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C'era una volta HARD & HEAVY

Le Mani del Doom sulla NWOBHM: Angel Witch – Witchfynde – Witchfinder General

Di 6 Gennaio 2021Gennaio 9th, 202129 Commenti

Evoluzioni del Doom Metal

Notoriamente, la scuola dei Black Sabbath è la più frequentata dagli alunni dell’heavy metal. Negli anni ’80, accelerando la dinamica del “macabro muro del suono” sperimentato dai maestri di Birmingham, si erano imposte le tendenze più estreme del thrash e del black metal ma non solo; verso la fine del decennio, il nascente grunge, destinato a ribaltare le gerarchie del rock negli anni a venire, mescolava le loro cupe sonorità distorte a spinte alternative, con i pesi massimi Melvins, i primi Soundgarden e gli stessi Alice In Chains. Proprio nei ’90, l’influenza del quartetto di “Paranoid” raggiungerà indicibili livelli di contagio, diffondendosi in svariate ramificazioni underground con il proliferare dello stoner: si trattava della metamorfosi “moderna” (per l’epoca) dell’heavy rock psichedelico, sublimata nell’opera dei Kyuss, senz’altro il gruppo-cardine di tale movimento.
Ma l’ortodossia del verbo risale alle cadenze plumbee e mortalmente rallentate del brano-manifesto “Black Sabbath”, dove un riff immortale si associa agli effetti rabbrividenti della pioggia scrosciante, del fragore del tuono e del lontano rintocco della campana, che sa tanto di sentenza di morte come il grido angosciato di Ozzy Osbourne, al cospetto della mefistofelica “figura in nero”, apice della scenografia horror.
Questo suono lugubre ed ancestrale è l’archetipo del doom-metal, la musica del destino (fatale) che a sua volta espanderà orizzonti e risorse negli anni ’90, conquistando il pubblico più giovane, istruito da un nuovo “guru”, Lee Dorrian. Il cantante di Coventry era cresciuto nella brutalità sonica dei Napalm Death, antesignani della scena grind/death metal, ma aveva poi fondato gli autentici stregoni e manipolatori dei canoni doom, Cathedral.

Nel loro primo album “Forest Of Equilibrium”, uscito nel ’91 per l’etichetta estremista Earache, Cathedral riuscivano a combinare vecchie e nuove modalità, con un suono più che mai funereo e gravoso, tormentato dall’espressività gutturale di Dorrian; non a caso nelle note di copertina, al suo nome non era abbinato il consueto “vocals”, bensì il più radicale “screams”. Ma era solo l’inizio di un’avventura che avrebbe incoronato i Cathedral sovrani del nuovo doom-metal; da lì in poi il gruppo accoglieva fra le sue spire tendenze retro’ psichedeliche e progressive, senza mai tradire la vocazione heavy e Dorrian virava a sua volta verso un’aggressiva ma classica impostazione vocale. Inoltre diventava portavoce del movimento fondando la sua etichetta Rise Above, e le compilation da lui curate, “Dark Passages”, sono manifesti della rinnovata scena doom che non si crogiola nell’ovvio, ma propone sia soluzioni ispirate alla creatività d’inizio ’70, sia contaminazioni con il genere “gotico”, già perseguito dai vari Paradise Lost, primi Anathema, My Dying Bride e soprattutto (al di là dell’Atlantico) Type O Negative.
Ma non è questa la sede per andare oltre, torniamo alla genesi del Vol.2 di “Dark Passages” (1996). Così mi disse Dorrian nel corso di un’intervista: “Elementi stilistici dell’extreme e del death metal erano presenti nell’album d’esordio dei Cathedral, ed hanno favorito l’avvicinamento di una nuova generazione, introducendola alle tematiche doom. Molti gruppi emergenti hanno riconosciuto l’ascendente esercitato dai vari Obsessed, Saint Vitus, Pentagram, Trouble, sebbene il polo di riferimento restino inequivocabilmente i Black Sabbath. Da allora, il doom si è aperto verso nuove forme espressive, spesso le differenze fra le band partite dalle stesse premesse sono diventate consistenti, ed ognuna è dotata di una spiccata individualità. È persino difficile riconoscerle come tradizionali formazioni doom. Quest’evoluzione è avvenuta nel tentativo di maturare esigenze creative che si distinguano dalla media, addentrandosi in territori musicali come il rock progressivo e la psichedelia. E’ decisamente incoraggiante assistere alle trasformazioni in atto nella nostra scena.”
Parole profetiche, perché Dorrian maturerà come uno dei massimi conoscitori della scena underground fra anni ’60 e ’70. La stessa Rise Above diventerà fucina di fantastiche ristampe da collezione, con edizioni limitate dai contenuti esclusivi, che hanno anticipato la moda poi rincorsa dalle majors. Cito a memoria le emblematiche riscoperte di Necromandus, Comus, Mellow Candle, Steel Mill, Horse… L’artista/discografico ha inoltre pubblicato con assoluta lungimiranza “Opus Eponymous”, l’album d’esordio dei Ghost, nettamente una delle più importanti band contemporanee.
Nello scenario doom, ancora una volta illuminanti i ringraziamenti dei Cathedral nelle note di “Forest”, non solo rivolti agli storici capostipiti Black Sabbath (e Black Widow!) ma anche ad Angel Witch e Witchfinder General. E qui sta il punto: nella rivoluzionaria New Wave Of British Heavy Metal, risiedeva ANCHE una combattiva colonia doom, dalle fortune nemmeno lontanamente paragonabili ai trascinatori Iron Maiden, Saxon, Def Leppard; ma senza i moti pionieristici di questi gruppi, probabilmente le formazioni americane citate da Dorrian sarebbero rimaste “sommerse”. Cerchiamo dunque di ricostruire, attraverso gli album esemplari di tre formazioni da culto, come le venefiche origini del doom metal fossero radicate nella NWOBHM.

ANGEL WITCH: “Angel Witch”

Una strategia propagandistica per alimentare il fuoco della NWOBHM consisteva nel paragonare gli astri nascenti ai grandi del passato; quindi, con evidenti forzature, gli Iron Maiden diventavano i “nuovi Deep Purple”, complice il comune produttore Martin Birch, i Diamond Head elevati al rango di prossimi Led Zeppelin, mentre in modo più plausibile, gli Angel Witch erano incoronati eredi dei Sabbath, o meglio suonavano come “il primo album dei Black Sabbath riprodotto da un mixer di cemento”.
Certamente non disdegnavano tematiche occulte e quando iniziarono a circolare nell’East End londinese (Beckenham), si facevano chiamare Lucifer; nel 1977, l’esistenza di una formazione omonima costrinse il chitarrista, vocalist e fondatore Kevin Heybourne a ribattezzarli Angel Witch, dal nome di un brano già scritto e futuro cavallo di battaglia. Un anno dopo, veniva completato il classico power trio con il bassista Kevin Riddles ed il batterista Dave Hogg.
Non a caso, nelle prime esibizioni spiccava un rifacimento di “Paranoid”, ma la capacità di Heybourne nel comporre il proprio repertorio distingueva gli Angel Witch dall’anonima folla delle cover-band, imponendoli all’attenzione dei discografici. La EMI si incaricò di diffondere il verbo della NWOBHM affidando al celebre deejay del Soundhouse, Neal Kay, la prima storica compilation-manifesto della nuova scena, “Metal For Muthas”, pubblicata nel febbraio 1980. Fra le avanguardie dell’armata metallica esordivano anche gli Angel Witch con un brano fra i più rappresentativi della loro storia, “Baphomet”; il Bafometto era il demone esoterico della cui venerazione furono accusati i Templari, e la sua iconica raffigurazione creata dal più famoso occultista dell’800, il parigino Eliphas Lévi, diventerà il marchio di fabbrica degli Angel Witch, sia sulle copertine dei dischi, sia nel loro merchandising. Insieme ai due contributi dei Maiden, che diventeranno la HM band inglese per antonomasia del decennio, “Baphomet” è il vertice della raccolta; inizia con raggelanti effetti spettrali per scatenare un impatto travolgente, memore dei Sabbath più accelerati, con un suono granitico, polveroso e primordiale, scosso dalla voce a tratti stridula di Heybourne. Una performance che sembra convincere anche la casa discografica; EMI pubblicherà il singolo “Sweet Danger”/”Flight Nineteen” – oltre ad “Hades Paradise” nella versione 12” – prima di liquidarli per scelta (vincente) di puntare tutto sugli Iron Maiden.
Gli Angel Witch si confermeranno sul fronte “caldo” del risorgimento metallico in un’altra fondamentale antologia del 1980, “Metal Explosion”, curata da Tommy Vance del celebre Friday Rock Show (BBC). Lo stesso presentatore definisce “mostruosa esplosione metallica” il brano dei londinesi, “Extermination Day”, ispirato ad un libro di Edmund Cooper che teorizzava un mondo dove le donne rappresentavano la “razza superiore”. Accumulano un devoto seguito nei numerosi concerti da supporto a Krokus, Budgie, April Wine, Saxon e naturalmente Black Sabbath; la loro comparsa in scena è accompagnata dalla tempestosa intro di “Earth Shanty”, degli storici Groundhogs! Anche il successo riscosso in agosto nel Festival di Reading contribuisce a rinfocolare l’attenzione verso gli Angel Witch, che finalmente vengono scritturati dalla Bronze, “casa madre” di Motorhead, Girlschool e degli antesignani Uriah Heep. Il primo fleur du mal è il singolo “Angel Witch”/”Gorgon”, uscito a fine ottobre, a cui fa seguito, il 17 novembre 1980, l’omonimo LP d’esordio, incorniciato dall’infernale dipinto di copertina esposto all’irrinunciabile Tate Gallery di Londra.
Con evidente personalità, il ferale proto-doom si associa  alle dinamiche spinte tipiche della NWOBHM: nella rivisitazione di “Sweet Danger” si intuisce perché la EMI aveva pensato a loro come vice-Iron Maiden; altri brani, “Angel Witch” e “Gorgon” risultano dirompenti nel loro incalzante ritmo.

“White Witch” e “Confused” testimoniano l’ascendente esercitato da Heybourne ed accoliti sull’heavy metal americano di lì a venire; la prima anticipa l’epicità dall’enfasi medievale di Warlord, Armored Saint e Omen, della seconda eseguiranno una cover proprio i Trouble, prossimi campioni del doom. Proseguendo l’ascolto, “Atlantis” e “Sorcerers” manifestano quanto sia profonda l’influenza dei Judas Priest, quasi a livello dei Sabbath. In particolare “Sorcerers” è una ballata dai miasmi sepolcrali che rievoca “Beyond The Realms Of Death” ed è il maggior olocausto del trio alla causa del “metallo della sorte funesta”, insieme alla maestosa struttura elettroacustica di “Free Man” (che sarà celebrata dal leader dei Death SS, Steve Sylvester, come title-track del suo album solo). In essa risaltano le qualità da top player della chitarra solista di Heybourne, troppo sottovalutato. Prima del sulfureo finale strumentale di “Devil’s Tower”, resta da elogiare l’ultimo zenit, “Angel Of Death” un demoniaco mix fra doom e brutalità sonica che prelude al thrash; ammirato da Metallica, Megadeth e Testament, è l’ennesima testimonianza del ruolo seminale degli occult heroes londinesi.
Purtroppo il sortilegio di queste anime dannate durerà lo spazio di un solo album, mai più replicato nelle successive incarnazioni. Hogg lasciava subito dopo, affetto da leucemia, ed il suo sostituto era Dave Dufort, ex EF Band e fratello di Denise delle Girlschool, ma anche veterano della scena prog, avendo militato con East Of Eden e Kevin Ayers. Con lui gli Angel Witch realizzavano nell’81 il canto del cigno nero, l’EP “Loser”, ancora fedele al loro stile originale seppur con un taglio più calibrato e “commerciale”, anche nell’accattivante refrain intonato da Heybourne.
A questo punto le strade dei musicisti si separano. Riddles e Dufort puntavano decisamente sui Tytan, unendosi al futuro cantante dei Lion, Kal Swan. Presentati come la nuova rivelazione della NWOBHM, non andavano oltre il promettente EP 12” “Blind Men And Fools” (1982), ma l’album uscirà solo postumo, tre anni dopo.
Più confuse le mosse di Heybourne, a cui non giova la gestione manageriale del padre Ken, un ingegnere; dapprima si unisce ai Deep Machine, nome di rilievo nell’underground della Capitale britannica, poi tenta di trasformarli nei nuovi Angel Witch (1982), infine conclude questo percorso accidentato nei Blind Fury, dove rinuncia al suo ruolo vocale post-osbourniano a favore di Lou Taylor.
Venne annunciata la pubblicazione di un loro album dal vivo; tramite PG Brunelli ricevemmo l’advance-tape della Pye nell’83, che fu prontamente recensito su Rockerilla n.36. Il titolo provvisorio era “Blind Fury: Angel Witch Live”, ma non vedrà mai la luce. Includeva tre inediti: “Nowhere To Run”, “Evil Games” e “They Wouldn’t Dare” e non è da confondere con il successivo “Live” registrato al Troubadour di L.A.(Metal Blade, 1990).
Per ammissione dello stesso Heybourne, i rifondati Angel Witch di metà anni ’80, fautori degli album “Screaming’n’Bleeding” e “Frontal Assault”, non saranno affatto all’altezza degli originali pionieri della NWOBHM.
Come tanti reduci, anche questi guerrieri sono tornati ad affilare le armi nel terzo Millennio; il quinto ed ultimo album di studio, “Angel Of Light”, è storia recente (2019).
Sul fronte delle ristampe del primo “Angel Witch”, caldamente consigliata la “Deluxe Edition” estesa a 2 CD del 30° Anniversario (Sanctuary, 2010). Include praticamente tutti i brani del classico trio; oltre all’album sono presenti le sessioni del Friday Rock Show per la BBC (marzo 1980), i singoli già citati e partecipazioni a compilation, oltre ad una serie di versioni demo. Per gli inguaribili appassionati del 33 giri, la più recente ristampa in vinile rosso, fedele alla track-list originale, è del 2018 (Back On Black).

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A margine ripresento la mia recensione di “Angel Witch” (Rockerilla n.11), frutto di una notte insonne spesa nell’ammantarla di visioni ispirate ad HP Lovecraft. Le foto di Kevin Heybourne dal vivo e al suo matrimonio, a fianco dell’amico Paul Samson, sono di Piergiorgio Brunelli.

WITCHFYNDE: “Give 'Em Hell” - “Stagefright”

Come disse Lee Dorrian, lo scenario del doom non è necessariamente circoscritto alle cadenze ritmiche più perniciose dei Sabbath, diventando alla lunga ripetitivo, ma può aprirsi verso differenti fonti creative. Così a Mansfield (contea del Nottinghamshire), ai margini della foresta di Sherwood dove nacque il mito popolare di Robin Hood, una piccola etichetta locale, Rondelet, offrì una chance ai Witchfynde, formazione a sua volta leggendaria, quantomeno nei circoli della NWOBHM. Già in azione verso la metà degli anni ’70, realizzava nel 1979 il primo singolo “Give ‘Em Hell”/”Gettin’ Heavy”: l’edizione originale riscuoteva un imprevisto successo esaurendo rapidamente la tiratura iniziale, così il quartetto composto da Steve Bridges – voce, Trevor Taylor alias Montalo – chitarra, Andro Coulton – basso e Gra Scoresby – batteria, veniva sollecitato ad incidere l’album d’esordio, “Give ‘Em Hell”, stesso titolo del 7 pollici da culto, poi riedito dalla Rondelet. Il 33 giri usciva nel 1980, ben prima del più famoso debutto degli Angel Witch, e l’iconografia dei Witchfynde flirtava palesemente con il versante occulto dell’heavy metal.
Infatti la copertina di “G’EH”, con la testa del capro nero in primo piano davanti ad un pentagramma, precedeva largamente quella più malevola di “Welcome To Hell” dei Venom, mentre sul retro i musicisti posavano con gli occhi spiritati in un’oscura ambientazione esoterica; ai loro stessi nomi era associato un “simbolo”, alla maniera del ben più celebre “Led Zeppelin IV”.
Invece il brano d’apertura “Ready To Roll”, chiamava in causa gli influssi per loro ricorrenti dei primi Blue Oyster Cult, non a caso descritti agli esordi come “risposta americana ai Black Sabbath”. Nei brani più dilatati l’impronta del “metallo del destino” anima le loro sotterranee fantasmagorie, iniziando con “The Divine Victim” (altri non è che la martire Giovanna D’Arco), per doppiare le visioni di “Leaving Nadir”, diversificate da spunti acustici, finendo nell’intricato coacervo di “Unto The Ages Of Ages”, dove le distorte sonorità di chitarra e basso sembrano rispecchiare un’era di oscurantismo attraverso l’ispirazione mitologica.
Al di là dei riferimenti al demoniaco binomio Black Sabbath/Black Widow, è sicuramente la fucina heavy metal senza compromessi di “G’EH” ad estendere la fama dei Witchfynde fino alla nascente scena della Bay Area di San Francisco, dove accendono gli animi come altre rivelazioni inglesi, Angel Witch e Diamond Head.
In patria il quartetto va in tour con i Def Leppard ed il 1980 sembra essere il suo anno; sostituisce il bassista e con l’ingresso di Pete “Thud” Surgey registra addirittura un secondo album, che uscirà pressoché contemporaneamente ad “Angel Witch”, con qualche rischio di confondere i due gruppi:  “Stagefright” è opera più matura e versatile della precedente, benché queste caratteristiche tendano ad alienare ai Witchfynde le simpatie degli headbangers più radicali. Certo non si direbbe ascoltando la title-track, dove il “panico da palcoscenico” diventa un’autentica ossessione, al punto che il proscenio si trasfigura nello scenario di un’impiccagione…Surgey dimostra perché ha spodestato Coulton, sottoponendo il suo strumento a vibrazioni smisurate, con un effetto sensurround superiore all’illustre archetipo di Joe Bouchard (BOC) in “Godzilla”, mentre la voce di Bridges, moltiplicata da tonnellate d’echi, acquista intonazioni disumane finora sconosciute.
Se tutto ciò risuona come ultra-doom, non è da meno “Wake Up Screaming”, colonna sonora di un incubo fomentato da visioni di fiamme infernali, con inevitabile risveglio di soprassalto! L’eccellente Montalo suggella il brano con un lancinante assolo che parrebbe trafugato da ataviche sessioni del maestro Iommi. Invece “Doing The Right Thing” li ripropone come discepoli inglesi dei Blue Oyster Cult; vira in direzione hard rock ipnotico/melodico, con un taglio più raffinato, affine al gruppo di New York nei mid-seventies. Sempre in ottica più rock che metal, “Big Deal” avrebbe potuto esser scambiata per un singolo degli Sweet successivo ad “Action”, ma la punteggiatura della chitarra di Montalo, comunque la si pensi, è di alta qualità. Fra i vertici dell’album risiede il singolo “In The Stars”, più influenzato all’astrologia che dalle arti segrete, un’avvincente melodia introdotta dal sitar, che conferisce all’inebriante riff sfumature psichedeliche; refrain indimenticabile e voce alterata dal riverbero nel finale, avrebbero meritato ben altro riconoscimento.

Se si esclude la ballata sentimentale “Madeleine”, piuttosto anonima, l’album mostra una vena compositiva di assoluto rispetto, dal calderone heavy-blues di “Trick Or Treat”, che tratta il disturbo di personalità dissociate chiamando in causa lo “strano caso” di Jeckyll e Hyde, ad un’altra, ammaliante stesura vagamente BOC, “Moon Magic”.
Se permettete un paragone ardito, l’eclettismo di “Stagefright” esprimeva decenni or sono quello che i Ghost rappresentano attualmente, ossia la capacità di andar oltre la “rapsodia satanica” per raggiungere sfere musicali impreviste, addirittura con sensibilità pop.
Sicuramente era troppo presto per i Witchfynde nel 1980, inoltre la Rondelet lesinava sforzi promozionali e dovettero ricorrere all’auto-finanziamento per andare in tour.
Così il gruppo giungeva sul punto di sciogliersi, addirittura voleva far credere che il chitarrista Montalo fosse scomparso in misteriose circostanze (un malriuscito espediente pubblicitario?); invece a farne le spese fu l’allora ineccepibile Bridges, perché Witchfynde riemergevano nel 1983 con un nuovo vocalist, Chalky White, che assumeva la mefistofelica identità di Luther Beltz. Infatti i due album che seguiranno, “Cloak & Dagger” (Expulsion/Roadrunner, 1983) e “Lords Of Sin” (Mausoleum,1984) accantonano qualsiasi teoria evoluzionistica per concentrarsi sulla pista “infernale”, a partire dall’artwork delle copertine, addirittura grottesco quello del loro quarto ed ultimo LP del decennio. Purtroppo, anche la vena creativa era ormai avvizzita; unitamente al fallimento della Mausoleum, la fine del gruppo appariva inevitabile.
Come molti eroi metal degli anni ’80, anche i Witchfynde si ricostituiranno agli albori del Terzo Millennio, realizzando due nuovi album di studio ed un “Live” per la Neat, storica etichetta indipendente della NWOBHM.
Prima del lockdown imposto dalla dilagante pandemia, hanno suonato in Italia nel gennaio 2020, come principale attrazione del festival “Metal Conquest”, a Roma.
Nel dettaglio le ristampe dei loro primi due classici album: “Give ‘Em Hell” e “Stagefright” sono stati entrambi riediti in CD dall’inglese Lemon, rispettivamente nel 2004 e nel 2005. Solo il primo aggiunge tre bonus-tracks. Le versioni in vinile colorato dei due LP sono invece datate 2015, su etichetta Back On Black/Cherry Red.

WITCHFINDER GENERAL: “Death Penalty” - “Friends Of Hell”

La formazione che prima di ogni altra ha riesumato fedelmente il magma sonoro degli originali Black Sabbath, anticipando la formula doom-metal più tipica, che sarà rilanciata con maggior successo dai gruppi americani e dagli svedesi Candlemass, è quella leggendaria creatura chimerica che rispondeva al nome di Witchfinder General.
Certo, i Pentagram risalivano addirittura all’epoca dei primi Sabbath, 1971 e dintorni, ma senza tracce discografiche prima del sospirato debut-album giunto a metà anni ’80, ed il ruolo di prime-movers dei Witchfinder General in ambito doom è stato riconosciuto proprio dal superesperto Lee Dorrian; non solo li ha menzionati all’esordio dei Cathedral, ma il suo gruppo ha realizzato nel 1996 un EP, “Hopkins (The Witchfinder General)” che suonava come un omaggio a posteriori al quartetto di Wolverhampton.
Da segnalare che i Cathedral provenivano da Coventry, nella stessa contea delle West Midlands che include Wolverhampton e soprattutto il capoluogo Birmingham, città natale dei Sabbath; dunque, una terra particolarmente fertile per il doom metal. Il cantante Zeeb Parkes ed il chitarrista Phil Cope erano già conosciuti ed attivi nella regione quando fondarono il gruppo del 1979, con sezione ritmica variabile, battezzandolo in omaggio al “Grande Inquisitore” (ovvero, Witchfinder General), un film del ’68 censurato per le scene di tortura e sadismo: ricostruiva la perversa personalità del protagonista Matthew Hopkins, interpretato dal celebre Vincent Price, l’attore della pregevole serie che il regista Roger Corman dedicò ai racconti di Edgar Allan Poe… Scene violente saranno proposte anche sulle copertine degli album, sollevando un’ondata d’indignazione.
I musicisti avevano intanto suscitato l’interesse della Heavy Metal Records, etichetta locale in aperta concorrenza con la Neat sul fronte della NWOBHM, che nel 1981 li indirizzava in studio per registrare il primo singolo, “Burning A Sinner”/”Satan’s Children”: un’impenetrabile cortina di sonorità distorte, che squarciava il velo steso su reliquie del passato come “Master Of Reality” e “Vol.4”, con scarsa volontà di mutamento, apparentemente…Un altro brano, “Rabies”, li rappresentava nel primo volume di “Heavy Metal Heroes”, compilation curata dalla stessa label, che puntava decisamente sui WG, invitati a completare l’album che ritardava più del previsto. Infatti, nel 1982 lo precedeva l’EP 12” dal minaccioso titolo “Soviet Invasion”, che sondava gli aspetti del terrore in un’ottica realistica/contemporanea, mostrando progressi sul piano musicale. La title-track era un immaginifico episodio di puro doom metal ravvivato da squarci di luce acustica e costituiva il fosco preludio all’album “Death Penalty”, che usciva nel settembre 1982. Parkes e Phil Cope hanno composto tutti i brani ed il chitarrista si cimentava anche al basso (presentandosi con il fasullo nome di Woolfy Trope), mentre il “vero” batterista Graham Ditchfield completava la line-up.
Il produttore dichiarato era Pete Hinton, ma non c’era traccia dei riffs squadrati dei suoi protetti Saxon in “Death Penalty”; poi si saprà che il vero responsabile delle registrazioni era il tecnico del suono Robin George; si trattava dello stesso chitarrista, anch’egli di Wolverhampton, autore dell’album “Dangerous Music”, che sembrava destinato al successo nell’84. George si era calato efficacemente in tutt’altra dimensione, nel suono arcaico ed incombente degli “Inquisitori”, a partire dall’incredibile primo atto, “Invisible Hate”.

Se dovessi scegliere un brano esemplare per introdurre al doom metal dei neofiti, punterei su questo. L’intro si connette alla magia della scena sotterranea acid-folk d’inizio ’70, a leggendari restauratori di freakerie medievali come Stone Angel, Comus, Fresh Maggots; poi l’antidiluviano apparato heavy discendente dai Sabbath prende il sopravvento e Zeeb Parkes, con gli acuti strozzati in gola, fa la sua parte sotto la tempesta metallica. Al minuto tre siamo a metà dell’opera, Cope sterza verso un circolare riff lisergico e la voce di Zeeb, lamentosa ed evocativa, è trattata con echi che ne moltiplicano il senso di “perdizione”. Nel testo il protagonista non è un discepolo del demonio, ma un personaggio confuso e depresso, che sente crescere dentro di sé un odio invisibile e cerca una soluzione nel canonico “sesso, droga e rock”, invocando però disperatamente la sua…birra!
Quanto segue è altrettanto convincente, pur senza raggiungere le stesse sommità: “Free Country” ripresenta l’ambivalenza elettro-acustica evidentemente congeniale al gruppo, ed il titolo-guida “Death Penalty” è un altro magistrale esempio di quel suono cupo e congestionato, necessariamente non rifinito da preziosismi di studio, che sta alla base del vero doom.
Sulla seconda facciata, “No Stayer” riflette l’impeto della NWOBHM cavalcando ritmi tribali, ma l’assolo di Cope è in pieno stile fuzz ereditato dallo Iommi d’annata, circa “Rat Salad” e “Warning”. “Witchfinder General” è ancor più trascinante e l’album finisce senza cedimenti, con una nuova versione di “Burning A Sinner” (superiore rispetto al singolo) e alla beneaugurante “RIP”. A mio avviso “Death Penalty” resta l’album inglese più seminale dell’82 nel pur intricato panorama metal; peccato che l’attenzione generale si concentri sulla ”turpe licenziosità” della famigerata copertina, dove una modella seminuda, Joanne Latham del “Sun”, appare sacrificata su una pietra tombale. Che l’immagine sia un evidente richiamo alla finzione cinematografica degli splatter movies in costume d’epoca, non basta a mitigare le reprimende della stampa sensazionalistica. Le vendite sono però promettenti, ed il gruppo si impegna per realizzare un nuovo album nella seconda metà del 1983.
Stavolta il produttore è ufficialmente Robin George, subentra il bassista Rod Hawks ma si fa da parte il batterista Ditchfield, che però completa le registrazioni. Nella loro fuggevole carriera, Parkes e Cope, credibili eredi dei “gemelli del sabba” Osbourne e Iommi, non hanno mai trovato i loro Butler/Ward…E siccome perseverare è diabolico, gli “Inquisitori” insistono nello scandalizzare i moralisti con una copertina simile alla precedente, ambientata nel cimitero di un’abbazia. Stavolta però l’intento caricaturale è palese; la Latham è accompagnata da altre discinte fanciulle che sembrano destinate a finir male, ma sulla scena del “crimine” interviene la polizia a sospendere la recita. Paradossalmente, l’idea è stata del titolare della HM Records, Paul Birch, che si rifiuterà di ristampare gli album dei WG, dopo la sua conversione religiosa. Cederà dietro insistenti appelli e probabilmente a fini remunerativi, nel 1996.
“Friends Of Hell”, questo il titolo, li conferma fedeli praticanti del songbook Black Sabbath, con il calare dei fendenti trancianti e brividosi, di “Love On Smack” e “Requiem For Youth”. Ricalca le orme del precedente ma con spunti originali: “Shadowed Images” è imperniato su un riff vagamente hendrixiano che riscopre radici retro-rock; l’acustica “Lost You” si avventura nella storia di un amore perduto ed è un po’ la loro “Solitude”, mentre il singolo “Music” li smaschera nel tentativo di un anthem rock “commerciale”, con arrangiamento, seppur soffocato, di tastiere AOR.
Il miglior exploit è verosimilmente la stessa “Friends Of Hell”, l’unica stesura che indugia apertamente sui satanisti, ma somiglia più ad un atto di accusa che di adesione: “…la rabbia contro il genere umano ha offuscato il loro cervello”, sentenzia il testo, e la musica insegue a ritroso reminiscenze hard-blues, prospettando una nuova creatività psichedelica in ottica stoner rock. Nonostante ciò, il gruppo si spegne silenziosamente nel 1984; tornerà a far parlar di sé con l’avvento dei vari Sleep, Electric Funeral ed Orange Goblin, quando la lezione dei Witchfinder General diventerà sorprendentemente “di tendenza”. La pressoché inevitabile riunione avviene senza troppo clamore nel 2006; assente il carismatico Zeeb Parkes, il nuovo album “Resurrected” non aggiunge nulla di significante alla storia già scritta.
Molto meglio far proprie le due reliquie degli anni ’80 (in origine anche in picture disc e vinile colorato). Le più recenti ristampe, senza bonus tracks, sono reperibili nei seguenti formati: picture disc (Back On Black, 2017); vinile nero e a colori splatter (Back On Black, 2011); CD rimasterizzato (Heavy Metal Records, 2010-2012).

29 Commenti

  • LucaTex ha detto:

    La Dark side della NWOBHM non meno valida delle band che invece hanno raccolto fortuna e dollaroni (Iron Maiden, Def Leppard o Saxon). Avvolte mi sorprendo parlando di Metal con amici come queste band non siano conosciute neanche di nome, un vero delitto. Come sempre la massa si orienta sui nomi più blasonati non perdendo tempo ad approfondire un movimento così variegato come la NWOBHM fu. Per fortuna vedo che c’è chi non dimentica 😉 thx Beppe!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Luca, sicuramente questi gruppi sono molto distanti dalla popolarità delle stelle che hai citato, ma se è vero che in Italia circolano bambini con le magliette degli Iron Maiden (lo dico con simpatia, ovviamente) è altrettanto vero che dalle nostre parti, persiste un “culto” non indifferente dei nomi minori della NWOBHM, ed i numeri di letture che ha fatto questo articolo, credimi, hanno sorpreso anche me!

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Ciao Beppe. Purtroppo conosco solo gli Angel Witch, gli altri due gruppi sono stati per me sempre di difficile reperibilità. Appunto per quanto riguarda gli AW, posso solo dire di amare alla follia ovviamente il primo disco. Abbastanza recentemente li ho anche visti a Bologna, con Bill Steer alla seconda chitarra. Avrebbero dovuto suonare anche a 15 km da casa mia, ma il tipico temporale estivo ha fatto cancellare tutto. Comunque il disco che hanno fatto nel 2019 in realtà non mi è per niente dispiaciuto. Bye.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Gianluca, ero già intervenuto sull’ultimo, efficace album degli Angel Witch. Sottolineo che il mio pezzo preferito (opinione comunque soggettiva), “The Night is Calling”, risale alla classica line-up: Heybourne/Riddles/Dufort. Non era mai stato registrato in studio (dal vivo si, nel 1981) ma Heybourne ironizza sul fatto che ci avevano già pensato i Candlemass, copiandolo! Che gli svedesi abbiano quantomeno ascoltato gli AW, non è difficile da immaginare.

  • Renato Ferro ha detto:

    Caro Beppe, ti ringrazio del tuo cortese e pronto riscontro.

    Giusto per contribuire un po’ alla memoria storica di bands meritevoli, nel novero del cosiddetto “dark sound” (una volta chiamavamo così il doom, ricordi?) affiliato alla NWOBHM, mi piace ricordare anche i GASKIN, autori di un classico con il primo “End of The world” del 1981 (non a caso supportati dalla stessa Rondelet Records dei Witchfynde…).

    Al tempo del loro esordio mi piaceva immaginarli a seguire tematiche sonore vicine ai gruppi di cui abbiamo parlato precedentemente, ma già nel secondo più convenzionale “No way Out” (1982), pur pregevole, si dirigevano su lidi più immediati e meno avventurosi..peccato!

    E che dire dei monumentali DEMON dei primi due album? Solo per la copertina “Night Of The Demon” valeva l’acquisto, anche se qui l’occulto è quasi esclusivamente più di immagine che di sostanza…

    Sia i cd dei Gaskin che dei Demon sono stati una rara avis per anni, adesso ne circolano ristampe di tutti i tipi (le ultime addirittura brasiliane..). Corsi e ricorsi del mercato….

    Ciao

  • Renato Ferro ha detto:

    Ciao Beppe,

    è stata una graditissima sorpresa ritrovarti a scrivere dopo tutti questi anni, e soprattutto a rianalizzare (con spirito attuale e con il senno di poi), alcuni artisti e dischi che ci avevano fatto sognare nei magnifici ’80.

    Se ti ricordi di me , nella seconda metà degli anni ’80 ho collaborato per un po’ con Metal Shock (dopo il mio passato sulla fanzine “Fireball”), proprio nel periodo in cui scrivevi anche tu.
    Devo dire che sei stato un grande ispiratore anche con riferimento allo stile di scrittura, con il quale, all’inizio (confesso) avevo cercato di replicare le tue modalità espressive, mettendoci un pizzico di mio.

    Per quanto riguarda la triade doom della NWOBHM, devo dire che ho amato immensamente il primo Angel Witch, tanto da ritenerlo ancora oggi allo stesso livello se non addirittura superiore al primo Iron Maiden.

    Non capisco ancora oggi cosa ha impedito ad un tale talento di replicarsi agli stessi livelli in seguito….

    Devo dire che anche il primo Witchfynde ha rappresentato per me un elemento di grande attrazione, per via dei fraseggi diversificati e avvolgenti che caratterizzavano i solchi…è tutt’ora uno dei dischi della NWOBHM che ascolto ancora con grande piacere (possiedo TUTTE le edizioni in CD, e quelle giapponesi dei primi anni ’90 anche in più copie!!).

    Grande cosa la passione, soprattutto quando si concentrava su un oggetto da collezione (disco o CD). Ora con un paio di click puoi sentire tutto ovunque (male), sul WEB o sulle piattaforme a pagamento in streaming…
    Cosa ne sarà delle nostre collezioni così faticosamente ed amorevolmente messe assieme in anni di ricerche e di sacrifici (anche finanziari) non indifferenti? A volte me lo chiedo…

    Comunque bentornati (anche a Giancarlo, ovviamente), e se non ti disturbo tornerò a trovarti per commentare qualche artista e per scambiarci impressioni su dischi “storici”, ma più spesso dimenticati.

    Ciao!!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Renato. Mi ricordo di te e della tua collaborazione a Metal Shock; se non sbaglio sei il fratello minore di Antonio del Fireball Mngmnt, inesauribile collezionista di dischi (nel vostro Veneto c’è una notevole tradizione di appassionati heavy metal e non solo, immagino). La tua correttezza nel riconoscere una certa “influenza” è da apprezzare, perché non pochi hanno “attinto” facendola passare per farina del loro sacco…Ma diciamo che i lettori avveduti sanno riconoscere ed in generale promuovono chi ci mette del suo. Per quanto riguarda gli Angel Witch, mi ripeto, in Italia sono stati fra i più amati nel circuito NWOBHM. Anche in UK si aspettavano una loro metal explosion…Sicuramente (ci riportavano da Londra) sono stati penalizzati dal manager e dalla rapida dissoluzione del trio originale. Per i Witchfynde ok, so bene che i collezionisti desiderano possedere varie edizioni dei loro dischi preferiti. Non domandarti che fine farà la tua “montagna” di dischi, è un interrogativo di tutti noi. Ognuno dovrebbe prospettare una possibile soluzione. Se continui a seguirci, puoi commentare liberamente quando ti farà piacere. Grazie

  • Giuseppe ha detto:

    fantastico post Beppe, interessante l’intro “a ritroso”, sempre magnifica ed emozionante la tua recensione del primo Angel Witch (sto correndo a riascoltarlo!); come ultima nota, sono lieto che tu abbia rivalutato anche Friends in Hell dei Witchfinder General (ricordo che lo “stroncasti” all’epoca in due righe assieme a Stronger than Evil degli Heavy Load … a proposito, a quando una rilettura della preziosa opus metallica di questi ultimi?)

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giuseppe. la recensione di “AW” era fantasiosa ed ho pensato valesse la pena ripresentarla, seppur con gli errori di battitura del testo che a quel tempo erano una costante. Mi fa piacere che sia stata apprezzata. Per quanto riguarda “Friends Of Hell”, la recensione non l’ho più ritrovata né riletta, ma ricordo che all’epoca non mi aveva impressionato favorevolmente. L’ho rivalutato é vero, per contro ci sono tanti altri dischi che oggi criticherei…Gli album degli Heavy Load sono ancora ricercati e stimati dai fans, terrò presente il tuo suggerimento. Intanto, grazie

      • Fulvio ha detto:

        Beppe,
        Mi associo riguardo gli Heavy load!
        Loro con Candlemass e 220 Volt potrebbero essere un trittico abbastanza assortito per una analisi sulla scena svedese degli ’80 che non era “solo” Europe.
        “Up to you” ovviamente e grazie.
        Un saluto

        • Beppe Riva ha detto:

          Fulvio ciao, ringrazio dell’attenzione ma tenete presente che vado un po’ dove mi porta la memoria storica e l'”ispirazione” del momento. Inoltre cerco di alternare i generi che mi hanno appassionato, senza troppa pressione. Vedremo in seguito…

  • aleR ha detto:

    Ciao Beppe. È sempre un piacere leggere i tuoi post e rileggere gli articoli originali !. Di questo terzetto a mio parere Angel Witch nettamente i migliori. Nn ho mai capito come Heybourne non sia mai riuscito a ripetersi, dopo lo splendido esordio e la manciata di brani sparsi tra singoli e compilation. Gli ultimi due dischi  “As above so below” e “Angel of light” però nn mi dispiacciono. Ricordo  bene l’articolo sul fantomatico album live. l’ho cercato per anni fino a quando nn mi sono imbattuto  in “82 revisited”. Dei Witchfinder General ai tempi mi ricordo che lo comprai anche per le copertina pruriginosa. La musica era comunque intrigante, anche per la resa sonora. Un aspetto che mi è  sempre piaciuto dei dischi di quel periodo era la produzione non proprio nitida.( vedi anche”Born Again” dei Black Sabbath)
    I Witchfynde ammetto che nn li ho mai seguiti molto. Preferito una copertine più stuzzicanti…
    Di quell’età dell’oro mi piace ricordare anche AIIZ, in parte riciclatisi anche loro nei Tytan, e gli Holocaust.
    Alla prossima!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Ale, il tuo parere è molto chiaro ed è condivisibile il dettaglio sulla produzione discografica del genere “doom”: come ho scritto nell’articolo, non deve essere perfezionistica o troppo pulita. Degli Holocaust ricordo in particolare l’inno “Heavy Metal Mania”. Invito gli appassionati dei primi Blue Oyster Cult ad ascoltare “Stagefright” dei Witchfynde, che fra gli album trattati é il più vicino all’hard rock classico. Grazie del contributo

  • mox ha detto:

    Immenso, Beppe.
    Articolo e contenuto di interesse altissimo. Sottoscrivo quanto già sintetizzato nel post di Luigi Coppo.
    Ti confermi una sorta di ‘Vangelo’ per questi preziosi ambiti…

    • Beppe Riva ha detto:

      Sei molto gentile Mox, davvero. Mox Cristadoro, per chi non lo conoscesse, è un poliedrico musicista, deejay, scrittore. Gli ultimi suoi libri per la Tsunami, i “100 migliori dischi del progressive italiano” e “Route 69, il 1969 a 33 giri” sono frutto di autentica passione e capacità espressiva. Li consiglio vivamente, ringraziando per il generoso commento.

  • Roberto ha detto:

    Grande Beppe, naturalmente un bellissimo articolo per una scena che ha rinnovato il percorso del rock duro in ogni sua diramazione, o quasi…sicuramente ha attualizzato come scrivi tu il classico dark sound dei primi seventies.. Ma citi anche l’influenza sulle scene future come lo stoner, il grunge et similia, e qui sarebbe interessante sapere il tuo parere su gli sviluppi che hanno avuto nel recente passato un po tutti i generi che sono raggruppati sotto la grande famiglia dell’hard & heavy visto che i tuoi scritti li ho persi dopo i primi anni dei 90..non una richiesta formale la mia, ma un suggerimento per capire se effettivamente lo scenario rock ha inesorabilmente perso la carica creativa e qualitativa col trascorrere del tempo e rispetto a quegli anni che ti/ci piace ricordare…

    • Beppe Riva ha detto:

      Roberto ciao, hai posto un quesito certamente interessante. Immagino che tu abbia “perso i miei scritti” quando tornai a scrivere su Rockerilla all’inizio dei ’90. Mi trovavo perfettamente a mio agio su Metal Shock quando Giancarlo era caporedattore a Roma (certo, QUESTO Giancarlo del Blog) ma quando lui è partito alla volta di Videomusic, un successivo responsabile mostrava una particolare “simpatia” nei miei confronti (non il solo, sarebbe una storia lunga) e scelsi di andarmene, magari con il disappunto di qualche lettore. Su Rockerilla dovevo inventarmi qualcosa di diverso, e siccome la mia prima passione in ambito heavy sono stati i Sabbath, mi sono impegnato sul fronte stoner (il primo in Italia, francamente), doom e grunge, come si evince dall’introduzione di questo articolo…Poi tutte le ristampe (prog, hard, psych). Un pò di materiale di quel periodo lo sto “rivisitando” per il blog nella mia ottica attuale, perché sono fedele a me stesso, e cerco di proporre del mio meglio nel rispetto dei lettori, che fortunatamente gradiscono ancora. Ho smesso di scrivere ANCHE perché sul fronte delle novità non trovavo più molti stimoli: ognuno é figlio della propria epoca e non apprezzo granché i nuovi gruppi (con le dovute eccezioni). Peraltro, se Classic Rock Inglese ha eletto disco dell’anno 2020 AC/DC, secondo Fish (ex Marillion), terzo Deep Purple e c’é BOC (10°) e Ozzy (16°), non sembra soffi chissà quale ventata di novità. Dunque, in estrema sintesi, SI, lo scenario rock ha perso quella carica creativa. “Merito” anche del successo dilagante di hip hop, rap e compagnia. Una sorta di disastroso tsunami “musicale” (si fa per dire, naturalmente). Grazie dell’attenzione.

  • Massimo ha detto:

    Ciao Beppe, ho letto l’articolo con grande interesse e, dal momento che hai citato Metal Explosion, mi chiedo se -secondo te- un accenno al brano dei Trespass incluso nella stessa comp può integrare in qualche modo l’argomento: mi riferisco soprattutto alla parte centrale del brano, quella più fragorosa, che a dire il vero mi dà le medesime suggestioni del primo Angel Witch. In ultima battuta, mi piacerebbe conoscere la tua opinione sull’ultimo “Angel of light”. Grazie e buona serata,

    Massimo

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Massimo, i lettori degli anni ’80 forse ricorderanno che i Trespass rientravano fra le mie preferenze in ambito NWOBHM; ne ho parlato ripetutamente su Rockerilla; in particolare ricordo con piacere il singolo “One Of These Days”, che inaugurava il Vol.2 di “Metal For Muthas” e l’EP “Brightlights”. Avevano uno stile aggressivo ma elegante, strano davvero che non abbiano realizzato un album, impresa riuscita a molti gruppi inferiori. Il brano “Visionary” di “Metal Explosion” ha quella componente elettro-acustica propria dei primi Angel Witch, ma non ritrovo palesi analogie. Comunque dipende dalla sensibilità d’ascolto di ognuno di noi. “Angel Of Light” é sicuramente un album solido, migliore degli album di studio anni ’80, eccetto il primo, naturalmente. Mi sembra ovvio che non ci sia la freschezza e la novità degli esordi, come succede quasi generalmente. “A Night Is Calling” è forse il mio pezzo (evocativo) favorito. Grazie dell’attenzione.

  • Marcello ha detto:

    La befana ha lasciato un sacco pieno di ….. carbone, quello buono!!! Delle tre band citate, sono da sempre affascinato dagli Angel Witch e dal loro omonimo e splendido esordio, ho avuto la fortuna di vedere dal vivo nel 2016 al Metal 4 Emergency Festival a Cenate Sotto (BG). Bellissimo articolo, complimenti Beppe.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Marcello, grazie dell’apprezzamento. In Italia, gli Angel Witch sono certamente il gruppo più conosciuto del “tridente” di cui mi sono occupato, ed in generale fra i più amati della NWOBHM. Giustamente, direi. Sembravano destinati ad un successo più sostanziale.

  • Luigi Coppo ha detto:

    TANTA ROBA… THK Beppe”

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Luigi, ciao.

      • Luigi Coppo ha detto:

        … lo hanno visto pure i 2 KEVINS (il biondo & il grosso) che ringraziano (…li ho come amici facebook), obiettivamente c’è più roba interessante condensata in pochi concetti giusti ed essenziali nel tuo articolo che non in tanti libri scritti negli ultimi decenni…. grazie ancora e saluti.

        • Beppe Riva ha detto:

          Grazie Luigi, sono lusingato dalla tua considerazione, ed è molto gratificante che i due Kevin degli Angel Witch possano esser venuti a conoscenza di questo mio scritto. Che come sai, discende dall’aver vissuto con grande passione in tempo reale la nascita del movimento NWOBHM. E devo ringraziare anche la direzione di Rockerilla dell’epoca, che mi diede carta bianca per parlarne come desideravo. Ciao

  • Fabio Zavatarelli ha detto:

    Iniziare la mattina del giorno della Befana sulle note dei Witchfinder General è impagabile!!
    Grazie Beppe!!

    • Beppe Riva ha detto:

      Insomma Fabio, vuoi mandare al rogo la Befana! A risentirci, ciao.

    • Fulvio ha detto:

      Beppe
      altro tris vincente.
      Orgoglioso possessore di tutti i vinili first press.
      Angel Witch, pur se solo tra gli appassionati, fu comunque un piccolo/grande classico.
      Molto più di nicchia i Witchfinder General che, da sabbathiano, adoravo: ho i vinili trasparenti ma soprattutto il primo lo sarebbe diventato anche da nero per quanto l’ho ascoltato…un gioiellino.
      Witchfynde mi piacquero meno ma sono indubbiamente il nome perfetto per completare il trio doom anglosassone.
      I primi due Candlemass, anche se siamo in Svezia, sono state a mio avviso altre due pietre miliari del genere
      Ciao

      • Beppe Riva ha detto:

        Ciao Fulvio, fa sempre piacere quando gli artisti trattati, seppur di nicchia, abbiano lasciato il segno sugli appassionati e che i loro dischi siano gelosamente conservati nelle rispettive collezioni. Per quanto riguarda i Candlemass, li ho citati, certamente sono un gruppo basilare del doom-metal, identificano chiaramente il genere. Gli album a cui ti riferisci, “Epicus Doomicus Metallicus” e “Nightfall”, non si discutono nel loro tenebroso ambito.

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