google-site-verification: google933a38d5a056903e.html
ALBUM & CD

AC/DC : Power Up ! Riparte il treno del Rock & Roll

Di 13 Novembre 2020Dicembre 17th, 202012 Commenti

It's A Long Way To The Top...

Forse la canzone rimane la stessa, certamente è solo rock & roll, ma questa formula quintessenziale ha reso gli AC/DC uno dei gruppi più riconoscibili nella storia della musica popolare: il basso pompa sangue al cuore ritmico, la batteria scandisce un immarcescibile mid-tempo, la chitarra di Angus brucia a fuoco rapido assoli crepitanti…Infine, sul massiccio olocausto sonoro si erge la voce abrasiva che fu di Bon Scott e (ormai da quarant’anni…) di Brian Johnson, nell’eterna missione di urlare inni rock universalmente noti. Uno stile immune al trascorrere dei tempi e delle mode, sempre accolto con calore dal pubblico, nonostante le vendite trascendentali siano ormai un lontano ricordo. Gli AC/DC il loro record l’hanno già stabilito ed è inattaccabile: oltre cinquanta milioni di copie di “Back In Black” dal 1980 ad oggi; ovvero, il miracolo di un gruppo che sembrava sul punto di spegnersi con la fine del suo iconico cantante ed invece risorgeva con l’album rock più venduto di sempre, secondo solo a “Thriller” di Sua Maestà (del Pop) Michael Jackson.
Altri tempi, certo, a coronamento dell’”età dell’oro” del quintetto australiano, che inequivocabilmente risale al quinquennio 1977-1981, racchiuso fra i bastioni di “Let There Be Rock” e “For Those About To Rock”, difesi a colpi di cannone, con vertici in “Highway To Hell”, per tracimante energia, e nel perfetto mix di forza muscolare e melodia proprio di “Back In Black”. Poi, anche gli AC/DC hanno vissuto la loro epoca di “basso impero”, dal declinante “Flick Of The Switch” proseguendo un po’ stancamente nel corso degli anni ’80. Al contempo nessuno sembrava escluso dal loro raggio di influenza, qualsiasi banda pagava il suo tributo agli australopitechi. Non solo i plagiari per antonomasia, dai Krokus della prima ora fino agli epigoni Airbourne, buoni per generazioni attuali e un po’ inconsapevoli; anche le istituzioni dell’hard’n’heavy, dagli Accept ai Motley Crue, gli stessi Judas Priest di “You’ve Got Another Thing Comin’”, hanno in repertorio almeno un pezzo “alla AC/DC”. Non ne è esente neppure il glam metal, che ne ha assimilato l’efficacia adattandola a melodie d’impatto, basti ascoltare “Night Songs” dei Cinderella, “Girlschool” dei Britny Fox, “Feel The Shake” dei Jetboy, tutte inesorabilmente trascinanti.

PWR/UP ("Power Up") - Sony

Ma mettendo da parte i libri di storia, quali gli AC/DC di oggi? Dopo il rilancio di “The Razors Edge” ed una fase transitoria di dorata routine negli anni ’90, come tanti idoli del rock che aspirano all’immortalità, hanno ricostituito una “squadra vincente” nel Terzo Millennio. Forti del nuovo contratto Sony, si sono affidati al produttore Brendan O’Brien, lo stesso dei primi Black Crowes e dei Pearl Jam (non a caso il gruppo più “classic rock” di Seattle) che ha rigenerato gli AC/DC riattivandone le radici blues. A garanzia della “cura”, il tecnico del suono canadese Mike Fraser, da tempo a loro fianco, nonché veterano di lungo corso (dagli Aerosmith ai Van Halen ed in patria, dai Rush al classico “Reckless” di Bryan Adams, ma l’elenco è interminabile) e gli studi di “sicurezza” Warehouse di Vancouver.
Così è stato concepito il modello originale degli ultimi tre album, l’ottimo “Black Ice” del 2008, che restituiva la scossa consegnando agli archivi almeno un altro classico a 24 carati, “Rock & Roll Train”. Lo stesso team forgiava “Rock Or Bust” (2014) e dopo altri sei anni di attesa, la triade discografica si completa oggi, 13 novembre 2020, con “Power Up”.
Votati all’evangelizzazione rock & roll dei giovani cresciuti con tutt’altra musica, gli AC/DC hanno superato, apparentemente indenni, il loro annus horribilis; nel 2016 Brian Johnson si allontanava dal gruppo a causa dell’udito compromesso dall’abuso di watts e per il tour veniva ingaggiato in sua vece Axl Rose, una scelta pubblicitaria da “prima pagina”. Anche il bassista Cliff Williams decideva di ritirarsi, ma la notizia più tragica giungeva in novembre, con il decesso di Malcom Young, già colpito da demenza senile e rimpiazzato dal nipote Stevie Young in “Rock Or Bust”.

Adesso invece tutto o quasi si é ricomposto; Johnson e Williams sono tornati nei ranghi e c’é pure Phil Rudd, dopo le gravi vicende giudiziarie che l’hanno coinvolto. Angus Young è come sempre l’”accumulatore elettrico”, l’anima del quintetto, completato da Stevie. Recuperate per l’occasione anche tracce di chitarra lasciate in eredità dall’indimenticato Malcom.
In apertura di “PWR/UP”, “Realize” svela una voglia matta di ristabilire i canoni dei classici AC/DC al fulmicotone, con un mix di autocitazioni – magnetica intro rallentata e sardonico coro “ahahahaaahhh!” – che identificano il loro suono come pochi altri. Prevedibile, indubbiamente, ma né età né acciacchi sembrano averne fiaccato la verve. “Rejection” è più compassata, l’unica delle dodici tracce a superare di poco i quattro minuti, confermando l’attitudine minimale che ha fatto la fortuna del gruppo: tipica ma efficace.
“Shot In The Dark” é stato il singolo apripista dell’album e quell’atmosfera suggestiva evocata dal refrain riporta alla luce l’influenza esercitata dai nostri sui Cinderella ed in generale, sull’hard melodico degli anni ’80 (si noti anche “Witch’s Spell”). Ovvio che l’ascolto sfumi in un positivo spleen nostalgico per quei tempi andati…Invece “Through The Mists Of Time” é specchio fedele delle componenti blues/boogie, frutto delle collaborazione con Brendan O’Brien; ricollega gli AC/DC alla resistente tradizione rock, che da Stones e Free oltrepassa gli stessi Black Crowes. Una tempra blueseggiante caratterizza anche “Wild Reputation”, sorretta dall’intrigante andirivieni dei cori, e la si ritrova in “No Man’s Land”: i riffs di Angus sono sempre risolutivi, benché meno inclini alle detonazioni del passato, ma lo spazio riservato ai suoi febbrili assolo è più che mai economico, basti a misurarlo l’esempio di “Systems Down”.
L’integrità della scuola AC/DC è assicurata e se un po’ si concede ad una trasfusione di feeling alla Aerosmith, in “Code Red”, non è certo uno sgarbo per i seguaci di vecchia data del rock. Può capitare che la recita, pur non essendo tediosa, sia alquanto calligrafica (“Kick You When You’re Down”) ma l’offerta di emozioni, se non proprio di batticuore, c’è ed è innegabile.
A quota 17 album di studio – conteggiando i primi due australiani – AC/DC percorrono la strada sicura di dodici brani stringati (a dimensione di un LP vintage), evitando lungaggini inadeguate al loro stile. In tal modo mantengono costante la tensione espressiva per l’intera durata e non è poco. Se pretendete un evergreen da collocare nell’Olimpo dei loro classici fra gli anni ’70 ed 80, è meglio che vi togliate quest’illusione. Se invece vi va di riascoltarli ad un livello di dignità che non tradisca la loro “selvaggia reputazione”, ormai scolpita negli annali del rock, allora “Power Up” è il disco che fa per voi.

Edizioni Speciali

A dimostrazione di quanto l’”oggetto” collezionistico sia ormai un fattore di marketing determinante per rendere appetibile il supporto fonografico, anche gli AC/DC hanno escogitato l’ennesimo gimmick per incrementare le vendite di “Power Up”. Rifacendosi al box set “Backtracks” del 2009, l’immagine del nuovo cofanetto rappresenta un amplificatore; vi appare la tipica sigla del gruppo, che stavolta si accende con un pulsante, dando il via alla riproduzione del singolo “Shot In The Dark”. Un cavo USB atto alla ricarica è incluso nella confezione e vi permetterà di beneficiare a tempo indeterminato di questo juke-box monotematico. All’interno, CD e libretto di venti pagine.
Oltre a tale versione, denominata Deluxe Lightbox, immancabili anche le edizioni in vinile: nero, giallo, rosso e argento, con copertina apribile, oltre al picture disc. In ognuna di esse, la sequenza dei brani è identica.
Ma siamo solo all’inizio della campagna commerciale…

12 Commenti

  • LucaTex ha detto:

    L’ho ascoltato oramai varie volte. Il tempo passa ma gli AC/DC rimangono con il loro sound un punto di riferimento (a torto o a ragione) e di questi tempi in effetti i punti riferimento servono…..

    • Beppe Riva ha detto:

      Già, quest’opinione sul ritorno degli AC/DC come punto di riferimento è parecchio condivisa. Almeno loro non hanno certo bisogno di esser “riscoperti”…

  • bellicapelli ha detto:

    per ora l’ho ascoltato solo 2 volte. Non sono un loro grande fan, però, non so voi, in questo periodo poco felice un nuovo disco di Angus e soci con il loro inconfondibile sound, rappresenta una certezza che mette automaticamente di buon umore.

    • Beppe Riva ha detto:

      Credo che trasmettere energia euforica sia sempre stata una caratteristica vincente degli AC/DC. ed in tempi tanto tristi funziona ancora. Ciao

  • francesco angius ha detto:

    salve beppe
    trovo il disco in linea con quanto hai scritto (ma non poteva essere altrimenti!).
    Secondo la mia visione è piu’ che sufficiente, da loro non si pretendono novità, ma canzoni decenti in cui risentire quel suono caratteristico che ci piace veramente molto.
    Gli anni passano anche per loro, ma il prodotto è piu’ che dignitoso e quindi attira.
    Dispiace per chi non c’è piu’, ma i restanti si fanno onore.
    Long live rock and roll (superamplificato!) e a questa band.

  • Roberto ha detto:

    Nel bene e nel male gli AC/DC rimangono sempre gli AC/DC , certo quelli di Bon Scott rimangono inarrivabili ma l’era Johnson ha firmato il maggior successo per poi vivere di rendita sugli stessi schemi ma la voglia di divertirsi e divertire è rimasta immutata… Un po’di energia positiva in tempi come questi non può che fare piacere…

    • Beppe Riva ha detto:

      Sono d’accordo; sottolineo la tua considerazione sull'”energia positiva” necessaria in questi tempi. Detto il giusto su Bon Scott, bisogna però dar merito a Johnson di esser stato sul fronte del palco nell’epoca di maggior successo, caratterizzando con la sua voce inni memorabili, da “Hell’s Bells” a “Thunderstruck”, senza dimenticare la rara concessione, diciamo così, “commerciale”, di “You Shook Me All Night Long”. Ciao Roberto

  • Marcocardio ha detto:

    Premetto che sono un die hard fan del gruppo, tra l’altro della specie peggiore (quelli che invocavano la chiusura quando Brian Johnson dovette lasciare per i noti problemi all’udito).
    Detto questo, ritengo il disco un rientro col botto. Molto meglio del precedente e al livello di Black Ice.
    Chi sottolinea la ripetitività del gruppo sottovaluta che i fans non si aspettano altro che suonino come gli ac dc.
    Capisco che la mia non è una disamina tecnica, ma l’emozione di risentirli in formazione “quasi tipo” è stata troppo forte.
    Spendo solo una parola su Phil Rudd. Gli acdc sono ac dc quando cӏ lui dietro i tamburi. Accept no substitute.

    • Beppe Riva ha detto:

      Bene Marco. Ecco un giudizio decisamente lusinghiero da parte di un fan dichiarato, com’è giusto che sia. Nulla da obiettare sul fatto che Phil Rudd sia IL batterista degli AC/DC. Ciao

  • Luca ha detto:

    Lavoro che si lascia ascoltare in cui è proposto del buon rock, suonato bene e ben prodotto. Certamente i pezzi proposti dal vivo, quando non si sa, ne guadagnerebbero. Lavoro che non aggiunge alla loro discografia, ma come suddetto lo si ascolta.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Luca, la tua reazione al disco è piuttosto freddina, e lo spieghi. Da parte mia ho detto, trovo gli attuali AC/DC ancora divertenti benché non necessari, poi ci sono le logiche del business che lasciano comprensibilmente dubbiosi. Ascoltiamo altre opinioni…

Lascia un commento