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C'era una volta HARD & HEAVY

Judas Priest: Analogie fra “Classici” distanti e…Discografia consigliata

Di 7 Settembre 2021Settembre 9th, 202122 Commenti

Nel 2021, i Judas Priest hanno raggiunto i 50 anni di attività; si esibirono per la prima volta dal vivo nel 1971 e hanno varcato idealmente la soglia storica della ricorrenza nel festival “Bloodstock Open Air” dello scorso agosto.
La loro longevità è ancora superiore, ma è soprattutto negli ’80, che i Priest si sono affermati come i condottieri più trascinanti dell’intero movimento hard’n’heavy. Evidentemente i Black Sabbath, provenienti dalla stessa Birmingham, li precedettero ed hanno complessivamente esercitato una maggiore influenza, coinvolgendo ambiti differenziati come il grunge, lo stoner rock, il nu-metal etc., ma in termini strettamente heavy metal, difficile superare Halford e compagni nel principale decennio di gloria per questo genere.

Formazioni del calibro di Iron Maiden, Accept e Queensryche si sono imposte recando su di sé le stimmate dei Priest; titoli come “Metal Gods” o “Defenders Of The Faith” sono diventati emblematici di un’intera comunità musicale, perché i loro autori sono stati i primi ad abbracciare la causa “heavy metal”, a differenza di artisti non meno importanti (gli stessi Maiden ed i Motorhead, ad esempio) reticenti nel definire in tal modo il loro rock superampliflicato. Svariati gruppi si sono battezzati ispirandosi ai brani dei Priest: Exciter, Steeler, Tyrant e Ripper, per citarne alcuni, e dovunque sono apparsi loro alter ego, nelle capitali del rock come Los Angeles (Malice) o in contrade metalliche periferiche (perché no? I Crying Steel in Italia…). Senza parlare delle “tenute di sicurezza”, o se preferite, da battaglia. Il chitarrista-fondatore Kenneth “K.K.” Downing ebbe la geniale intuizione di stravolgere l’immagine dei musicisti, rivestendoli di giubbotti, calzoni e cinture di pelle nera, tempestati di borchie, e relegando in soffitta gli abbigliamenti tardo-hippy che rendevano alquanto effeminato il primo Halford dai lunghi capelli. Accorciandoli al minimo necessario ed indossando un cappello di pelle nera ed accessori sado/maso (manette e frusta!), il Rob “macho man” diventava il ritratto più spinto degli stessi Judas, aggredendo la scena in sella ad una rombante Harley-Davidson, come immortalato sul retro-copertina di “Unleashed In The East”.
Può bastare per riassumere il significato di una band fondamentale, sulla quale siete certamente eruditi. Per rendere onore alla loro storia, presento una visione strettamente soggettiva di quelli che considero il loro primo (“Sad Wings Of Destiny”) e forse l’ultimo (“Angel Of Retribution”) classico al 100%. A completamento, il riepilogo dei loro album che restano a mio avviso essenziali.

Rob Halford prima…

…e poi: Victim Of Changes?

“Sad Wings Of Destiny” (1976)

Nel 1976, Judas Priest non erano ancora l’inesorabile forza trainante della riscossa heavy metal di qualche anno dopo; i musicisti apparivano irriconoscibili nel loro vestiario hippy old-fashioned, ben differente dalle giubbe borchiate che li avrebbero consacrati perfetta incarnazione dell’immagine “metallica”. Ed il suono, che già manifestava una personalità inconfondibile, era comunque sensibilmente diverso dal tiratissimo, affilato taglio dei riffs tipico delle produzioni di Tom Allom, il “marchio di fabbrica” del british steel forgiato dai siderurgici Judas negli ’80. Si coglieva un sapore antico, dal fascino arcaico, nelle registrazioni gestite dagli stessi musicisti, coadiuvati da Jeffrey Calvert e Max West – meteore di un singolo di successo, “Barbados” – ma con Chris Tsangarides, futuro produttore di vertice (e di “Painkiller”!), come ingegnere del suono.
Nell’anno che salutava la svolta punk provocata dal debut-album dei Ramones e da “Anarchy In The U.K.” dei Sex Pistols, Judas Priest concepivano invece l’album più carico di tempestose atmosfere doom’n’gloom dai tempi del primo Black Sabbath, esibendo un titolo oltremodo esplicito, “Sad Wings Of Destiny” (marzo 1976). Anche la coreografia era perfettamente adeguata: i caratteri gotici del logo Judas Priest, e soprattutto la splendida copertina di Patrick Woodroffe, che illustrava un angelo caduto nell’abisso, forse un’artistica rappresentazione di Lucifero… Pubblicato in origine dalla Gull, etichetta inadeguata a promuovere un gruppo di quell’indole, “Sad Wings Of Destiny” venne dipinto come “il più importante e seminale album metal ad eccezione dell’eponimo debutto dei Sabbath”: sentenza forse discutibile in assoluto, ma certo non distante dal vero, a maggior ragione se si restringe il cerchio al versante “demoniaco” di quel genere, concepito negli avventurosi anni ’70.
Il confronto con le brumose maestà di Aston era scritto nel destino dei Judas Priest. Negli anni successivi alla fondazione (1969), realizzata a Birmingham dal bassista Ian Hill e del chitarrista K.K. Downing, probabilmente non avevano altra ambizione che diventare i “nuovi Sabbath” in città. Anche loro scelsero un nome apparentemente sacrilego, ma in realtà tratto da una canzone di Bob Dylan, “The Ballad Of Frankie Lee And Judas Priest”, ed ereditato dal precedente gruppo del primo cantante, Alan Atkins.

Nessun musicista vantava precedenti di rilievo, e prima di diventare il loro vocalist, Rob Halford si occupava addirittura del light-show… Invece il secondo chitarrista ingaggiato, Glenn Tipton, era la punta di diamante della Flying Hat Band; i Priest riuscirono a strapparlo ai rivali prima che firmassero un significativo contratto per la WWA (World Wide Artists, etichetta di Gentle Giant, Groundhogs e degli stessi Sabbath) provocando il loro scioglimento.
Ma l’album d’esordio dei Judas, “Rocka Rolla” (1974), non era particolarmente riuscito, e sul banco degli imputati finì proprio il leggendario produttore dei primi tre LP dei Black Sabbath, Rodger Bain. Due anni dopo, Judas Priest non fallivano il secondo tentativo, e sotto un cielo plumbeo, foriero di rabbrividenti bufere metalliche, si materializzavano le visioni mostruose di “Sad Wings Of Destiny”. L’album originale iniziava con un ferale “Prelude” eseguito da Tipton al pianoforte; versioni successive hanno anteposto la seconda facciata alla prima, in certi casi omettendo proprio il “preludio”, forse per evitare accostamenti al progressive; ripartivano dunque con “Victim Of Changes”, uno dei più grandi classici heavy-dark di ogni tempo, sebbene il tema, una bizzarra storia di abusi alcolici, non sia particolarmente “occulto”. Il funesto incedere della coppia di chitarre, i loro assoli ribollenti e sulfurei, unitamente agli agghiaccianti acuti di Halford sono da antologia, e le aperture melodiche non mitigano il mortale senso di pathos instaurato. Con quel titolo, si fosse pensato ad una colonna sonora rock del film “Dr. Jeckyll & Mister Hyde”, non si sarebbe potuto ottenere di meglio.
La solista squillante di Tipton introduce “The Ripper”, davvero ambientato nella Londra “gotica”, con i fendenti del suono che riproducono la febbrile azione dello squartatore nell’infierire sulle vittime, mentre Halford è protagonista di un’interpretazione molto teatrale. La trasognata melodia di “Dreamer Deceiver” è la prova generale che anticipa la strepitosa “Beyond The Realms Of Death” di “Stained Class”. “Tyrant”, con il suo angoscioso refrain, “Genocide”, e “Island Of Domination”, dense di minacciose incitazioni ed aizzate con enfasi drammaturgica dall’inimitabile front-man, restano capisaldi di un genere hard’n’heavy dotato di vistosa forza espressiva e distante anni-luce dalla aridità di innumerevoli copie stereotipate dei nostri giorni.

"Angel Of Retribution" (2005)

Ricordate quante volte, ciclicamente, certa stampa mendace ha diffuso il necrologio dell’heavy metal? Ed in cambio proponeva una processione di “nuovi venuti” destinati a rivoluzionare lo scenario rock… Un’operazione che si è rivelata sempre più illusoria con il passare del tempo. Affrontando il Terzo Millennio, anche le majors si erano rese conto che avanti di questo passo, non avrebbero disposto in futuro di un catalogo degno di tal nome, da sfruttare intensivamente con periodiche ristampe; servono artisti consistenti per tramandare nel tempo il loro mito, e non imbarazzanti figuri destinati a bruciarsi nel giro di poche stagioni. Si avvertiva più che mai il bisogno di formazioni ancora in grado di entusiasmare e lasciare una traccia duratura, e Judas Priest è certamente una di queste, una leggenda vivente. Così, anche un colosso come la Sony ha investito una valanga di quattrini per riconciliare il gruppo dei “difensori della fede (metallica)” con il carismatico Rob Halford, divisi da un accidioso divorzio.
Maggio 1992-Luglio 2003: tanto è ufficialmente durata la separazione fra il nucleo storico ed il cantante calvo, anche impegnato in derive “moderniste” (Fight, Two) e reincarnato in una sorta di odierno, appesantito Nosferatu. Ma la lontananza discografica era ancor superiore, perché l’ultimo album, “Painkiller”, risaliva al 1990. Quindici anni dopo, i veri Judas Priest ritornavano con “Angel Of Retribution”(febbraio 2005), un classico che esaudiva le aspettative più esigenti. Il quintetto di Birmingham, che personifica il termine metal quanto i concittadini Black Sabbath incarnano il concetto heavy, non ha voluto rifare “Stained Class”, “British Steel” o “Screaming For Vengeance” con un diverso make-up sonico, ma ha realizzato un titanico album senza tempo, sicuramente destinato a perdurare fra le sue opere eterne. E la passione, l’intensità non sono certo un’esclusiva dei gruppi più giovani, altrimenti “Angel Of Retribution” non ci avrebbe colpito così profondamente.
Piuttosto, dagli anni ’90 in poi si parlava insistentemente di lezione dei Seventies per illuminare gli asfittici scenari contemporanei, e la sensazione è che gli stessi Priest riprendano il volo delle “tristi ali del destino”, effige del loro capolavoro epicus doomicus del ’76.

Il tema stesso di “Angel”, l’appello ad uno spirito celeste che protegga mestamente sotto le proprie ali dalla malvagità del mondo, sembra una trasposizione della splendida illustrazione di copertina di “Sad Wings Of Destiny”; inoltre il crepuscolare lirismo acustico del nuovo brano è decisamente affine ad una mirabilia di quell’album, “Dreamer Deceiver”. Aggiungiamo che l’intro a spirale di “Judas Rising” ci riconduce al prologo dell’immortale “Victim Of Changes”! Si tratta in ogni caso di legittime (accidentali?) citazioni, infatti la “resurrezione” si concretizza fra suoni ed urla rimbombanti, facendo ben intuire perché il cantante ha portato con sé Roy Z, il produttore di Los Angeles che l’ha assistito nel progetto solista Halford, valorizzando compiutamente la sua acuminata voce.
La forza dei redivivi Priest è quella di forgiare metallo all’altezza di un inattaccabile passato, come in “Deal With The Devil”, che restaura la killing machine a fuoco rapido d’inizio anni ’80, o nel singolo “Revolution”, un concentrato delle strategie d’aggressione ribadite in altri titoli intimidatori, “Demonizer” o “Hellrider”.
C’è persino qualche eco progressive, memore dei lontani esordi, nella malinconica, bellissima atmosfera sinfonica scandita dal piano di “Eulogy”, che annuncia il clamoroso finale… Testimoni di un vecchio assunto secondo il quale è la mitologia e non l’ideologia alla base dell’heavy metal, Judas Priest consacrano la loro pièce de resistance al mito di Loch Ness, che sopravvive attraverso i secoli… Un preludio fluttuante e subacqueo lascia spazio ad un riff ultra-doom, trafitto da schegge lancinanti di chitarra; poi entra in scena il gran sacerdote in persona, Rob Halford, che innalza l’evocazione risolvendola in un coro dai toni misticheggianti, capace davvero di investire emotivamente. E’ la “preghiera” di Giuda che inneggia alla misteriosa creatura del lago scozzese, ed il finale è incandescente, dominato dalle mesmeriche chitarre di Tipton e KK Downing. A memoria non ricordo un loro brano di tali, epiche proporzioni (oltre 13 minuti) ed è l’apoteosi per questo superbo come-back.
Grazie a Dio, così ci erano restituiti i Judas Priest. Per riascoltarli in azione discografica, dovremo attendere oltre tre anni l’uscita di “Nostradamus”: il primo concept-album della loro storia, probabilmente il più ambizioso per ricchezza di arrangiamenti, ma a mio avviso non altrettanto memorabile. “Angel Of Retribution” resta il testamento ideale della miglior formazione possibile, o se preferite, “classica” dei Priest.

Discografia consigliata (il meglio del resto...)

Prima di ripercorrere in sintesi la successione degli altri album essenziali, sottolineo una curiosità che a mio avviso vale per la loro discografia di studio dal 1974 al 1990. Pur considerando il livello medio ovviamente elevato, i Priest hanno sempre alternato LP di qualità superiore ad altri di transizione, iniziando dal debutto in tono minore, “Rocka Rolla”, per giungere con risultati fluttuanti al dodicesimo, “Painkiller”, un classico. In seguito, questa teoria evoluzionistica si è spezzata. Fantasie? Può essere!

“Sin After Sin” (1977)

La grandeur gotica di “Sad Wings” è il viatico al contratto internazionale per la CBS; il quintetto riparte con un album appena al di sotto del precedente, “Sin After Sin”, che si distingue per la miglior produzione di Roger Glover, già in evidenza con i Nazareth, all’epoca più famosi degli stessi Priest. Gran prospetto futuro il batterista di turno, Simon Phillips (in seguito con Michael Schenker, Jeff Beck, Mike Oldfield, Toto etc.) ed in copertina ritroviamo immagini di stampo sepolcrale, che annunciano nuove, tenebrose architetture heavy rock; in primo luogo “Sinner”, un’altra prova di resistenza sulle tracce di “Victim Of Changes”, poi “Starbreaker” e “Dissident Aggressor”. Fa ancor più scalpore l’inatteso tributo a Joan Baez, una cover al gran galoppo di “Diamonds And Rust” che risiederà fra i duraturi classici del gruppo. Nel primo tour americano, i Judas Priest fanno da apripista nientemeno che ai Led Zeppelin.

“Stained Class” (1978)

Incurante del dilagare punk, il potere dell’hard’n’heavy risorge in USA nel 1978 con il debutto dei Van Halen, ma dall’Inghilterra i Judas Priest rispondono con il quarto album, da molti considerato il loro capolavoro assoluto. Nell’impenetrabile fortezza di “Stained Class”, il gruppo di Birmingham forgia un’infernale combinazione fra le visioni terrorizzanti dei precedenti LP ed un innovativo, tranciante taglio metallico, sperimentato con la collaborazione del produttore Dennis McKay. Il livello compositivo è eclatante: non solo celebrati vertici come il prototipo speed-metal “Exciter” o l’atmosfera rarefatta ed onirica di “Beyond The Realms Of Death”, spezzata dallo spietato calare del martello ritmico. Aggiungiamo la saga tormentata di “Saints In Hell”, dove la voce di Halford si frantuma in un labirinto d’echi, ed il chorus evocativo di “Heroes End”, che sembra invitarci in un’oltretomba pagano. Da annoverare un’altra significativa versione, “Better By You, Better Than Me” (dal classico degli Spooky Tooth, “Two”). Stavolta la rotazione dei batteristi premia Les Binks, e Judas Priest diffonde il suo verbo con incessante attività concertistica (in America, Inghilterra e Giappone). La sinistra fama di “Stained Class” si riproporrà in un tragico evento nel 1990, il suicidio di due giovani, apparentemente istigati da messaggi subliminali ivi contenuti; i musicisti, poi assolti, dovettero risponderne in tribunale.

“Unleashed In The East-Live In Japan” (1979)

Nonostante il maggior successo di vendite, il successivo “Killing Machine” (“Hell Bent For Leather” in USA) registra una battuta d’arresto a livello qualitativo.
A risollevare tempestivamente le sorti della formazione inglese giunge uno dei più trascinanti album dal vivo di ogni tempo, “Unleashed In The East”, già riesaminato sul Blog nell’articolo “L’Heavy Metal su Rockerilla”.
Sotto il crepitare di riffs assolutamente micidiali, “UITE” va ben oltre la tipica “raccolta di successi” in concerto, ma infonde nuova linfa vitale alle intramontabili reliquie del passato prossimo, in particolare “Victim Of Changes” e “Sinner”, rilanciate dal faraonico trattamento del suono – opera del nuovo produttore Tom Allom – che sperimenta con i Judas il modello originario dell’heavy metal in rampa di lancio anni ’80. Altrettanto peculiare è l’iconica foto di copertina, che per la prima volta mette in risalto l’immagine dei musicisti in divisa di pelle e borchie; diventerà un’inequivocabile caratteristica  del gruppo, adottata anche dall’imminente nuova generazione metallica. Per i collezionisti, giova sottolineare che gli EP inclusi nelle edizioni originali inglese e giapponese sono ben differenti.

“British Steel” (1980)

“British Steel” è l’album della consacrazione dei maestri dell’heavy metal moderno, in apertura del decennio storicamente più favorevole a questo genere musicale. Per la prima volta Tom Allom e l’astro nascente Neil Kernon (in qualità di ingegnere del suono) affilano in studio la lama di rasoio degli inconfondibili ed imitatissimi riffs, consegnando alla storia il definitivo archetipo dei Priest su vinile.
Giusto però sottolineare che tutto ciò coincida con l’approccio più commerciale finora perseguito dal gruppo; al di là degli arcinoti cavalli di battaglia (”Breaking The Law”, “Metal Gods”, “Living After Midnight”) che esibiscono una vena più stringata ed accattivante rispetto al passato, tale inclinazione risalta in “United”, col ritmo scandito dal battimani come la ben più celebre “We Will Rock You” dei Queen, oppure in “You Don’t Have To Be Hold…”, che risente dell’hard rock americano di fine ’70, certamente saggiato dai Priest in tour d’oltreoceano. In chiusura, la bolgia tumultuosa del serratissimo rifferama di “Steeler” mette tutti d’accordo. Alle percussioni, è il turno di Dave Holland, ex Trapeze.
“British Steel” è anche la prima uscita della collana Hard & Heavy in vinile (edizioni De Agostini) attualmente in edicola, con commento/intervista di Giancarlo. Alla prossima, “Ace Of Spades” dei Motorhead, sarà la volta del sottoscritto.

“Screaming For Vengeance” (1982)

Il successivo “Point Of Entry” accentuava una svolta indirizzata verso il mercato americano; qualche critica di troppo spingerà i Judas Priest ad una risposta vendicativa, “Screaming For Vengeance”, il loro primo album a superare il traguardo del disco di platino negli Stati Uniti.
“SFV” è un’ideale combinazione fra qualità musicale, potenziale commerciale ed iper-aggressività. La produzione di Allom è più che mai scintillante, quasi computerizzata per precisione e cura degli effetti speciali. Questo heavy metal “tecnocratico” dall’ispirazione futurista si traduce magistralmente nel visionario clima da da fantascienza delle liriche di “Electric Eye” e “Riding On The Wind” e nel rapace metallico dell’inconfondibile copertina, The Hellion.
Grandi episodi di hard rock commerciale come il potente tributo agli imperanti AC/DC, “You’ve Got Another Thing Comin’” e la melodica “(Take These) Chains”, scritta dal cantautore AOR, Bob Halligan Jr., completano la magnitudine di un’altra pietra miliare della premiata acciaieria di Birmingham.

“Turbo” (1986)

Il decimo album di studio dei Priest, “Turbo” esce ad oltre due anni di distanza dal canonico “Defenders Of The Faith” ed è certamente il loro più controverso nei gloriosi anni ’80.
Non è un classico, ma resta un’opera da conoscere assolutamente per ogni serio cultore del gruppo. A suo modo, è indice di una svolta “sperimentale”, pur con l’obiettivo, non dissimulato, di scalare la classifica di Billboard. Tom Allom reinventa il tipico suono dai riffs voraci della banda, introducendo i decollanti effetti elettronici delle chitarre-synth di Glenn e KK. Ne scaturiscono un rilevante saggio di heavy metal avveniristico come “Turbo Lover” e il melodrammatico potere d’atmosfera di “Out In The Cold”, ma anche tracce non più heavy dell’hair metal che impera negli USA (“Rock You All Around The World”, “Parental Guidance”); è quindi lecito interpretare “Turbo” come un avvicinamento, poi “rinnegato”, a quel genere, tanto più che le divise dei musicisti vengono ridisegnate dagli stilisti in foggia appariscente, colorata ed ovviamente meno truce. Lo stesso dicasi per le capigliature, e persino Halford cerca di adeguarsi come può alla nuova estetica. Stentorei suoni al cobalto e scaltri ammiccamenti commerciali formulano dunque la rinnovata identità del quintetto in attesa di una nuova celebrazione dal vivo, “Priest…Live” (1987).

“Painkiller” (1990)

Se “Turbo” offriva un contributo evolutivo, con il seguente “Ram It Down” (1987) Judas Priest tornava sui suoi passi, replicando le gesta più rassicuranti del passato.
Ma si tratta solo di un momento di stasi, perché irrompe nel nuovo decennio con un album davvero terrificante, “Painkiller”, generato dall’epicentro di una combustione apocalittica. Il gruppo si rinnova assorbendo le tendenze più spinte della nuova generazione ai confini del nu-metal, ma senza perdere nulla della propria specificità; abbandona la dipendenza da Tom Allom, avvicendato da un altro veterano, Chris Tsangarides, e silura Holland, rimpiazzato dal miglior batterista mai apparso in squadra, Scott Travis, ex-Racer X. E’ sicuramente il responsabile del vertiginoso potenziamento dinamico di “Painkiller”; con lui i Judas possono sfidare qualsiasi banda ad “alta velocità”, un autentico turbocompressore ritmico a doppia cassa mette in moto il brano omonimo: peut-être la più portentosa intro di batteria dai tempi di “Overkill” dei Motorhead, che annuncia l’infernale carosello delle chitarre duellanti, l’azione chirurgica delle loro lame a guisa di riff! L’album consolida la sua catena d’acciaio con altre stregonerie ultra-heavy (“Leather Rebel”, “Night Crawler”, “Touch Of Evil”). Se i Judas Priest non falliscono il rendez-vous metallico con gli anni ’90, “Painkiller” si trasforma inopinatamente nel canto del cigno della loro miglior line-up.
Rob Halford lascerà infatti per dedicarsi all’altalenante carriera solista, sostituito da una sorta di clone americano, Tim “Ripper” Owens, già in una tribute-band degli stessi Priest. Comunque la si pensi, con lui il gruppo vivrà un’epoca di “basso impero”, sottolineato dalla risoluzione del contratto Sony, almeno fino al ritorno del messia Halford. Il talento di Owens sarà comunque riconosciuto negli Iced Earth, ed a maggior ragione nell’attuale band di Downing, KK’s Priest, con la quale l’originario chitarrista tenta un rilancio da “antagonista” in piena estate 2021.

“Firepower” (2018)

KK Downing si era ritirato dal suo storico gruppo nel 2011, ed anche in questo caso i Judas hanno scelto un potenziale “replicante”, Richie Faulkner (erudito in una cover band a nome Metalworks), che si impone con successo nell’album del 2014, “Redeemer Of Souls”; ma il gruppo fa decisamente meglio con l’opera XVIII di studio, “Firepower”, che raggiunge il quinto posto nella classifica di Billboard: un record per i Priest, seppur con vendite ben meno consistenti che in passato. Faulkner dà man forte al veterano Tipton (affetto da morbo di Parkinson) e dopo vent’anni si ricostituisce l’alleanza con il produttore Tom Allom, assistito da Andy Sneap, ex chitarrista dei Sabbat, che farà le veci di Glenn in tour.
“Firepower” riporta i Priest a livelli forse insperati di energia e freschezza, ed in attesa di nuovi “miracoli” è finora da annoverare come l’ultimo album ESSENZIALE di questa armata di immortali. Praticamente ogni brano è vincente, giova sottolineare le raffiche accecanti di “Lightning Strike”, la vena epica di “Never The Heroes” e “Rising From The Ruins” e lo spirito viziosamente letale di “Chidren Of The Sun” (…dying one by one), dolorosa marcia verso l’estinzione.
Cosa ci riserverà il futuro? Intanto è certa l’uscita autunnale di un box a tiratura limitata, verosimilmente dispendioso, “50 Heavy Metal Years Of Music”.

Questo articolo è dedicato alla memoria di RUGGERO MONTINGELLI, grande amico e creatore di questo Blog, di cui era a tutti gli effetti il terzo componente. Ti ricordiamo con tanto affetto, ci mancherai moltissimo!

22 Commenti

  • Stefano Cereda ha detto:

    Ottimo articolo, come sempre d`altronde . Pero` Screaming for Vengeance e` del 1982, mentre il successore, l`altrettanto straordinario Defenders of the Faith (1984) non mi pare di verlo visto recensito. Probabilmente c`e` un motivo che mi sfugge… forse te ne sei occupato gia` precedentemente ?
    Grazie per tutto quello che hai fatto per il l`hard rock, l`heavy metal e il progressive

    • Beppe Riva ha detto:

      Si Stefano, ogni tanto litigo con i numeri, spero di far meglio con le parole. Ho corretto, fra l’altro avevo sotto gli occhi la “mia” Enciclopedia H&H con le date giuste. La discografia é “consigliata”, quindi non completa. Ovviamente su un gruppo di questo livello operare una selezione é sempre discutibile. Non ho messo “Defenders” fra i fondamentali, che pure mi pare sia l’album preferito (ad esempio) di Richie Faulkner. Grazie del tuo riconoscimento, per me è importante. Ciao

  • Alessandro Ariatti ha detto:

    Ciao Beppe, anche io avrei optato per “Defenders”, più che altro perché considero “Heavy Duty” (che poi sfocia nella title-track) come il manifesto di un’epoca. Riguardo al materiale anni 70, completamente d’accordo con i tuoi titoli. Invece volevo chiederti cosa pensi dei due album registrati con Ripper Owens. Ciao.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Alessandro, con un gruppo tanto importante nella storia hard’n’heavy ci si può sbizzarrire nelle preferenze degli album. A suo tempo recensii molto favorevolmente “Defenders”, però inevitabilmente ho operato una selezione. Avrei dovuto trattare la discografia completa, ma sarebbe stato troppo lungo per il web (a mio avviso). Per quanto riguarda “Jugulator” e “Demolition”, quel suono che ammicca agli anni ’90 con accenti semi-thrash, un pò spersonalizzato rispetto ai classici Priest, non mi ha convinto. Inoltre il paragone fra Halford e Owens non si pone nemmeno. Grazie.

  • Massimo ha detto:

    Beppe, conosco le tue recensioni dei Judas Priest quasi a memoria: in qualche modo hai narrato la storia, le evoluzioni, le esigenze (di rinnovamento) e le “pause di riflessione” di un intero genere prendendo come riferimento proprio i loro dischi. Colgo l’occasione quindi per ringraziarti di questa bibliografia “didattica” che, secondo me, chiunque dovrebbe tenere presente.
    Senza nulla togliere a questo nuovo brano, che naturalmente aggiunge testi preziosi: non avevo mai letto, per esempio, un tuo commento su “Angel of retribution”!
    Ciao e buona giornata,

    Massimo

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie del bel pensiero Massimo, fa davvero piacere il tuo parallelo fra la storia dei Judas e quella del loro genere musicale. Diciamo che scrivendo di loro si “vince facile”, considerando ciò che hanno rappresentato. Ciao!

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Beppe,
    Judas band ovviamente fondamentale ed è altrettanto ovvio che non si possa scegliere un loro album come il migliore, vista la varietà della loro proposta in tutti questi anni.
    Personalmente condivido la tua selezione tra gli album essenziali rispetto a quelli comunque buoni…unica eccezione: sono affezionatissimo a “Point of Entry” forse perché è stato il primo acquisto (quando uscì nell ’81) da cui poi ho recuperato i precedenti ed ho proseguito con i successivi fino ad oggi. Quello che meno mi convince continua ad essere “Turbo”.
    La sequenza dei brani da 1 a 6 di Painkiller è qualcosa di devastante…quando lo ascolto non riesco mai a fermarmi prima, fino a Night Crawler compresa ci devo arrivare.
    Complimenti per come riesci sempre a dare un taglio personale ed accattivante anche ad argomenti in cui è abbastanza facile cadere nello scontato e nel didascalico.
    Un saluto

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fulvio. Le ragioni dell’esclusione di “Point Of Entry” ho già cercato di motivarle, ti preciso che a suo tempo l’ho recensito come album del mese di Rockerilla (n.13, aprile 1981) sottolineandone la “profonda spazialità del suono”. In una visione più generalizzata forse risultò meno gradito, comunque é uscito fra due successi come “British Steel” e “Screaming For Vengeance”. La tua frase finale è davvero lusinghiera nei miei confronti, grazie! Ti/Vi dirò che inizialmente volevo solo fare il confronto fra due antipodi, “Sad Wings” e Angel Of…”. Mi è sembrato limitativo ed anche se ho fatto trascorrere più tempo del solito rispetto al precedente articolo, mi è sembrato giusto offrire ai lettori qualcosa di più esaustivo. Su certi argomenti bisogna impegnarsi per non esser prevedibili, si fa del proprio meglio per provarci…

  • Giuseppe ha detto:

    articolo e band da antologia Beppe! sacrosanta la rivalutazione di Angel of Retribution (ricordo ancora vividamente la tappa di Milano del tour di quell’album!) ed in particolare di Lochness, così ingiustamente criticata ai tempi dalla stampa inglese, Geoff Barton su tutti … comunque per me AOR è l’ultimo album da avere dei Priest … ti dico solo che ho rivenduto le mie copie sia di Nostradamus che di Firepower, mentre ho dato un’ altra chance a Redeemer of Souls più per il CD supplementare che per l’album vero e proprio … e ora aspettiamo al varco la KK version! Long live Priest!

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Giuseppe. Ricordo anch’io la recensione di Geoff Barton, per il quale nutro profondo rispetto perché è stato un pioniere della stampa hard rock e metal. Non ho condiviso il suo parere in merito ma ci sta. Il fatto che ricordi quell’aneddoto dimostra la tua attenzione sull’argomento. OK! ciao

  • Stefano ha detto:

    Ciao Beppe, complimenti per l’articolo, molto ben fatto, mi e’ venuta voglia di conoscere piu’ approfonditamente la discografia del gruppo e risentire i lavori consigliati!

    Per curiosita’: quando dici che la tua e’ “una visione strettamente soggettiva” sui classici del gruppo, cosa intendi ? Se avessi dovuto scrivere ques’articolo come “critico,” per un giornale rock, avresti dato opinioni differenti ?

    Spero continuerai a fare queste “retrospettive” di band piu’ o meno famose nel bog, ciao !

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Stefano, il mio scopo è sempre stato quello di invitare all’ascolto degli artisti che mi piacciono, se mi dici che nel tuo caso ci sono riuscito sono contento. In una risposta precedente ho parlato di “selezione NON strettamente soggettiva”, nel senso che ho voluto considerare anche la visione generale. Mi spiego: “British Steel” è estremamente popolare ma anche più accessibile (credo intenzionalmente) dei precedenti. Per me é meno “necessario” di altri album dei Priest, ma la sua importanza storica é innegabilmente superiore ad alcune mie preferenze! P.S.: Quello che scrivo sul Blog è esattamente ciò che scriverei se ancora facessi parte della stampa musicale!

  • Fabio Zampolini ha detto:

    Ciao Beppe, articolo ben fatto e personale come sempre, ti avevo già chiesto di ‘Turbo’ e vedo che è stato inserito tra i tuoi classici, segno che hai voluto approfondire tutte le sfaccettature del sound dei Sacerdoti, io avrei optato per ‘Defenders of the faith’, ma nel l’ottica del tuo articolo probabilmente viene considerato un sequel di ‘Screaming for vengeance’. Il top album però per me rimane ‘Stained class’ e non Painkiller come il fan del metal 90/2.0 ritiene. Tanti saluti Beppe e grazie per l’ennesimo articolo di classe superiore

    • Beppe Riva ha detto:

      Si Fabio, le tue considerazioni sono corrette, compresa la scelta dell’album top che è anche una questione generazionale. Fans di differenti età valutano spesso in ottica a sua volta differente. Ricambio i saluti e ringrazio per l’apprezzamento.

  • Alfredo ha detto:

    Ciao Beppe,

    sono d’accordo anche io su quanto hai espresso, ma Point Of Entry per me è un granissimo album. Grazie

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Alfredo, anch’io apprezzo molto “Point Of Entry”, dai tempi della recensione dell’epoca. Brani come “Heading Out…”, “Solar Angels”, “Desert Plains” sono memorabili, però ho dovuto operare una selezione non strettamente soggettiva; inevitabile che le preferenze, sempre rispettabili se ben si conosce la materia, possano esser differenti. Grazie

  • Lorenzo ha detto:

    Ciao Beppe.
    Del tutto d’accordo nel ricordare e celebrare un album come Angel of Retribution, colpevolmente non troppo considerato, e citato spesso solo come il disco del ritorno alla formazione classica con Halford. A mio parere un grande disco con grandi canzoni, forse l’ultimo realmente imperdibile.
    E’ vero che i Priest hanno mantenuto uno standard medio alto per tutta la loro carriera, da Sad Wings in poi, con qualche lieve caduta di qualità e continuità nelle scalette dei brani, soprattutto in corrispondenza di dischi tipo Point of Entry, Turbo e Ram i Down (dove sperimentarono una imperdonabile batteria programmata, ma le canzoni sono generalmente ben riuscite).
    Nostradamus è un disco coraggioso ma credo che all’epoca andarono un pò troppo oltre i loro limiti, ascoltando il cd ho sempre avuto l’impressione di avere a che fare con una sorta di Blind Guardian in tono minore, ma a suo tempo apprezzai il coraggio, e comunque come sempre qualche pezzo da tramandare ai posteri lo si trova anche qui.
    Purtroppo non ho invece apprezzato gli ultimi due Redeemer of Souls e Firepower, li ho trovati un po’ spompati, soprattutto il primo.
    Attendiamo con fiducia il prossimo disco, che pare essere in rampa di lancio.
    Se poi si ricongiungessero con KK Downing, sia in studio che live, secondo me ne trarrebbero tutti giovamento.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Lorenzo, per quanto riguarda l’ultima parte della carriera dei Priest, d’accordo su “Angel Of Retribution” e pure sulle riserve relative a “Nostradamus”, probabilmente troppo pretenzioso. Non mi ha convinto appieno neppure “Redeemer”, mentre ho trovato davvero vitale ed energetico “Firepower”. Un importante mensile inglese l’ha promosso come il migliore della loro storia recente. Talvolta trovo esagerate certe recensioni su nuovi lavori di vecchi eroi, ma “Firepower” ha il mio consenso, come avrai letto. Grazie per il capillare commento.

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe, un excursus sulla carriera del Prete di Giuda davvero interessante per valutare in sunto l’operato di un gruppo fondamentale per l’H. M. che tutto sommato è invecchiato dignitosamente e può dare ancora lezione a tante nuove leve.
    Personalmente preferisco la vecchia produzione fino al devastante Painkiller ma ciò non toglie che gli album post reunion con Halford siano disprezzabili anche se ormai le prestazioni dello stesso siano un pallido ricordo dei tempi migliori e le cose memorabili siano rare a livello di songwriting.
    Resta comunque la stima per un gruppo che ha forgiato un suono ed uno stile che ha marcato il panorama musicale per mezzo secolo e che vanta un vastissimo tentativo di imitazioni… Eterni Priest

    • Beppe Riva ha detto:

      Conclusione assolutamente corretta, Roberto. Che poi sia preferibile la produzione fino a “Painkiller” é acclarato, lo “ammette” anche la mia discografia essenziale. Ciao e grazie.

  • Paolo ha detto:

    Che dire! Eccellente come sempre. I Judas sono la più grande heavy metal band di sempre e la recente autobiografia di Halford me ne ha fatto conoscere anche il lato “umano” di questi semi dei del rock! Devo rivalutare Angel. Grazie Beppe

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie a te Paolo per aver gradito. Sicuramente i Judas Priest concorrono per il titolo che assegni loro, al di là dei gusti personali. Ciao

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