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C'era una volta HARD & HEAVY

Leslie West : Un ricordo della Montagna del rock

Di 2 Gennaio 2021Gennaio 3rd, 20219 Commenti

Leslie West : un'altra perdita del funesto 2020

Quando i piccoli avvenimenti accadono, non ci fai caso. A ritroso, riguardando gli episodi della tua vita, ti accorgi che, come diceva Zappa, in tutto esiste una…continuità concettuale. Piccoli episodi che sembrano insignificanti, ma che messi in sequenza, fanno parte di una vita. Volendo ne potrei elencare a centinaia, alcuni gradevoli, altri che ti lasciano per sempre un senso di nostalgico rimpianto che non ti abbandona… quelli lasciamoli perdere. Meglio…

Credo fosse l’inverno del 1972. Un amico che abitava giusto sopra un noto negozio di dischi che oggi non esiste più, mi ospitava per un ripasso prima di un compito importante. Eravamo in tre, ne sono certo. Così come ero certo del suo disinteresse verso un certo genere di musica che, al contrario, era già parte essenziale della mia vita, una passione sfrenata. Ora di merenda e lui, Giorgio, mette sul piatto del suo impianto un disco che non avevo mai sentito. Sì, gli interpreti sapevo chi fossero, ma onestamente non avevo ancora approfondito; avevo troppa bella musica che mi circondava. Il lato di quel disco iniziava con un lungo solo di chitarra, modo inusuale per un album. Non male, ma davvero a lui piaceva quella musica? Non ce lo vedevo proprio. Dopo qualche minuto, un feedback introduceva Roll Over Beethoven, un classico del rock and roll guidato da una voce roca ma robusta. Mi piace disse l’amico, ma non ci vado pazzo… me lo ha suggerito il tipo del negozio qua sotto. Tre giorni dopo, il disco passava di mano con un piccolo sconto.

Era il mio primo incontro ufficiale con i Mountain di Flowers of Evil.

Quasi sei anni dopo ero dentro una radio libera…come si chiamavano ai tempi… e quella libera lo era davvero ! Anche troppo per certi versi. Ma quella radio e i ragazzi che parteciparono aprirono uno squarcio nella vita musicale noiosa di una fetta di costa toscana che grazie alla passione di alcuni, conobbe e diffuse la musica che avvolgeva e cambiava il mondo mentre noi eravamo distratti. Per il mio programma era necessaria una sigla. Cercai una serie di suoni e frasi che messe insieme avrebbero dato il senso di cambiamento e nuovi suoni, per come la intendevo io. A disposizione avevo un registratore Akai con un tasto di stop ancora, grazie a Dio, manuale e un buon tempo di reazione per bloccare il nastro al momento giusto, nel montaggio. Ne venne fuori, per caso e per fortuna, una cosa adorabile che credo che ancora oggi avrebbe un eccellente impatto su un ascoltatore; molto meglio di certe schifezze confezionate negli studi di registrazioni di importanti radio nazionali. Sta ancora su, in un cassetto della mia scrivania, in un nastrino di altri tempi. La coda finale di quella sigla, quella su cui “si entrava” a parlare era, chissà perché, proprio la Roll Over Beethoven di quel disco.

Undici anni dopo la musica era diventata il mio lavoro. Stavo da poco dentro a una rete nazionale musicale e mi venne servito su un piatto d’argento la possibilità di seguire la produzione di una cosa che era stata definita “The night of the guitars”, a Londra, Hammersmith Odeon. Noi eravamo sponsor e produttori televisivi. L’ideatore era Miles Copeland, fratello dello Stewart batterista dei Police che al tempo era in buoni rapporti con la struttura. La possibilità di tuffarmi dentro ad alcuni dei miti della mia gioventù non poteva essere persa. Tra loro c’era Leslie West, il cerchio era chiuso.

Vi risparmio le cento domande che con dissimulato distacco in un modo o nell’altro riuscii a porre ai vari solisti nel corso del pomeriggio, una in particolare a Steve Hunter…ma quella è un’altra storia… ricordo solo che venni colpito dalla massa corporea di Leslie, una vera Montagna, molto più paffuto di quello che potevi immaginare guardando le foto sui dischi. Biascicava un americano tosto, dialettale, ed il mio inglese non era ancora buono come l’odierno; ricordo che mi sentii un po’ in difficoltà, nel parlargli, così come ricordo che non volle dirmi molto sul suo socio scomparso, quel Felix Pappalardi che gli cambiò la vita.

Leslie West aveva iniziato con un gruppo dalle fortune minori, i Vagrants poi aveva iniziato una carriera solista intitolando il suo primo disco proprio con il suo soprannome : Mountain. E’ in quel momento che Pappalardi entrò a far parte della sua vita; da produttore dei Cream lo spinse a formare un gruppo parallelo che raramente entrerà nelle classifiche dei cento dischi o dei migliori gruppi al mondo, ma che segnerà a fondo molti chitarristi americani che sullo stile di West iniziarono a prendere la propria via. West è stato un chitarrista importante, seppur snobbato dalla grande critica che fin dagli inizi etichettò il suo gruppo come “una versione più rumorosa dei Cream”.

E’ meraviglioso rileggere a ritroso le centinaia di puttanate che la stampa specializzata è riuscita a partorire nei decenni. E se noi abbiamo la scusante dell’ignoranza e della lontananza dal centro del mondo, scoprire che Rolling Stone non aveva capito una mazza, tira su di morale. Leslie West è morto per attacco cardiaco poco prima di Natale. In realtà combatteva con il diabete e la sua salute da molti anni; ex tossicodipendente aveva visto amputare la sua gamba destra nove anni fa. Aveva continuato a suonare seduto su una sedia a rotelle nei suoi concerti.

La manciata dei dischi dei Mountain resta un capitolo indelebile nella storia del rock americano, così come i suoi riff che vengono citati spesso dai solisti più stimati; commovente e toccante il ricordo che giorni fa ne ha dato Warren Haynes, uno che con il suono di West è cresciuto e che non manca mai di suonarne brani nei concerti dei suoi Mule. Come spesso è accaduto le droghe hanno segnato le vicende del gruppo, fino alla tragica morte di Pappalardi per mano della moglie Gail Collins, una sorta di Yoko Ono per la band che seguiva con attaccamento morboso e di cui curava tutte le copertine degli album. L’accusa verso la Collins, che sparò al marito con una pistola che le era stata donata giorni prima, venne derubricata come omicidio di secondo grado, una sorta di omicidio colposo. In realtà in quel momento i Mountain erano già scomparsi da una decina di anni e West si era unito a Jack Bruce e Corky Laing nel tentativo di riprodurre ancora il mito del trio che lo ha accompagnato per tutta la vita. Ma quello che a West, Bruce & Laing era mancato era esattamente quello che al contrario possedevano i Mountain : i pezzi. I brani dei Mountain erano semplicemente belli, nella loro ruvida pesantezza, guidati dalla voce aggressiva di Leslie o raddolciti da quella più melodica di Felix, gravati dalla chitarra perennemente distorta di West e dalla incombente batteria di Laing erano lo specchio di quei tempi. Dei tempi in cui il sogno di pace, amore e musica di Woodstock stava scivolando verso la reazione di un rock più duro, che sotterrando il sogno di pace rifletteva la durezza di quei momenti : le guerre, il razzismo, una nuova generazione che aveva sperato nel miracolo e che capiva adesso che non era più tempo di sognare.

Proprio a Woodstock, il secondo giorno, dopo Mountain e The Who, all’alba della domenica, Grace Slick introduceva i suoi Jefferson Airplane dicendo : “…now you have seen the heavy groups now you will see morning maniac music…”. E i Jefferson non erano un gruppo acustico.

West era scivolato nell’oblio del passato da tempo, lasciandoci una quantità di dischi live dei suoi Mountain su cui non posso non ricordare Twin Peaks, quel fantomatico doppio un tempo pubblicato solo in Giappone, che per anni fu oggetto di caccia di molti, finché la CBS non scelse di distribuirlo nel resto del mondo. La lunghissima Nantucket Sleighride che occupava due facciate con basso e chitarra a rimbalzare l’una dentro l’altro… forse un primo esempio di jam band… era per noi ventenni un sogno, seppur la triste storia di Owen Coffin, il mozzo che offrì ai compagni il proprio corpo come cibo affinché sopravvivessero dopo una lunga “Nantucket sleighride” ossia una cavalcata al traino di una balena dopo averla arpionata, non induceva al sorriso; Coffin era il più giovane della baleniera Essex e venne ucciso e mangiato dai compagni, per sopravvivere.

Così come la loro versione di Theme for an Imaginary Western di Jack Bruce resta la migliore in assoluto, forse insieme a quella dei Colosseum. Un testo sognante, memore dei lunghi viaggi dei mandriani attraverso l’America, un vero tema per un film immaginario, note che ci porteremo dentro per sempre.

Ringraziando quel grassone dalle gote cadenti e dalle mani cicciotte che era riuscito a crearle.

9 Commenti

  • francesco angius ha detto:

    Leslie West è stato un grandissimo musicista ( non solo per la mole), per per la grande capacità di mischiare rock, heavy e blues in una mistura incandescente e trascinante. Ottimi i dischi solisti, soprattutto gli ultimi da ripulito dalle droghe e dalle dipendenze, ma grandissimi quelli con i Mountain. Personalmente preferisco gli lp con bruce e laing ma è un gusto personale. Ha avuto meno considerazione di quanto meritava. Certo non era un sex symbol, ma sapeva tenere il palco. Ci mancherà ! Ottimo il tuo ricordo.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Grazie Francesco…sicuramente West non era un sex symbol… ma quello che importa è che ci abbia lasciato ottima musica. Indipendentemente da quale si preferisca.

  • Lorenzo ha detto:

    Buongiorno Giancarlo.
    Fino ad un mese fa circa, conoscevo i Mountain solo di nome, avevo comprato un paio di (bellissimi) dischi solisti di Leslie West.
    Ma nulla della band di origine.
    Ho provveduto quindi ad acquistare le ristampe su cd, rimasterizzate, in piccolo box apposito.
    Come più o meno sospettavo, una band grandissima e sottovalutata, ampiamente meritevole di venire citata tra le migliori compagini hard rock dei ’70.
    Ascoltando queste ristampe, mi sovviene un’altra considerazione: con quale coraggio certa critica e anche certo pubblico abbia il coraggio di incensare certi gruppi contemporanei che riciclano bovinamente gli anni 70, e dimenticarsi i Mountain.
    E magari additando come snob chi invece sostiene che gli originali sono tuttora più bravi, e che bisogna riscoprire band come Mountain appunto, oppure Cactus, Uriah Heep, ecc…prima di portare in trionfo gente come ad esempio i Greta Van Fleet.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Ciao Lorenzo… con me sfondi una porta aperta : non riesco ad appassionarmi più a cose molto recenti, forse per colpa mia, forse perché tutto quello che ascolto mi ricorda altro. E se i Greta mi ricordano gli Zeppelin… beh dato che abbiamo sempre poco tempo, mi ascolto gli originali, dato che non credo proprio che esistano gruppi in grado oggi di avere quella qualità compositiva. Non sono di quelli che si esaltano ad ogni nuovo gruppo utilizzando aggettivi e iperboli che trovo, senza polemica, sinceramente spesso ingiustificabili. C’è chi ci riesce ancora : spero che ci creda davvero… un tipo che suonava nei settanta, su due piedi non mi azzardo a sparare il nome perché non ne sono sicuro, disse che : “…non è che un tempo non ci fossero tanti gruppi come oggi, anzi : ce n’erano moltissimi… è che di quei gruppi la maggior parte era buona, non come oggi”. Ecco io direi che sarebbe molto più interessante ri-scoprire certi nomi di un tempo, invece di eccitarsi per ragazzini che si muovono, cercano di comporre, cantano come i gruppi di una volta. Hai scoperto i Mountain solo ora ? Malissimo … 😀

      • Lorenzo ha detto:

        Ciao Giancarlo.
        Purtroppo sono in ritardo su tante band cosiddette minori, ma sto cercando di recuperare… 🙂
        Diciamo che sui fondamentali sono preparato, il problema è che soprattutto nei decenni 70 e 80, anche tolte le band irrinunciabili, la scena era talmante vasta e qualitativa che una campagna di recupero del materiale è necessariamente una operazione impegnativa (e parliamo della scena hard rock; stesso discorso se ci riferiamo per esempio al progressive).
        D’altro canto ormai di dischi nuovi ne acquisto pochi, di conseguenza mi dedico alle ristampe.

        • Giancarlo Trombetti ha detto:

          …Lorenzo…stavo a cazzeggiare 🙂 ma se davvero ci si mettesse con metodo scientifico a recuperare i gruppi di qualità che dal… diciamo 1966 alla seconda metà dei settanta abbiamo lasciato indietro, beh… ci vorrebbero davvero tanti anni e un budget notevole. Beppe spesso recupera belle cose dei nostri tempi, io ci provo… diciamo che lo scopo di questo blog, al di là del piacere nostro di scrivere e raccontare, è proprio quello di stuzzicare ricordando materiale che riteniamo, in buona fede, interessante. E in certi casi, sempre in buona fede, ve ne caldeggiamo la ricerca e l’acquisto. Non voglio dire che non esistano gruppi meritevoli di essere seguiti negli ultimi vent’anni, anche se in verità ne conto al massimo sulle dita di un paio di mani. Ma io sono anziano e malfidato… riesco ad amare gruppi che nati tra l’80 e il 90, mi hanno dato l’idea che un certo spirito stesse trovando una seconda vita. Poi, sinceramente, mi sono un po’ perso. Troppe cose mi suonano troppo di già sentito. Ed io, come ti ho detto, odio profondamente gli aggettivi sparati a caso. Continua a leggerci, se ti va.

          • Lorenzo ha detto:

            Giancarlo, apro tutti i giorni il blog per vedere se ci sono nuovi articoli..:)))
            E’ come una specie di argine che ci riporta a momenti migliori, musicalmente e non…magari non basta a salvarci dalle porcherie che ci circondano, ma è sufficiente a tenere lontane le scempiaggini che ci vogliono fare ascoltare.

  • Enricoleonard ha detto:

    Grazie Giancarlo, leggerti e’ sempre molto piacevole ed istruttivo.

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