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Ricordo Perfettamente

C’era una volta la psichedelia

Ha ancora senso recuperare musica storica seppur mai pubblicata in oltre cinquant'anni ? Live at Pompei è l'occasione per parlare anche di altro...

Un giorno scopriremo il filo rosso che lega le scuole d’arte , visive, pittoriche, fotografiche d’Inghilterra e la musica popolare, poi definita “rock”, anglosassone. Se aveste dubbi in merito, andate a dare una scorsa ad alcuni personaggi mitologici della scena inglese dai sessanta in poi e scoprirete che hanno in molti questa radice comune.

Se a passeggio per Londra vi capiterà di passare tra Oxford in direzione prima di Trafalgar Square e poi verso la casa del Parlamento, passerete davanti alla vecchia sede della Università di Westminster, quasi di fronte alla Chiesa; un bellissimo edificio, con i ragazzi tutti vestiti in uniforme blu per la giacca e una sorta di rosso mattone per calzoni, corti, e gonna. Ecco , quando quella università si chiamava Facoltà di architettura e stava in zona Regent Street, dove oggi esiste la sede ufficiale, tre componenti di un gruppo che sarebbe diventato famoso iniziando a suonare in un locale che non esiste più in Wardour Street, si misero d’accordo con un quarto che aveva studiato a Cambridge e formarono i Pink Floyd. E sapete tutti perfettamente perché scelsero quel nome.

Adesso mettersi a raccontarvi chi siano stati e come lo siano stati i Pink Floyd sarebbe esercizio inutile e noioso. Primo perché con un click sareste in grado di cancellare ogni dubbio e poi perché tutti sanno già tutto quello che vi interessa sapere su uno dei gruppi più popolari al mondo.

Quando un film, misteriosamente ambientato nell’anfiteatro romano di Pompei, venne messo in circolazione, il sottoscritto, giovine sedicenne, non trovò nulla di meglio che sedersi in un cinema scomodissimo… le poltrone in velluto e braccioli dovevano ancora arrivare e le sedie erano una sorta di riproduzione delle littorine dei treni locali che la generazione digitale non riesce neppure ad immaginare... e vedere due volte di seguito un gruppo inglese suonare dal vivo. Erano i miei primi passi all’interno di un percorso che avrebbe potuto essere una passione sconfinata e che finì per diventare quel lavoro che mi paga oggi la pensione magrolina che il nostro Stato infame mi allunga.

Inutile dire che l’acustica era un vero troiaio, anche lì gli impianti stereo surround erano ancora sul Pianeta Rosso, ma l’effetto di vedere il primo assaggio visivo della mia vita della nascente psichedelia copriva qualsiasi pecca.

Non immaginavo allora di star assistendo a un episodio che sarebbe diventato storico e ancora vivo dopo 53 anni. La domanda da porsi è la seguente : perché ? Perché disquisire di un film e delle relative musiche di un gruppo che non fa sangue ai divulgatori di gruppi ignoti ? Perché tornare su argomenti che dovrebbero essere abbondantemente digeriti invece di occuparsi di un ignoto gruppo degli inizi settanta con base… a Fresno e composto da ex carcerati, autori di un solo disco che in Europa possiedono in quattro, uno dei quali è il tipo che andando a spulciare il dizionario dei sinonimi e dei contrari vi informa scrivendone che non-sapete-cosa-vi-siete-persi e che continuerete a perdervi perché neppure le mamme dei galeotti di cui sopra si ricordano che il figlio aveva stampato un disco ?

No, non sto scherzando : a questo si è ridotta la classe digitante su tastiera dei propri pensieri in questo paese di confine.

E’ invece importante occuparsene semplicemente perché la Storia della musica che amiamo passa per Pompei e non per… Fresno dicevamo ? E che gli esercizi onanistici di credere di dare informazione sotterranea utile valgono esattamente quanto quei simpaticissimi redattori di giornaletti da 500 copie che accarezzandosi i lunghi capelli imbiancati sanno essere doppiamente spiritosi : sia nel descrivere episodi davvero piacevoli di vite che non hanno vissuto, sia nel credere di aver incrementato vendite di prodotti attraverso la loro Ars Descrivendi…

In realtà credo di aver perso il mio tempo…ma sì, divaghiamo, lo fanno in tanti ad minchiam… a contribuire alla stesura di una quantità di tesi da quando esiste il Dams a Bologna… e accidenti a chi ha voluto perdere il suo, di tempo, invece di studiare qualcosa di più serio che vecchie reti musicali e nuove digitali… ma nessuno , sottolineo nessuno, si è mai rivolto alla parte marketing dei vari prodotti. Che si trattasse di giornali inventati e passati in mani aliene, di programmi radio, di reti nazionali, di reti generaliste. In sostanza MAI nessuno si è domandato quali condizionamenti promozionali portassero alla vendita di dischi prodotti e perché . Oppure meglio : quali sinergie promozionali creassero una vendita di quel prodotto oggi scomparso. Di conseguenza come la discografia sapesse approfittare di dati canali e giungere a risultati confortanti.

Circonlocuzioni contorte ? Ok, traduciamo : chi cacchio ha fatto vendere dischi e perché ? E come ? E per quale motivo ? E perché oggi , streaming e web a parte, non se ne vende nemmeno con il porta a porta ? Manca qualcosa ? Cosa ? Si è modificata la filiera ? E come ? Ecco, forse chi scrive e sostiene di farlo professionalmente avrebbe dovuto perdere un po’ di tempo per studiare marketing e verificare i numeri. Quelli veri, che non sono quelli del lotto. Tutto il resto, come dice il mio amico Lando… son cazzate… en seghe, in toscano. Perché tra lavorare dentro un circuito e descriverne certi contenuti è come stare in cima a un muretto e guardare gli altri che lavorano a un immobile e credere di aver contribuito alla costruzione declamando le proprie opinioni nel merito, commentando, a quattro gatti. Se così fosse la discografia italiana esisterebbe ancora , i giornali sarebbero floridi, i collaboratori pagati invece di lavorare “per la gloria ed il piacere di divulgare… e per l’onore di firma, che fa sempre figo” e gli ordini pieni di giornalisti professionisti. E gli artisti pieni di soldi e di dischi d’oro che dal milione di copie erano poi scesi a trecentomila nel 1972 e che oggi si ottengono con venticinquemila copie vendute.

Polemico ? Sì. Perché da zappiano ho ben in mente i suoi dogmi, ed uno di questi suonava grosso modo così : la cosa migliore che puoi fare nella vita è non interferire e giudicare la vita degli altri. Specialmente se la tua non corre neppure su un binario parallelo a quella con cui ti confronti, aggiungo io. Una cosa che il mio amico Lando commenterebbe con un sano : fatti i cazzi tuoi e non rompermi i coglioni. Saggio il caro vecchio Lando.

Ma stavamo dicendo che la Storia era passata da Pompei, da un film, da immagini e suoni che per essere giudicati devono essere contestualizzati. I Floyd non navigavano nell’oro alla fine dei sessanta e i primi due dischi non li avevano fatti ricchi. Già, perché il concetto di Arte è dar vita a un prodotto e poi venderlo. Alzi la mano chi ha conosciuto o conosce un artista che non ha mai tenuto a vendere la propria arte. Così per amore o per forza i Floyd erano scivolati nel circuito della produzione di colonne sonore : il film More, lo Zabriskie Point di Antonioni, Obscured by clouds/La Vallè e a dirla tutta già prima di More avevano scritto un paio di brani per due diversi film.

La proposta del regista Adrian Maben era stata rifiutata perché la sua idea di accompagnare le musiche con immagini di pittori visionari era stata ritenuta troppo pretenziosa. Poi lo scozzese Maben, recatosi a Pompei e perduto il portafogli si era trovato a ricercarlo al tramonto, rimanendo impressionato dalla magia di quel luogo.

Il film si fece : 1972. Niente pubblico, solo il gruppo ed i tecnici, inserti di lava e brevi riprese del luogo, l’amplificazione presente sulla copertina di Ummagumma che al tempo sembrava …mostruosa.

Ma arriviamo al nocciolo della questione. Perché Live at Pompei è un punto importante nella storia del rock ? Perché per la prima volta la sperimentazione e la psichedelia, la mancanza di ricerca della classifica, il coraggio delle lunghe suite che l’incipiente progressive sembrava voler dettare, la tecnica e la creatività, i suoni ancora non scivolati su linee piacione venivano esposte per tutti quelli che non avrebbero potuto vederli.

Parlando di marketing un megavideo, uno spottone di un’ora e venti che avrebbe influenzato chi da quel momento non avrebbe più evitato di dover necessariamente fare i conti con quella musica.

Nella linea temporale del rock esistono molti momenti in cui si pianta un paletto cui tutti gli altri dovranno girare intorno, un segnale che quello è un punto di svolta da non trascurare. Ecco , il live at Pompei è stato tutto questo. Con una aggiunta : non se ne è mai fatto un disco. Buffo no ? Un…turning point per dirla alla John Mayall… che non aveva un preciso punto di riferimento. Solo un film… e tanti bootlegs. Sì, ogni tanto nei box monumentali a sancire i 40, 50 e così via di certe uscite se ne dava un assaggio, ma nulla di completo.

Per i trent’anni , nel 2003, il regista ne propose una director’s cut con inserti di computer grafica che non mutavano la musica e neppure la parte video, tutto sommato, pur dovendo notare che quattro inserti di studio – in quel periodo, il 1972, il gruppo stava agli Abbey Road a incidere The Dark Side of the Moon – rappresentavano per i seguaci un ottimo motivo di garantirsi il dvd.

Ed oggi , giusto a cavallo tra la necessità di produrre arte da vendere e dare una visione finale dell’oggetto, il film è stato digitalizzato e rimasterizzato dai nastri originali, mentre Steven Wilson, cui dobbiamo una quantità di restauri e remissaggi di altri capolavori dell’epoca, ha curato l’edizione definitiva su cd.

Che dire adesso ? Che garantirsi finalmente l’ascolto di qualità di un qualcosa che conosciamo da sempre è un atto doveroso, come aver atteso per trent’anni i nastri del Roxy di Zappa o qualsiasi gemma il rock ci abbia tenuto nascosto per decenni… che so il Black Album di Prince o le registrazioni complete del Woodstock di Jimi ? E’ come entrare in una macchina del tempo perduto, dove si conosce la strada ma non la si è mai percorsa correttamente.

E’ come rivedere esplodere la villa di Zabriskie Point al suono e all’urlo bestiale di Careful with that axe Eugene anche se in quel momento il brano si chiamava Come in number 51 your time is up… E’ immaginare i fiumi di Lsd e droghe di vario genere che ci hanno, grazie a Dio, donato una musica meravigliosa, tutta non solo quella dei Floyd, che quasi sicuramente non avremmo mai avuto senza la ricerca di espansione delle…porte della percezione.

E’ un viaggio nel passato alla Back to the Future senza la DeLorean di Marty McFly dove non c’è il rischio di cambiare il corso del presente. E’ la rinnovata possibilità di commuoversi, per chi ha ancora un cuore, alla frase finale di Echoes, quella che ci aveva toccato la corda giusta mezzo secolo fa… “…e nessuno mi canta più la ninna nanna, nessuno mi fa più chiudere gli occhi, così spalanco le finestre e ti chiamo guardando il cielo”

Non scherziamo : non potete non chiudere il cerchio.

4 Commenti

  • Gaetano ha detto:

    Hi Giancarlo, certe volte mi chiedo, osservando il desolante panorama odierno ( e non mi riferisco solo alla musica), se tutto ciò di cui parliamo, scriviamo, amiamo sia esistito realmente o sia il frutto di qualche realtà dickiana parallela. Tristezza infinita!

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Gaetano… la tua è la domanda del secolo… spesso con amici e appassionati cerchiamo una risposta, senza trovarla. Possiamo fare ipotesi ma nessuna definitiva. Personalmente ritengo che i figli ed i nipoti di una società che dà tutto (noi non lo avevamo ed eravamo i figli di chi aveva respirato la guerra) siano oggi senza riferimenti e ideali. E quelli che credono di trovarli non hanno i leader sociali e politici in grado di indirizzarli. Abbiamo la classe politica più becera ed ignorante che ricordi dai miei teens e loro sono lo specchio della popolazione, no ?

      Le arti e la cultura ne derivano direttamente direi. La mia generazione ha avuto la immensa fortuna di veder nascere e crescere la musica migliore che l’uomo abbia partorito. Che, a ben vedere, era figlia di coraggio, ricerca, curiosità, creatività, sperimentazione, rispetto di certe radici, contenuti.

      Nulla di tutto questo, e sottolineo nulla, vedo in tutta la musica e le arti odierne. Nulla. È triste. Meno male che come un giapponese nella giungla ho … viveri sufficienti per resistere alla barbarie.

  • marco X ha detto:

    ZAPPA, un genio nella musica e nella vita.
    Viva la libertà.

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