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Hard & Heavy

Il volo dello Zeppelin

Dove si tratta di musica, di casualità  e fato, di vendette e fortune immense, di mercato da proteggere e dei modi discutibili con cui venne impostato…e, già … di un gruppo immortale e dei suoi pregi e difetti.

I Led Zeppelin hanno rotto i coglioni. A tutti. Li hanno rotti a chi non li ha mai visti né sentiti, solo perché ogni volta che qualcuno gli ha nominato un gruppo rock a caso, il loro nome era tra i primi due o tre…e quasi sempre il primo citato. Li hanno rotti a chi li ha vissuti e amati perché oramai sono 41 anni che non pubblicano, né potrebbero, più un disco di nuovo materiale e perché sono defunti alla morte del loro batterista, il 25 settembre del 1980 : immediatamente sciolti, non come hanno fatto mille altri che hanno continuato a sopravvivere, progressivamente decimati nell’orgoglio e nella fantasia.
Li hanno rotti praticamente a tutti i “critici rock”, categoria buffa, impalpabile, mutante, che trova il senso della propria esistenza nel creare nuovi miti e mai crogiolarsi nei medesimi, come se tutti partecipassero a una gara alla scoperta di una nuova, seppur vecchia, sensazione…figuriamoci se l’attaccarsi a vecchietti che già  odiavano fin dal secondo disco perché “troppo popolari, troppo diffusi, troppo legati a matrici derubate a anziani bluesmen neri” e tutto questo, soprattutto, motu proprio…senza le loro brillanti indicazioni… li hanno massacrati ai rivenditori di dischi e cd, sempre che ve ne siano ancora in giro, perché pur sapendo che gli Zeppelin hanno pubblicato solo dieci dischi nel corso della carriera ufficiale, hanno perso il conto delle ristampe, cofanetti, live restaurati e recuperati, edizioni del ventennale, trentennale, quarantennale, oltre alle migliaia di bootlegs : non ci si raccapezzano più. Li hanno spappolati, infine, ai musicisti, stufi di ritrovarsi a pescare in mezzo ai loro riff, devastati dall’ascolto dei medesimi album, incapaci e impotenti nel crearne uno che non assomigli a qualcosa di già  fatto da loro, angosciati dalla similitudine di qualsiasi loro mossa su un palco rispetto a tutto quanto inscenato da Page e Plant più di mezzo secolo fa.
Straziante pensare infine che a 51 anni dall’uscita del primo album esista ancora chi abbia non solo il coraggio di metterli sulla copertina di un giornale, ma di scriverne le gesta mettendo su una lunga riflessione di parecchie pagine. Sì : i Led Zeppelin hanno strarotto le palle a tutti.

Ancor di più quando, pochi anni or sono, abbiamo appreso la notizia ferale che Jimmy Page stesse curando una riedizione dell’intero catalogo arricchendolo di inediti e live storici, il tutto per essere messo in vendita a prezzi da usura. Era il caso dunque di accendere un piccolo mutuo per acquistare la terza, la quarta versione dei medesimi dischi ? CERTAMENTE SI .

Per poche, incontestabili, lampanti motivazioni : perché i Led Zeppelin sono stati la più grande band di rock and roll di sempre. La più completa, articolata, intelligente, creativa, varia, coraggiosa, la più preparata, furba, organizzata, la più incontenibile, ormonale, grondante sesso, distruttiva e autodistruttiva, la più chiacchierata e progressiva. Il gruppo che ha suonato rock a pieni polmoni, che ha reso acuminata e dilatato la potenza del blues, che lo ha amplificato distribuendolo alle masse e piantando i semi dell’hard rock a venire per imbracciare – solo un attimo dopo – la chitarra acustica e gettarsi nel folk e nel country come se oramai avessero già detto tutto e toccasse agli altri provare di aver compreso la strada e percorrerla; il gruppo che ha mescolato funk ed il reggae prima che venissero scoperti dalla massa e fatto a pezzi il corpo del semplice rock and roll, ricomponendolo a proprio modo dando vita alla più fantastica creatura che abbia respirato tra il 1968 ed il 1980.

Perché non basta avere una presenza scenica copiata da milioni di “vorrei essere”. Perché per essere i più grandi di tutti non basta saper cantare magari inventando un nuovo modo di farlo, non basta essere un grandissimo chitarrista ed un sottile esperto delle tecnologie di studio, non basta essere un grande arrangiatore ed un luminoso esecutore, uno stimabile interprete, non ti basta essere il miglior batterista rock di sempre : bisogna saper scrivere Grandi Canzoni, brani senza tempo, creature che vivranno anche nei prossimi cinquanta, cent’anni, da inserire in un supporto da spedire dentro a una navicella in viaggio nelle galassie per far capire agli alieni che genere di rock and roll siamo stati capaci di sviluppare noi umani. Perché la Storia, quella con la S maiuscola, non la fanno tutti questi elementi messi insieme : la Storia la fanno le canzoni… e quelle dei Led Zeppelin sono migliori di qualsiasi altro prodotto analogo possiate trovare in qualsiasi altro disco noto. Ovunque, di chiunque.

Molti hanno scritto alcuni grandi brani. Molti hanno lasciato tracce indelebili producendo un paio di album meravigliosi; pochissimi hanno però lasciato una cicatrice indelebile sul corpo del rock, non sbagliando uno solo dei nove dischi originali pubblicati…facendo finta che Coda sia poco più di un piacevole sipario. Piaccia o non piaccia è molto più facile indicare un paio di brani zoppicanti nell’intera carriera degli Zep, invece di elencare tutti quelli che hanno fatto la fortuna e l’ispirazione di generazioni di rocchettari…e qui prendiamo un attimo fiato.

Gli Zeppelin hanno avuto una gestazione, tutto sommato, neppure facile, ma sopra ogni cosa non hanno avuto quasi mai e fin dall’inizio, la critica dalla propria parte. Pare impossibile ma le cose sono andate proprio così, con dozzine di critici che sono stati obbligati a cambiare opinione a furor di popolo…gli inglesi, alla fine dei sessanta, erano ancora sotto l’influenza della loro “vera” vena di blues bianco e guardavano con sospetto ad ogni tentativo di modificare la sequenza delle dodici battute canoniche. Anche in Italia, Enzo Caffarelli, su 2001, con recensioncine rilette oggi veramente banali, bocciava gli Zeppelin ma parlava bene dei Savoy Brown, Fleetwood Mac e Chicken Shack. Lungimirante il ragazzo. Le scuole di blues inglese, quelle da cui, sostanzialmente, tutto si è originato, e ramificato…Mayall, Korner, Bond… si facevano notare più per la ricerca di nuovi solisti della chitarra che per altro; la linea era tracciata e quella doveva essere seguita, con poche leggerissssime deviazioni. E già questo era considerato sovversivo. Gli Zeppelin, così come pochi altri, rafforzavano in primo luogo la presenza incombente della batteria. Sì, d’accordo…Page e Plant…ma in principio era John Henry Bonham quello che aveva reso il blues del gruppo anomalo rispetto a qualsiasi scuola.
Prima di loro c’erano stati altri batteristi fuori dalle righe : Keith Moon e Ginger Baker su tutti, ma gli Who parevano più orientati al rock and roll, pur avendo una matrice blues, ed i Cream…beh, anche se a nessuno dei tre è mai andata giù, a loro doveva essere ricondotta, nel bene e nel male, la genesi dell’hard rock. Forse involontariamente la “crema” del rock blues aveva soffiato nella gola del blues e del pop bianco così forte da spingerlo verso l’heavy rock…le droghe fecero poi il resto… “Se la colpa della nascita dell’heavy metal fosse da attribuire ai Cream, sarebbe stato meglio avessimo abortito!” (Baker)…”Noi abbiamo dato vita a una valanga di cui non mi sento responsabile. La gente dice che abbiamo dato vita ll’heavy metal, che è praticamente una accusa!” (Clapton)…”I Cream heavy metal ? No, la responsabilità datela pure ai Led Zeppelin!” (Bruce).

Con queste premesse e queste indicazioni, la fragile stampa inglese, debole con i forti e pesante con i deboli, barcollava sulla volontà di appoggiare un nascente nuovo gruppo heavy blues , pur preferendo di tenersi per altri i giudizi accondiscendenti.
In America le cose andavano anche in modo peggiore. Volendo non è difficile andarsi a trovare nei meandri di Google le prime recensioni dei Led Zep, ma ci teniamo a sottolineare in particolare le parole della stella cometa dei giornalisti privi di coraggio, quello cui costoro hanno sempre rispettato per essere riuscito, spesso a casaccio, a dire quello che voleva anche senza pensarci su, senza riflettere; il soggetto cui era permesso – perché scriveva bene ma non sapeva spesso quello che diceva, temo – dire ciò che pensava semplicemente perché lavorava in un paese dove l’opinione restava tale, qualunque essa fosse. Già, perché se Lester Bangs fosse nato a Milano o a Napoli ed avesse scritto quello che ha scritto, non solo nessuno avrebbe pensato si trattasse di un genio, ma le case discografiche gli avrebbero fatto terra bruciata attorno e i giornali, che non si sarebbero potuti permettere di appoggiare quello che sosteneva, l’avrebbero mandato a sciare già in fase di correzione di bozze. Per convenienza e per necessità. Ma anche per un senso di piaggeria ed esaltazione tutto peninsulare : qua, l’abbiamo già detto, tutto deve essere bello ed il rancio ottimo e abbondante.

Cosa diceva Bangs ? Beh, per afferrare fino in fondo il suo odio per gli Zeppelin, prendiamo la sequenza critica del più importante mensile statunitense rispetto alle prime tre uscite del gruppo. John Mendelsohn (un altro che avrebbe potuto fare molte cose nella vita tranne scrivere) su Rolling Stone straziava così l’esordio degli Zep : “Jimmy Page è un ottimo chitarrista ed un esploratore delle capacità elettroniche del suo strumento, però anche un produttore limitato e un compositore di brani deboli e privi di immaginazione”…oppure ancora : “la voce di Plant è forzata e poco convincente, lui che è uno effeminato come Rod Stewart ma meno eccitante”… non fatichiamo a immaginare oggi il Mendelsohn uscire di casa truccato come i genitori di Virgil Starkwell nel film di Woody Allen, dalla vergogna. Ma negli Stati Uniti c’è sempre una seconda chance, per cui il secondo album che gli viene misteriosamente (o forse no) affidato nel giudizio recupera, con la pistola alla tempia immagino, le malefatte sull’esordio che si era distinto per essere un capolavoro di sarcasmo, di odio istintivo, di giudizio massacrante che gli vale ancora oggi la necessità di un travestimento per vivere tranquillamente oltre i confini col Messico ; una prova, se mai ce ne fosse stato il bisogno, che scrivere di un disco vale spesso poco meno della carta su cui è stampato.

Per il terzo album Rolling Stone decide di continuare la crociata anti-Zeppelin, affidando a Bangs la critica; il gruppo è già immenso in tutto il mondo, il più pagato in Europa e richiesto in America ma il geniale Lester decide di distinguersi… “La loro musica è effimera come un fumetto della Marvel, brillante come un vecchio cartone animato, non mette alla prova l’intelligenza o la sensibilità di nessuno, facendo invece affidamento su un banale impatto viscerale che assicurerà loro la fama assoluta per molte lune a venire. I loro dischi raffinano i rozzi mezzi pubblici di una noiosa blues band bianca in qualcosa di fantastico nella sua insensibile rozzezza, un po’ come un epico Cecil DeMille.”

Per non lasciare dubbi, Bangs si lamentava anche della “consistente anonimità della maggioranza delle canzoni”…e questo a dispetto di un successo che, al terzo album, era oramai incontestabile e incontenibile…alla faccia della difesa della propria patria canora. No, gli americani quando decidono di difendere i patrii confini sono insuperabili. Almeno a parole. Una considerazione che, letta al contrario, dovrebbe farci es-tre-ma-men-te riflettere sul loro modo di giudicare e proporre all’esterno i propri fenomeni artistici. Non diteci poi che non ve lo avevamo fatto notare.

Ecco, giusto per divagare un momento, noi siamo disponibili a comprendere tutto : che a Bangs piacesse solo e principalmente Lou Reed ed in secondo luogo il punk, che fosse un intelligente provocatore con una grande dimestichezza della lingua, che difendesse, consciamente o meno, l’economia musicale statunitense già ampiamente invasa dagli inglesi solo pochi anni prima con i Beatles…ma che quest’uomo non ne indovinasse una…che potesse definire, indistintamente, Zappa come “uno spregevole miserabile che gli idioti chiamano ‘compositore’ invece di un copione che cammina su materia umana in decomposizione”, che etichettasse Springsteen come “un catarro borbottante i suoi stornelli con la bocca impedita, come una specie di Robbie Robertson pieno di barbiturici o di un Dylan che si vomita sulla nuca”, che dei Black Sabbath scrivesse che “L’intero album è roba da poco, alla faccia dei titoli confusi del disco e alcuni testi insensati che suonano un po’ come i Vanilla Fudge che pagano uno zoppicante tributo ad Aleister Crowley; anche se il disco non ha nulla a che fare con lo spiritualismo, l’occulto o altro eccetto la rigida ripetizione dei cliché dei Cream che paiono come imparati da un libro e masticati a lungo con tenace persistenza…i Sabbath hanno discordanti scale di basso e chitarra mai in sincrono ( !nda), come i Cream, però peggio”… e che Bowie “avesse scritto i peggiori testi mai letti nel rock”…
Bangs poteva anche dire che i Cream “sono bravissimi a fare un sacco di cose, sfortunatamente comporre e registrare non sono tra quelle”…Bangs poteva scrivere del disco d’esordio degli It’s a Beautiful Day… “Ho faticato a restare seduto davanti a questo pezzo di merda”… Bangs poteva descrivere il disco solo di David Crosby così: “Il capolavoro indiscusso del disco è la fantastica chiacchierata solitaria di otto minuti di Cowboy Movie. Musicalmente non è niente di più di un nastro ripetuto, un loop, ma contiene una grande storia che non rivelerò perché so quanto divertimento proverà ognuno ad ascoltarla per la duecentesima volta cercando di capirla”… Bangs poteva dire dei Rolling Stones che…”Exile on Main Street è uscito solo tre mesi fa e mi sono fatto praticamente venire un’ulcera e le emorroidi solo tentando di farmelo piacere. Finalmente ho lasciato perdere, scritto una recensione che è stata una critica assoluta ed ho tentato di dimenticare tutto”…di E.L. & P. “se Ravel e Mussorsky potessero sentire cosa hanno fatto della loro musica ELP, probabilmente starebbero a tirare conati di vomito a vuoto nel cesso…” oppure, parlando di One Man Dog…”Il mio malumore è riservato a Elton John, a James Taylor, a tutti i gloriosi ragazzi dell’Io-Rock. Lo chiamo Io-Rock, un nome che mi sono appena inventato, perché la maggior parte di esso è così implacabilmente, involutamente egocentrico che finirai con odiare quel poveraccio e ti verrà voglia di portare fuori quel povero bastardo, offrirgli da bere, poi dargli un calcio nel culo preferibilmente in cima a una vetta e tirarlo direttamente dentro l’oceano”…

Ecco, questo è il Lester Bangs amato dai nostri critici. Perché diceva, senza la più pallida cognizione di causa evidentemente, quello che loro non hanno avuto, avranno, il coraggio di scrivere. Opinioni forti che, restando tali, potremo anche accettare, ma se contemporaneamente si scrive che “Metal Machine Music di Lou Reed è il miglior album mai fatto nella storia dell’orecchio umano”… ossia stiamo parlando di quel concentrato di merda stampata per prendere per il culo il prossimo, quattro facciate di feedback che persino uno come me che non distingue una corda di chitarra dall’altra potrebbe riprodurre facendo di meglio…beh, tutto questo unito a centinaia di pareri sparati così, con la medesima naturalezza con cui ci si va a liberare dopo una mangiata robusta dietro a un cespuglio, dovremmo pensare maggiormente a un simpatico provocatore, un sapiente equilibrista della lingua più che a un genio della critica : genio , idiota o entrambi, dunque ? Molti sostengono che Bangs voleva che la gente pensasse e scegliesse da sola : perfetto, giustissimo. Perché allora esprimere opinioni definitive vomitando veleno e incompetenza, condizionando il lettore ? Rispondetevi da soli. A me il dubbio che Bangs non riuscisse a vedere molto al di là della tastiera obnubilato dal proprio ego, leggendolo, resta.

Ma eravamo qui per parlare degli Zeppelin, quelli nati dalla pancia di James Patrick Page, chitarrista negli Yardbirds, assiduo frequentatore di studi di registrazione, sessionman richiesto e apprezzato, uomo determinato e apparentemente senza troppi scrupoli e che nelle trenta ore approssimative in cui uno degli album d’esordio più importanti della nostra musica venne concepito, mostrò di avere idee chiarissime sul proprio e l’altrui futuro. In studio, al momento di dar vita al “suo” gruppo, Page aveva lavorato per molti, tra cui, a caso, Them, Kinks, Joe Cocker, The Who, Engelbert Humperdinck e tutto a fianco della crema dei produttori dell’epoca.
Sulle spalle portava come influenza pricipale Davy Graham, un chitarrista che, raro per i tempi, aveva dimostrato con un solo album che folk, jazz, barocco, blues e influenze orientali potevano essere mescolate nella medesima pentola; una lezione che gli Zeppelin mostrarono immediatamente di aver assimilato.
L’estate del 1966 – a cavallo tra la costituzione di quello che avrebbe potuto essere il più grande gruppo di sempre, l’ultima incarnazione degli Yardbirds, e la sua morte – aveva assistito alle famose session per puro divertimento con Keith Moon alla batteria, Nicky Hopkins al piano (un personaggio che la storia ritrova ovunque vi sia qualcosa di essenziale e nascente, un po’ come gli osservatori alieni di Fringe), John Paul Jones al basso e Page alla chitarra. Registrazioni di piacere che evidentemente nessuno deve aver registrato, altrimenti, in qualche modo, dovremmo già averle viste riemergere da qualche parte, ma importanti perché proprio durante le quali l’esplosivo Moon espresse il desiderio di voler formare un supergruppo sostenendo che quel gruppo avrebbe potuto volare in alto come un dirigibile, un lead balloon, appunto. La leggenda non riporta la presenza di John Entwistle ma viene tramandato che fu lui a commentare : “…già, un lead Zeppelin!”.
Tutti dimenticarono l’osservazione, tranne Jimmy che registrò accuratamente la battuta. Nel momento in cui “il più grande gruppo che non vide mai la luce” si disintegrava, ossia gli Yardbirds, con Page e Jeff Beck alle due soliste, un gruppo che magari, viste le personalità dei due avrebbe potuto anche durare poco più di una settimana, Page ingoiava il rospo e amaramente commentava la scelta di Beck di metter su una cosa propria : “Jeff è il primo nemico di se stesso”.

Fu così che Jimmy Page, ambizioso e determinato a portare avanti il proprio desiderio di fama e idee musicali, il Page compagno e amico di Jeff Beck, perfettamente al corrente degli sviluppi delle registrazioni del primo disco solista dell’ex compare, non esitò un secondo a registrare anche lui una versione di You Shook Me di Willie Dixon per il proprio esordio con gli Zep. Con il risultato che i due ex- bluesmen gemelli uscivano contemporaneamente con due dischi indirizzati al medesimo pubblico, musicalmente non dissimili, contenenti una importante cover in comune. Una cosa che devastò, apparentemente, l’umore di Beck : “Quando mi dissero che anche Jimmy aveva registrato una versione di You Shook Me, rimasi sconvolto!”. Lo sarebbe stato ancora di più se solo avesse potuto ascoltarla, come sicuramente Page aveva fatto con la sua. Il blues del primo disco degli Zeppelin è l’heavy metal del blues : massiccio e tosto, veloce e scattante come un aspide, tagliente come una lama, fresco come un gelato sotto il sole di agosto e grondante sesso come nessun altro avrebbe potuto fare in quel momento, ma sopra ogni cosa con una batteria presente come mai in precedenza. I brani nuovi erano tutti eccellenti e validissimi; le versioni di brani noti rese così rivisitate e stravolte da apparire inedite. Merito di una miscela misteriosa, di un colpo di fortuna…o di genio. O forse di una magia nera cui negli anni a seguire Page fu sempre più misteriosamente affiancato, grazie alla sua passione per Aleister Crowley, di cui finì pure per acquistare la casa.
Truth del Jeff Beck Group era un bel disco, ma povero se confrontato all’esplosivo Led Zeppelin. Semplicemente zoppo al confronto.
Da un lato dell’oceano un Jimi narrava delle sue vicende Voodoo, incarnandosi nell’Houngan, lo stregone, e da questa parte Jimmy balbettava i primi approcci magici appassionandosi a Crowley e magicamente decodificando la I’m Confused degli Yardbirds nella definitiva Dazed and Confused, un brano indimenticabile, pur senza accreditarla neppure in parte a Jake Holmes, autore dell’originale, sconosciuto artista che aveva aperto i concerti degli Yardbirds per qualche data.

La magia è compagna di viaggio sempre presente nelle vicende degli Zeppelin, fin dai primi momenti; un elemento cercato, ipotizzato o anche solamente supposto, ma presente, tangibile, inscindibile da tutta la storia. Perché solo con l’appoggio di una involontaria magia è possibile credere al fato nella composizione del gruppo. Perché quella che si rivelò la perfetta amalgama, ricetta ideale per una rock band, non fu frutto di una scrematura accurata ma la somma di rimbalzi e rifiuti e fallimenti alle richieste delle prime scelte di Page. Diamo un elenco secco : Stevie Winwood, Steve Marriott, Chris Farlowe, Terry Reid ipotizzati come cantanti.
Aynsley Dunbar (uno che ha fatto la storia di tutti i gruppi in cui ha militato ma che molti faticano a ricordare), BJ Wilson (Procol Harum ma che in quel periodo suonava con Cocker), Mitch Mitchell (scontento degli Experience) alla batteria. Jack Bruce, Ace Kefford (scartato da Beck per il suo Group) e persino Ronnie Wood, al basso.
Magia volle che Terry Reid (una sorta di Stu Sutcliffe del rock, seguendo la teoria delle porte scorrevoli), avendo appena firmato un contratto solista con Mickey Most, nel rifiutare cortesemente la proposta, indirizzò Page su di uno sconosciuto Robert Plant, un ragazzino “dalla voce spettacolare” che Reid aveva conosciuto in tour e che cantava in un gruppo ignoto : gli Hobbstweedle. Page era dubbioso : mai sentito nominare quel tipo. Avete comunque letto con attenzione i nomi ? La crema, o almeno parte di essa, della scena rock blues londinese. Questo genere di ricerca era possibile ai tempi perché la scena era un vero, tangibile, calderone ribollente di idee, tendenze, esperienze. Un confronto perenne. Gli stessi Experience di Hendrix erano nati e cresciuti, seppur indirizzati e gestiti rigidamente da Chas Chandler, con il desiderio di esperienza, di tentativo, di mescolanza e di istinto fraterno. “Tutto era in evoluzione in quegli anni – secondo Terry Reid – i gruppi si formavano o scioglievano, si riunivano di nuovo, come in un continuo atto sessuale, dove tutto volava in qualsiasi direzione. Era la musica che stava mutando, non l’industria.”.

E’ questa la perfetta fotografia di un ambiente mutevole, in perenne movimento, ma in assoluta armonia e concordia. Una San Francisco europea. Ma provate a pensare se anche uno solo di quei musicisti già affermati avesse detto di sì…un primo mistero.
In quel momento i Led Zeppelin non esistono ancora se non nella mente di Page; sono i New Yardbirds che decidono di mollare gli ormeggi fidandosi del più esperto chitarrista : è lunedì 19 agosto del 1969, il giorno prima del ventesimo compleanno di Plant ed in una specie di scantinato sotto un negozio di dischi a Chinatown, un solo brano viene eseguito e ripetuto più volte…The Train Kept-a-rolling un titolo premonitore che segna la firma del patto con il Diavolo.
“Fu indimenticabile – commentò Page – quattro individui con una energia collettiva come quinto elemento…un lampo…un fulmine…tutti rimanemmo eccitati!”. I Led Zeppelin erano nati. Anche se per i primi tempi Page, indeciso, preferì continuare a chiamarli New Yardbirds, almeno fino a quando con le 1782 sterline avute da Peter Grant, il manager che credette subito nei quattro, pagò le ore di studio di registrazione, le prove e il progetto di copertina, la famosa fotografia del disastro di Hindenburg, con lo Zeppelin incendiato ed in caduta.
Cambiare la storia della musica costò veramente una sciocchezza.

Con due versioni di notissimi brani di Willie Dixon e sette pezzi originali, il mai terminato volo d’esordio degli Zeppelin era in realtà un collage di citazioni raffinate e colte, abilmente nascoste nelle pieghe dei 45 minuti del disco. How many More Times conteneva il profumo della How Many More Years di Howlin Wolf, con citazioni esplicite di The Hunter di Booker T. e Steve Cropper ed una linea di basso che pareva strappata a Smokestack Lightning. Babe I’m Gonna Leave You veniva indicata come un tradizionale arrangiato da Page quando in realtà era un brano a firma di Anne Bredon, cui bastò una letterina d’avvocato con timbro per ottenere poi percentuali e crediti. L’affascinante Black Mountain Side pagava tributo diretto alla White Summer degli Yardbirds cui somigliava moltissimo e che a sua volta era un riadattamento della She Moved Through The Fair di Davy Graham anche se il vero pezzo di riferimento di Black Mountain Side è la Black Water Side di Bert Jansch, il quale la aveva riadattata da…comprensibile che in questo casino di crediti, qualcuno, anche nella speranza di risparmiare due lire sterline avesse deciso di non accreditare ad alcuno la titolarità di questo brano. Chi ci rimase più male fu Bert Jansch, spesso indicato da Page come influenza primaria.
A You Shook me venne data la giusta paternità, ma la concomitanza con la presenza del medesimo brano nel disco del Jeff Beck Group divenne motivo di attrito e litigio, come accennato. Page negò di avere mai saputo che Beck avesse incluso una sua versione del pezzo nel suo Truth; certamente il fatto che Peter Grant lavorasse per entrambi, che avesse passato un nastro del disco a Page, ma soprattutto che John Paul Jones avesse suonato l’Hammond nella versione del Group, fanno seriamente pensare che Page non potesse non sapere, come diremmo oggi.
Poco male. La versione del Group è poco più di due minuti e mezzo, di voce e tastiere con la solista di Beck – già immenso all’epoca, è bene dirlo – a duettare con il piano di Hopkins solo nei secondi finali. La You Shook Me degli Zep è è un cataclisma blues di sei minuti e mezzo, con la solista di Page a frustare la voce di Plant che a sua volta ulula anni luce avanti al compare Rod Stewart che aveva dato una versione, tutto sommato, canonica del classico cantato blues.
John Paul Jones impreziosisce la trama con il suo organo mentre Bonham si sforza di rendere quanto più duro possibile il tempo inventato da Dixon. Il paragone ridicolizza il pur potente Jeff Beck Group, ed è forse esattamente quello che voleva Jimmy Page.

Ma la questione più intricata e solo recentemente risolta, è la genesi di Dazed and Confused, il brano che qualificherà negli anni il punto focale delle esibizioni e che è indissolubilmente legata a Jimmy Page. Senza girarci troppo intorno, la versione originale del brano era stata composta da un cantante folk, Jake Holmes, uno che aveva persino pubblicato un disco proprio nel 1967 poco prima di fare da spalla agli Yardbirds al Village : The Above Ground Sound of Jake Holmes. Qua non c’è nessuna leggenda da riportare, nessun dubbio legale da insinuare, alcuna ipotesi di casualità nella sequenza del brano : Page si comprò il disco di Holmes per ascoltarsi approfonditamente l’originale acustico e farne una “sua” versione; ma la linea melodica, i testi, il pulsare della ritmica e del basso erano già tutti presenti nell’originale. Gli Zeppelin, ma più corretto dire Page, non accreditarono Holmes fino all’uscita di Little Games, disco rimasterizzato degli Yardbirds, nel 2003, con un perentorio : “di Jake Holmes arrangiato dagli Yardbirds”. Solo di recente, nel 2010, un accordo economico e la promessa di Jimmy di accreditare Holmes in tutte le future ristampe degli Zeppelin ha chiuso la vicenda. Che resta però ancora nebulosa. In primo luogo Holmes, pur rendendosi conto della situazione, non mosse un dito. “All’epoca non me ne preoccupai poi molto – ha affermato più volte – pensavo che cambiando i testi e modificando la struttura non ci fosse alcun plagio. In seguito ho provato a fare qualcosa ma non ho mai avuto la voglia di prendermi il rischio di buttare in spese legali un sacco di soldi; in fondo vivo bene e sono un eroe da culto dato che tutti i ragazzi sanno che sono l’autore di Dazed and Confused e che d’altra parte è forse anche giusto che veda Page come autore, dato che lui ha portato quella canzone su un livello dove io mai l’avrei condotta…certo che almeno una percentuale… ma temo che lui non voglia che troppa gente lo sappia!”.
Un vero signore questo Holmes, almeno finché qualcuno deve avergli spiegato che i soldi in ballo erano davvero un po’ tanti.

Ma è bene sottolineare che il rock and roll gronda dispute irrisolte sulla paternità anche parziale di centinaia di brani e che con le note rimaste miseramente sette, la progressione aritmetica non è favorevole al calo dei casi. Sono dozzine, centinaia forse, gli artisti rimasti impigliati nella rete del dubbio : da Dylan agli Stones, da Simon & Garfunkel a Lennon nessuno o pochi sembrano esser mai stati sfiorati dal dubbio. Proviamo a far cenno a una consuetudine assolutamente comune nei sessanta : il blues nero era una fonte inesauribile di brani e i bianchi ne avevano riscoperto la forza musicale e la penetrazione sociale. Chiunque, sottolineo chiunque, attingeva a piene mani dai classici del blues avendo una pallida infarinatura sulla titolarità degli originali autori. Che, peraltro, oltre che far parte di una minoranza con problemi sociali un po’ più complessi dei diritti di un brano, non erano iscritti a nessuna società di difesa dei diritti d’autore. La musica circolava e volava, rimbalzando sulle due sponde dell’oceano come priva di una titolarità. Gli unici a operare un minimo di controllo erano, guarda caso, le case discografiche direttamente interessate; ma solo poche erano sufficientemente forti da poter intentare una causa. Per cui, se tralasciamo pochi casi di correttezza dovuti più che altro al timore di rischiare interminabili beghe legali, i riadattamenti di classici blues e mille versioni di brani e cadenze già note erano all’ordine del giorno. Facciamo un paio di esempi a caso : la titolarità di Hey Joe, portata al successo da Hendrix, dibattuta e attribuita almeno a una mezza dozzina di soggetti, con prevalenza di attribuzione a Dino Valenti e in realtà composta da Billy Roberts… oppure, quanti brani avete ascoltato che riportino il ritmo di Bo Diddley, la canzone, oppure di Smokestack Lightning ? Meno di cinquanta o più ? Oppure, a dimostrazione che neppure una casa discografica importante come la Chess sapeva come destreggiarsi : quando appunto divenne pratica comune la rivisitazione di certi classici privi di attribuzione, la Chess decise di far cassa e pubblicare due album con due raccolte di classici. Uno di Howlin’ Wolf e l’altro di Willie Dixon; per renderli più appetibili riadattò gli originali, voce e chitarra acustica, ai tempi, aggiungendo batteria e chitarra elettrica. Wolf si disse fortemente contrario all’operazione che non rispettava i canoni originali e si mise di traverso. La pubblicità dei due dischi, usciti insieme, dettava, cito a memoria… “Due album dei più grandi classici del blues interpretati dai compositori originali : a loro forse non piaceranno, voi ne andrete pazzi!”.
Anche alla fonte, si rivisitavano le origini. E in quel caso, i due autori sarebbero stati citati come tali o come esecutori ?

Ma torniamo ai nostri Zeppelin. Realtà resta che Led Zeppelin I sia uno degli esordi più importanti, più amati e ascoltati e copiati della storia della nostra musica, indipendentemente dalle zone d’ombra, impensabili oggi con le moderne linee legali ma inevitabili per quei tempi non fosse altro per le radici blues comuni, dove tutti, indistintamente, andavano ad abbeverarsi. In un rigurgito di lucidità, anni dopo le nefandezze elencate, Rolling Stone definì quel disco “Uguale a nessun altro, con arrangiamenti più scolpiti rispetto a Cream ed Experience ma con MC5 o The Stooges come comparazione diretta (…beh una puttanata dovevano per forza infilarcela, quelli di RS ! nda) anche se nessuno dei due poteva vantare la pulizia o l’abilità degli Zeppelin. Il tempo non ha scalfito la qualità di uno dei migliori album d’esordio mai registrato. Page ha letteralmente inventato il giro di chitarra come elemento essenziale della composizione.”.

Superfluo dire che RS lo ha inserito nei 500 dischi più importanti della storia, al ventinovesimo posto…redenzione tardiva e che puzza di furbizia.
Ma solo dieci mesi dopo quella micidiale esplosione di suoni, gli Zeppelin proponevano forse il loro primo, vero album concepito come tale : Led Zeppelin II. Se il primo disco era puro istinto, il secondo mostrava una crescita compositiva e l’elaborazione di un gusto così originale, così distintamente personale da non potere che costringerti ad ammettere che eri di fronte ad un fenomeno raro, di quelli che capitano sulla Terra ogni cento anni. Ed anche se è sempre il blues il perno centrale attorno a cui si forma la composizione del gruppo, è anche vero che l’immensità di Page dimostra che il rock può nascere e crescere partendo dal riff e dalla chitarra invece che da un ritornello o dalle strofe. E se Robert Plant aveva stupito nel suo interpretare il blues bianco, con questo disco diventa “il” prototipo del cantante rock, che con falsetti e acuti spazia dal basso dell’essenza folk al grido heavy che muta in pura eccitazione sessuale, stimolo inevitabile, carica ormonale che diventa la materializzazione di tutto ciò che il rock and roll, a partire dal significato recondito del suo nome, vuole significare.
John Bonham ridicolizza Baker e diventa il sacerdote di un nuovo culto, gettando le basi per quella grande mistificazione che sarà l’attribuzione agli Zeppelin della nascita dell’heavy metal. Difatti a sorvegliare qualsiasi eccesso, qualsiasi esplosione, resta il serpeggiare sinuoso del blues, al solito, ufficialmente accreditato o meno, ma incombente come mai : un blues al tritolo. Jones nella sua perfetta colorazione di ambienti, è il più grande “uomo di secondo piano” al mondo. Un solo cenno alla copertina, ottenuta con una coraggiosa, per i tempi, rielaborazione di una famosa foto del gruppo di volo del Barone Rosso cui vennero sostituiti i volti con i quattro Led Zeppelin e con una serie mai ufficialmente definita di amici e artisti. La gara per individuarli per certo è sempre rimasta aperta.

Avete mai pensato di rispondere alla semplice domanda : “Qual è per te il riff per eccellenza?”. Io non avrei dubbi e risponderei al volo : Whole Lotta Love. E’ quello, per me l’Enola Gay del rock and roll : dopo la decodificazione hard del ritmo di Willie Dixon di You Need Love, il mondo non sarà mai più lo stesso. Page riesce ad essere al tempo stesso essenzialmente blues e straordinariamente duro, impenetrabile, fino alla valanga di lamette dell’indimenticabile assolo. Plant non prende prigionieri e con le sue magliettine e i suoi jeans incarna nel medesimo tempo l’icona sessuale del Presley più corrotto e l’impersonificazione del futuro del cantante rock che tutti scimmiotteranno. Jones non emerge in questo brano se non come supporto al devastante suono di Bonham, in grado di far dimenticare Baker e sfidando Moon nella gara per il batterista più debordante, ma si rifà abbondantemente nel corso del disco, mostrando che aveva ragione Page quando lo definì “il miglior strumentista del gruppo”; la sua crescita di album in album, il suo peso all’interno delle atmosfere dello Zeppelin, lo sfondo colorato che riesce a dare ai brani maggiormente emozionali non è purtroppo mai stata riconosciuta fino in fondo. Forse Jimmy e Robert saranno stati tra loro, negli anni, migliori amici tra loro rispetto a Jones, ma se sono stati migliori musicisti lo devono senza dubbio al bassista e tastierista.

E’ dunque Willie Dixon, ancora, a giganteggiare negli schemi dei Led Zep, insieme a Chester Burnett (ossia Howlin’ Wolf) e a manciate di solite, inevitabili citazioni blues che si nascondono dietro ogni piega, ogni nota dei quattro. E francamente non ce ne frega niente se la tirchieria di Page o la mancanza di rispetto per i diritti altrui neghi all’uno o all’altro il sacrosanto diritto alla citazione ; Led Zeppelin II è l’apoteosi dell’heavy blues, il frutto del rispetto massimo per le radici nere paritario all’amore per il rock duro, per il battere potente, devastante, della batteria. E’ questa la genesi dell’heavy metal ? Sono davvero i Led Zeppelin ad aver creato le basi per i nipotini degeneri che oggi distruggono la doppia cassa e sparano riff di chitarra a velocità anfetaminiche ? E’ colpa della passione per l’occulto di Page se oggi i seguaci di Satana manifestano la loro adorazione per qualsiasi genere di Capro al ritmo di duecento battute al minuto cantando in growl ? E’ dunque Plant il capostipite del cantante heavy metal ? Non scherziamo. La differenza che esiste tra gli Zeppelin e l’heavy metal è abissale e la possibilità di far loro riferimento pretestuosa, non credibile.
Gli Zep hanno sempre avuto davanti a sé la melodia e la composizione come fine primario; non hanno mai rinnegato le radici blues, hanno amato e coltivato le influenze più variegate che sono emerse e si sono esaltate nel corso della carriera. Nessuno ha mai saputo spaziare meglio di loro tra i generi restando sempre rigorosamente credibile. Psichedelia, folk, country, boogie, funk, blues , rock and roll, reggae hanno convissuto in pace senza attriti, solco a fianco di solco.

Parlare oggi di contaminazione nelle attuali tendenze è criminogeno, non accettabile, seppur ridicolo. Gli Zeppelin hanno sempre scritto e interpretato in primo luogo grandi canzoni e, ci vogliamo ripetere, sono quelle che ti fanno passare alla Storia, che ti aprono le porte della Leggenda, non i ritmi e l’esibizionismo. Solo le canzoni rimangono.

E’ per questo che il terzo album è il disco che nessuno avrebbe mai atteso dopo l’assalto di Whole Lotta Love, dopo i funambolismi di Heartbreaker, dopo il blues elettrificato e il sesso di The Lemon Song di Bring It On Home, sono adesso, incredibilmente, la campagna del piccolo cottage gallese di Bron-Y-Aur a Gwynedd, divenuto il luogo della meditazione ed il riposo ad avere il sopravvento…Led Zeppelin III, caratterizzato da una artistica, creativa copertina rotante, quasi a simboleggiare il muoversi di energie e fantasia intorno ai loro volti, è il disco che chiude il passato roboante con il tributo iniziale di Immigrant Song, con il suo incedere incalzante della batteria di Bonham e la indimenticabile lirica frase “Hammer of the Gods” che tanto ecciterà i biografi e gli etichettatori, per poi rilassarsi sul blues lento di Since I’ve Been Loving You, sul country e il folk di Friends e dell’intera seconda facciata, una sorpresa, uno shock, una dimostrazione di coraggio e menefreghismo : gli Zeppelin possono – e vogliono – suonare di tutto, facendosi seguire dal pubblico, non inseguendolo. Un atteggiamento che solo i grandi artisti possono permettersi. I quattro dimostrano di sapersi muovere all’interno dell’intero arco della musica popolare e lo fanno con naturalezza, certi di essere capiti; per questo III è l’album della maturità raggiunta, quello che li allontana definitivamente dalle tracce di qualsiasi gruppo rock contemporaneo e li scollega, di conseguenza, da qualsiasi connessione con l’heavy rock che li seguirà.
Da quell’ottobre del 1970 gli Zeppelin saranno il falso “martello degli Dei”, Dei divenuti loro stessi, ma di un altro universo : quello della musica totale, quella che affiorerà nei dischi a seguire, quelli che il Jimmy Page di oggi, l’attempato Signore dei Nastri, pare stia ancora assemblando per future pubblicazioni, quelle che chiuderanno veramente il cerchio di una vicenda inchiodata al 25 settembre 1980, quando l’ultimo eccesso di John Bonham gli fu fatale.

Vorremmo raccontarvi la storia di come una perfetta macchina da musica si sia progressivamente inceppata, nelle esibizioni dal vivo; vorremmo provare a spiegare quella divertente teoria sui due Jimmy Page (simile a quella favoleggiata di Paul McCartney), e resta il desiderio di dilungarsi sulle leggende legate all’intreccio misterioso tra Page e Crowley, tra avvenimenti che paiono frutto di maledizioni dell’occulto e vendette dall’aldilà. Ma entrando queste storie a far parte della loro vita solo dal quarto album in poi, quello privo di nome e numero e definito Four Symbols proprio per la presenza arcana dei quattro simboli riconducibili a Satana, direi che potremo rimandare ad altri tempi la continuazione del racconto. Niente di più facile tornare a parlare dei Led Zeppelin e del loro fantastico volo.
Non è un problema continuare ad amare gli Zep, il Dono degli Dei al Rock and Roll.

10 Commenti

  • Lorenzo Trevisan ha detto:

    Giancarlo carissimo, ma come ?! E i Greta Van Fleet?!?!

  • Tom ha detto:

    In effetti provo anch’ io questa sensazione coi LZ, quella cioè di una musica che nei miei gusti si è un po’ troppo appesantita col passare degli anni, cosa che succede molto meno per es. con Stones, Free, Hendrix , Cream etc. Forse perchè voce, gtr e drums sono portate all’estremo almeno per le canzoni elettriche, meno per quelle acustiche, senz’altro le migliori e più intime (per me). Penso comunque che il buon Page sia andato a scuola da Jeff Beck per anni ma non sia mai riuscito a superarlo.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Mah… io più ascolto gli Zep e più mi rendo conto che siano immortali e freschissimi. Non a caso una famosa vignetta di un settimanale inglese vedeva un musicista in poltrona e un tipo in piedi che leggeva una lettera… “E’ dal management dei Led Zeppelin – diceva – dicono che dopo aver copiato e fatto sampler di tutti i loro riff sarebbe il caso che iniziassimo a fare sampler anche delle nostre royalties…”. Non a caso l’unica volta che vidi Plant decisamente incazzato fu quando un tizio gli nominò i Kingdom Come… certe cose dei Cream sono decisamente datate, anche come suono; per gli altri ci hanno pensato dozzine di ristampe a farceli suonare pù freschi. Ma a mio parere la qualità delle composizioni degli Zeppelin è ancora chilometri al di sopra di tutti gli altri.

  • aleR ha detto:

    Ciao,
    Una rottura di coglioni. È esattamente quello che pensavo. Avrò avuto una decina d’anni e mio fratello, di otto anni più vecchio, aveva comprato “tSRtS”. Lo ascoltava in modo compulsivo praticamente a tutte le ore. Avrei voluto gettarlo dalla finestra a mo’ di frisbee. Anni dopo una mattina zompando la scuola con amici ci imbucammo in un cinema improbabile di seconda visione (!) a vedere il film. Cambiò tutto . “No quarter” proprio quella versione è tra i miei brani preferiti.
    La copia in vinile di allora la conservo religiosamente ancora oggi.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Gli Stones sono la più grande rock and roll band al mondo. Gli Zep la più grande band di hard blues. Poi c’è il resto. Musica che ascolteranno tra cent’anni.

  • Fulvio ha detto:

    Ciao Giancarlo,
    Letto anche io “one shot” con avidità ed interess, rischiando la sindrome del tunnel carpale con lo smartphone.
    Questo è il giornalismo musicale professionale e profondo di cui c’è un grande bisogno ed averlo a portata di click a titolo gratuito merita veramente un ringraziamento particolare.
    Traendo spunto da articolo e commenti volevo, se possibile, il tuo parere su due cose:
    Condivido il tuo pensiero riguardo Whola lotta love come “il riff per eccellenza”, però ogni volta che mi capita di leggere, sentire o discutere sul tema spunta sempre fuori “Smoke on the water” che è secondo me una xitazione banalizzante dovuta solo alla maggiore notorietà anche tra i non adepti alla cultura rock. Non che mi dispiacciano i Deep Purple ma la cosa mi irrita un po’ forse perché ci leggo in alcuni la mancanza di voglia di approfondire almeno un minimo questo fantastico universo musicale.
    L’altra questione riguarda il perchè non nascono più gruppi come i Led Zeppelin: secondo te è un discorso di contesto storico, di inflazione numerica di gruppi, di approccio alla musica, di come la stessa viene oggi vissuta e fruita…
    Ciao e grazie ancora!

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Ciao Fulvio, ci sono centinaia di eccellenti riff che fanno da fondamenta alla nostra musica. Chiedendo riceverai sempre risposte differenti, ovviamente. Dagli Stones ai Purple, passando per Free e vaiasaperetechipassaperlatesta… per me,WLL è “il” riff, nonostante sia cresciuto a Beatles e Stones. Questione di gusti. Perché non nascano più gruppi del genere è un insieme di molti fattori, a mio parere. Sicuramente nei sessanta/settanta c’è stata una vera rivoluzione culturale che ha portato alla nascita di un suono completamente nuovo e con contenuti forti, corrosivi. Oggi, di corrosivo ci sono i tatuaggi e i piercing di chi non sapendo suonare uno strumento e non avendo la più pallida idea di come cantare, si butta sul beat del rap/trap/hip hop/trullallà, che è facile e remunerativo. Non esistono più generazioni che vogliono abbattere mura che esistono ma che non importano più, non ci sono più ideologie. Non so se la mia generazione vedrà nascere qualcosa di buono…ma abbiamo abbastanza musica in cantina per sopravvivere per qualche secolo. Fiducia nel passato, perché nell’attuale non ho speranza. Stamani mi hanno passato il link a un gruppo Acid Mammoth. Suonano come i primissimi Sabbath e cantano come Ozzy pre-cocaina. Mi ascolto i Sabbath : quelli avevano le canzoni.

  • Alfredo ha detto:

    L’ho letto tutto d’un fiato, quasi trattenevo il respiro e appena finito l’ho letto di nuovo. Non sono d’accordo su tutto ma quello credo attenga più alla sfera personale dei gusti musicali, comunque attendo la seconda parte sperando di riuscire anche a respirare sai l’età incombe non sono più “il giaguaro di una volta”.
    Grazie.

    • Giancarlo Trombetti ha detto:

      Mai leggere tutto d’un fiato roba così lunga. A metà fermarsi, mangiare un budino caldo, meglio se con una tazza di tè, e se possibile utilizzare un pc perché il cellulare fa venire il dolore al polso alla lunga. Ci sarà una seconda parte, devo riprendere fiato anch’io… e poi non voglio fare arrabbiare un amico caro che mi ha detto che ne ha le palle piene degli Zeppelin… gli ho specificato che l’avevo premesso. Anche se io vorrei tanto che nascessero oggi gruppi come quello. Grazie.

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