurabile che l’omonimia coincidesse stavolta con il trio degli ex Nice e Patrick Moraz, apparso dieci anni prima.
Myles ne era l’incontrastato deus ex machina, occupandosi anche della produzione del disco, che esordiva con la title-track, breve ma fascinosa ballata pianistica. Invece “Thunder Of Another Night” racchiude in sé i caratteri più trascinanti del suono dei Refugee, che ritroveremo nel successivo “Burning From The Inside Out”: il riff geometrico ma arioso delle tastiere, irrobustito dall’azione incalzante della chitarra e soprattutto la voce passionale di Myles, creano un peculiare mix di AOR robusto, emozionante, tutt’altro che formale.
Il leader si fa apprezzare anche come autore di testi, specie in “Listen To Your Heart”, un mid-tempo d’atmosfera pungolato da stridenti fraseggi di chitarra che sottolineano la drammaticità della materia, un inno d’avvertimento contro l’AIDS.
Il singolo radiofonico è “Exiles In The Dark”, con chitarra e tastiere rampanti, clima melodrammatico al punto giusto ed intensità vocale di Myles che lo avvicina allo stile Springsteeniano. Giova ricordare che il Boss aveva virato verso un suono più incline all’airplay con il suo campione di vendite dell’84, “Born In The USA”. Al coronamento di “Exiles” manca forse il refrain vincente, ben presente nella dolce “Dream On Anastasia”, l’episodio più squisitamente pop della collezione. Un altro riferimento a Springstreen si scopre in “Body To Body”, dall’andamento melodico vicino (seppur meno veemente) a “Because The Night”, portata al successo da Patti Smith.
Infine, in “These Are The Good Times” si respira frizzante aria canadese, con evidenti richiami alla luce guida di Bryan Adams. Ed il titolo finale, unitamente al pregevole contenuto musicale dell’intero album, suscita davvero nostalgia per quei tempi irripetibili di grande rock melodico.
In tema di brani d’autore, in chiusura dei loro concerti i Refugee rendevano omaggio  a Mister Bob Dylan, eseguendo una versione a tinte hard (ben prima degli svizzeri Gotthard) di “Mighty Queen”, una delle canzoni preferite di Myles, resa celebre nel 1968 da Manfred Mann. Peccato che in questo caso il gruppo canadese sia inferiore alle aspettative, almeno a giudicare dalla bonus della ristampa CD (2005, MTM Music).
Due anni dopo, nel 1987, formazioni storiche quali Whitesnake ed Aerosmith incrementavano le loro fortune con una svolta più commerciale ed i Guns N’Roses, inizialmente osteggiati da MTV e dalle radio, rimandavano il successo dell’epocale “Appetite For Destruction”; così i Refugee sembravano pronti ad un’affermazione su vasta scala. Il gruppo di Toronto aveva firmato un nuovo contratto Polygram, ed i tempi erano favorevoli al loro suono d’impatto sofisticato, affidato alle cure del produttore Pat Glasser, già efficace con l’elegante hard rock dei Night Ranger.

Il secondo album “Burning From The Inside Out” riparte dal prototipo di “Thunder…” (dall’opera prima), perfezionandolo nell’irresistibile “Survival In A Western World”. I Nostri sembrano dar seguito al boom dei Bon Jovi di “Slippery When Wet”; riecco dunque un altro indelebile keyboards-riff di Howard, la ritmica pulsante con la giusta pesantezza, i ficcanti interventi della solista di Kennedy, ma soprattutto, il cuore e la passionalità della voce di Myles che scongiura sospetti di adeguamento a fini commerciali. Segue “The Beauty Of Pain”, che svela un romanticismo dai toni più sommessi e crepuscolari ma scatena un chorus avvincente, sorta di rivisitazione dei Simple Minds in chiave AOR: non un caso isolato nel rock melodico canadese, perché si ritrova in brani memorabili (di Honeymoon Suite, Orphan etc.). “Love Survives” è invece un magistrale modello di hard-FM, con arrangiamento e produzione proiettati nella stratosfera di questo genere musicale ed ormai introvabili nelle realizzazioni attuali. A suggello del primo lato una ballata, “Lay Me Down”, che inizia con il mistico soliloquio di Myles e si distende in un clima orchestrale, ancora risolta dalla sua voce davvero appassionante.
Sul retro i Refugee irrompono con un’altra tempesta di sonorità al contempo viscerali e raffinate; si tratta della straordinaria “Burning from The Inside Out”, che dipinge il ruolo di rockstar come “vittima sacrificale” delle sue stesse ambizioni e popolarità, che finiscono per annichilirlo. “Power” svela invece un volto hi tech AOR, diversificando gli orizzonti espressivi del gruppo, che con “American Dream” dimostra di avviarsi alla conclusione dell’album senza aver fallito un solo refrain.
“BFTIO” chiude però con modalità atipiche ed altri lampi di eclettismo. “Keep The Lion In The Cage” è infatti influenzata dal viaggio in Zimbabwue nel 1986, che sembra aver stregato Myles Hunter ed è un riuscito connubio fra ritmi afro e rock melodico. Infine, “Violence” è il brano di maggior tensione espressiva, dove le tastiere di Helm ricorrono ad atmosfere inquietanti per illustrare il testo che parla di violenza urbana e di pericolo nell’aggirarsi per le città, da New York a Toronto.
Per i cultori, l’album assurge a vertici di incontestabile classico AOR e le vendite sono incoraggianti, ma i favorevoli auspici si scontrano con le conflittualità emerse fra casa discografica e Myles Hunter. Secondo l’artista, la Polygram pretendeva “un successivo disco di gran lunga più commerciale ed orientato verso il pop”, mentre i musicisti erano rimasti particolarmente impressionati dal viaggio in Africa e dal confronto con altre culture, decidendo che scalare le classifiche non era il loro obiettivo prioritario. Nel 1989, oltre a scontare la fuoriuscita di Brian Doerner, i Refugee venivano licenziati nonostante l’intero nuovo album già composto da Hunter.
Il gruppo finiva per sciogliersi, ed Howard Helm aveva già accettato di suonare in tour con Hunter (Ian, ex-Mott The Hoople, non Myles!) e Mick Ronson.
Myles Hunter tornerà “in sella” nel 1990, con l’album solo “Northern Union” (Island), accompagnato dagli ex-Refugee, e la sua musica “brilla” ancora, come suggerisce il titolo di uno dei brani più accattivanti. Invece “Tales From Stoney’s Bar & Grill” (1995) è l’ultimo lavoro, di cui è co-titolare con l’ex Red Rider, Kenny Greer.
Myles soccombe malauguratamente ad un male incurabile nel dicembre 2017, a 60 anni.
L’unica ristampa CD di “Affairs” è quella citata del 2005, con cinque bonus tracks. “Burning…” é invece riedito e rimasterizzato nel 2008, con immutato elenco tracce, dalla stessa Polydor.

A U G U R I !

Colgo l’occasione per formulare ai nostri lettori e alle loro famiglie sinceri auguri per le prossime festività. Ringrazio sentitamente per l’accoglienza che avete riservato al nostro Blog, in un anno funestato da una terribile emergenza, che speriamo tutti insieme di superare al più presto.

Beppe

14 Commenti

  • LucaTex ha detto:

    Commento con colpevole ritardo un articolo su dischi che oramai scorrono nelle mie vene 🙂 Thx Beppe che non ti dimentichi mai di questi capolavori che dalle nostre parti hanno raccolto sempre poco consenso…

    • Beppe Riva ha detto:

      Luca, grazie a Te(x)! Certo, anche nel caso dell’AOR desidero riproporre dischi che a distanza di decenni non hanno perso il loro fascino. Altrettanto chiaro che non si tratta di proposte per un pubblico di massa (che tra parentesi, mica viene a leggere questo Blog…) ma sono convinto che nella penisola, uno “zoccolo duro” di devoti del rock melodico sia ben presente e tutt’altro che irrilevante. Ciao

  • john ha detto:

    ciao BEPPE , gemme gemme gemme tutte scovate negli scatoloni con la scritta tutto a5000 lire a che bei tempi ora dischi cosi non ne escono più teniamoceli stretti . grande BEPPE leggevo le tue recensioni e via al PENTAGRAMMA mitico negozio di Verona dove tutto si trovava a che bei tempi . ciao Beppe sei un grande a proposito abbiamo scambiato due parole fuori l arena di Verona dopo il concerto di E.L.P. del tour di BLACK MOON ci ha presentati Gianni Della Cioppa mio caro amico a che bei tempi.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao John, il ricordo del concerto degli ELP all’Arena di Verona mi commuove. Abbiamo assistito ad un evento leggendario. Spero tu abbia letto il mio tributo al 50° del loro primo album sul Blog. Sono stato anche al negozio che hai citato. Salutami Gianni, sempre gentile nei miei confronti. Tante grazie per il commento.

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Come sempre grazie per aver aperto altre nuove porte di nuovi ascolti. Molto velocemente, behind enemy Lines è davvero un gran bel pezzo dove sento anche una vena prog. Quando si parla del mondo Boston sono sempre vigile. Però devo dire che questo gruppo me lo sono davvero colpevolmente perso. Ho le altre collaborazioni delp-goudreau. I pezzi da te postati sono veramente belli, sento anche un di straship nel mix del sound….o forse sì sentono gli Orion negli starship. In ogni modo mi devo assolutamente procurate questo disco. Dei refugee invece non conoscevo nulla, ma da quello che ho sentito meritano anche loro un recupero in extremis. Bene Peppe, grazie di nuovo e permettimi di augurarti i migliori auguri di un 2021 per lo meno decente. Rock on.

    • Beppe Riva ha detto:

      Si Gianluca, Orion The Hunter è una priorità nell’albero genealogico dei Boston, più di qualunque altro disco direi. Per il resto, fidati di quanto scritto…Tanti auguri a te.

  • francesco angius ha detto:

    Tre gruppi, tre nomi, tre fenomeni musicali bellissimi.
    Altro articolo eccellente su una scena quella musicale AOR che dfa noi gode poco seguito, ma che in USA è di primordine e ha grandi proseliti.
    Conosco e ho tali vinili.
    Refugee sono i migliori del lotto per me (ma è ridicolo scegliere tra tre meraviglie), li ho molto seguiti e mi coinvolgevano molto.
    Bravissimi anche gli Orion che non avevano nulla da invidiare ai Boston.
    Bravi anche gli Spys che sto riascoltando ora.
    Secondo il mio personalissimo parere ci stavano anche i Prophet di Cycle of the Moon, un vero capolavoro del genere.
    O mi sono sbagliato?
    A te Beppe l’ardua sentenza…
    Saluti , grazie per le bellezze che proponi e auguri sereni a tutti

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Francesco, a suo tempo ho recensito in termini molto elogiativi il secondo album dei Prophet da te citato. Giova ripetere che il Blog non sempre presenta “classifiche di merito” (se non dichiarate come è già capitato con AOR 1989 oppure Hard Rock 1975-79), ma semplicemente scelte di qualità su materiale d’annata; dipendono parecchio dalla vena del momento e dalla voglia di recuperare all’ascolto proposte di valore. Ovviamente il repertorio a disposizione è vastissimo. Speriamo di proseguire ed un pò per volta, di rivivere momenti indimenticabili di buona musica. Grazie, alla prossima.

  • Roberto ha detto:

    Grandissimo Beppe, è sempre bello leggere i tuoi scritti allora ai tempi d’oro nei magazines epocali che sappiamo come oggi su questo blog che verosimilmente è stata una delle migliori cose che questo disgraziatissimo anno ha portato.
    Questo excursus sul melodic Hard rock ha messo in evidenza fatto che ogni scena musicale ha sempre rivelato un sottobosco qualitativo che in qualche maniera non è mai riuscito ad emergere nonostante la fattura pregiata di ogni proposta che tentava di sviare dai canoni vigenti con personalità e originalità e oltre ai 3 nomi trattati la lista potrebbe continuare.
    Detto che l’esordio degli Spys è nettamente superiore al secondo lp che tranne la title track non possiede l’ispirazione del medesimo, gli Orion si distaccano nettamente dal modello di base, Boston ovviamente, al quale si accostano per i motivi noti, dei Refugee sono d’accordo che siano stati criminalmente sottovalutati per l’eccellente BFTIO… il problema rimane la scarsa se non nulla promozione e reperibilità di questi nomi che rimangono ancora oggi sconosciuti ai più.
    Colgo l’occasione per augurare buone festività anche a VOI e a tutti gli appassionati come me che vi leggono e cerchiamo di trovare conforto nella musica in attesa di tempi più sereni

    • Beppe Riva ha detto:

      Roberto ciao, anche per noi è molto gratificante che i lettori “di una volta” ci trovino ancora, diciamo così, “competitivi”…Certo, non dovete pensate che l’idea delle “trilogie” equivalga ad una classifica o cose del genere. Semplicemente, ho voglia di proporre (anche per la prima volta) nomi che a distanza di tempo trovo sempre molto validi, ma è una scelta personale e NON esaurisce assolutamente i generi musicali trattati, che sono ricchi di efficaci esponenti. Desidero offrirvi materiale approfondito, ma non interminabile, perché non siamo né su una rivista cartacea, né si tratta di un libro. Occorre una certa fruibilità. Come già detto, mi piace che esprimiate le vostre opinioni, ma non sottovalutare “Behind Enemy Lines” degli Spys. Se uscisse oggi correrei a comprarlo! Condivido il pensiero del “trovar conforto nella musica”, che dimostra quanto prendiamo maledettamente sul serio questa passione!

  • Lorenzo ha detto:

    Ciao Beppe, un bellissimo scritto, se tu avessi il tempo ne dovresti fare uno al giorno, soprattutto quando parli di band come le tre citate.
    Su Refugee e Orion the Hunter, poco da dire; sono classici intramontabili e criminalmente poco noti al di fuori della solita cerchia di cultori (almeno in Italia).
    Esprimo alcune considerazioni personali.
    Le vendite e la notorietà dei Boston mi smentiscono, ma Orion the Hunter secondo me è superiore ai dischi dei Boston stessi (mi riferisco ai primi tre, il resto della discografia della band di Scholz mi dice poco), anche rispetto al primo disco nobilitato da “More than a feeling”. La band di Barry Goudreau e Fran Cosmo si rese responsabile di un super classico senza tempo, fortunatamente ristampato.
    In merito ai Refugee, il secondo disco, a mio parere, è largamente superiore al primo, che ho sempre trovato un po’ anonimo.
    Degli Spys non posseggo i cd, ho solo ascoltato qualcosa su You Tube, ma leggendo questa recensione questa mattina ho ordinato il primo.
    Nel ricambiare gli auguri per le imminenti festività, esprimo a te Beppe il grandissimo piacere di potere interagire con colui il quale mi ha fatto scoprire questa musica (penso all’AOR, ma non solo) attraverso le pagine delle riviste, e ha contribuito a farmene diventare un (modesto) cultore.
    PS-pensi che sarà possibile aspettarsi un tuo articolo qui sul blog in merito ad ASAP, il solista di Adrian Smith? Se ricordo bene facesti la recensione (positiva) quando uscì… magari darai il là ad una opportuna ristampa.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Lorenzo, tante grazie per quanto scrivi, ma purtroppo non sono particolarmente “prolifico” e non riesco a realizzare un articolo di questo tipo in breve, tanto più che riascolto attentamente i dischi; a distanza di tempo, le valutazioni possono cambiare sostanzialmente. Ad esempio, anch’io la pensavo come te nel paragone fra “Affairs” e “Burning” dei Refugee. Ora credo che i caratteri poi esaltati dal secondo album (che resta superiore) siano ben presenti anche nell’opera prima, da non sottovalutare. Per quanto riguarda il dualismo fra Boston e Orion, secondo me è un aspetto un pò “generazionale”. A livello di vendite e di influenza seminale non c’è paragone, ma chi è cresciuto con il suono degli 80 può benissimo preferire il “Cacciatore Orione” ai Boston. Non si discute che “OTH” sia uno splendido album AOR e come ho scritto, proteso verso “nuove mete sonore”. In ogni caso apprezzo queste attente e personali valutazioni. Per quanto riguarda ASAP, sì, ricordo che nei parlai bene (forse anche disco del mese o quindicinale). Vedremo se può esserci l’occasione, ma sicuramente non posso determinare io la ristampa di un disco del genere. Se non è stato riedito con un protagonista tanto famoso, probabilmente ci sono motivi rilevanti. A risentirci

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Non saprei scegliere tra queste tre delizie di gruppi e direi che è inutike farlo.
    Ricordo che, al tempo, trovare BFTIO in CD era impresa non semplice.
    Degli SPYS ho una ristampa della Renaissance (1996) che include i due loro albums.
    Auguri a voi, Bepoe e Giancarlo, con un sincero grazie per quanto ci mettete a disposizione.

    • Beppe Riva ha detto:

      Si Fulvio, non c’è da scegliere…Ho voluto presentare tre nomi di valore che coprissero in successione un arco temporale significativo (1982-87) all’interno degli anni ’80. La ristampa della Renaissance era precedente alle Rock Candy, vero. Per non eccedere, ultimamente preferisco dare un’indicazione sulle ristampe più aggiornate, salvo eccezioni. Ancora auguri a te e grazie.

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