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C'era una volta HARD & HEAVY

NWOBHM: I Singoli che il Tempo (non) ha dimenticato – Prima Parte: 1978-1981

Di 26 Marzo 202124 Commenti

Intro: I Singoli del Rinascimento Metallico Inglese

Si fa un gran parlare di Remix di album storici; ormai è quasi impossibile scovarne alcuni di successo pur remoto, che non siano stati riveduti e corretti per il rilancio sul mercato. Alle Idi di marzo ci siamo occupati di un illustre esempio, la capillare riedizione di Vol.4 dei Black Sabbath.
Lungi da me paragoni improponibili, ma mi è venuta un’idea: perché non riproporre qualcosa di scritto nel nostro passato, che a suo tempo ha riscosso l’approvazione dei lettori? Attento alle vostre reazioni, ed ai “numeri” realizzati dall’articolo sul versante doom della New Wave Of British Heavy Metal, sono tornato sul tema.
Risaliamo proprio al marzo 1987, circa trentaquattro anni fa! Usciva il numero due del supplemento di Rockerilla, Hard’n’Heavy (tre in totale: 0-1-2) ed era tempo di tirare le somme sulla NWOBHM, il movimento che aveva gettato le basi per le deflagrazioni metalliche degli anni ’80. Nel precedente H’n’H, l’amico Tiziano Bergonzi aveva ampiamente illustrato gli album fondamentali; allora mi impegnai a mia volta in quel grande “romanzo d’avventura”, prendendo in esame oltre 40 singoli da culto, che ben rappresentavano le crociate heavy del Regno Unito.

Perché i singoli? L’ascesa della NWOBHM è stata effettivamente innescata dalla riappropriazione del “formato ridotto”, come mezzo più immediato per spezzare l’indifferenza delle etichette importanti verso il rock duro. Dal 1976 in avanti, punk e new wave stavano cancellando l’heavy “storico” dalla mappa, monopolizzando l’attenzione dei mass media. Ma una nuova generazione di metallisti si è avvalsa delle stesse armi per risorgere verso posizioni quantitativamente mai così rilevanti. Dunque, recupero del 45 giri (o EP) come primo approccio preferenziale ed “economico” nei confronti del pubblico, proliferazione delle etichette e delle produzioni indipendenti, riconversione strutturale dell’heavy metal verso forme più dinamiche e senza compromessi. Insomma, incassati i colpi dell’offensiva punk, si era imparata la lezione anche per riavvicinare la gente e riprendersi il mercato.
Se consideriamo che numerose band, sfortunate quanto promettenti, hanno limitato al singolo la loro produzione, e che molti 7 pollici includevano versioni differenti (le prime, spesso) e tracce inedite, converrete che una panoramica estesa su questi reperti di vinile risultava d’obbligo per la chiarificazione del fenomeno e soprattutto, del suo spirito più UNDERGROUND. Nel recuperare il vecchio elaborato, ho ritenuto necessarie varie rettifiche ed aggiornamenti, ma senza tradire le emozioni originali suscitate dalla musica, riportate così com’erano descritte. Per non eccedere, era concessa la segnalazione di un solo singolo o EP per gruppo. Tutti i “fondamentali” riconosciuti all’epoca vi apparivano; in seguito i collezionisti hanno scoperto altre e quotate rarità, basti pensare a Marquis De Sade, Hell, Masterstroke.
Essendo già onerosa l’impaginazione e l’estensione sul Blog, ho ritenuto ragionevole dividere l’articolo in due parti; mi sono impegnato alla ricerca d’immagini d’archivio (anche personale) e mi auguro possano interessare, nonostante la lunghezza dell’intervento . A voi i 22 singoli della Prima Parte!

                                              * * * * *

Nelle immagini: Def Leppard, Saxon, il manifesto promozionale di “Metal For Muthas Vol. I”. Infine Paul Di Anno e lo scomparso Clive Burr, nelle foto scattate a Milano nel 1980, prima del concerto al Vigorelli degli Iron Maiden di supporto ai Kiss.

SAMSON: “Telephone” (Lightning, 1978)

Iniziamo con questo autentico reperto archeologico di un gruppo cardine della NWOBHM: i Samson esordirono nella preistoria del movimento con un singolo tutt’altro che irresistibile, ma che resta probabilmente il primo documento “ufficiale” della rinascita dell’heavy metal britannico, se escludiamo i Motörhead. Infatti, Lemmy ed i suoi precedettero anche il punk nel ravvivare la fiamma del rock’n’roll brutalista, raccogliendo alla loro maniera l’eredità degli MC5! Quindi, rendiamo omaggio all’azione pionieristica dei Samson, che pure daranno il meglio negli LP “Head On” e “Shock Tactics”, decisamente più allineati alla rivoluzione metallica d’inizio anni ’80. All’epoca di “Telephone” erano un trio, naturalmente capitanato da Paul Samson (chitarra & voce), con il solito Chris Aylmer al basso e Clive Burr, che aveva preceduto l’incappucciato Thunderstick alla batteria, prima di trovar gloria nei Maiden. Nessuna traccia per ora di Bruce Bruce Dickinson, ancor più celebre “furto” operato dalla Vergine di Ferro ai danni dei Samson, nei confronti dei quali Steve Harris si sarà sentito un po’ debitore. Ultima curiosità il suono, più prossimo a Status Quo e ZZ Top che al repertorio successivo.
Disgraziatamente, nessuno dei tre musicisti che registrarono “Telephone” é  sopravvissuto fino ai giorni nostri. Ironia della sorte, il debut-album dei Samson si chiamava “Survivors”…

DEF LEPPARD: “The Def Leppard EP” (Bludgeon Riffola, 1979)

Certamente uno dei singoli capitali della NWOBHM!
I giovanissimi felini di Sheffield debuttavano con un EP autoprodotto su cui troneggiava l’epica “The Overture”, una pièce de résistance ricca di suggestioni: dai Golden Earring di “Yellow And Blue” (l’intro acustica) al Ted Nugent di “Hibernation”, dai primi e magici Rush (il clima favolistico) fino alle inflessioni vocali di Joe Elliott, che allora facevano pensare ad un Ozzy adolescente. Molto più aggressive, temprate dal fuoco sovversivo del rinascimento metallico, sono “Ride Into The Sun” e la classica, burrascosa “Getcha Rocks Off”.
Il 7 Inch sarà ristampato nel suo formato originale (copertina esclusa) dalla Vertigo, salvaguardando i preziosismi di un’”Overture” assai differente dalla versione inclusa nel primo LP “On Through The Night”, il solo stilisticamente affine alla reliquia in questione.
Poi Def Lep vireranno verso l’hard rock melodico in stile USA, centrando il bersaglio con il faraonico successo del terzo “Pyromania” ed incrementandolo con “Hysteria”. Fortunatamente, il grave incidente subito dal drummer Rick Allen si era risolto in un ostacolo drammatico, ma temporaneo. Ricordiamo invece Steve Clark, fra i tanti “caduti” sulle strade lastricate di metallo.

IRON MAIDEN: “The Soundhouse Tapes” (Rock Hard, 1979)

Chi avrebbe mai immaginato, nel fervore delle prime gigs al Ruskin Arms, che la rappresentazione londinese della Vergine di Norimberga (un antico strumento di tortura), avrebbe dominato il mondo dell’heavy metal negli anni ’80, rivestendo ad oltranza il ruolo di superstar? Steve Harris fondò la band alla fine del 1975; resistendo all’invito dei discografici di “tagliarsi i capelli e darsi al punk”, trasformò Iron Maiden nei campioni underground dei pochi locali che all’epoca davano spazio al rock duro.
Con Paul Di Anno alla voce, Dave Murray alla chitarra, Doug Sampson alle percussioni ed ovviamente Harris al basso, il gruppo registrava nel dicembre ’78 un demo di quattro brani che veniva lanciato dal dee jay di fede metallica Neal Kay al Soundhouse di Kingsbury Circle, le cui classifiche di gradimento venivano regolarmente pubblicate sul settimanale Sounds. “Prowler” balzava al primo posto e nell’autunno 1979 le stesse incisioni erano convertite in un EP autoprodotto, “The Soundhouse Tapes”, che include “Prowler”, “Iron Maiden” (poi rivisitate sull’album d’esordio) e “Invasion” (riapparsa sull’EP “Women in Uniform”); superfluo aggiungere come vi risieda tutta la carica ancestrale dei primitivi Iron Maiden, spronata dall’aspra e sovversiva voce di Paul Di Anno, che addirittura aveva fatto gridare al “crossover” punk-metal! Di lì a poco il contratto con la Emi ed il tour con i Judas Priest…Così “The Soundhouse Tapes” accentuerà negli anni il suo valore storico e da collezione.

MYTHRA: “Death And Destiny” (Guardian, 1979)

Acclamata da molti come un classico, quest’opera dei giovani rampanti di Newcastle, senza repliche almeno nei gloriosi anni ’80, bastò per mandare in orbita la piccola etichetta Guardian, che vendette 15.000 copie dell’EP dei Mythra, prima di riscuotere consensi anche con Hellanbach e Hollow Ground.
Aizzato dal vocalist Vince High, il quintetto attivo dal ’75 rileggeva con buona dose di personalità la lezione dei Judas Priest e resta un modello della genuina foga giovanile della NWOBHM. Fra i più mitici dei nomi “minori”, Mythra apparivano degni concorrenti dei primi Def Leppard. Chi ha ascoltato “Death And Destiny” rammenta con rimpianto quell’aureo periodo del metal inglese; forse sarebbe stato meglio per loro sparire dietro questi solchi, consegnandosi intatti alla leggenda. Molti anni dopo, ci sarà invece spazio per una nostalgica rifondazione.

TYGERS OF PAN TANG: “Don't Touch Me There” (Neat, 1979)

“Don’t Touch Me There” dei TOPT saluta l’esordio della Neat nell’area del nuovo heavy metal britannico, dopo un paio di singoli di rubbish music (me lo confessò il suo fondatore, David Wood), che nulla avevano da spartire con la produzione più rinomata dell’indie di Wallsend. I Tygers diventeranno una delle più popolari formazioni sulla scena, e l’EP sfonderà a dispetto di un’esposizione sonora molto dura ed istintiva, ma certamente inferiore rispetto a quanto la stessa line-up – con il ruvido vocalist Jeff Cox – saprà esprimere nell’album d’esordio “Wild Cat”.
Sostituendo Jess con Jon Deverill, ed aggiungendo l’astro nascente della chitarra elettrica, John Sykes, i Tygers Of Pan Tang si trasformavano in una formazione hard rock di stampo più classico, un’alternativa fresca, ma inevitabilmente minore, ai Whitesnake. Il chitarrista e leader Robb Weir non ha mai deposto le marmi, e le sue Tigri sono pronte a sfoderare gli artigli per aggredire i palcoscenici, appena la pandemia lo consentirà.

AGONY BAG: “Rabies Is A Killer” (Monza, 1980)

Generati dalle menti insane di Clive Jones e Clive Box, un tempo nei Black Widow dell’incomparabile “Sacrifice” (scandagliato a fondo su questo Blog!), gli Agony Bag sono gli autori di questo eccezionale “solitario”, non certo un archetipo di NWOBHM, ma che considero tuttora fra i più grandi singoli “cult” di sempre!
Allarmante fin da subito la copertina, che ritraeva reduci della Vedova Nera e loro accoliti oscenamente truccati, in una perversa iconografia completata da due donne seminude (le stesse del raro video) su un immaginario pavimento viscido di sangue! Certo la musica doveva essere parte integrante di una rappresentazione teatrale, com’era stato concepito il rituale di “Sacrifice” dagli originali esponenti del dark sound, ma virando verso oltraggiosi riferimenti sessuali, memori del Rocky Horror Picture Show.
E’ dunque estremizzato il fattore glamour dell’immagine, ma la tensione rimane, eccome, in quei riffs di chitarra che saettano febbrili e monocromatici, e nel maniacale refrain vocale di “Rabies Is A Killer”. Clive Jones, l’autore di “Come To The Sabbat” divenuto front-man, emula l’ululato di un licantropo, si compiace di una recitazione istrionica, a tratti folle ed isterica; la chitarra di Bruce Cluley apre orizzonti di arcana suggestione con un assolo fulminante per pathos, e riappare anche il mitico sax dello stesso Clive, che accentua l’incisività della trama sonora. Sul retro un altro fantastico trip, verso la “Never Never Land”…Ancora un clima visionario, distorto dalla pazzia, come le allucinazioni dei naufraghi così capillarmente illustrate da Edgar Allan Poe nei racconti di Gordon Pym.
Dopo questo incredibile singolo, pubblicato nell’80 dall’etichetta “fantasma” Monza e rilanciato anche dai Death SS, dovremo attendere il 2001 per ascoltare l’album dei disciolti Agony Bag, “Feelmazumba”, grazie alla Black Widow di Genova. Purtroppo, anche i due Clive hanno lasciato questo mondo (2014-2016).

DARK STAR: “Lady Of Mars” (Avatar, 1980)

Dark Star contesero ai Trespass il titolo di rivelazione del Vol.II dell’importante compilation “Metal For Muthas”, proprio con la prima facciata di questo brillante singolo: “Lady Of Mars” é offensiva di tempra Ironiana, ma l’omonimo album dirà in seguito che il gruppo di Birmingham (città di Black Sabbath e Judas Priest) possedeva un’apprezzabile varietà stilistica ed altrettante virtù compositive. Furono fra le rare forze fresche della NWOBHM a spingersi fino in Italia, suonando in tour con Alvin Lee. Ricordo che feci una pessima figura nel backstage del Rolling Stone di Milano, cercandoli per un’intervista: incontrai un personaggio che non riconobbi subito, essendo girato di spalle; quando si voltò, mi accorsi che avevo chiesto dove si trovasse una sconosciuta band inglese all’eroe di Woodstock…rimasi impietrito.

DEMON: “Liar” (Clay, 1980)

La storia dimostrerà, a partire dal terzo LP “The Plague”, che le sembianze orrorifiche degli esordi non erano propriamente veritiere, a dispetto di qualche copertina raccapricciante. Quando uscì questo primo singolo dei Demon (in vinile rosso…sangue) nessuno se ne accorse, perché “Liar” viveva di astiosa determinazione. Meno convincente il retro, “Wild Woman”. Buone cose ascolteremo sui primi due LP, “Night Of The Demon” ed “Unexpected Guest”, ma il prosieguo della carriera, non particolarmente svettante, confermerà che le tematiche macabre non erano la specialità del gruppo di Stoke-On-Trent. Perseverare é diabolico, dunque la formazione odierna continua a flirtare (si fa per dire, naturalmente) con un’iconografia demon-iaca.

E.F. BAND: “Devil's Eye” (Redball, 1980)

Non dovrebbe rientrare strettamente nei ranghi della NWOBHM a causa dell’origine svedese, ma più di una prova induce a considerare il valore della E.F. Band in quest’ambito. Innanzitutto si distinse nella compilation manifesto “Metal For Muthas” (Vol.I), la stessa di Maiden, Angel Witch, Samson, con la pugnace “Fighting For Rock’n’Roll”. Poi sacrificò il suo batterista Dave Dufort, alla causa degli stessi Angel Witch.
Inoltre E.F. Band fu particolarmente attiva dal vivo, andando ripetutamente in tour nel Regno Unito.
Dopo un singolo in tono minore, “Sister Syne”, tornò in auge con questo dirompente “Devil’s Eye” (anticipando le asperità di epic-metal scandinavo degli Heavy Load), abbinato ad un apocalittico strumentale, “Comprende”, roba da incutere soggezione!

FIST: “Name, Rank & Serial Number” (Neat, 1980)

Apparsi sullo sfondo di una grigia cornice industriale, figli del proletariato urbano che da sempre rappresenta la stratificazione sociale alla base di tante heavy metal band inglesi, i Fist concentrarono tutta la loro acredine e ribellione nella sentenza rabbiosa di “Name, Rank & Serial Number” e nel dirompente dinamismo dell’eccellente retro “You’ll Never Get Me Up”. Non si ripeteranno più a tali livelli di intensità elettrica nei due album di quegli anni, ed è un fattore che costituisce l’attrattiva di numerosi singoli, di qualsiasi epoca e latitudine rock.
Non confondete questi Fist di South Shields, con gli omonimi canadesi, altrimenti noti come Myofist.

GIRL: “The Single" ("Do You Love Me”) (Jet, 1980)

Furono loro gli originali lipstick killers, i primi, all’alba degli Ottanta, a mettere la potenza del metal non già a servizio di una voce altisonante, ma di un’espressione viziosa ed ambigua, coerentemente riflessa nell’immagine glam-rock.
Il singolo apripista dei Girl, “My Number”, aveva già messo in vetrina l’angelo “corrotto” Dave Lewis, una sorta di nuovo Michael Desbarres (epoca Silverhead, poi nei Detective); ma fu la versione del classico dei Kiss, “Do You Love Me”, dall’album “Destroyer”, ad accendere i riflettori sui pionieri sleaze della NWOBHM. L’epoca è però favorevole alla nuova virilità in denim & leather, e non basta il grande album “Sheer Greed”, a convincere le folle, nonostante l’efficace produzione di Chris Tsangarides.
Ebbero vita breve, conclusa dopo il secondo ed inferiore “Wasted Youth”; ritroveremo il chitarrista Phil Collen come parte attiva dell’esorbitante successo dei Def Leppard. Dopo l’esperienza con l’ex chitarrista di Gillan, Bernie Tormé, anche per Phil Lewis si concretizzava il “sogno americano”. Emigrato (ma non perso…) ad Hollywood, si imponeva sul fronte del palco con L.A. Guns, sodalizio tuttora efficiente.

HOLOCAUST: “Heavy Metal Mania” (Phoenix, 1980)

Fra i provocatori della rinascita rock a tutto volume sono da annoverare questi mercanti del metallo nati ad Edinburgo nel 1977, che raccolsero favori anche in Italia, grazie alla notevole spinta di Rockerilla. “Heavy Metal Mania” era effettivamente un viscerale e rude inno perfettamente in sintonia con i tempi (“Dov’è il potere, dov’è la gloria, Heavy Metal è la mia storia…”) nel restituire quel clima d’isteria collettiva che circondava il nuovo furore del genere più bombastico del rock. Prima dello smembramento del nucleo originale, Holocaust troveranno anche il modo di divulgare un ottimo primo album, “The Nightcomers”, con ascendenti astrali nei Judas Priest e Black Sabbath…A celebrare gli scozzesi sono poi giunti addirittura i Metallica: hanno registrato una versione della loro “The Small Hours” per l’EP “Garage Days Re-Revisited” (1987), favorendo naturalmente il perdurante rilancio degli Holocaust negli anni a venire.

JAMESON RAID: “End Of Part One EP” (Blackbird,1980)

Sebbene ben pochi ricordino questo quartetto delle West Midlands, Jameson Raid furono fra i primissimi fautori della NWOBHM, e l’incisione del loro EP “Seven Days Of Splendour”, dalle reminiscenze glam-rock, risale a fine 1978. L’oggetto in questione, “End Of Part One”, che si presta a qualche equivoco terminologico (altrimenti noto come “The Hypnotist), é un secondo EP di quattro brani ed include anche “The Raid”, “Getting Hotter” e “Straight From The Butchers”. A suo tempo aveva destato notevoli mire collezionistiche, ma nonostante l’interesse del management dei Judas Priest, i Jameson Raid non approdarono ad alcun contratto discografico. Forse non aiutò la loro formula musicale, matura ma con uno spettro sonoro variabile, da tipiche affinità Iron Maiden all’heavy rock americano degli eroici Godz. Ribattezzati The Raid, parteciparono a “Metal For Muthas Vol.2”. Nient’altro da segnalare, se non che il Terzo Millennio ha vissuto anche la loro rifondazione.

MAGNUM: "Live" (Jet, 1980)

Si può discutere sull’inserimento dei Magnum nel contesto NWOBHM (il nucleo embrionale risaliva al 1972), ma posso assicurarvi che il quintetto di Birmingham fu salutato come astro nascente in piena eruzione metal (1980), grazie alla reputazione conquistata nei concerti. Il primo album “Kingdom Of Madness” era solo di due anni addietro, ma grande interesse suscitò questo singolare doppio 7 pollici (a 33 giri!) dal vivo; gli fece seguito il rimarchevole LP “Marauder”, sempre nel 1980, anch’esso live e con copertina molto simile, ma i brani erano completamente differenti.
Magnum “Live”, registrato al Marquee di Londra nel dicembre 1979 e prodotto da Leo Lyons (dei Ten Years After) includeva quattro brani che culminavano nella roboante “Kingdom Of Madness”, originale mistura heavy di Styx e Queen, punto di partenza del pomp-rock supremo dei Magnum.
Un gruppo davvero grande ed insensibile al trascorrere degli anni, non famoso in Italia come meriterebbe. Adornati dalle splendide copertine di Rodney Matthews, album come “Chase The Dragon” e “On A Storyteller’s Night” risiedono tuttora fra i capolavori degli anni ’80 e dell’hard pomposo-mitologico, dal tocco british, dei Magnum. Ma gli inossidabili veterani Tony “The Hat” Clarkin e Bob Catley sono davvero maestosi anche negli ultimi tempi, basti ascoltarli da “Princess Alice…” a “Lost On The Road To Eternity”. Gaudium Magnum!

MONEY: “Money EP” (Hobo, 1980)

Presenti nella compilation del Friday Rock Show, “Metal Explosion”, Money sembravano destinati ad imporsi come persuasiva forza emergente. Nel loro omonimo EP dimostravano classe strumentale superiore alla media, riuscendo a spingersi oltre i nove minuti di “Another Case Of Suicide”, brano di probante eleganza stilistica, degno di rievocare i fantasmi dei primi Zeppelin e Rush nei cristallini arpeggi acustici. Da apprezzare anche il dinamismo degli intrecci armonici ed il piglio aggressivo di “Fast World”. Purtroppo, nella nuova era degli uragani metallici, il titolo dell’album “First Investment” (che aveva preceduto l’EP nel ’79) si era già rivelato illusorio, nonostante la produzione dell’onnipresente Chris Tsangarides e l’etichetta Gull, la stessa dei Judas Priest agli esordi. Anche il progetto di un secondo album è fallito, dopo  una manciata di concerti in apertura dei leggendari Pretty Things, nel 1981.

RAVEN: “Don't Need Your Money” (Neat, 1980)

Con il loro cosiddetto athletic rock agitato da breaks folgoranti, urgenza ritmica e schizoide conduzione vocale, i Raven stilizzarono una formula inconfondibile che finì per diventare stressante, un po’ troppo giocata sui nervi scoperti, dopo il primo, accattivante LP “Rock Until You Drop”. La criticata svolta “americana” dei Gallagher brothers (John e Mark: no, non sono gli stessi degli Oasis) è stata dunque un tentativo, legittimo, di uscire dall’impasse di una formula giunta presto all’usura.
Invece i meccanismi erano perfettamente lubrificati al momento della pubblicazione di “Don’t Need Your Money”, debutto a 45 giri in cui è sintetizzata la vena ribelle ed emozionale, ritratto dell’inquietudine giovanile dei Raven. La carica scoppiettante di questo exploit non è certo da sottovalutare.

SAXON: “747 (Strangers In The Night)” (Carrere, 1980)

Singolo altamente istruttivo perché proprio loro, i durissimi Saxon di quegli anni – sedicenti “stalloni dell’autostrada” su ruote cingolate d’acciaio – mostravano l’uscita di sicurezza dall’inferno dei fuochi metallici: la melodia elettrica è sempre stata una componente essenziale dell’hard rock antidiluviano, e tornava ad esserlo grazie a questi condottieri dell’heavy metal proiettato negli anni ’80.
Com’é universalmente noto, trascorsi i pirotecnici fasti di “Wheels Of Steel” e “Strong Arm Of The Law”, i Saxon metteranno a frutto il loro innato gusto melodico per riemergere dal declino di quella stessa NWOBHM che avevano largamente contribuito a mandare in orbita. Tuttora acclamati come giganti della musica heavy, proprio in questo mese di marzo i Saxon si sono ripresentati con le undici cover dell’album esplicitamente intitolato “Inspirations”, un massiccio olocausto alla causa del rock classico che li ha influenzati.

SLEDGEHAMMER: “Sledgehammer” (Slammer, 1979/Valiant, 1980)

Sledgehammer furono profeti dell’heavy metal psychedelia, figli ribelli, ancor più rumorosi, di Hawkwind, Pink Fairies, Deviants; il leader Mike Cooke coniava assoli da violenta astrazione cerebrale, come Fast Eddie di “Metropolis”, perché anche i Motörhead discendevano da quella stirpe. Provenienti da Slough, ebbero l’onore di veder selezionato l’omonimo brano del primo singolo (uscito in due successive edizioni) per la kermesse di “Metal For Muthas Vol.I”, il manifesto originario della NWOBHM. Anche il retro, “Feelgood”, è un’ottima testimonianza dell’ipnotica vertigine rock che il martello psyche-killer seppe scolpire nel cemento, con indubbia maestria. Anche per Sledgehammer giunse troppo tardi un solitario album (“Blood On Their Hands”, 1983) quando era ormai scemata la sensazione sortita da queste tracce.

TORA TORA: “Red Sun Setting” (Mancunian Metal, 1980)

Un leggendario quintetto di Manchester, che diede alle stampe quest’unico singolo: affiancati dal produttore Martin Hannett, mentore della new wave mancuniana di Joy Division e New Order, Tora Tora consumarono con feroce determinazione i pochi minuti della loro storia discografica, senza apparire particolarmente debitori verso i grandi del passato. L’assalto del furioso riff di “Red Sun Setting” rimane una scossa adrenalinica che si rinnova con effetti tramortenti ad ogni ascolto. Antesignani dell’incrocio metal-punk? La risposta é affermativa. Nei loro ranghi si rivelava un batterista di sicuro avvenire: dopo aver frequentato vari circoli NWOBHM, Simon Wright presterà i suoi servigi ad AC/DC, Dio, UFO, Operation:Mindcrime, fra gli altri!

WHITE SPIRIT: “Back To The Grind” (Neat, 1980)

Anche la gente irsuta della NWOBHM ebbe i suoi maestri del pomp-rock nei White Spirit (senza dimenticare Saracen, Grand Prix, Kooga, Nightwing etc.), barocchi ma poderosi, seriamente contagiati dal morbo Deep Purple. E’ soprattutto il retro di quest’opera prima, “Cheetah”, a scoprirne le affinità, mentre l’altrettanto bella facciata A riecheggia i Magnum, a tutt’oggi maestri assoluti del genere, unitamente a grandi aperture di rock pomposo americano, con un indizio Marillion-esco nell’assolo di synth. Degno di nota ma irrilevante a livello commerciale l’unico LP omonimo (MCA, 1980). Ricordiamo che il chitarrista Janick Gers si trasferì non a caso nel gruppo di “Mr.Universe” Ian Gillan, ma ancor più proficuamente, si insedierà dal 1990 in poi negli Iron Maiden.

ANGEL WITCH: “Loser” (Bronze, 1981)

Abbiamo già trattato gli Angel Witch in un precedente articolo (“Le mani del doom sulla NWOBHM”) che ha suscitato la vostra attenzione. Bando quindi alle premesse: “Loser” è fondamentale perché rappresentò il canto del cigno degli Angel Witch “belle époque”, la formazione che con l’omonimo album aveva risollevato le sorti del dark-metal e della fantasiosa associazione fra rock ed occulto. Dopo questo EP 7”, si spezzerà l’unione fra Kevin Heybourne, chitarra e voce, e la sezione ritmica costituita da Kevin Riddles (basso) e Dave Dufort (batteria), che andranno a fondare i Tytan.
Questa scissione decreterà lo smarrimento della sinistra e seminale ispirazione delle origini. A livello di singoli, probabilmente il trio aveva sottovalutato il potenziale di brani assai rappresentativi, specie “Baphomet” ed “Extermination Day”, preferendo soluzioni di maggior immediatezza come “Sweet Danger”, un po’ troppo Maideniana, e “Angel Witch”. L’album però era grande, rinfocolando l’attesa per il successivo passo discografico: “Loser”, un brano epico ma con la tipica vena angosciata-drammatica della potente triade. Sul retro anche “Dr. Phibes”, ispirato all’abominevole film horror con Vincent Price.

CRUCIFIXION: “The Fox” (Miramar, 1981)

Autentici killers, propulsori di sordide atmosfere canicolari: post-Motörhead e proto thrash! Questi erano i “maestri impalatori” Crucifixion, che bruciarono tanta energia in questo primo 7 pollici, “The Fox”, da non riaccendere null’altro di memorabile. Cala infatti la tensione nel successivo 45 giri per la Neat, “Take It Or Leave It”, dove non si coglieva la stessa intensità ed il quartetto originario dell’Essex finiva per ripulire troppo il suono, senza l’attitudine adeguata. La storia è fatta anche da questi singoli che hanno vissuto attimi di gloria fra gli iniziati, ma nel caso dei Crucifixion, mancò il salto di qualità.

                                             * * * * *

Fine della Prima Parte, 1978-1981 (Seconda Parte: 1981-1983)

24 Commenti

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Bellissima questa carrellata. Ci ho messo un po’, ma leggi ed ascolta, leggi ed ascolta, sono arrivato in fondo. Bello scoprire singoli delle band che mi hanno formato, ma soprattutto impagabile lo scoprire tanti nomi nuovi, o comunque mai ascoltati. Tra questi mi hanno maggiormente impressionato gli holocaust e gli White Spirit; cercherò in giro i loro lavori, ma la immagino un’ardua impresa. Ed ora aspetto, concedimi il termine, la lectio brevis n°2. Alla prossima.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Gianluca, reperire LP/CD di Holocaust e White Spirit non è difficile “on line”, non si tratta di materiale particolarmente raro. Sono contento che la rassegna ti sia piaciuta, la seconda parte l’ho programmata come mio prossimo articolo. Pertanto, stai “sintonizzato”, grazie.

  • Fabio Zavatarelli ha detto:

    Commento in ritardo per questioni di lavoro e personali ……
    Commento in maniera sintetica ……. con un GRAZIE (ancora una volta).
    Mi hai fatto ri-scoprire alcune cose ma altre proprio scoperte ….. e mi hai confermato come uno dei momenti più intriganti attualmente per me è proprio la ri-scoperta ed analisi del movimento underground che fu e poi scoppiò come NWOFBHM.
    Ascoltare poi certi demo del 1977, in pienissima esplosione Punk, è testimonianza di come questo movimento sia stato importante per ridare energia, motivazione e – forse – gli ingredienti necessari per far fare quel salto e la sintesi che ridarà forza al suono ed al genere originatosi nei ’60s.
    Comunque la freschezza di questi pezzi è micidiale ….. personalmente mi fa sembrare il Metal di questo decennio (‘sto stretto) veramente troppe volte una degenerazione volgare ed ignorante (nel senso latino), ed in altre un impoverimento fatto di banalità.
    Si può dire che è stato detto tutto … vero, però …. come sempre è nella riscrittura e nel rimescolamento la grande forza del Rock ….. o almeno fino a quelche tempo fa era così … ora?

    Scusa lo sproloquio.
    Grazie ancora.

    • Beppe Riva ha detto:

      Fabio ciao, osservazioni le tue che non possiamo non condividere: la freschezza micidiale e la necessità di fornire una risposta “urgente” ed in linea con i tempi al punk; il conseguente rilancio dell’heavy music e purtroppo, con il passare degli anni, anche un sensibile appiattimento su formule risapute. Tieniti pronto per la seconda parte, grazie a te per l’attenzione.

  • Tim Tirelli ha detto:

    Ah, i supplementi di Rockerilla, e chi se li scorda. Benché come sai non sia esattamente il mio genere è un piacere rileggerti Beppe e riscoprire la tua conoscenza universale. Evito i complimenti veri e propri, quelli te li faccio già di persona.

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Tim, é sempre un piacere ricevere una tua attestazione di stima. Credo che in ogni caso il prossimo argomento (la parte 2 dei singoli NWOBHM si farà, non subito) sarà di tuo gradimento. Di mia iniziativa, invito i lettori a seguire il tuo blog (https://timtirelli.com). Oltre ad includere osservazioni personali di vita vissuta molto ben focalizzate, Tim è un grande esperto di Led Zeppelin & relatives e fra gli altri: Bad Company, Free, rock-blues ed ELP. Ciao!

  • Renato Ferro ha detto:

    Ciao Beppe,

    quanti ricordi, la ricerca spasmodica di questi magnifici singoli (e molti altri..), quando l’unica possibilità era reperirli d’importazione in qualche shop “illuminato” o di seconda mano dalla catena inglese “Records And Tapes Exchange”, dove si trovavano autentici tesori…
    Adesso quasi tutte le tracks di questi 45 o EP sono riproposte in mille antologie di varia fattura e qualità, ma l’ascolto di oggi su supporto digitale non uguaglia in nessun modo il pathos e la passione di quando la puntina del giradischi iniziava a “graffiare” i solchi del vinile, in attesa dell’esplosione sonora.
    E quale cura maniacale nel preservare le copertine!!
    Qualche label ha addirittura riconfezionato i singoli con le sleeves originali su CD. Ero quasi stato tentato di appropriarmene, ma ho pensato che sono solo surrogati…meglio vivere con la memoria e le emozioni dei tempi.
    Grande retrospettiva, come sempre.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Renato, grazie per il commento; giusto segnalare che sono a disposizione varie compilation per chi desidera approfondire. A differenza di allora, ormai su internet si trova tutto o quasi, comprese ristampe. Sta poi alla sensibilità di ognuno appropriarsi del supporto fonografico che più gli aggrada. E’ sempre il rock ad emozionare, indipendentemente da come lo si ascolta. A risentirci

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe naturalmente complimenti per questo excursus su quella che è sicuramente stata la scena trainante per la rinascita del genere a livello mondiale, certo almeno per l’influenza che avranno certe sonorità qui germinate…
    Fa piacere constatare che da quegli anni ormai remoti tanti nomi citati sono ancora attivi e per lo più aderenti allo stile originario come i grandissimi immarcescibili Magnum.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto, é lecito aggiungere che del rilancio operato da questa scena hanno beneficiato nomi già affermati, divenuti sempre più grandi, basti pensare a Judas Priest, UFO, Whitesnake, gli stessi Uriah Heep, Budgie e naturalmente l’Ozzy solista. Sempre in questo clima gli AC/DC sono ripartiti senza Bon, per stabilire il record di vendite di “Back In Black”. Fa molto piacere che anche tu poni l’accento sui magici Magnum. A coronamento della loro scheda, ho inserito una foto promozionale ricevuta dalla Jet Records inglese proprio nel 1980. Un reperto d’epoca da non sottovalutare. Grazie…

  • Fulvio ha detto:

    Beppe,
    Cosa dire…l’articolo è splendido (ed è solo la prima parte…).
    Oltre che per questo articolo mi preme però ringraziarti per i tempi di Rockerilla. Eravamo giovani ed assetati di novità riguardo il fermento musicale di fine ’70 inizio ’80. Il problema era reperire il materiale di cui si leggeva con grande interesse: per chi, come me, viveva fuori dalle grandi città era già un’impresa trovare lo stesso Rockerilla.
    Tempi comunque che si ricordano con piacere e nostalgia.
    Riguardo i gruppi citati sono molto affezionato ai Magnum (che adoro) e che, come hai correttamente evidenziato, sono ingiustamente poco considerati nel nostro Paese. Ho un occhio di riguardo anche per i Demon che mi sono sempre piaciuti molto (anche quelli di Breakout e The Plague)
    Grazie, Grazie, Grazie!

    • Beppe Riva ha detto:

      Fulvio ciao, fai bene a sottolineare le difficoltà di un tempo nel recuperare materiale discografico di nicchia, io facevo regolari ordini a Bullet Records in Inghilterra per proporre ai lettori i singoli non comuni che trattavo su Rockerilla. Per quanto riguarda i Demon, la mia critica era relativa soprattutto all’immagine, che falsava abbastanza il loro indirizzo stilistico, ma quanto dici è fondato, giusto precisarlo. Se parliamo dei Magnum, ascolta, ho davvero grande ammirazione. Nell’articolo originale non c’era una scheda su di loro, per i motivi a cui ho accennato. L’ho aggiunta ex novo nella “revisione” per il Blog perché dovevo assolutamente rendere omaggio al loro stupefacente percorso musicale. Sono fra i pilastri della storia heavy-prog inglese e non solo. C’è poco da discutere…grazie a te per l’entusiasmo.

  • francesco angius ha detto:

    Articolo spettacolare
    frutto di una competenza che non ha uguali in materia !!!
    Mi sconvolge sapere che, mentre conoscevo tutti i gruppi e il valore delle loro pubblicazioni ( posseggo gli originali hard n heavy che pubblicasti all’epoca), non credevo che i Crucifixion , cui comprai il vinile all’epoca in svendita perchè era in deposito e non acquistato da nessuno, fossero così stimati.
    Quanto ci sta ancora da conoscere…..
    Saluti e complimenti grandissimi

    • Beppe Riva ha detto:

      Francesco, grazie, ma credo che ci siano ormai collezionisti in circolazione più aggiornati in materia; comunque l’esperienza vissuta in diretta é altra cosa e non si compra! C’é sempre da conoscere, desiderando farlo; i Crucifixion sono stati una “meteora” dell’epoca; gli esordi spesso colpiscono appassionati e critica, poi in tanti casi (come altri descritti) esauriscono in breve il loro appeal. A risentirci

  • Lorenzo ha detto:

    Bellissimo articolo con tante band interessanti!!!
    Grande Beppe

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Lorenzo. Oltre 40 anni dopo, i colpi della NWOBHM non sono ancora stati smaltiti! “Il vero talento resta…” scriveva Neal Kay su Metal For Muthas, fa piacere a tutti noi…Ciao

  • Giuseppe ha detto:

    grande Beppe, questa sì che è preservazione culturale! Agony Bag (di cui anch’io custodisco come preziosa reliquia il relativo 7″ che mi procurai proprio dopo aver letto la tua recensione!), Angel Witch e Mythra i miei personali preferiti in questa “sezione”! grazie sempre Beppe per questi (oggi come ieri) magnifici stralci musicali!

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Giuseppe, fa piacere che tu esprima preferenze; in particolare, hai citato un caso tutt’altro che ovvio, gli Agony Bag. Sono stati a lungo qualcosa di realmente misterioso ed eccentrico. Non aggiungo altro, su di loro ho già scritto abbastanza! Angel Witch in Italia hanno avuto vasta eco, Mythra sono un tipico gruppo da culto, anche in Inghilterra. Ricordo un piccolo articolo su Sounds, intitolato “Metal Mythra”! Ciao

  • Marco ha detto:

    Ciao Beppe, conservo ancora il numero di hard n heavy. Sono stato almeno per un decennio alla ricerca del gran parte del materiale da te recensito. Poi con l’avvento di internet ho potuto colmare la lacuna. Fortunato di essere stato testimone oculare di quel grande movimento. Non c’entra niente con il tuo scritto ma mi preme dire che i gruppi italiani dell’epoca, i prime movers del hm nella penisola, non avevano nulla da invidiare.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Marco, se possiedi quel numero di Hard’n’Heavy avrai notato i vari aggiornamenti dell’originale, me lo sono riscritto (sul PC ovviamente), modificato e aggiunto un bel pò di osservazioni. E’ stato qualcosa in più di un semplice Remix. Mi sembrava doveroso, ed aggiungo che ho la tendenza a rielaborare parecchio anche gli articoli nuovi; ad un certo punto dò un termine e pubblico, finalmente…Sui gruppi italiani, ricorderai senz’altro come su Rockerilla abbiamo dato loro spazio quando nessuno se lo sognava, continuando l’opera su Metal Shock. Tanti avrebbero meritato miglior fortuna. Grazie

  • Luca ha detto:

    Mamma mia Beppe. Regalo pazzesco. Una gioia stratosferica poter leggere un articolo così straordinariamente ricco, approfondito, unico IMMENSO. Gioia estrema sarà l’ascolto con la rilettura del tuo scritto. Chapeau

    • Beppe Riva ha detto:

      Luca, anche a te un grazie di cuore. Sono sempre legato agli argomenti che tratto, ma chiaramente c’è molta soddisfazione quando la risposta di chi legge é decisamente favorevole, perché l’impegno é consistente, anche su dettagli che talvolta passano inosservati. Una volta si passavano gli scritti alle redazioni e ci pensavano loro, qui dobbiamo fare tutto da noi pur non essendo specialisti di pagine web, per fortuna c’è il nostro regista Ruggero Montingelli, pronto a darci una mano! Ciao, a presto

  • Claudio ha detto:

    Come sempre… competenza alla massima potenza dal mio guru hard & heavy di rockerilla memoria.
    Mi viene in mente la parola “fucina” che tu Beppe usasti nell articolo che parlava della raccolta “Heavy metal heroes”, superba compilation che custodisco a mo di reliquia.
    Un saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Claudio, grazie. Mi sorprende ancora constatare come voi lettori ricordiate quello che scrissi decenni fa. Vi sono davvero riconoscente perché dà la sensazione di aver realizzato qualcosa che è rimasto nel tempo. Ciao

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