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ProgRicordo Perfettamente

MUSICA E EGO: La teoria dei Supergruppi…Colosseum e Traffic

Di 19 Aprile 2020 4 Commenti

Credo che nessuno sia in grado di ricordare chi per primo utilizzò il termine “Supergruppo”, ma in verità non si trattò poi di un grande sforzo creativo. In origine, venivano definiti supergruppi tutti quelli che, raccattando il meglio di quel che proveniva da altri famosi gruppi decompostisi, davano vita a un nuovo insieme, talvolta – un po’ per mania di grandezza, un po’ per semplificazione di marketing, un po’ per mancanza di fantasia – privo di un nome proprio… Erano i tempi degli Emerson Lake & Palmer, di Crosby, Stills & Nash con o senza Young, di Bloomfield, Kooper, Stills o West, Bruce & Laing o Beck, Bogert & Appice… Molti altri ne sarebbero seguiti. La mancanza di un nome proprio non era però identificativa dell’esistenza di un supergruppo, tutt’altro. Cream, Blind Faith, Derek and the Dominos, UK, Bad Company, e ne potremmo elencare a dozzine, avevano avuto voglia e tempo di individuarsi un marchio di fabbrica…ma così come il rosso di sera, portava inevitabilmente a pensare a un buon tempo che si spera, nel caso dei supergruppi, la frase che ne indicava l’esistenza ed al tempo stesso ne sottolineava la fragilità era : “Con tutte quelle personalità esplosive, non dureranno!”. La frase ha sempre portato una sfiga di tale potenza che, quasi sistematicamente, nel giro di un paio di album, il gruppo esplodeva. Dando vita ad altrettanti insieme, tanti quante identità costituivano il gruppo originale. Una sequenza matematica temibilissima e con rischi potenzialmente disastrosi.

Esistevano però gruppi che fin dalla costituzione potevano, a tutti gli effetti, essere considerati “supergruppi”; questi erano identificabili da due scuole di pensiero. Quella che voleva in perenne equilibrio precario le varie strabordanti personalità che per un periodo decidevano di abbozzare rintuzzando l’orgoglio per il “bene comune” mantenendo parità di diritti, e quella che vedeva alcuni soggetti reggere a stento l’incontenibile personalità di certi ma che decidevano di dedicarsi alla composizione o alle esecuzioni per il quieto vivere, relegandosi a un ruolo di secondo piano, dimenticando le frustrazioni della convivenza. Finché durava.
Personalmente, quando provavo a cercare un esempio, ho sempre avuto, nitidamente, due nomi in mente: i Colosseum ed i Traffic, rispettivamente. Due gruppi inglesi, solo apparentemente diversi come estrazione e produzione, entrambi però composti da personalità fortissime, esplosive, in perenne competizione, in perenne ricerca di un delicato equilibrio compositivo ed esecutivo valido per tutti i partecipanti. Due gruppi di così raffinata e rara qualità da cristallizzare, marchiandolo, per sempre il periodo musicale impreziosito dalla loro musica. Quasi contemporanei nelle uscite, Traffic e Colosseum non sono necessariamente tra i primi inglesi a tentare di sgusciar via con stile dai tentacoli dell’immenso fiume del blues bianco inglese da cui tutto deriva e che darà poi, consapevolmente o meno, vita a quella splendida avventura che fu il rock blues, poi mutatosi in hard rock ed infine in heavy metal – dove per metal, però, non si intendano i conati indecorosi prodotti dal terzo millennio. Sicuramente sono stati tra i pochi che hanno lasciato una traccia indelebile.

Nella miscela artistica, due ingredienti, però, ne separeranno in modo inconfondibile il percorso, mentre un terzo risulterà l’area comune: i Traffic saranno più propensi a manovrare elementi folk e acustici con speziature psichedeliche iniziali; i Colosseum resteranno sempre più innamorati del blues. Le divagazioni e le sperimentazioni sul tema del jazz l’area comune. I Traffic agli inizi giocavano con pop, una nascente psichedelia all’acqua di rose e strizzavano un occhio alla classifica e uno al nuovo uso delle tastiere in attesa di approfondire una vena folk-acustica che sarebbe sfociata in un jazz atipico, originale, che risaltava nelle atmosfere dilatate di fine carriera.

I Traffic avevano nel baby-player Steve Winwood l’elemento di vanto su cui investire in prospettiva. I Colosseum, tutti facce da quarantenni, procedevano sulla strada della decodificazione del blues bianco sconcertato e stravolto dalla tempesta provocata in Inghilterra dall’Experience di Hendrix – una tempesta subito fatta propria da tutti – lasciando spazi creativi e compositivi alla componente progressiva e a quella fortemente jazzata, caratteristiche insite nella formazione originale.

I primi Traffic hanno in Dave Mason, Jim Capaldi, Chris Wood, Rich Grech e il teenager Winwood elementi di grande personalità. Semplicemente adorati dalla critica italiana, i primi due album mostrano in embrione questo psico-pop di elevata fattura, figlio diretto dell’evoluzione del pop inglese di quegli anni, diventando in breve una delle pietre di paragone per qualunque esempio di testimonianza dell’evoluzione figlia dei Beatles; nascondono, però, l’immenso potenziale musicale che emergerà di disco in disco con una maturazione artistica che ha pochi confronti. E più questa evoluzione si farà marcata, più, incredibilmente, la nostra critica d’annata/dannata ne prenderà le distanze. Mason e Winwood sgomitano fin dai primi vagiti ed è dal loro braccio di ferro, finito con l’abbandono del primo, che gli altri afferrano immediatamente il senso della loro precarietà in caso di ribellione : è Steve Winwood il Capo, il ragazzo prodigio, colui che insieme a Capaldi, Wood e Mason firma tutti i brani, ma l’unico in grado di spaziare tra gli strumenti senza perdere quota, quello che ha la voce più originale e timbricamente unica. Dave Mason dona i primi due hit al gruppo, si spreme, ne esce e rientra per qualche tempo, in una altalena che finirà con sfiancarlo e mutarlo in un apprezzato session man e alla fine dovrà cedere alla normalità di una carriera solista che però sarà sempre condizionata da un passato pesantissimo.

Gli altri, tutti elementi di prim’ordine, si allineano compatti dietro al leader. La bellezza di quegli anni in continuo movimento, in perenne evoluzione, è data dal piacere di vedere che quel calderone in fermento che era l’Inghilterra della seconda metà dei sessanta non fosse composto da una scena ben distinta e separata; al contrario il magma ribollente che mescolandosi dava origine a mille fiumi di pura creatività era quasi un terreno comune, dove andando a guardare, tutto si confondeva e influenzava pur finendo comunque con il riuscire a vivere una vita propria. Giusto per dar sfogo all’immaginazione…i cinque Traffic singolarmente hanno suonato con Chicken Shack, Rolling Stones, John Mayall, Graham Bond, Spencer Davis, Jimi Hendrix, John Phillips, i Free, Muddy Waters, John Lee Hooker, BB King, Ray Charles, Beatles….incredibile a pensarci a posteriori, inimmaginabile ad esempio in un mercato come il nostro, costituito da un delicato intreccio di gelosie reciproche e diffidenze esplicite. Mentre Dave Mason equilibrava la propria posizione all’interno, o all’esterno, del gruppo, i Traffic andavano a scolpire il proprio nome nella storia con quel “John Barleycorn Must Die” che avrebbe dovuto essere il primo album solista di Winwood e rappresentare la fine del gruppo ma che divenne, al contrario, il vero inizio della loro luminosa storia.

Ecco, quel che mi ha sempre fatto profondamente incazzare è che nella nostra penisola del mandolino e degli spaghetti, il bellissimo “John Barleycorn” ha sempre rappresentato l’alfa e l’omega dei Traffic. La fotografia iniziale e terminale di una storia. Dopo tanto splendore, nulla avrebbe più potuto compararsi ad esso, secondo quello che ci hanno sempre detto. E questa è una sesquipedale fesseria, perché i tre album successivi – quattro includendo il doppio dal vivo – sono quanto di più geniale, delicato, intelligente, creativo e progressivo un gruppo possa produrre. Ho ancora perfettamente in mente due righe che inchiodavano Winwood ed i suoi Traffic su un arzillo settimanale d’epoca, annata 1973… “Steve Winwood è così privo di inspirazione ed i suoi Traffic così disorientati da scegliere di dedicare a questo momento di mancanza di direzione una canzone”….seguiva a sostegno della tesi, la citazione di “Sometimes I feel so Uninspired” una confessione, a parer loro. Ricordo che ne soffrii moltissimo. Io mi ero convinto che i due album “tagliati”, quelli con la copertina graficamente “a cubo”, priva degli angoli, fossero bellissimi e non mi capacitavo di come “acuti recensori” non corroborassero le mie sensazioni- I budget erano sempre ristretti, ai tempi – esattamente come accade oggi ma per ben altri motivi! – e buttar denaro in schifezze non era concesso: eri costretto a soppesare e valutare ogni parola. Dopo lungo soffrire decisi di fregarmene : “The low sparks of high-heeled boys” era stato per me una bellissima sorpresa, un gran disco contenente un brano omonimo che avrebbe sfidato i tempi e le mode, condizionandole e, sopra ogni cosa, stimolato centinaia di pessime interpretazioni sul significato recondito del testo. “Shoot out at the fantasy factory” non avrebbe potuto non esserlo, non fosse altro perché la grafica riconduceva direttamente al predecessore,dando un logico senso di continuità. Ebbi ragione, a mio parere. Secondo i miei gusti, proprio quello sarebbe stato il più bel disco di studio del gruppo: maturo, suonato da Dio, con composizioni sempre di altissimo livello e testi delicati e rarefatti, mescolava in modo spettacolare rock, jazz, psichedelia e progressive; gli equilibri interni precari resi ancor più traballanti dalle scelte di Winwood che aveva voluto altri strumentisti a bordo parevano restare comunque in perfetta, immutabile sospensione. Il povero, grande, Jim Capaldi, sapeva accettare per amicizia tutto…anche che gli sfilassero la sua batteria di sotto il sedere ! Un capolavoro quel disco, con quella ciliegina incastonata e costituita proprio da quel pezzo che avrebbe dovuto segnare la poco velata confessione di un immaginario disastro.

Chris Wood, giocava a fare il Clapton, storicamente più a suo agio nei brani altrui che nei propri e sfoderava atmosfere di rara bellezza con il wah-wah del suo sax; Capaldi, accantonata la batteria in particolare dal vivo, si dedicava al canto lasciando a Winwood la possibilità di mostrare una abilità chitarristica inattesa. Un solismo intelligente, mai invadente, molto melodico, con tinte di sottofondo che ricamavano atmosfere e ricordavano da vicino le trame di Paul Kossof… “On the road”, testimonianza del monumentale tour europeo, era un’esplosione di ritmiche aggiuntive, di doppie batterie, di tastiere affidate a Barry Beckett per dedicarsi alla solista, sempre più matura, sempre più personale e affascinante: un Winwood al massimo della sua espressione artistica. “When the eagle flies” era la chiusura del ciclo, con un album meritevole di una moderna produzione ma imprigionato dai mezzi dell’epoca, luminoso a tratti, involuto in altri, ma un’uscita di scena di grande effetto. Da primadonna. L’ultimo tentativo di mantenere in vita un cadavere, dieci anni dopo, sarà solo poco più di un album solista, per davvero, del Winwood divenuto intrattenitore di alto livello. Meglio ricordarci come eravamo, con Capaldi unico superstite a far finta di rappresentare il sostentamento artistico di un polistrumentista che non ha mai veramente avuto bisogno di qualcuno ma che, grazie al Cielo, aveva scelto di averne.

Su un altro binario negli stessi anni volavano i Colosseum. Mi ricordo che un giorno, parlando con un famoso, ed oggi anziano chitarrista, mi spiegò che i gruppi peggiori dove lavorare erano quelli dove il chitarrista solista era il solo leader; subito dopo venivano quelli dove il solo leader era il cantante…chissà cosa avrebbe pensato di un gruppo dove il leader potenziale era il batterista e gli altri erano tutti in grado di poterlo essere.
Arthur Brown, Graham Bond, John Mayall, Alexis Corner rappresentano la palestra dei Colosseum, il gruppo fondato da Jon Hiseman, batterista, leader per amore o per forza, che sceglie altrettanti leader per il “proprio” supergruppo: Dick Heckstall-Smith, Dave Greenslade, Mark Clarke e, prima di approdare alla formazione perfetta con Chris Farlowe e Dave Clempson, James Litherland. Basta ascoltare poche note dell’esordio di “Walkin in the park” – un brano di Graham Bond, un personaggio immenso e misconosciuto, autodistruttivo e geniale cui dovremo deciderci a rendere tributo, prima o poi – per capire che si tratta di un’auto con cinque ruote motrici.
Inutile perdersi nella complicata ricostruzione delle deliranti e inutili diversità delle versioni inglesi e statunitensi di quasi tutti gli album del gruppo: quel che conta è sottolineare che alla migliore delle gavette viene accoppiata una facilità di esecuzione, una tecnica sopraffina e, importantissimo, un gusto raro nelle riproposizioni di classici unito a una altissima qualità delle proprie originali composizioni. Un insieme perfetto fin dagli esordi, reso se possibile ancor più perfetto dall’abbandono di Litherland, che cantava e suonava la solista, a favore di Farlowe e Clempson, un chitarrista che raramente compare negli elenchi che contano ma che ha segnato una serie di band fondamentali con la sua presenza (Humble Pie su tutte) e che è tutt’oggi dotato di una facilità interpretativa impareggiabile.

Ciò che stupisce oggi a rivivere quei tempi è prendere coscienza dell’incredibile realtà che nei sessanta, l’unica cosa che veramente contava era la musica. Pare stupido sottolinearlo ma è necessario. L’immagine dei Colosseum è quanto di più lontano e imbarazzante ci possa essere da quella necessità di aspetto esteriore senza il quale oggi, il più fesso dei giudici del più scadente talent show non si volterebbe neppure a guardarti. Un sassofonista nato fisicamente vecchio e con gli occhiali, un chitarrista che suonava senza atteggiarsi, un cantante zoppo e forse anche un po’ gobbo, un batterista nascosto dietro a un muro di tamburi….no, eravamo decisamente lontani da quel look da teenager reso necessario dal taglio di capelli alla Beatles e dalle boccucce di Jagger…ma che musica, che creatività, che sperimentazione, che fantasia, che bravura! Ricordo che quando “Valentyne suite” mi guardò per la prima volta dalla vetrina di un negozio che ho reso ricco a mie spese, ebbi la medesima impressione di qualcosa di misterioso ed occulto al tempo stesso; la stessa sensazione che mi fece la copertina del primo Black Sabbath, che sarebbe uscita qualche mese dopo e poco importava che la donna che attirava l’attenzione fosse interamente vestita di bianco.
Valentyne suite”, il brano, è figlio della crescente necessità di sbarazzarsi dei 3 minuti in cui tutto doveva compiersi e sceglie di dilatarsi in tre movimenti a cavallo tra progressive, jazz e una tempesta rock che chiude il pezzo. Qualcuno in Inghilterra pensò che i quasi venti minuti sarebbero stati ostativi ad una promozione radiofonica e decise di tagliarlo, nelle edizioni statunitensi, in due brani diversi…di cui un estratto era però già stato pubblicato nel disco d’esordio in Inghilterra, quindi…quindi un casino che rese obbligatorio agli appassionati l’acquisto di ogni edizione. E non necessariamente per il piacere del collezionismo.
La formazione allargata a sei, faceva dei Colosseum una piccola orchestra, e le lunghe ondate strumentali spingevano il cantante a prendersi altrettanto lunghe pause durante i concerti. La voce di Chris Farlowe, però, resta una delle più facilmente identificabili di tutto il panorama inglese: nera e roca, potente e rugginosa, era ed è ancora oggi, un timbro indelebile del suono del gruppo. Chi non abbia visto o mai sentito i Colosseum suonare dal vivo, può dire di aver perso una esperienza rara, di grande qualità e di facile memoria. “Colosseum Live” un classico doppio disco dal vivo come era usanza diffusa di quegli anni, non avrebbe dovuto vedere la luce: Jon Hiseman, il vero leader, non era convinto non solo della qualità delle esecuzioni, ma della medesima necessità di pubblicare un disco del genere. Non benediremo mai a sufficienza colui che lo convinse a farlo. Non solo perché un attimo dopo i fragili argini delle sei personalità crollarono, decretando la morte del gruppo, ma anche perché quel disco è senz’altro uno dei più limpidi esempi di come un tempo la Musica con la “M” maiuscola poteva materializzarsi su un palco…”cose che non puoi più fare su un palco”, commenterebbe lo Zappa…

Volete fare l’esperienza? Saltate ogni cosa e partite dall’esecuzione di “Lost Angeles”…”una città triste, tutti hanno un’auto ma non vanno lontano, una città triste nel sole del deserto, con un milionario che si sveglia ogni giorno solo sull’erba marrone nel deserto, terremoti e smog, non voglio vivere qui, riportatemi a casa, vi prego, portatemi via…dagli Angeli perduti”, canta Farlowe mostrando di non avere particolarmente apprezzato la sua visita statunitense mentre le tastiere dell’Hammond di Greenslade costruiscono al tempo stesso il tappeto su cui la batteria perennemente in primo piano di Hiseman deborda e le linee soliste, il basso di Clarke pulsa e trattiene atmosfere che rallentano a poco a poco fino all’inizio del lunghissimo assolo di Clempson, che inizia lentamente, con un eco a raddoppiarne le note fino alla progressione micidiale che termina in un turbinio di wah-wah di cui Clem è maestro…un capolavoro con la sequenza originale invertita, perchè il brano di studio vedeva il solo di chitarra aprire il brano, chiuso dalle tastiere. Bellissimo, unico, indimenticabile. Avrebbe potuto durare tutto questo? Evidentemente no. Troppo, tutto insieme.
E così come i Blind Faith di Winwood e Clapton e Grech e Baker esplodevano drammaticamente dopo un solo disco, i Colosseum si disintegravano dopo soli due anni e mezzo, dando vita agli ottimi Greenslade di Dave Greenslade, finalmente libero, ai Tempest di Hiseman e Allan Holdsworth con Mark Clarke, agli Humble Pie con Clem Clempson, agli Atomic Rooster con Chris Farlowe…niente male come disgregazione…ci sarebbe potuta andare molto peggio…

I Colosseum riemersero brevemente come gruppo jazz-fusion dato che il nome era rimasto ad Hiseman, vantando Gary Moore e Don Airey all’interno. Ma fu nel 1994 che il coraggio vide tutti i membri originali riunirsi per un tour; le minestre riscaldate non funzionano mai, è un altro assunto da prendere per dogma nella musica, ma questa volta i gufi vennero smentiti. Nei dischi dal vivo che quella rimpatriata produsse – “Colosseum LiveS : The reunion concerts” , “Live Cologne 1994” e “Live05” – pare di sentire il medesimo gruppo di 14 anni prima: eccezionali, luminosi, tiratissimi, purtroppo spariti di nuovo.

E’ vero: oggigiorno siamo abituati a storcere il naso davanti all’ennesimo “supergruppo” che ci viene infilato sotto il naso, troppe sono le delusioni che abbiamo patito, troppe le sofferenze quando gli antichi dei, non tenendo conto dei loro appassionati, scelsero di smembrare identità per noi essenziali per uso smodato di droghe, per incontenibile mania di grandezza, per la vanità e speranza di saper fare di più e di meglio…da soli. Ma è necessario ricordare che – a qualsiasi filone essi siano appartenuti – c’è stato un tempo in cui, senza un conflitto di personalità, senza una ruggine altamente corrosiva, senza odio reciproco, non avremmo potuto godere di episodi immortali.

Godiamoceli e facciamocene una ragione. Oggi viviamo nel tempo delle boy band e dei talent show: di gran lunga meglio un’overdose di presunzione, eccessi tossici e cinque personalità in conflitto. No, non sto parlando dei Take That…

Giancarlo Trombetti

 

(La base di questo articolo era stata pubblicata su Outsider mensile , aprile 2014)

4 Commenti

  • Baccio ha detto:

    Grande Blog: continuate così!
    Ancora ricordo i pomeriggi passati ad ascoltare Colosseum Live nelle mia cameretta, rigorosamente al buio per assaporare meglio la bravura di questi immensi musicisti.
    Un caro saluto da Pisa

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Grazie del saluto, ovviamente… I Colosseum sono riuscito a perdermeli quando fecero il tour di riunione. Un dolore che non mi abbandonerà più, visto che non esistono più possibilità di rimediare. Se sei sempre appassionato, ti suggerisco di andare a pescare nei tre Live che sono usciti in seguito a quel tour : meritano davvero.

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