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ALBUM & CDHard & Heavy

Ghost: grandi illusionisti nel regno delle tenebre

Di 8 Ottobre 202124 Commenti

Ghost: Papa Emeritus IV  (Foto: Mikael Eriksson)

Da anni a questa parte, una delle scene cinematografiche più inquietanti, non dimora in un tipico horror ma nel film-testamento di Stanley Kubrick, regista che non ha bisogno di presentazioni…La pellicola in questione è “Eyes Wide Shut”; al di là delle licenziose fantasie della coppia Nicole Kidman-Tom Cruise, l’apogeo in termini di pathos viene raggiunto negli sfarzosi interni di una villa aristocratica, dove si riunisce una setta segreta di personaggi dell’alta società di New York, che celano la loro identità dietro maschere grottesche.
Tom Cruise, nel ruolo di un medico benestante e troppo curioso, viene scoperto come intruso, e solo il sacrificio di una bella donna che aveva salvato da un’overdose lo riscatta, offrendo la vita in cambio della sua. Nel vasto salone che accoglie la sinistra adunata, risuona un canto infernale accompagnato dal violino, “Masked Ball”, opera della compositrice Jocelyn Pook. Al di là dei generi, si tratta di uno dei brani musicali più raggelanti mai ascoltati, in grado di creare con il suo lento dispiegarsi un profondo senso di tensione e turbamento.
Qualche tempo dopo, immaginate lo stesso “Masked Ball” come atto d’apertura dei concerti di un gruppo apparso in Svezia nel 2006, mentre entrano in scena irriconoscibili musicisti incappucciati ed infine un front-man travestito da scheletrico pontefice, che fa oscillare un turibolo dal quale si diffondono fumi d’incenso. Certamente un coup de théâtre di grande effetto per quella che è stata a lungo la formazione più misteriosa del rock contemporaneo, prima che una causa legale intentata dai suoi ex compagni, i cosiddetti “Nameless Ghouls” (i Ghouls sono una tipologia di spiriti maligni…) svelasse il nome del creatore e responsabile dell’intero progetto, Tobias Forge. Già membro di due band di Stoccolma, Repugnant e Crashdiet, era sempre lui ad impersonare le differenti identità di Papa Emeritus, talvolta alludendo anche ad una presunta sostituzione del cantante.
La sua figura da “eminenza nera” di una teologia capovolta, gli espliciti accenti demoniaci dei testi, avevano fatto inizialmente pensare all’ennesima entità black metal scandinava, ma ascoltando la proposta musicale senza pregiudizi, si scopriva ben altro. Con i Ghost, ASPETTATEVI L’INASPETTATO e scoprirete una creatura artistica proteiforme, in grado di sostenere con disinvoltura ed ingegnosità parti molto differenti…Non si tratta solo della recita teatrale da consumato attore di Tobias, che ci ha sconcertato con le svariate interpretazioni del sacrilego “papa emerito”, che sia una sorta di cadavere in veste talare, un attempato signore calvo con abito nero, oppure una più esuberante versione in frac, fino alla trasformazione nel protagonista dell’ultimo album “Prequelle”, Cardinal Copia.
E’ ancor di più la musica a colpire; riduttivo ed inappropriato definirla semplicemente heavy metal, tanto più nella concezione contemporanea, nonostante la “benedizione” delle superstar Metallica; Hetfield e soci hanno voluto i Ghost al loro fianco in tour, senza per questo placare le ire di una moltitudine di fans che accusano gli scandinavi di essersi “commercializzati”, forti del grande ed imprevedibile successo americano, pur sempre ostacolato da innumerevoli censure.
In realtà Forge ed i suoi manifestano una conoscenza ed un rispetto per la tradizione rock del passato, dagli anni ’60 in poi, difficile da ravvisare altrove, che si traduce nelle sfaccettature stilistiche dei loro album di studio – che andremo ad esaminare – ma anche nei singoli e nelle cover versions: un’arte quest’ultima che riescono a manipolare come pochi, appropriandosi di classici celeberrimi, senza mai scadere nell’ovvio e TRASFIGURANDOLI alla luce di una personalità svettante.

Il primo esempio, “Here Comes The Sun” dei Beatles, cadeau riservato all’edizione giapponese dell’album d’esordio “Opus Eponymous”. Concepita da George Harrison in una radiosa giornata di primavera, la canzone viene riletta dai Ghost in chiave spettrale, come se un vampiro cercasse disperatamente riparo dalla luce nell’ambiente oscuro di qualche catacomba; un mesmerico “trattamento” che li traghettava idealmente verso le loro radici psichedeliche, al di là delle torbide onde dell’ignoto. Dopodiché riuscivano ancora a stupire con un’inquietante versione di “I’m A Marionette”, non proprio fra i più popolari hits delle icone nazionali Abba, già considerato brano “anomalo” di questi perpetui astri del firmamento pop. Il clamoroso accostamento dava il via ad azzardate teorie, secondo le quali la rimarchevole accessibilità melodica esibita dai Ghost in un contesto abitualmente selvaggio, discendesse proprio dalle popstar svedesi per antonomasia.
Ma tornando ai più evidenti influssi lisergici, leggenda vuole che il termine psichedelia sia stato coniato dai texani 13Th Floor Elevators, pionieri del garage rock nel 1966; e alla fine del 2013 il “Fantasma” del Grande Nord pubblicava un EP di covers, “If You Have Ghost”. Il brano che l’intitolava è un tributo al talento malato & dannato di Roky Erickson, leader dei 13th FE e poi degli Aliens, battezzati in omaggio alla sua ossessione verso gli UFO. Siccome di autentico cult si tratta, e non certo di materiale ad uso e consumo delle masse, i Ghost confermano un’invidiabile cultura retro-rock, e il loro rifacimento di “I.Y.H.G.” è assolutamente ipnotico, si stampa nel cervello in maniera subdola ed indelebile. Il produttore è ancora un loro fan speciale, Dave Grohl dei Foo Fighters, che già li aveva assistiti nella versione di “Marionette”.
Sulla materia che rischia davvero di incoronare i Ghost “Re di Cover” torneremo in chiusura, con il loro tributo ai Metallica di “Enter Sandman”; ma non andiamo oltre, limitandoci a segnalare, fra le tante, eccentriche rivisitazioni di successi electro-pop come “It’s A Sin” dei Pet Shop Boys o “Missionary Man” degli Eurythmics. In altri termini, tutto può finire nel ribollente calderone dei Ghost! Nell’intervallo fra i quattro album di studio finora licenziati, anche i singoli inediti hanno offerto una prospettiva eloquente sugli orizzonti musicali perseguiti.
Nell’EP del 2016 “Popestar” (!), l’unico brano originale, “Square Hammer”, tende a sdrammatizzare l’alone satanico che grava sul gruppo, con un videoclip che si rifà a cadenze ed espressioni caricaturali tipiche del cinema muto, varando una tendenza verso il pop-rock psichedelico assai intrigante e dinamica, ma non certo con la temerarietà heavy dell’album che l’ha preceduto, “Meliora”. Dopo la definitiva consacrazione dell’ultimo lungometraggio “Prequelle”, i Ghost tornavano sui loro passi “retrospettivi” con il singolo “Seven Inch Of Panic” (2019): altri due inediti, “Kiss The Go-Goat” e “Mary On A Cross”, racchiusi in una copertina dai colori sgargianti, di chiara foggia psichedelica. A proposito della prima facciata, l’indizio rivelatore in un frammento del filmato che l’accompagna: il nome dei Ghost appare in un pannello luminoso del Whisky A Go Go di L.A., che pubblicizza un concerto del 13 settembre ’69 con Terry Reid – il cantante che declinò l’invito ad unirsi sia ai nascenti Zeppelin, sia ai Deep Purple (Mk II) – e agli Spooky Tooth…Un fake ovviamente, ma evidenzia l’attenzione per quell’intramontabile epoca del rock. A livello musicale non è certo inferiore il retro, “Mary On A Cross”, palpitante melodia lisergica istigata da un organo febbrile, dove il titolo sta a significare per assonanza “marijuana” più che allusioni profane: un altro omaggio alla controcultura hippie?
Tutto ciò fino alle ultime mosse dei giorni nostri, ma prima ricapitoliamo l’essenziale itinerario discografico dei quattro album di studio.

Eyes Wide Shut: Fonte d’ispirazione per i Ghost?

Il poster del tour europeo 2019

Tobias Forge smascherato

“Opus Eponymous” (2010)

L’album d’esordio svela l’anima più underground dei Ghost, e non è un caso che esca per la Rise Above di Lee Dorrian, vate del doom e colto ricercatore di metallo arcano.
L’immagine scarnificata del “teschio” di Papa Emeritus I, che nell’illustrazione di copertina incombe con mitra pentagonale ed artigli da vampiro sulla cattedrale, rammenta analoghe figure di “Terrible Certainty” dei Kreator, ma la musica è di tutt’altro stampo. In apertura, il funereo organo di “Deus Culpa” rievoca l’intro di “In Ancient Days dei Black Widow e le stesse sonorità fuligginose (specie nell’esecuzione di “Demons Of The Night…”).

Subito dopo fa irruzione il ritmo cupo e scalpitante di “Con Clavi Con Dio”, irrorato dal flusso dell’organo che sembra scrollarsi di dosso cumuli di cenere secolare…Squarci folgoranti di chitarre in agonia accompagnano la voce più livida che mai dell’emerito Forge, quando intona dei versi in italiano approssimativo: “Siamo con clavi, siamo con Dio, siamo con il nostro Dio scuro…”. L’uso della nostra lingua discenderebbe dalla passione del cantante per lo storico prog tricolore, nientemeno. Difficile non riconoscere a questo “Conclave” il diritto di aspirare al titolo di brano rock più spaventoso dai tempi di “Black Sabbath”. L’orripilante vocalist manifesta fin dal debutto anche un’inclinazione melodica, intrisa di malinconia, nel suggestivo refrain di “Ritual”, verosimilmente influenzato dai Blue Oyster Cult. Anche la solista in agguato nel finale è altamente espressiva, distante dal tozzo rumore metallico di circostanza. Il primo singolo “Elizabeth”, in memoria della sanguinaria Contessa Bathory, già riesumata dai Venom, riporta alla mente i Mercyful Fate, ma sempre con un accento peculiare delle armonie vocali. Il potenziale “commerciale” dei Ghost è invece esplicito nel mid-tempo martellante di “Stand By Him”, contagioso anche nell’avvincente danza finale delle chitarre. La seconda facciata è evidentemente inferiore, ma emergono spunti sviluppati più compiutamente in seguito, come l’innesto del synth in “Satan Prayer” e il vibrante strumentale di stampo progressive in chiusura, con sorprendente saggio di spanish guitar, curiosamente battezzato “Genesis”…

“Infestissuman” (2013)

Il clamore suscitato dal primo “opus magnum” e dagli sconvolgenti concerti apre ai Ghost le porte dell’Universal, così volano a Nashville per registrare la seconda raccolta di salmi infernali, “Infestissuman”, poi masterizzata a New York, sotto la guida di un produttore di fama del nuovo rock U.S.A., Nick Rasculinecz (ad esempio con i Foo Fighters dell’amico Grohl).
La copertina è invece affidata all’artista polacco Zbigniew M. Bielak, detto Necropolitus Cracovienses, destinato a costituire un duraturo sodalizio con gli elusivi musicisti svedesi. Le illustrazioni realizzate per il libretto interno sono di qualità scioccante: ispirate all’avvento del “Grande Tentatore”, ritraggono lascive figure femminili e creature demoniache. “Infestissuman” è un’opera ambiziosa, ma l’America è inizialmente ostile, tant’é che devono scovare ad Hollywood i tenori disposti ad intonare i canti profani dell’album, perché in Tennessee nessuno è disposto a prestarsi. Il risultato è molto spesso stupefacente ed i vertici dell’album risultano davvero magici nel trascendere le barriere che confinerebbero i Ghost fra gli stereotipi “metal”. A partire dalla potente corale post-gregoriana dell’intro “Infestissumam”, cantata in latino a sua volta farraginoso, proseguendo attraverso gli immani scenari di “Year Zero” – l’Apocalisse secondo Papa Emeritus II, che chiama a raccolta un’ abominevole sfilza di demoni biblici – concludendo nell’erotismo occulto di “Monstrance Clock” insinuato dal serpeggiare del synth (peccato che il videoclip “tagli” il gran coro finale), il disco materializza nell’intricato crocevia di allegorie musicali, la teatralità dell’immagine dei Ghost. Si aprono strade buie, che portano lontano dalla vita verso mete sconosciute… Va detto che il singolo “Secular Haze”, nonostante il malioso andamento dell’organo ereditato da Ray Manzarek dei Doors, non è fra i più efficaci, e che alcuni brani non risultano all’altezza dei titoli prioritari. La stessa produzione sarebbe perfettibile, valorizzando solo in parte le corrosive facoltà dei Ghost. “Infestissuman” giunge al numero uno in Svezia, instaurando un dominio che sarà replicato dai successivi “Meliora” e “Prequelle”, oltre ad affacciarsi nei Top 30 americani.

“Meliora” (2015)

La formula vincente per il suono dei Ghost è pienamente focalizzata nel successivo “Meliora”, grazie a Klas Ahlund, dall’insospettabile passato di produttore pop, e al decisivo missaggio di un veterano di molteplici schermaglie rock, Andy Wallace. L’effetto è lampante dopo il sibilare delle tastiere che annunciano “Spirit”, sulle quali si ergono i bellicosi tamburi che Iron Maiden hanno adottato in modo similare per la title-track del nuovo “Senjutsu”; i riffs sono davvero crepitanti ed incalzano il canto ipnotico di Papa Emeritus (il Terzo naturalmente). Il brano è ispirato all’inarrivabile scrittore del soprannaturale Edgar Allan Poe; lo “spirito” è l’assenzio, un micidiale alcolico color verde smeraldo che influenzò gli artisti della Bohème (sorta di droga ante-litteram) e di cui abusarono Baudelaire, Van Gogh e Oscar Wilde.

Si narra che lo stesso Poe morì vittima del delirium tremens, causato da questo liquore…Anche i singoli, spiccatamente “Cirice” e “From The Pinnacle To The Pit”, sono assai riusciti. Il primo, vincitore di un Grammy come l’intero album nella categoria hard rock/metal, è un perfetto esempio di doom non limitato alla pura, martellante cadenza ultra-heavy e al riff schiacciasassi, ma con immaginifiche aperture di tastiere e chitarra che estendono ad ampio respiro la dimensione del suono. “Pinnacle” è invece una magistrale combinazione passato remoto-prossimo fra il massiccio impeto ritmico degli Zeppelin ed il senso di perdizione insito nei cori degli Alice In Chains.
Di tutt’altra natura, “He Is”, che con lirismo decadente ed un’altisonante performance vocale, canta il sulfureo Avversario di Dio quale simbolo di insurrezione e disobbedienza, addirittura come “madre nutrice”. E se “Mommy Dust” riavvicina le tattiche del black metal – la voce venefica, la forza d’urto – ma non la cacofonia, il terzo singolo “Majesty” ed “Absolution” inseguono a ritroso certa tradizione hard e pomp-rock americana da non disperdere nel tempo, e con sonorità di austera potenza. Nel finale, “Deus In Absentia” sottolinea la principale tematica dell’album e si chiude con un coro in stile messa da requiem che fa rabbrividire…Stavolta l’America è conquistata, “Meliora” sale all’ottavo posto nella classifica di Billboard e Forge, forse per rendersi più presentabile con un tocco di umorismo macabro, sveste i panni papali ed indossa quelli di un giovanile, diabolico gigolò.

“Prequelle” (2018)

Ghost 2019 (Foto: Mikael Erikkson)

Sull’onda del successo, i Ghost realizzano alla fine del 2017 il doppio LP dal vivo “Ceremony And Devotion”: un Best Of in concerto come da tradizione “classica”, ma dopo soli tre album ed una manciata di singoli/EP.
L’attesa per il nuovo lavoro di studio dura circa sei mesi, che non trascorrono invano; se “Meliora” era già un capolavoro nel suo genere, “Prequelle” è a mio avviso il miglior album in assoluto creato da una formazione apparsa nel Terzo Millennio, elevando Tobias Forge ad autentico, geniale miniaturista dell’inventiva crepuscolare.
Anch’egli ha fatto i conti con le insidie della notorietà, subendo l’ammutinamento dei suoi musicisti che esigevano maggiori riconoscimenti; la conseguente causa legale l’ha costretto a rivelare la sua identità, ma il tribunale gli ha dato ragione. L’”eminenza nera” del progetto è lui e sostituendo i fattori (dietro le maschere dei Nameless Ghouls) il prodotto non cambia, anzi, è ancora superiore. Lo spettacolo va avanti, e stavolta il trasformista Forge indossa il costume sardonico di Cardinal Copia. Il produttore è l’inglese Tom Dalgety, che già aveva affiancato i Ghost nell’EP “Popestar”, mentre il missaggio resta affidato a Wallace. L’artwork di copertina, più strabiliante e mostruoso che mai, è sempre opera di Zbigniew Bielak, anche in versione tridimensionale su CD (e LP in edizione limitata).
Il prologo “Ashes”, recita spiritistica della figlia di Tobias, Minou, introduce una sequenza ininterrotta di superbi brani, a partire dal primo singolo “Rats”, letteralmente esplosivo per la force de frappe della sezione ritmica ed il riff di chitarra che emula George Lynch (Dokken) d’epoca aurea. “Faith” è un altro episodio a tinte accese e di pregevole esecuzione, a sua volta destinato a singolo, ma i registri musicali cambiano sostanzialmente con “See The Light”, dischiusa da un organo liturgico e ricca di momenti epici ed evocativi, di esclusiva sensibilità melodica; come se non bastasse, l’innesto del sintetizzatore di estrazione progressiva è spettacolare. Argomenti come la luce-guida ed in seguito, la morte e la vita eterna, sono esposti in chiave “antagonista” e dissacratoria, com’è tipico della vena lirica di Forge, ma al di là delle controversie contenutistiche, pulsa un poderoso sfondo di pura fantasia. “Miasma” chiude la prima facciata con un pirotecnico strumentale: dà sfogo alle virtù dei musicisti, che si alternano mirabilmente nel condurre le danze; impressionano i colpi deflagranti della batteria, il volume a picco delle aperture di tastiere e non ultimo, il sax del nuovo venuto Papa Nihil, che ricorda l’energia pura di Dave Jackson, degli eroi prog Van Der Graaf!

La seconda facciata ripropone l’assalto heavy con l’ulteriore singolo, “Dance Macabre”, che sfoggia un video vampiresco ambientato (dove sennò?) in Transilvania, ma la sua aggressività si estingue al cospetto di “Pro Memoria”, certamente un’acme dell’arte dei Ghost. Pièce gotica di rara bellezza, è scandita dal piano ed ammantata dal raffinato arrangiamento orchestrale. Il refrain “Don’t You Forget About Dying…”, allude al monito della religione, che paventando un giudizio ultraterreno dopo la morte, fungerebbe da repressione innaturale delle emozioni. L’assolo di chitarra sul destreggiarsi dei violini è vendicativo e lo zenith si raggiunge nel finale, con un coro dall’enfasi morriconiana!
“Witch Image” ribadisce le qualità heavy ma melodiche del gruppo, lo si può ben definire pomp-rock dell’oscurità…Poi “Helvetesfonster” (vedova dell’inferno…) è un altro sontuoso strumentale prog, con pianoforte, mellotron e synth in evidenza; infine è la chitarra acustica di Mikael Akerfeldt degli Opeth a suggellarlo. Il vero e proprio gran finale si risolve in “Life Eternal”, una mistica, cupa ballata dall’impressionante crescendo, dove Forge ancora si avvale di una corale clamorosa. Se “Prequelle” si congeda con l’interrogativo “If You Had Life Eternal?…”, non c’è alcun dubbio sul valore dell’album, che irrompe al n. 3 della classifica di Billboard, a conferma di una costante ascesa. Può non bastare ai tanti detrattori, ma attenzione anche alle bonus di “Prequelle”; oltre ad “It’s A Sin”, c’è “Avalanche” di Leonard Cohen, non proprio banale né oggetto da fonderia metallica…

Prequelle “Exalted” Box Set

2021, il ritorno del Fantasma

Ancora non v’è certezza sul successore del quarto album, e Mr. Forge fa bene a pensarci su, perché sarà arduo continuare l’escalation fin qui riuscita o semplicemente riproporsi a certi livelli. E’ già in programma un tour negli Stati Uniti di 26 date che partirà a fine gennaio 2022, si può ipotizzare che allora si svelerà l’arcano. Già nel marzo 2020 a Città del Messico, a conclusione della tournée dell’epoca, era apparso il nuovo personaggio interpretato dal front-man, Papa Emeritus IV, una sorta di ritorno al passato, con abbigliamento più vistoso e barocco.
In settembre, alla celebrazione del 30° Anniversario dell’epocale Black Album dei Metallica, ha fatto seguito anche un imponente tributo, “The Metallica Blacklist” (4CD/7 LP) dove più di cinquanta artisti hanno reso omaggio a quella pietra angolare del ’91, riproponendo i suoi 12 brani, con il lodevole fine benefico della totalità dei ricavi.
C’è molta extravaganza in questo box set, celebrità di ben differente generazione e spessore, da Elton John a Miley Cyrus, ma anche una quantità di nomi che non smaniamo dalla voglia di approfondire.
Fortunatamente nel marasma ci sono anche i Ghost, che confermano il loro esprit sovversivo nel far proprie le gemme altrui. “Enter Sandman” dei Metallica, dopo il magnetico arpeggio iniziale, sfocia in un riff mastodontico, fra i più riconoscibili non solo nel metal ma nell’intero panorama rock. Il preludio pianistico dei Ghost paradossalmente lo ignora, e solo in seguito lo recupera, ma senza sfidare l’inarrivabile durezza espressiva dell’originale. L’arrangiamento del pianoforte e del sintetizzatore è invece avventuroso e creativo, la voce ancora ipnotica e suadente, la chitarra solista fa la sua parte con veemenza e per l’ennesima volta i Ghost colpiscono nel segno della personalità.
Pochi giorni fa è invece apparso online il primo inedito del gruppo svedese da oltre un anno, dopo il singolo del settembre 2019, “Kiss The Go-Goat”/”Mary On A Cross”. Si tratta di “Hunter’s Moon”, brano che risuonerà sui titoli di coda dell’imminente film “Halloween Kills”, diretto dal regista David Gordon Green. Il singolo uscirà in edizione limitata a 45 giri su etichetta Lorna Vista solo in gennaio, pochi giorni prima dell’inizio del tour americano.
Introdotto da una melodia spettrale, adeguato commento musicale del video, è sempre trascinante ed in linea con i brani più accessibili dei Ghost; le armonie vocali risuonano come se gli Styx si avventurassero in territori prettamente heavy, ed il suono lancinante della chitarra ne sottolinea l’ambientazione thriller.
“Hunter’s Moon” centra il bersaglio con la sua immediatezza di spiccata qualità. Per sbalordirci ancora, i Ghost dovranno inevitabilmente andar oltre ed inventarsi qualcosa di nuovamente eccentrico nel loro folklore dell’occulto.

24 Commenti

  • Giuseppe ha detto:

    grande Beppe, davvero bellissima e completa retrospettiva, degna dei “vecchi tempi”! personalmente ho dato una chance ai Ghost proprio dopo la tua similitudine sul blog tra il riff di Rats e quelli di George Lynch e ho così scoperto in Prequelle un vero capolavoro, secondo me una spanna sopra gli altri pur apprezzabili album degli svedesi … anche la cover di Enter Sandman è un vero gioiellino ed un esempio di come si reinterpreta un brano celebre. concordo con te sulla difficoltà che troveranno Forge e company a ripetersi su tali livelli, staremo ad ascoltare con la curiosità di sempre … intanto grazie Beppe per questa ennesima “scoperta”!

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Giuseppe, ovviamente i Ghost non li “scopro” io con questo articolo, ma spero di contribuire, con dettagli e considerazioni autonome, a diffondere le “magie” di un gruppo che non deve esser giudicato solo dall’apparenza. Non sarà facile per Forge e compagni riproporsi a questi livelli, ma intanto certi valori li hanno già espressi, a differenza di altri, più prevedibili. A risentirci, ciao.

  • Lorenzo ha detto:

    Ciao Beppe, corretto dare spazio anche a realtà contemporanee di grande successo.
    Per di più risolutamente metal, che fanno in modo di mantenere il genere “giovane” e con un orizzonte temporale ampio, dal momento che ci lamentiamo sempre che mancano le band all’altezza delle corazzate storiche; che peraltro è in gran parte vero.
    Onestamente i GHOST li conosco poco e niente, quindi non sono nemmeno tanto qualificato a commentare e ad esprimere opinioni nel merito; quello che ho ascoltato (poco), francamente non mi ha colpito tantissimo, ed è il motivo per cui non ho approfondito tarmite l’acquisto dei dischi.
    Sarò lieto di ricredermi, anche perchè questa band effettivamente ha un seguito anche tra i colleghi, spesso importanti, e sta facendo proseliti anche presso band che si ispirano abbastanza platealmente ai GHOST (es. i Batushka, polacchi).

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Lorenzo, capisco le tue considerazioni, ma il mio consiglio è fin troppo esplicito nella lettura dell’articolo. Se non ti avessi convinto lì, allora non ho più armi a disposizione. D’altra parte ognuno segue gusti ed inclinazioni personali, non valgono dictat! Grazie

  • LucaTex ha detto:

    Confesso di essere sempre sto affascinato dal loro approccio musicale plumbeo e misterioso. Sono riuscito a vederli live e mi hanno convinto anche in quella sede. Splendido e monumentale articolo! Grazie Beppe! 😉 L.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Luca Tex, grazie delle tue considerazioni e di avermi ospitato con il tuo collega Stefano nel vostro programma radiofonico “Rock Of Ages”, dove ho avuto un riscontro molto interessante da parte degli ascoltatori. E’ stato un piacere.

  • Joseph Piscopo ha detto:

    Ciao Beppe! Innanzitutto mi fa piacere aver trovato casualmente questo blog, ed ancora piu piacere mi fa poter leggere i tuoi interventi, da sempre puntuali e mai scontati.
    Che dire, riguardo ai Ghost con me sfondi una porta aperta.
    Mi sono innamorato di loro da subito, con il loro primo album ho sentito emozioni e sensazioni che dopo anni di ascolti pensavo di non poter provare più.
    Uno “starci dentro” così intenso nella loro musica da riuscire a trasmetterlo in un modo quasi mistico.
    Da li in poi un percorso artistico in perenne ascesa, e sono convinto che ne sentiremo ancora delle belle.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Joseph, c’è senz’altro nella musica dei Ghost qualcosa di mistico che riesce ad avviluppare l’ascoltatore con “mente aperta”. La speranza di sentirne ancora delle belle é forte, contrariamente a proposte scontate o semplicemente impresentabili di cui é pieno il mondo. Anche per me i Ghost hanno rappresentato la prospettiva che qualcosa di interessante si possa ancora scovare, andando avanti. Grazie e possibilmente, seguici.

  • Stefano Grazio ha detto:

    Ciao Beppe, bellissimo articolo!
    Condivido il tuo punto di vista sui Ghost, probabilmente sono la band attuale che apprezzo di più e mi dispiace solo di averli scoperti un po’ tardi, ai tempi di Meliora, tanto che non sono neppure andato a vederli quando sono passati dalle mie parti (Pordenone).
    Lo ammetto, ero prevenuto, mi sembravano una gran bolla, tutta scena e poco arrosto.
    Cominciando ad ascoltarli, invece, mi hanno rapito l’anima e se la tengono ancora ben stretta.
    E’ sicuramente opera del Signore Oscuro… 😉

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Stefano, non ti preoccupare che sei in buona compagnia. Commenti come il tuo dimostrano che quando c’è spessore musicale, il look che può attrarre ma anche infastidire, alla fine viene accantonato, e conta la sostanza. Grazie di aver apprezzato.

  • Roberto Torasso ha detto:

    Ciao Beppe, purtroppo anche io sono uno di quelli che non riesco ad appassionarsi come scrivi tu alle nuove tendenze e scenari attuali della musica Rock..
    Questo dipende soprattutto, e lo dico da moltissimo tempo a questa parte, alla mancanza di personalità della grandissima parte se non totale dei gruppi musicali odierni..
    Ma forse di più, latita la presenza di personaggi riconoscibili che spicchino anche al di là della proposta musicale perché è anche vero che tante icone della musica rock restavano tali per il carisma che emanavano anche a discapito di una fase calante della qualità della loro musica..
    Per questo non ho mai approcciato questi Ghost anche avendone sentito parlare..
    Ma il tuo giudizio è sempre stato obbiettivo e quasi sempre in sintonia con i miei gusti, e l’entusiasmo contagioso che elargivi nei tempi che furono nei tuoi scritti lo ritrovo ancora attuale in questo blog… Come posso non fidarmi e dargli una chance?…

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Roberto, premesso che le tue riserve sono tipiche di ogni appassionato di “vecchia data” e non c’è da giustificarsi, l’appunto sulle icone carismatiche del rock è più che fondato. Nel caso dei Ghost, come ampiamente scritto, ti consiglierei di dar loro una chance, perché molti ascoltatori navigati ed anche ben noti (non posso far nomi, per riservatezza) ne sono rimasti colpiti. E non per “Sympathy For The Devil”…(a proposito, Tobias ne ha eseguito una versione con gli Hellacopters sulla tv svedese, credo, la trovi su YouTube). Grazie!

  • Alessandro Ariatti ha detto:

    Ho sempre seguito i Ghost, fin dal primo omonimo album. L’influenza più evidente, a mio parere, sono i Blue Oyster Cult, ma sono comunque riusciti a creare un suono proprio che ingloba mille sfaccettature. Il mio disco preferito resta Infistessuman, seguito a ruota dal succitato esordio; poi Prequelle e Meliora. Ho grandi aspettative per il nuovo album, spero di non restare deluso. Ciao Beppe.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Alessandro, le classifiche di preferenza sugli album sono soggettive, la qualità complessiva di un gruppo è certa ed anche le differenze d’opinione a riguardo ne danno la misura. Se non e’ un caso di omonimia, sei lo stesso AA che ha scritto su varie riviste rock della nostra penisola, quindi lo sai bene. Molti attendono al varco del prossimo album i Ghost. Come detto, anch’io aspetto con grande interesse. Grazie della partecipazione.

      • Alessandro Ariatti ha detto:

        Si, Beppe, sono io. Ho iniziato a MS poco dopo che te ne andasti e poi ho continuato sui vari Psycho, Classix, Rock Hard ecc. Oggi sto su metal.it. Ma senza il signor Beppe Riva non mi sarebbe sicuramente saltato in mente di scrivere di musica, pur essendo un avido appassionato. Non è una risposta autoreferenziale ovviamente, ma siccome l’hai detto tu…trovi anche tu che i BOC siano le principali muse ispiratrici dei Ghost? Grazie Beppe.

        • Beppe Riva ha detto:

          Alessandro, sai che cerco di rispondere equamente ad appassionati e ad eventuali “addetti ai lavori”, ma se partecipano questi ultimi non ho motivo per tacerlo. Sei stato riservato ed è da apprezzare, ti ho “smascherato” io…Per quanto riguarda i BOC, credo senz’altro siano fra le influenze dei Ghost. Però trovo che un gruppo tanto valido come quello di Tobias Forge, riesca ad amalgamare molte influenze per maturare una personalità specifica e ben distinguibile. L’eventuale eredità dei BOC rende comunque onore ai Ghost, perché i newyorkesi restano fra le più intelligenti e versatili rock bands di sempre. Pensa che io ascolto con piacere anche “The Symbol Remains”. Ciao e grazie.

          • Alessandro Ariatti ha detto:

            Pure io ascolto The Symbol con molto piacere, Beppe. Essere versatili e coerenti sembrerebbe una contraddizione in termini, ma è un’equazione che non vale per i BOC, a mio avviso da annoverare nella cerchia dei più grandi. Anche i Ghost hanno dimostrato di saper mettere i piedi in più scarpe, pur restando sempre riconoscibili. Grande merito di Lee Dorian per averli scoperti e lanciati.

  • Paolo Migliardo ha detto:

    Ciao Beppe..
    Ma quanto è bello leggere le tue recensioni fatte su gruppi attuali?
    Quanto ci mancano i tuoi commenti su una rivista mensile..i tuoi,quelli di Giancarlo,Tiziano,Klaus(R.i.p),Paolino?
    La stessa enfasi e carica descrittiva che trovai nei primi giudizi su Fifth Angel,Sacred Blade,Malice e 1000 altri gruppi che ci feci scoprire pervade sempre i tuoi scritti..
    Grazie Beppe.
    Che la forza del rock sia con noi..

    • Beppe Riva ha detto:

      Paolo ti ringrazio sentitamente. Una prova che volevamo superare allestendo questo Blog, era riuscire ad appassionare ancora i lettori come una volta…Mi sembra di poter dire che ce l’abbiamo fatta, anche se ci sono personaggi a cui questo ritorno non fa propriamente piacere. Ma si sa, nel mondo dei social ormai succede di tutto. Ciao, e speriamo davvero che la forza del rock ci assista.

  • giorgio ha detto:

    Ciao Beppe ignorantemente non conosco i Ghost. Forse qualche annetto fa’ (un po’ tanti fa’) sarei corso a comprarli affascinato dal look mellifluamente luciferino. Certe foto mi ricordano un po’ i primissimi Death SS. Articolo, che come sempre fa venire voglia di ascoltare cio’ che illustri. Mi soffermo sul film che tu citi all’ inizio , a me ha ricordato, in chiave moderna “la mschera della morte rossa” di Roger Corman, tratto da una storia di E.A.Poe.
    Un abbraccio Giorgio

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Giorgo, non è certo questione di “ignorare”; ricordo alcuni tuoi commenti significativi, il fatto è che appartenendo alla old school si fatica ad appassionarsi a gruppi nuovi e questo vale per tanti, coinvolge anche me. In certi casi, forse pochi, si rischia però di perdere qualcosa di importante, ed a mio avviso i Ghost lo sono sicuramente. Scrivere per trasmettere la voglia di ascoltare è sempre stato un mio obiettivo. Bella la citazione de “La maschera della morte rossa” di Corman. Ho visto il film negli anni 70, purtroppo il ricordo è un po’ sfuocato ma allora ero entusiasta. Un abbraccio a te

  • Paolo ha detto:

    Aspettavo con trepidazione un tuo articolo sui Ghost, semplicemente la mia band preferita degli anni 2000 (si può dire?) . Grazie Beppe, ineccepibile come sempre. Un’abbraccio da Genova!

    • Beppe Riva ha detto:

      Grazie Paolo, sono perfettamente d’accordo con te. Ho appena ricevuto un messaggio da un giornalista di notevole pedigree (non faccio il nome per correttezza) che la pensa come noi.
      Un caro saluto a te. Leggi perché mi sono impegnato…!

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