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ALBUM & CD

Greta Van Fleet : “The Battle At Garden’s Gate” – Giorni di un futuro passato

Di 21 Aprile 202124 Commenti

Foto: Alysse Gafkjen

C'è nuova vita oltre gli Zeppelin

Difficile non cedere alle lusinghe di un album d’esordio come “Anthem Of The Peaceful Army” quando i suoi giovani autori, Greta Van Fleet, venivano propagandati a colpi di Grammy come redentori del rock in tempi di ineluttabile crisi, ed il pubblico rispondeva assai bene, prendendo d’assalto i loro concerti (finché si poteva…) e rendendoli popolari quasi quanto la Greta svedese che si batte per la tutela dell’ambiente.
Ascoltandoli forse distrattamente, un veterano di guerre psichiche (auto-citazione per un appassionato rock di non più verde età) li scopriva però assai meno “rivoluzionari”. Nel video di “When The Curtain Falls”, osserviamo il cantante Josh Kiszka specchiarsi nelle pose e nello stile vocale di Robert Plant, senza possedere le physique du rôle del “Dio dorato”; la stessa struttura musicale è molto canonica nel riverire i maestri inglesi: Josh ed il gemello Jake rappresentano i Plant/Page della rinascita rock’n’roll, mentre il terzo fratello (minore) Sam Kiszka, si divide al basso e alle tastiere, come un novello John Paul Jones. Completa la famiglia l’unico membro esterno, il “Bonzo” della situazione, Danny Wagner. Fin dalle prime mosse, dal brano-guida dell’EP “Black Smoke Rising” (2017) al secondo singolo “Safari Song”, la marcata impronta Zeppeliniana non bastava per far scattare la scintilla, almeno per quanto mi compete…

C’é da scandalizzarsi di fronte ad ennesimi Led Clones? Ricordiamo la polemica che si scatenò nella seconda metà degli anni ’80, quando persino Gary Moore gettò benzina sul fuoco con il suddetto brano, riferendosi ai Whitesnake di 1987 ed ai Kingdom Come, addirittura contrabbandati per gli “originali” dalle radio americane.
Il tema resterà controverso e dibattuto fra favorevoli e detrattori, ma non è necessariamente questo il punto. Infatti il rock’n’roll è sempre stato un genere caratterizzato da “saccheggi” più o meno giustificabili, perpetrati da numerose stelle di prima grandezza. Senza addentrarci nel ginepraio delle radici blues trapiantate dagli stessi Led Zeppelin, giova ricordare che sul loro (fantastico) primo album, “Black Mountain Side”, accreditata a Jimmy Page, era un traditional folk (“Blackwater Side”) già riproposto nel 1966 dal futuro fondatore dei Pentangle, Bert Jansch; ancor più clamorosa “Dazed And Confused”, composta dal cantante americano Jake Holmes nel 1967, riarrangiata prima dagli Yardbirds e soprattutto dagli Zeppelin, senza riconoscere alcuna paternità all’autore.
Concludiamo con l’azione legale intentata dagli Spirit, che accusavano la più grande rock band degli anni ’70 di aver copiato l’arpeggio della loro “Taurus” per introdurre l’epocale “Stairway To Heaven”. La causa è stata persa, ma le similitudini, seppur parziali, restano evidenti.
Quello che ha reso immortali gli Zeppelin, non è l’“immacolata” integrità artistica, ma la personalità svettante e perfettamente riconoscibile del loro suono e la straordinaria chimica di gruppo. Inoltre gruppi di enorme portata storica, in particolare Queen e Rush, sono stati inizialmente liquidati come “imitatori” degli Zeppelin, evolvendosi poi in quello che tutti ben conosciamo. Catalogare fra i plagiari Greta Van Fleet alla loro prima apparizione, senza le attenuanti del caso, equivale a cadere in una trappola che ci renderebbe sordi a loro prossime, intriganti trasmutazioni.

Foto: Sara Paige

Michigan rock, ma non è la stessa musica

Un altro motivo d’interesse riguarda le origini del quartetto che giunge dal Michigan, e per ogni seguace del R&R, quello Stato è sinonimo del suo centro più rappresentativo: Detroit, culla di rock abrasivo frammisto a selvaggio rhythm’n’blues. Il profetico John Lee Hooker aveva cantato “Motor City Is Burning”, l’incendio alla catena di montaggio di una fabbrica di automobili, poi rilanciata dagli MC5 fra i moti insurrezionali di fine anni ’60.
Caratterizzata da una processione di case-lager, contraddizioni sociali e criminalità diffusa, Detroit non era solo Tamla Motown, ma ha identificato un periodo leggendario del suono americano, sporco e “senza compromessi”: MC 5, Stooges, Mitch Ryder, Amboy Dukes, Bob Seger System, SRC, The Up, Third Power, Ursa Major, Frost, gli Amboy Dukes di Ted Nugent, lo stesso Alice Cooper. Persino la regina del pop-rock, Suzi Quatro, ha sbancato le classifiche con un taglio particolarmente aggressivo. Ma se questa è Detroit, incoronata “Rock City” anche dai newyorkesi Kiss, i GVF provengono da tutt’altro ambiente, dove c’è ancora spazio per fantasie avventurose. Nascono intorno al 2012 a Frankenmuth, un piccolo comune di cinquemila anime o poco più, 150 km. a nord di Detroit, sulla direttrice che passa anche da Flint, città natale di un’altra leggenda heavy rock, Grand Funk Railroad.
Dunque i Greta Van Fleet sono dei sognatori lontani molte miglia dalla dura realtà della metropoli; nell’ambiente rurale che li ha cresciuti è lecito abbandonarsi all’ispirazione mistica & mitologica di certe loro canzoni, niente a che fare con guerre fra gang giovanili nei quartieri urbani ad alto rischio.
Se volete riassaporare il gusto vintage della chiamata alle armi nella Motor City, è meglio che vi orientiate verso il nuovo tributo di Alice Cooper ai suoi anni d’oro, “Detroit Stories”, affiancato da altri reduci di quella storica scena.

Foto: Alysse Gafkjen

La prima, storica compilation “Michigan Rocks” (1977)

“The Battle At Garden's Gate” (Lava/Republic)

Il secondo album dei GVF è di tutt’altra specie! Registrato a Hollywood con il produttore Greg Kurstin (dei Foo Fighters, con i quali sono stati in tour), dimostra come i pregiudizi possano esser rimossi alla prova dei fatti. L’atto inaugurale, “Heat Above”, sorprende alquanto chi s’aspettava una replica delle sceneggiature Zepp; introdotto da un organo dagli echi retrò-progressive  e da trame chitarristiche ad ampio respiro, sfoggia subito i notevoli progressi vocali di Josh Kiszka, ben distante dalla controfigura di Plant che avremmo frettolosamente archiviato. Non si tratta di vera e propria rivoluzione, basti riascoltare “Age Of Man” da “Peaceful Army”, ma se mettessimo sul piatto questo disco con gli occhi bendati, avremmo potuto scambiarlo per una segreta reliquia di pomp-rock americano degli anni ’70; nel finale le vanità vocali del fanciullesco Josh sono davvero spericolate, ed il video suggerisce un imprevedibile omaggio agli…Angel! Il singolo “My Way, Soon” è una sorta di festoso inno alla libertà dagli accenti southern a presa rapida, ma senza cedimenti palesemente commerciali. Gli fa seguito una ballata assolutamente maliosa, “Broken Bells”, dove sale al proscenio la sezione di strumenti ad arco che contribuisce al clima “sinfonico” e visionario di gran parte dell’album; i due gemelli Kiszka si confermano grandi protagonisti, la voce è ancora esuberante e incantevole, la solista di Jake elegante e versatile, con un finale pirotecnico che renderebbe Page orgoglioso del suo discepolo.
Gli Zeppelin tornano ad ispirare “Built By Nations”, specie quando il riff di chitarra si accoppia all’imponente ritmo di forgia Bonham, scandito da Danny Wagner.
Può “Age Of Machine” avvicinare il climax di “No Quarter” al giorno d’oggi? Non serve forzare paragone sacrileghi, ma l’atmosfera esoterica del brano, che rinuncia a tastiere in primo piano puntando sul riecheggiare spettrale ed ipnotico della chitarra, fornisce la plausibile risposta. I ragazzi fanno del loro meglio per esser credibili, e quando Jake si cimenta nel conclusivo assolo heavy-psych, sulla rampa di lancio di quei cori misteriosi, come non applaudirli in tempi di rock oscurato da troppe volgarità trendy?

“Stardust Chords” vanta un altro magistrale arrangiamento che rievoca le sofisticate atmosfere dei Pavolv’s Dog, e le evoluzioni vocali di Josh meritano l’accostamento con il leggendario David Surkamp, pur impareggiabile sugli acuti.
C’è spazio per l’ennesima sua emozionale interpretazione nella ballata “Light My Love”, prima dell’incandescente crescendo finale, dall’epica enfasi sinfonica di “The Barbarians”, a seguire con “Trip The Light Fantastic”, che assolutamente non tradisce il titolo con la sua fantasmagoria musicale di colori cosmici; il vero e proprio suggello di chiusura, “The Weight Of Dreams” è indimenticabile nel suo maestoso incedere che sfiora i nove minuti, fra il volteggiare dei violini ed il fiammeggiante furore della chitarra. Josh ha citato in quest’occasione Demis Roussos, inimitabile voce degli Aphrodite’s Child, quale fonte d’ispirazione. Proprio nel mese di aprile, ho scoperto con piacere che per accompagnare una pubblicità televisiva (Ford Kuga Plug-In Hybrid_nda) è stato riesumato “Four Horsemen”, capolavoro delle Divinità musicali greche. Date retta a Josh e riascoltatelo…Ma al di là di queste divagazioni, “The Battle At Garden’s Gate” è giustamente l’album più in voga del momento: maturo, a tratti meditativo, decisamente più ambizioso rispetto alla pur fortunata opera prima. Se servirà a traghettare nuove generazioni verso un futuro del rock meno nebuloso, è tanto più benvenuto. Ma sicuramente nell’esuberanza giovanilistica dei Greta Van Fleet sopravvive lo spirito del grande rock classico. L’epoca d’oro è tramontata da tempo, le emozioni si possono ancora riassaporare con naturalezza.

                                             * * * * *
Per i cultori di stampe diversificate, l’edizione doppio LP di “The Battle…” presenta varianti in vinile verde, bianco, trasparente, con le stesse dodici tracce. La copertina esterna (apribile) ha una superficie goffrata “similpelle” con stampiglio dorato, che ricorda il celebre precedente di “Vitalogy” dei Pearl Jam, anche perché non vi figura il nome del gruppo ma solo il titolo dell’album. Include inserto a colori.
L’edizione giapponese in CD assomma come da tradizione, bonus tracks: “Heat Above” e “Stardust Chords”, già sull’album, ma in versione live.

Foto: Alysse Gafkjen

24 Commenti

  • Luca ha detto:

    Qui siamo nella sfera del “O si amano o si odiano”, sono divisivi e su questo stanno giocando il loro successo commerciale. Ho deciso di ascoltarlo e sono caduto anch’io nella loro trappola. A me non piacciono e ti spiego il perché. Se avessi ignorato tanti gruppi solo perché si rifacevano a gruppi del passato avrei commesso un errore clamoroso. Ma in questo caso è come entrare in una stanza d’albergo, notare subito che le pareti sono dello stesso colore di quelle della tua camera da letto e quindi ti senti subito a casa; ma poi i complementi d’arredo sono un pugno in faccia tanto sono kitsch, il letto ha solo tre gambe ed il televisore ha solo un canale sintonizzato. Ti adatti ma vorresti cambiare albergo. Insomma io ci sento solo un discreto esercizio di genere ma manca il valore aggiunto. Ho sempre pensato che un gruppo derivativo per sfondare debba proporti un lotto di canzoni che con il passare dei minuti ti induce a declassare le somiglianze con il gruppo di riferimento ed a farti concentrare su altro. Se penso, tanti anni fa, al gioco al massacro ai Kingdom Come, quella sì che era una camera d’albergo. Firmato: un altro veterano di guerre psichiche

    • Beppe Riva ha detto:

      Luca, c’è poco da disquisire sul tuo esplicito parere. Per me chiudere la porta in faccia ad un gruppo giovane in evoluzione come i GVF è un’occasione persa, e la varietà nelle composizioni è nettamente superiore alla media attuale, ma ovviamente riconosco che non piacciono a molti, da queste parti. Kingdom Come? Fui io a recensirli per primo, promuovendo il loro esordio “album del mese” su Metal Shock. Tanto per chiarire. Ma nella famigerata (per la figuraccia…) intervista a Robert Plant, quando mi schierai a loro favore si voltò dall’altra parte chiedendo di passare ad un’altra domanda, con un fare a dir poco irritato. Come vedi, non tutti apprezzano le stesse camere d’albergo. Grazie, ciao.

      • Luca ha detto:

        Ho menzionato i Kingdom “Clones” come li chiamavano allora i loro detrattori proprio perché mi ricordo quel Metal Shock e ricordo perfettamente l’episodio dell’intervista 🙂

  • Baccio ha detto:

    La musica non è male, ma il cantante proprio non lo digerisco: se fossero fronteggiati da un “Derek St. Holmes” andrebbe molto meglio!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ehi Baccio, un plauso alla citazione nient’affatto scontata di Derek SH, fra l’altro nativo di Detroit (memorabile “Sharpshooter” di Withford-St.Holmes!) però nel contesto musicale dei GVF non è un vocalist a cui avrei pensato…Generalmente siete davvero esigenti nei confronti di questi “fortunati” ragazzi del Michigan: “la musica non é male” per un disco certamente non di elementare fattura mi pare piuttosto riduttivo. Come On! Ci sono veterani molto rispettati che realizzano dischi ben più ordinari. Ma ognuno ha il proprio pensiero in merito, grazie di manifestarlo.

  • Antonello Serra ha detto:

    Ciao Beppe, ho letto con molta attenzione la tua recensione, ascoltando i singoli brani, ma … che ti devo dire, i GVF non mi prendono, come si dice “de gustibus …”. Certo, riconosco il loro talento, sono giovanissimi e stanno, mi sembra, smarcandosi dall’influenza zeppeliniana. Ti vorrei chiedere invece, rimanendo sempre nell’ambito del retro rock o che dir si voglia, cosa ne pensi di una band come i Rival Sons. Per me sono una grandissima band, forse insieme ai Clutch il meglio che l’hard rock abbia offerto in questi ultimi anni, con pezzi straordinari come “Keep on Swingin”, “Do your worst” e l’emozionante “Shooting stars”. Avrei sicuramente preferito vedere sotto i riflettori e l’attenzione del mondo rock Jay Buchanan (straordinario cantante) e soci che i GVF. Un grande abbraccio, un tuo fedele lettore.
    Antonello

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Antonello, ti ringrazio per pronunciarti come “fedele lettore”. Devo confermare che nella cerchia di chi ci segue, i GVF continuano a suscitare perplessità; sicuramente il fatto che vadano per la maggiore e godano di grande esposizione innesca reazioni contrarie. Non mi meraviglia, io penso quello che sai. Per quanto riguarda i Rival Sons, li ho persi un pò di vista, ma i loro influssi Zepp/Free (mi viene in mente l’album “Head Down”) mi avevano favorevolmente impressionato; ricordo che anche Giancarlo si era espresso a favore. Mi riservo di riprendere l’argomento alla prossima occasione discografica. Con simpatia, a presto.

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe oltre ad averti sentito su Radiolombardia con Giancarlo leggo finalmente un tuo scritto inerente a qualcosa di contemporaneo.
    Per conto mio credo che quello che risalta nel caso GVF è esattamente quello che evidenzi tu:una mancanza di originalità anzi meglio, di personalità nel panorama musicale odierno.
    Già il presunto paragone con il Gruppo imitato dice tutto… I nuovi Zeppelin… Di imitatori e plagiatori come tu sottolineato in passato c’è ne sono stati, chi più chi meno ha ricalcato o per lo meno ha cercato di avvicinarsi al suono del Dirigibile con competenza o con superficialità… però il punto di partenza era quello, solo il talento poteva permettersi di plasmarlo a proprio piacimento.
    Qui invece si fa sensazionalismo forzato spacciano il futuro quello che in passato è stato fatto meglio, complice un appiattimento della scena globale musicale ingolfata da un numero impressionante di uscite discografiche e da chi cerca di emergere in una giungla di proposte cui è arduo stare al passo legittimate da una più facile produzione e divulgazione rispetto al passato.
    Dubito quindi che i pur volenterosi GVF riescano ad avere un rilevanza importante nella storia del Rock, quello lasciamolo credere alla critica spocchiosa ed ai discografici che cercano di vendere i gelati agli esquimesi…

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto, grazie di averci ascoltato su Radio Lombardia, spero che il programma condotto dal nostro stimato Marco Garavelli ti sia piaciuto. Effettivamente trattare gruppi di cosiddetta “nuova generazione” non è abituale per noi, ma valgono com’è ovvio delle eccezioni. Per esempio sto aspettando la novità di una formazione di grande attualità che reputo fortissima…Penso sia stato un bene accendere la discussione attorno ai GVF che, piaccia o meno, rappresentano un vertice nell’ambito della musica rock degli anni (duemila)venti. Prendiamo atto volentieri il tuo/vostro punto di vista, a presto.

  • francesco angius ha detto:

    Caro Beppe
    questa volta ho un’opinione un po’ diversa.
    Ho ascoltato il disco e devo dire che è una mezza delusione.
    Sento parlare daa parte dei critici di suono “cinematografico”, ma rimango perplesso…
    Trovo la propossta dei Greta alquanto pretenziosa e con un suono che gira intorno, ma che non conduce a nulla.
    Echi di gruppi passati se ne sentono (Led, Rush, Yes, ecc…) ma il tutto è veramente mal amalgamato e la melodia ne risente parecchio e rimane vacua.
    Accenni al pomp, si ma quello non migliore e non vorrei sentire parlare degli Angel (non toccate sti’ fenomeni) che sono di un altro livello.
    Non riesco a farmelo piacere questo disco e dire che gli altri li avevo apprezzati molto, ma avevano un senso.
    Scusa ma forse sarò troppo limitato???
    ciao

    • Beppe Riva ha detto:

      Francesco, sei fra i lettori che intervengono spesso, apprezziamo, quindi non c’è problema se hai un’opinione diversa. Però scusami, dici a me di non toccare gli Angel quando ben pochi in Italia sapevano chi fossero prima che ne scrivessi su Rockerilla? Ero talmente “associato” a quel gruppo che per prendermi per i fondelli, Giancarlo fece pubblicare su Metal Shock una vignetta in cui il sottoscritto (anche imbruttito per l’occasione) sognava ad occhi aperti immagini degli Angel e della loro mitica “Tower”. Pertanto, credo di esser un pò credibile in materia!…In ogni caso, mi riferivo all’immagine dei Greta VF biancovestiti nel video di “Heat Above”. Nessun paragone forzato, ma analogie ce ne sono. Non pretendo assolutamente che i ragazzi del Michigan piacciano, ma era doveroso parlare del gruppo rock più discusso del momento. Ovviamente sei padronissimo di trovarli superflui o sopravvalutati. Ciao (P.S.: Se ritrovo quella vignetta, prima o poi la pubblico per farvi fare due risate)

      • francesco angius ha detto:

        La mia sugli Angel era solo una battuta, poichè sono ben cosciente di cosa rappresentano per te e chi mi ha attaccato il loro morbo…
        Giusto parlarne dei Greta e mi riprometto di concedere loro altri ascolti, ma faccio tanta fatica……
        Grazie

  • Massimo ha detto:

    Conosco GVF molto superficialmente, ma credo di avere capito, Beppe, cosa ti entusiasma della loro proposta. A costo di andare lievemente off topic, ci sono dei casi in ambiente Heavy Metal (decisamente la mia “zona di comfort”) che mi hanno dato le stesse sensazioni: uno su tutti, il recente “Curse of the sky” degli Iron Griffin mi pare che aggiunga qualcosa a quanto detto molti anni fa dai Warlord. Cosa che non ho riscontrato, per esempio, negli altrettanto warlordiani Black Sword Thunder Attack.
    Si tratta probabilmente di episodi in cui la somiglianza con i numi tutelari non appare né forzata né macchiettistica; al contrario, mostra il DNA genuino degli “epigoni” di turno.
    Quanto alle critiche (peraltro poco argomentate) lette altrove, mah, credo che a volte convenga togliersi la corazza da “defenders of the faith” e cercare in ogni caso di trarre spunti costruttivi da ciò che si legge. Ricordo che, quando iniziai a comprare riviste musicali, leggevo e rileggevo regolarmente TUTTO il giornalino, anche i pezzi su argomenti distanti dalle mie preferenze. Tanto che, a volte, finivo per imparare i “numeri” quasi a memoria. Questo, giusto per riportare una mia esperienza personale…

    ancora complimenti e buona serata.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Massimo, giusto parlare delle proprie esperienze come hai fatto, in questa sede; apprezzo che tu abbia colto il senso del “messaggio” pur essendo di fede dichiaratamente heavy metal: prima di giudicare bisogna ascoltare, poi le opinioni possono esser anche radicalmente differenti, ma con cognizione di causa, non per pregiudizio. Può anche non interessare approfondire un tema, ma in tal caso non si entra in merito. La tua considerazione sugli “epigoni” di turno é ben focalizzata. Grazie dell’intervento.

  • aleR ha detto:

    Ciao Beppe.  Apprezzo i GVF dai tempi di “From the fire” e questo nuovo disco, come hai giustamente evidenziato, segna un deciso passo avanti. Sono dell’idea che molti li criticano per partito preso, magari  solo per aver ascoltato distrattamente un paio di brani su internet. Di questi tempi poter ascoltare giovani band (anche Crown Lands, Naked Gypsy Queens, Dirty Honey )che propongono musica eseguita con strumenti reali, suonata con passione mi fa solamente piacere. Poco importa se si rifanno a grandi classici. In fondo, come riporti nel post, anche Page e Co. hanno subito più che pesanti influenze. Se da appassionati aspiriamo a un minimo di futuro per il rock classico , sono dell’idea che sia importante per le nuove generazioni poter identificarsi in gruppi di loro coetanei dediti al rock.
    In un prossimo futuro da qualche sperduto angolo del mondo dei ragazzini/e possono ancora generare un nuovo rinascimento !

    • Beppe Riva ha detto:

      Sono d’accordo Ale. Noi possiamo anche vivere di molti e bellissimi ricordi; se riascolto un pò dei miei dischi senza seguire nulla di nuovo posso andare avanti per anni, ma è giusto ci sia un futuro per il “rock classico” anche grazie a suoi epigoni e possibilmente, per nuove generazioni di appassionati. Non cambierei certo quello che ho potuto vivere in diretta con la situazione attuale, ma nemmeno mi precludo qualche opportunità. Gruppi interessanti possono sempre nascere, lasciamo pure alle ultime leve della stampa musicale il compito di valorizzarli. Grazie per l’opinione, ciao.

      • aleR ha detto:

        Sono contento che nonostante il troglodida dislessico che è in me abbia preso il sopravvento il concetto sia stato compreso. Alla prossima ! (Attendo impaziente la seconda parte dedicata alla NWOBHM)

        • Beppe Riva ha detto:

          La seconda parte dei singoli NWOBHM è in preparazione, so che è un argomento che sta a cuore a chi ci segue, ma è un po’ più laborioso. Stai “sintonizzato”. Ciao!

      • Fulvio ha detto:

        Ciao Beppe,
        Il disco lo trovo gradevole ed il marchio di “Led Clones” che si trascinano dietro appare molto meno evidente rispetto al primo lavoro.
        Sinceramente credo che chi non li ascolta per pregiudizio si perde più di qualcosa.
        Solo la voce, a tratti troppo stridula per i miei gusti, non mi fa impazzire.
        Essendo fan sfegatato dei Rush mi piacerebbe sentire questo lavoro cantato da Geddy Lee che è sempre sulle tonalità acute ma “gracchia” molto meno…sono quei pensieri strani ed irrealizzabili…
        Grazie e Ciao

        • Beppe Riva ha detto:

          Ciao Fulvio, giudizio equilibrato il tuo. E’ indubbio che i GVF stiano cercando di scrollarsi di dosso la nomea di “plagiari” dei LZ, peraltro comprensibile all’esordio. E tenete presente che quando parlai a Plant di Coverdale-Page (che lui giudicava copia opportunistica dei LZ), mi incenerì con lo sguardo. Quindi, un po’ troppo comodo prendersela solo con i GVF. Per quanto riguarda Geddy Lee, è un paragone che ho evitato di citare con Josh K, ma altri l’hanno rilevato. Penso che il cantante dei GVF sia evidentemente progredito con il nuovo album, però il suo stile vocale, alla prova dei fatti, non convince molti di voi. Thank you (da LZ II, naturalmente)

  • Giuseppe ha detto:

    grande Beppe, mai recensione fu più tempestiva per il sottoscritto dato che proprio oggi ho ricevuto il vinile in questione ed ho potuto accompagnare l’ascolto con le tue parole, proprio come ai “bei tempi” … devo dire che anch’io ero molto prevenuto sui “ragazzuoli”, ma un paio di ascolti su Spotify hanno vinto ogni resistenza e mi hanno spinto all’acquisto dell’LP (sì, perchè io credo ancora nell’oggetto disco … faccio bene Beppe?). Solo il tempo ci dirà se operine come questa resteranno marginali o potranno almeno in parte rinverdire i fasti del passato (un buon argomento per Linea Rock di domani sera?), ma intanto godiamo! Grazie ragazzi!

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giuseppe, ritenevo doveroso occuparmi di questo gruppo in grande ascesa, sebbene inizialmente fossi diffidente nei loro confronti. So bene che nell’ambito dei miei lettori, i GVF non raccolgono certo unanimi consensi, anzi, nel gruppo Facebook “dedicato” al sottoscritto sono piovute le critiche. Ovviamente c’è liberta di opinione, la mia é stata onestamente dichiarata e non posso pretendere l’approvazione generale. Mi fanno ovviamente piacere le tue considerazioni, perché dimostrano disponibilità all’ascolto ed ovviamente per la passione verso l’oggetto a 33 giri. Dici bene: il tempo sarà poi giudice di proposte musicali durature o meno. Grazie.

  • Fabio Zavatarelli ha detto:

    Un inizio di recensione assolutamente condivisibile (quando si parla di Detroit Motor City, per me si apre il Quore)
    …. una deduzione intermedia bonaria e razionalmente (meno emotivamente per me) giusta (lasciamoli cantare ed esprimere e vediamo che succede)
    …. una analisi-rivelazione che spinge più me stesso a fare i conti con il mio me stesso … e tentare di andare oltre quel look alla Maneskin, quella imbarazzante presenza scenica iniziale dei primi video (ma in fondo non è che tante band anni ’80 non fossero meno imbarazzanti sotto questo profilo)
    …. devo trovare la forza della ragione ed ascoltare tutti i video ed il disco ……
    …. in fondo (come ho scritto su un mio profilo) anche io non sono altro che un Veterano di Migliaia di Guerre Psichiche ….. una in più …..

    Grazie Beppe (come sempre).

    P.S.
    Mi piacerebbe in futuro leggere altre tue recensioni su giovani band Hard Rock , magari di quelle che stanno nell’underground come ai tempi del Grunge (Pre-Nirvana) o dello Stoner.
    … anchese a voler vedere … è il Rock tutto nell’Underground in questi anni. :-/

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Fabio, spesso i pregiudizi sono limitanti, e lo dico innanzitutto a me stesso…Facendomi condizionare da aspetti o da un ascolto superficiali, non avrei approfondito un bel disco. Lasciamo perdere i Maneskin, qui siamo in tutt’altra dimensione. La struttura dei brani é tutto fuorché banale. Bisogna anche considerare che il rock è da sempre un fenomeno giovanilistico, anche se noi siamo affezionati ai vecchi eroi con cui siamo cresciuti, ed ormai siamo a nostra volta attempati, con pregi e difetti. Mi è sembrato comunque doveroso esaminare un gruppo davvero importante nella scena attuale. E non senza merito. Grazie dell’attenzione.

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