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CSN & Y – Crosby Stills Nash & Young 1974

Pensi a David Crosby e ai suoi baffoni e inevitabimente ti viene in mente quell’inglese, Graham Nash. Poi ti ricordi di quel paranoico chitarrista con i basettoni e sorridi aggiungendo Stephen Stills. Infine i lucciconi agli occhi quando riesci a completare il quadro e la memoria ti gratifica dei brevi periodi in cui, a quel supergruppo s’era aggiunto quell’instabile, caro, vecchio, ingestibile Neil Young.

Così socchiudi la scatola dei ricordi e puoi sentire il profumo di amore e droghe di Woodstock, l’alternanza della apparente banalità del ritorno al privato di Our House, le epiche cavalcate ed i duelli chitarristici di Carry On o le dita negli occhi di Southern Man – una vicenda mai del tutto chiarita neppure dalle leggende. Pensi a quelle foto bucoliche, ai litigi che diventano canzoni, The Loner, all’intimità di Right Between the Eyes, o alla denuncia politica di Chicago, all’urlo di Ohio, sorridi alla follia generazionale dell’amore libero in un mondo in cui , oggi, per uno sguardo ci si uccide e pensi proprio che Triad o Love the One Your With fossero proprio frutto di un acido di troppo, canticchi Cowgirl in The Sand e ti fai venire il groppo alla gola per quelle due righe, delicatissime e violente al tempo stesso di Find The Cost of Freedom che rappresentarono in modo carnale, fisico, la rivoluzione e la sua resa.

Riporti alla mente quelle foto bucoliche, in jeans e giacche di pelle con le frange, con le chitarre acustiche di contorno, pensi ai viaggi sognati sui Marrakesh Express o di quelli immaginari sulle astronavi di Wooden Ships, ti commuovi alla poesia introspettiva di Helpless o fai finta di niente mentre rivivi un ‘epoca in cui davvero credevi che con una canzone si potesse cambiare il corso della storia. E chini la testa e ti domandi, un po’ alla Gaber, dove e come la tua generazione abbia perso. Perché eravamo così belli, così lucidi e forti, così coraggiosi e perennemente controvento, perché non solo possedevamo la più bella musica di sempre, ma non ne eravamo neppure gelosi. Quella musica, quei testi e quelle note erano motivo di scambio continuo, di mutamento assoluto, di unione di forze e intenti e se e quando qualcuno si scansava dal mucchio anche solo per un momento e desiderava produrre un qualcosa a nome proprio, era immediatamente contornato da qualsiasi amico, ragion per cui ogni album non aveva un unico padrone ma era una intera generazione di artisti e creatori a dargli vita. Pensi a quel profetico, nel titolo, If I Could Only Remember My Name e ti immagini il via vai di quello studio in quei giorni, la serenità e il piacere del vivere insieme, del credere davvero di avere tutto a portata di mano, dal successo alla composizione perfetta, dall’amore collettivo alla gestione assoluta di quelle droghe che ti avrebbero, alla lunga, decimato e cotto il cervello. E forse, a quel punto, quell’immagine di assoluta purezza inizia a farsi meno nitida, a mostrare le macchie del tempo e a farti capire che, sì, tutto era bello, sincero e trasparente e che ci avevi creduto sul serio, ma che non ti avevano raccontato tutto.

Che c’era un immenso mercato che faceva finta di lasciarti libero e che invece ti condizionava e ti lasciava la libertà di dire e pensare, ma solo sotto il suo controllo e che quell’epoca meravigliosa, che ancora oggi, al solo ripensarci, riesce a farti spuntare le ali di un gabbiano e farti tornare il desiderio di volare, in fondo, in fondo, forse, sia stato solo un sogno. Un bellissimo, meraviglioso, interminabile sogno a occhi aperti. E davanti ai tuoi occhi, proprio oggi, trovi una reliquia di oltre quarant’anni fa, un oggetto che vuoi portarti a casa e che non hai nemmeno bisogno di aprire e ascoltarlo perché hai già tutto negli occhi, nelle orecchie e in fondo al cuore ma che ti prenderai e farai girare su un moderno lettore cd, invece di scartarlo religiosamente da un antico e ingombrante album di cartone come un tempo, perché questo – forse ancora per poco – è il terzo millennio. Così chiamerai tua moglie o la compagna, radunerai quel che potrai della famiglia e prima di pigiare quel tastino “play” che ti riporterà indietro negli anni, proverai persino a spiegar loro, a raccontargli, che c’è stato un tempo e un mondo diverso, più bello, più affidabile e caldo, in cui tutti i tuoi desideri ti erano sembrati a portata di mano. Persino reali. E che lì dentro, sul serio, c’è un pezzo di quella spiegazione. E poi, chissà perché, quel mondo ha finito col cristallizzarsi nella tua mente, restando per sempre nient’altro che un indimenticabile sogno. E mentre loro si allontaneranno anche dalla fonte dei tuoi ricordi, distratti dalla vita, resterai solo, davanti al tuo impianto, a immaginare tutto il bello di quello che avrebbe potuto essere e non è mai diventato. Senza poi capirne il perché fino in fondo.

In questo meraviglioso viaggio nel tuo passato, in questo cofanetto interamente registrato dal vivo, a un solo passo dalla fine della Storia, di 40 anni fa per 40 brani inediti e conosciutissimi, c’è tutto il succo di una generazione che ha dimenticato quanto abbia fortemente creduto in un’Arte Essenziale, la Musica, oggi ridotta a un file da rubacchiare su un computer. C’è un cuore, il tuo, che torna a battere ai medesimi ritmi che ricordi perfettamente prima ancora di sentirli perché le cose che hai amato non te le dimenticherai mai. Hai solo dimenticato come sono finite. Adesso hai un altro modo di ricordartele. Portatelo a casa. Non importa se e quanto lo ascolterai. E’ un pezzo della tua vita e della storia di tutti noi, bellissimo, unico, raro, che ti viene vigliaccamente venduto. Esattamente come 40 anni fa. I sogni non si dovrebbero vendere, ma donare. Ma questo è il mercato, bellezze. Fate finta di niente e tornate a sognare. Ne vale la pena.

Giancarlo Trombetti

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