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C'era una volta HARD & HEAVY

1975-1979: La “Lost Generation” dell’Hard Rock nordamericano
I Top 10

Di 2 Luglio 2020 24 Commenti

I grandi incompresi dell'Hard Rock e del Pomp Rock da riscoprire assolutamente!

Sarebbe riduttivo valutare l’hard rock americano come conseguenza del successo di grandi gruppi inglesi a cui sono attribuite le origini: Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple ed a seguire Uriah Heep, UFO…Fin dalla seconda metà degli anni ’60, gli U.S.A. avevano instaurato un’autonoma tradizione di band votate ad un rock’n’roll selvaggio ed anfetaminico (Stooges, MC5), contese dalle rispettive fazioni come antesignani del punk o dell’heavy metal; contemporaneamente si affermavano formazioni dal suono oltremodo pesante, quali Iron Butterfly, Blue Cheer, Frost, Grand Funk Railroad. Dal 1970 in poi brulicavano gli astri nascenti destinati ad imporsi, Mountain, Bloodrock, Montrose, Kiss, Aerosmith, Blue Oyster Cult…Gli illuminati managers dei B.O.C., Krugman & Pearlman, erano forse i primi a divulgare il termine “heavy metal” nel definire il profilo musicale dei loro protetti, estrapolandolo da un verso di “Born To Be Wild” dei canadesi Steppenwolf. A proposito di quella nazione, si allineavano alla nuova tendenza di successo prima i Bachman-Turner Overdrive, poi i Rush. Come in ogni generazione rock, anche il primo lustro dei ’70 americani contava i suoi “caduti”, gruppi eccellenti che non ebbero fortuna; accadde a Sir Lord Baltimore, Dust, Bang, Ursa Major, Granicus e a tanti altri! Avvicinandosi la metà dei ’70, si faceva strada uno stile tutto “stelle e strisce” nel fondere l’estetica del rock sinfonico inglese ad un suono più accessibile e d’impatto. Nasceva così il pomp-rock di Styx e Kansas, che raccoglierà proseliti negli States, con differenti sfaccettature espressive.
Ma intorno al 1975, quando gli esponenti di “prima generazione” heavy si erano affermati e proseguivano la loro rotta ascensionale, grandi turbolenze si addensavano sullo scenario americano. Principale responsabile era l’esplosione punk; la critica, ammaliata dall’esordio della poetessa Patti Smith, si concentrava sul gran fermento dei club di New York, soprattutto Max’s Kansas City e CBGB’S. Nel ’76, il debut-album dei Ramones indirizzava in tal senso le prospettive del nuovo rock americano. Ma c’è ben altro; si tende a dimenticare il boom della disco-music, talmente rilevante che anche i Bee Gees si adeguavano a questo genere, diventandone poi padroni incontrastati, con il successo epocale di “Saturday Night Fever” (1977). Ovviamente il contagio si spargeva ovunque, ed anche il settimanale rock più diffuso in Italia, Ciao 2001, sconcertava i lettori riempiendo le sue pagine di musica ballabile.

Per fortuna, l’America rispondeva assai bene ad un altro nuovo trend, instaurato da Boston, Foreigner, Toto e Journey, l’AOR di cui ci siamo recentemente occupati: un genere che gode di maggior appeal radiofonico, che in qualche modo contribuisce a sua volta ad affievolire l’interesse per il rock più deciso.
Succede così che una seconda generazione di rockers emersi nel quinquennio 1975-1979 (e non è meramente una divisione aritmetica degli anni ’70), spesso scritturati da major, non raccolgono un successo degno del loro potenziale e finiscono nell’oblio, quasi sempre scomparendo o finendo emarginati, all’inizio del successivo decennio. Ben rari i casi di formazioni americane che esordendo nel suddetto arco temporale, hanno sbaragliato il campo: Van Halen sono stati un’eccezione.
All’inizio degli anni ’80, soprattutto in Inghilterra, si è creato un vero e proprio culto di queste missing bands, alcune delle quali tenteranno il rilancio senza svettare, approfittando del ritorno di “tempi duri”… L’etichetta metal Music For Nations, convinta dall’entusiasmo dei critici di Kerrang! proporrà nel 1984 un’opera di “preservazione culturale” a favore di questi artisti, la doppia antologia “Striktly For Konnoisseurs”. Anche in UK, i loro LP erano spesso reperibili solo d’importazione; complice l’assenza di ristampe (non era ancora giunta l’ora dei CD), dischi di Angel, Legs Diamond, Starz, senza citare vere e proprie rarità, erano venduti a cifre considerevoli.
Credendo fortemente nel valore storico di questa “generazione perduta” dell’hard rock e del pomp rock (accomunati nella sorte funesta…) desidero offrirvi il mio contributo, stilando una classifica, ovviamente soggettiva e riservata a quegli anni, di album che tuttora giudico fondamentali. Un peccato escluderne tanti altri, ma così è. 

1) STARZ: "Starz" (1976)

Ripensando all’inestimabile hard rock di quegli anni, non possiamo che innalzare una magnifica trilogia di losers al di sopra delle parti, per valori espressi.
Gli Angel dell’”epoca Casablanca” ci hanno offerto la discografia di qualità complessiva più elevata; nel solo biennio 1977-’78, gli originali Legs Diamond hanno manifestato la personalità musicale più eclettica, dalla protervia heavy alle finezze AOR.
Se però devo indicare un solo album, un autentico colpo di metallico KO sferrato con eleganza e brutalità, non posso che render gli onori ai newyorkesi Starz, eccelsi protagonisti di un’opera prima degna di completare la “trinità” dei più grandi debutti di scintillante rock duro americano dei Seventies. Nel 1973 venne la forza scardinante del primo Montrose; cinque anni dopo lo stesso produttore, Ted Templeman, perseguitato dal fantasma di quell’exploit, gli scatenò contro il furore degli esordienti Van Halen. Nel bel mezzo, un altro produttore di vertice, Jack Douglas di fama Aerosmith, accese la luce abbagliante degli Starz (1976).
I cinque musicisti avevano già alle spalle un concreto pedigree. Il bassista Peter Sveval ed il batterista Joe X Dube si erano affermati con i Looking Glass; il loro singolo del ’72 “Brandy”, sarà riesumato nientemeno che dai RHC Peppers. Il cantante Elliott Lurie preferì tentare nuove avventure, ma questo avvicinò al gruppo il chitarrista Brendan Harkin, che già nel 1969 aveva inciso con i Bamboo ed aprì le porte al nuovo vocalist Michael Lee Smith, che proveniva dall’Alabama ma aveva recitato Shakespeare a New York. Il gruppo si ribattezzò Fallen Angels, registrando un album per la RCA sul finire del 1974, con il producer Jack Richardson. I due singoli apripista non decollarono e l’album fu accantonato, con alcune outtakes relegate a colonna sonora di un film porno, “Divine Obsession”… Poteva essere il principio della fine, invece il quotato Sean Delaney dell’Aucoin Mngmt (lo stesso dei Kiss) punta su di loro ed introduce un secondo chitarrista, Richie Ranno, già negli Stories. Il demo registrato dal quintetto definitivo con Jack Douglas convince la Capitol a scritturarli nel febbraio 1976, ed ancora Delaney insiste per cambiare il nome da Fallen Angels a Starz. Aucoin presterà particolare attenzione all’iconica copertina con il logo del gruppo, ma anche all’immagine interna con una generosa scollatura femminile, su cui si staglia un pendente a forma di “stella”. Anni dopo Rex Smith, fratello di Michael, plagerà l’idea per l’inoffensivo retro-copertina dell’album “Sooner Or Later”.

Al di là dei trucchi di marketing, “Starz” è un autentico disco di rock & roll, non meno ispirato dalla vita da strada del contemporaneo esordio dei Ramones, ben più propagandato. I brani erano profondamente radicati nella tumultuosa realtà della megalopoli, che costituiva il “violento playground” del gruppo. “Boys In Action” e “Live Wire” ne palesavano lo spirito ribelle, fomentato da riffs immani e crocifissioni del suono giocate da chitarre e ritmi crepitanti, difficilmente ascoltati a questi livelli di intensità. Le tematiche più controverse svariano dalla furia psicotica di uno stupratore, recitata con accenti sinistri dall’impareggiabile Michael Lee Smith in “Night Crawler”, alla disgraziata storia di una giovane prostituta, mitigata dagli spunti leggiadri della ballata “She’s Just A (Fallen Angel)”, che racconta di sogni completamente distrutti. Il fatto di cronaca più controverso, viene celebrato nel dramma musicalmente splendido di “Pull The Plug”, che costò al gruppo una denuncia. Tratta l’impressionante caso della 21enne Karen Ann Quinlan; durante una festa assunse un micidiale mix di alcol e valium, che le provocò danni irreparabili al cervello ed un persistente coma vegetativo durato quasi dieci anni, fino alla morte. Il titolo del brano si riferisce alla battaglia legale intrapresa dai genitori per staccare la macchina che la teneva artificialmente in vita. La musica ne ricrea il battito cardiaco e l’alone di disperazione che grava su quella terribile vicenda. Tutto il contrario di quanto suggerito in apertura da “Detroit Girls”; aveva lo scopo recondito di accattivarsi le simpatie della rock city che portò fortuna ai Kiss…anche stavolta, l’impatto del suono è fantastico per lucidità e frastornante energia melodica.
Attualmente gli Starz suonano ancora dal vivo (Sweval è scomparso nel 1990), con un M.L. Smith appesantito e quasi irriconoscibile, ma il progetto di un nuovo album per la Frontiers è finito da tempo nel nulla.
Ristampa su CD consigliata e ufficiale Rykodisc del 2005, per i collezionisti nel 2016 è uscito un SHM-CD rimasterizzato giapponese, con le stesse bonus (Capitol).
(Shock Relics pubbl. su Metal Shock n.1 – Aprile 1987)

2) ANGEL: "Angel" (1975)

Abbiamo celebrato i “risorti” Angel all’inizio dell’ardita avventura di Rock Around The Blog, ma sarebbe irriguardoso trascurarli in questa rassegna, quindi torniamo a parlarne senza insistere sul dejà vu apparso in relazione a “Risen”.
Notoriamente, il quintetto nasce a Washington DC nel 1974 dall’unione di due membri dei Bux delusi dalla Capitol, il chitarrista Punky Meadows ed il bassista Mickie Jones, con il tastierista Gregg Giuffria, il cantante Frank DiMino ed il batterista Barry Brandt. Adottando il bizzarro nome di Sweet Mama From Heaven, si esibiscono regolarmente in un night club di Georgetown, Bogie’s, dove finiscono nel mirino di due importanti organizzazioni manageriali, la newyorkese Leber & Krebs e la GTO (Gem Toby Org.) di L.A.
Il gruppo si farà convincere dall’impresario della Toby, David Joseph, che negozierà per loro un contratto con la Casablanca. A tal riguardo si diffonde la notizia che l’intervento di Gene Simmons sia stato decisivo, con una telefonata che avrebbe convinto il boss della Casablanca, Neil Bogart, “a patto che gli Angel non fossero proposti come support-band dei Kiss”! La scelta della GTO comporta il trasferimento dei cinque, ribattezzati Angel, in California, dove registrano l’opera prima ad Hollywood. Il tandem di produttori era inglese, costituito da Derek Lawrence e dal rinomato chitarrista di studio, Big Jim Sullivan. Lawrence era reduce da esperienze con i primi Deep Purple e con Wishbone Ash, contribuendo al loro classico “Argus” del ’72. E’ morto recentemente, nel maggio 2020. Benché non si tratti della miglior produzione possibile per gli Angel, sicuramente aiuta il gruppo all’esordio nell’elaborare le sue fantasie britanniche che derivano dai Purple ma anche da altri colossi, ELP e Yes. Ne fuoriesce l’eponimo album, pietra miliare dell’hard rock “eretico” dai sostanziali influssi progressive, non solo nelle già celebrate “The Tower”, riconosciuto manifesto di quel suono, e “Long Time”… ”Broken Dreams” irrompe su una ritmica sfrenata che riecheggia addirittura “21st Century Schizoid Man” dei King Crimson, e “Sunday Morning” sviluppa variazioni elettro-acustiche, sulle quali svettano con stile solenne le tastiere di Giuffria. ”Mariner” è una ballata malinconicamente grandiosa, quasi a rappresentare la solitudine dell’uomo di fronte all’immensità del mare. In contrasto, “On And On” e soprattutto “Rock’n’Rollers” si offrono come capisaldi d’impatto live (e qui riportiamo un link-testamento della spettacolarità degli Angel in concerto, inclusa l’”illusionistica” presentazione dei musicisti sul tema musicale di “Ben Hur”). Uscito a fine ottobre ’75, successivo ad “Alive!” dei Kiss nel programma di uscite della Casablanca, “Angel”, non ne eguaglia assolutamente il successo, fermandosi al n.156 della classifica di Billboard. Nonostante la sua originalità, il gruppo non riuscirà mai a soddisfare le mire commerciali della label; il contratto verrà rescisso nel 1980, ma i cinque album di studio più l’epitaffio “Live Without A Net”, assommeranno oltre tre milioni di copie vendute complessivamente negli States: non lo si può definire un consuntivo fallimentare. In ogni caso, una schiera irriducibile di fans non deporrà mai gli Angel dal loro altare di divinità rock.
Nel 2012, Rock Candy ha ripubblicato il primo album in CD ed in vinile bianco, edizione limitata.

3) LEGS DIAMOND: "Legs Diamond" (1977)

Tra gli esempi più clamorosi di disparità di vedute fra stampa specializzata e pubblico di massa, nello scenario hard’n’heavy spicca il caso dei Legs Diamond. La formazione di Los Angeles è stata proclamata a suo tempo “la più grande rock band misconosciuta del mondo” da un simposio di esperti come Tony Jasper, Derek Oliver e Dave Reynolds; gli ultimi due, unitamente ad altri critici di Kerrang! collocavano l’eponimo debut-album al 33° posto fra i 100 migliori dischi “heavy metal” di tutti i tempi. Una posizione di assoluto prestigio, perché stilata verso il tramonto del decennio aureo di quel genere (naturalmente gli Eighties), quando già erano ai primi posti nella stessa classifica, LP campioni di vendite di Guns N’Roses, Def Leppard e Metallica.
Il nucleo embrionale di questi “incompresi” assolutamente speciali nasce a San Francisco nel 1972, a partire dalla sezione ritmica, ossia il bassista Michael “Diamond” Gargano ed il drummer Jeff Poole. Fin da subito concepivano l’idea di adottare il nome di un gangster degli anni Venti, Jack “Legs” Diamond; in America la sua nomea era tale da giustificare la realizzazione di un film, “The Rise And Fall Of Legs Diamond”, del 1960.
I musicisti fantasticavano sull’allusione fra la durezza del “diamante” e la solidità della loro musica, come si evince dal titolo del futuro secondo album (“A Diamond Is A Hard Rock”), finendo per concepire anche un’inconfondibile immagine glamour da gangsters. Lo scatto fotografico che li ritrae in retro-copertina del primo LP, qui riprodotta, è a mio avviso la più brillante fra quelle dei gruppi presenti nella nostra rassegna. Nel frattempo Jeff e Michael si erano trasferiti a L.A., dove li aveva raggiunti il tastierista Michael Prince, quindi il vocalist Rick Sanford (grazie ad un annuncio in uno studio della città) ed infine il chitarrista Roger Romeo, che completa il quintetto nel 1975.

Suonando a ripetizione nei club di Los Angeles, attirano l’attenzione della Toby Organisation, che aveva scoperto gli Angel e li affiderà allo stesso produttore, l’inglese Derek Lawrence, già all’opera con i Deep Purple. Il contratto con la Mercury sarà sottoscritto nell’inverno 1976, quando l’influente Cliff Burnstein (futuro manager di Def Leppard e Metallica) darà il suo placet, convinto da un’esibizione dei Legs Diamond in apertura di Ted Nugent.
Il brano che introduce il primo LP, “It’s Not The Music” gode di un’atmosfera unica; il basso sottolinea il dispiegarsi del synth che sembra spirare come il vento sulle onde del Pacifico, finché il taglio della chitarra ne spezza il clima cinematico. Non per nulla è stato scelto a rappresentarli nella citata raccolta della MFN, “Striktly For Konnoisseurs”…. Se “Stage Fright” testimonia il versante più heavy del gruppo, “Rock ‘N’ Roll Man” ne accentua le spinte progressive, che fanno di “Legs Diamond” l’opera di maggior freschezza creativa mai congegnata da questi californiani. Oltre alla carismatica voce, Sanford può dare libero sfogo alle sue virtù di flautista, davvero inusitate in tale contesto. La granitica Deadly Dancer” è l’ennesimo tributo al loro gangster preferito, soprannominato “Legs” per le sue doti di ballerino! Citiamo infine la superba, versatile “Rat Race”, fra i maggiori indizi che valsero al gruppo il titolo di alter ego americano dei Deep Purple, evidenziato dalla dinamica in stile Jon Lord, dell’organo Hammond di Prince.
Ma a loro volta i Legs Diamond hanno un vanto da esibire nei confronti dei maestri inglesi, con i quali avevano stretto un rapporto amichevole: Deep Purple tennero ben presente la loro “Waiting” (tratta dal secondo LP dei Legs, con una miglior produzione, di Eddie Leonetti), quando elaborarono l’incedere possente di “Perfect Strangers”, title-track per il reunion-album dell’84.
Legs Diamond si ripresenteranno con rinnovata formazione ed eccellenti lavori negli anni ’80, senza mai sfondare; sono ancora in attività.
Il primo album, rimasterizzato ed esteso a doppio CD, è stato riedito nel 2018 da Rock Candy (idem gli altri 2 classici del gruppo originale, “ADIAHR” e “Fire Power”).
(Shock Relics pubbl. su Metal Shock n.4 – Luglio 1987)

 

4) PAVLOV'S DOG: "Pampered Menial" (1975)

L’inserimento in classifica di un album borderline come “Pampered Menial” potrà sconcertare i più rispettosi dell’ortodossia hard rock, ma tutti noi appassionati dell’originale epoca heavy-progressive dal 1969 in poi, amiamo alla follia i Pavlov’s Dog. Fra le ragioni che sollecitavano immediato interesse i nomi dei produttori, Sandy Pearlman e Murray Krugman, gli stessi che mandarono in orbita i Blue Oyster Cult ed in seguito i Dictators di Ross The Boss; ma la realtà è che “Pampered Menial” non è semplicemente un oscuro gioiello underground o una stravagante mania da collezione, è un capolavoro.
Nessuno in America ha mai saputo combinare la musica classica con il rock esibendo un’enfasi culturale ed un livello di sofisticazione pari al gruppo di St. Louis, degno del paragone con i grandi del progressive britannico.
Protagonista indiscusso il cantante di origine indiana David Surkamp (anche compositore e secondo chitarrista); è fra i membri fondatori – nel 1972 – di un gruppo di ben sette unità, nessuna delle quali con trascorsi di rilievo. Solo quando se ne va il primo solista, Tony Levin, lo sostituisce un nome noto, l’ex Reo Speedwagon, Steve Scorfina. Ma nessun curriculum potrebbe mai valere la formidabile voce iperacuta di Surkamp, che ha suscitato qualche paragone con il ben più celebre Geddy Lee dei Rush. Con tutto il rispetto, a livello di talento naturale non c’è competizione, il front-man dei Pavolv’s Dog ha le stimmate del fuoriclasse. Eccentrici per lo stile professato, i “magnifici sette” del Missouri lo sono anche nella scelta del nome: Ivan Pavlov, scienziato russo d’inizio ‘900, era noto per esperimenti di “riflesso condizionato” sui cani…E quegli animali appaiono effigiati in copertina, su illustrazioni a guisa di stampe antiche. “Pampered Menial” usciva nel 1975 sia per la ABC che per la Columbia, inaugurato dalla squisita melodia classicheggiante di “Julia”, dove la voce di Surkamp ascende letteralmente in Paradiso, mentre flauto e mellotron di Doug Rayburn (emulo di Ian McDonald) dipingono affreschi da Corte del Re Cremisi. “Song Dance” è uno dei più grandi ed eleganti modelli pomp-rock di sempre, Surkamp ci fulmina i timpani facendo vibrare i suoi acuti, ed il violino di Sigfried Carver sale al proscenio come non ascoltavamo dai tempi di Darryl Way e Simon House. Scritta da Scorfina e spronata dal suo riff di chitarra, ”Natchez Trace” si riallaccia in modo originale alla tradizione R&R americana. Senza alcun cedimento, l’album chiude con la favolistica grandeur di “Of Once And Future Kings”, ma non sarà il preludio verso altri traguardi. Il secondo “At The Sound Of The Bell” già conclude il ciclo Columbia, poi Surkamp tiene in vita fino ai giorni nostri Pavlov’s Dog, seppur emarginati dal grande business e nonostante le premature scomparse di Rayburn, Carver e del bassista Rick Stockton.
Da segnalare la ristampa CD su Esoteric (2013), ma soprattutto l’edizione del 45° Anniversario (2020) su Music On Vinyl: 1000 copie in vinile trasparente e marmorizzata a sfondo nero.

5) THE GODZ: "The Godz" (1978)

In termini di hard rock sporco ed abrasivo, specchio dell’ intimidatoria immagine “macho” di insolenti motociclisti, nessuno poteva competere con The Godz, auto-proclamati R&R machines, nel loro arrogante inno “Gotta Keep A Runnin’”. In sella alle Harley Davidson “Elektra Glide”, rappresentavano un’icona per gli Hell’s Angels americani, come lo saranno i Motorhead con maggior successo in Europa.
Nascono nel 1976 a Columbus, Ohio, su iniziativa del bassista e vocalist Eric Moore e del chitarrista/tastierista Bob Hill (già affiancati nell’album dei Capital City Rockets, su Elektra, 1973), poi negli Sky King con Mark Chatfield, chitarra solista e Glenn Cataline, percussioni. Per ufficializzare il nome The Godz, dovettero giungere ad accordi legali con una psych-band di New York così chiamata, già attiva negli anni ’60. Questo non impedì ai duri bikers capitanati da Eric Moore di firmare per la Millennium, dependance della Casablanca, che li lancerà nei tour di supporto a Kiss ed Angel.
Il loro omonimo album del 1978, registrato nel Michigan, era prodotto da Don Brewer, batterista dei Grand Funk Railroad, e ne venne fuori una combinazione heavy/boogie/rock’n’roll tutta da godersi. Il 33 giri si presentava con due facciate ben distinte; la prima annunciava gli “Dei” come una sorta di Status Quo più arcigni (evidente nell’introduttiva “Go Away”), mentre sulla seconda emergevano slanci da jam-band con dilatate improvvisazioni di chitarre su una base di hard rock viscerale, memore degli stessi Grand Funk, che avevano tracciato un solco infuocato in America.
Andando oltre il subitaneo impatto di “Guaranteed” o dell’accattivante vena fifties di “I Love You Babe”, i Godz elargiscono ai comuni mortali il meglio della loro produzione in “Under The Table”, un brano che si potrebbe descrivere come i Kiss immersi nell’acido. I momenti di gloria “jam” sono però guidati dal solista Mark Chatfield nel tour de force di “Cross Country”. Infine, il gruppo ha il merito di resuscitare un classico degli olandesi Golden Earring, “Candy’s Going Bad” (da “Moontan”) fra amplificatori fumanti e rudezze sconosciute all’originale, ma con innegabile personalità.
Il rapporto con Casablanca si esaurirà un anno dopo, ma il secondo album “Nothing Is Sacred” risulta sempre trascinante ed ingiustamente sottovalutato.
Ci riproveranno negli anni ’80 nel generale clima di restaurazione hard’n’heavy, con un paio di album e senza mai tradire il loro indomito spirito di rockers. Eric Moore e Glen Cataline hanno pagato il dazio della loro vita spericolata, andandosene entrambi un anno fa…
L’imperdibile “The Godz” è riapparso su CD (Rock Candy) nell’anno di grazia 2010.

6) TEAZE: "One Night Stands" (1979)

Una stirpe nobile, quella dell’hard rock canadese dei ’70, non solo in omaggio ai Rush, stelle di prima grandezza, e degli altri esponenti di spicco, BTO, Triumph, April Wine, Mahogany Rush. Sotto il vessillo della “foglia d’acero”, nella seconda metà dei Seventies, crescevano realtà importanti a nome Max Webster, Moxy e Teaze, che avrebbero gettato le basi per rendere la scena prolifica e competitiva negli anni ’80. A differenza di tanti gruppi da culto, che sparavano le loro migliori cartucce agli esordi, i Teaze hanno raggiunto l’apice al terzo album di studio, “One Night Stands”. Faceva seguito ad un live registrato in estremo oriente, “Tour Of Japan”, ma i precedenti LP non apparivano irresistibili alla loro casa discografica di Montreal, Aquarius; così decideva di affidarli ad un suo artista di provata esperienza, Myles Goodwin (leader degli April Wine), in veste di produttore.
La coalizione porta all’indiscusso salto di qualità di “One Night Stands”, registrato nell’autunno 1978 e pubblicato all’inizio del ’79, anche negli USA su licenza Capitol. Si tratta di uno dei più intriganti album di hard rock, non solo melodico, dell’epoca. Due brani di rara bellezza sono infatti un insperato tributo all’era R.J. Dio dei Rainbow; stupisce come il bassista del quartetto dell’Ontario, Brian Danter, fosse  in grado di emularne le stentoree virtù vocali; in “Heartless World” il suo canto è da brividi ed unitamente all’eccentrico innesto del sax, conferisce al brano un fascino smisurato. Brian ed i suoi riescono persino a replicarne l’epica intensità in “Touch The Wind”, con la chitarra di Marc Bradac in puro stile Blackmore. Quando si dirigono su binari più commerciali, in “Back in Action” e “Stay Here”, lo fanno con un gusto tanto convincente da evitare macchie di formalismo. Infine, se avete ascoltato il mio consiglio di scatenarvi su “Boys In Action” degli Starz, non lasciate inviolata l’adrenalinica replica dei Teaze, “Boys Nite Out”… Purtroppo, questa magia verrà meno nel capitolo finale, l’album “Body Shots” (1980).
Proprio l’acrobatico Danter metterà in crisi il gruppo, lamentando un cronico disturbo che gli causava abbassamenti di voce; poi si seppe che lasciò per seguire la sua vocazione religiosa. I Teaze tentarono vanamente un rilancio nell’84 con cantante femminile. Nel 2019 il “pastore” Danter, che coltivava la sua antica passione come direttore di una scuola di musica, li ha rimessi sorprendentemente in pista
One Night Stands” è rimasterizzato su CD Rock Candy (2009).

7) REX: "Where Do We Go From Here?" (1977)

A distanza di tanti anni, le pose vanesie di Rex Smith sulle copertine di entrambi gli album del suo gruppo possono scoraggiare l’ascolto, ma si incorrerebbe in un errore fatale, trascurando autentici pionieri dell’hard rock ricco di melodie muscolari, armato per esplodere nel decennio successivo.
Sicuramente i Rex hanno anticipato i tempi, ed il loro prestante vocalist possedeva registri vocali di prim’ordine, al punto che a suo tempo gli riconoscevo una gamma timbrica più estesa del fratello maggiore, il fantastico Michael Lee Smith, sul fronte del palco dei “rivali” Starz.
Azzardato? Si, ma i Rex avevano davvero tutto per imporsi; dal contratto Columbia che già aveva calato gli assi Aerosmith, al management Leber & Krebs, che oltre ai citati capi-scuderia, curava gli interessi di Ted Nugent. Un altro punto di forza era il produttore Eddie Leonetti; prima di forgiare il suono che rasenta la perfezione di “A Diamond Is A Hard Rock” (Legs Diamond, ’77) e di “White Hot” (Angel, ’78), aveva realizzato il primo “Rex” (1976), facendo ancor meglio in “Where Do We Go From Here?”. Con queste credenziali, le ragioni che hanno impedito al quartetto di centrare il successo rimarranno fra i tanti misteri del R&R .
Dopo la turgida freschezza dell’album d’esordio, “WDWGFH?” è una gemma pop-metal da consegnare agli annali del genere.
Apre la vibrante melodia del brano così intitolato, resa irresistibile dal crescendo della voce di Rex Smith, che fuga ogni dubbio sulle sue possibilità di salire nel nirvana dell’hard americano. Le fa seguito “Do Me”, un glorioso manifesto di rovente sensualità dove divampa anche l’atletica coesione delle chitarre di Lou Van Dora e Lars Hanson. Contagiosamente “commerciale” e con inenarrabili picchi vocali è “Burn Your Bridges”, ma il supremo atto di vanità del cantante risiede in “7 Come 11”, zeppeliniana allo spasimo, dove Rex supera brillantemente l’esame d’emulazione di Robert Plant, facendo invidia ai tanti pretendenti al ruolo di ”Golden God n.2”.
Sulla seconda facciata, i capisaldi sono l’anthem “You’re Never To Old To R’n’R”, solcato da un viscerale quanto imprevedibile assolo di sax, e la ballata elettrica “Chains On My Heart”, vigorosa e struggente, dove il cantante incarna con disinvoltura la parte dello “spezzacuori”. Certo, non al punto di immaginarlo alle prese con il pop edulcorato, a partire dal primo album solo, “Sooner Or Later”, dopo aver perso negli archivi Columbia il terzo dei disciolti Rex, di cui si diceva un gran bene. Il bassista Orville Davis troverà rifugio proprio nel “Coliseum Rock” degli Starz.
Se escludiamo l’impegnativo box di 6 CD “Rock And Roll Dream” 1976-83 (Hear No Evil, 2017), l’unica versione CD di “WDWGFH?” è su etichetta Wounded Bird (2009)

8) ALPHA CENTAURI: "Alpha Centauri" (1977)

Gli Alpha Centauri devono la loro notorietà d’élite all’”International Encyclopedia Of HR & HM” di Jasper e Oliver, che li consacrò “Miglior pomp-band sconosciuta del mondo”, scatenando la caccia dei collezionisti all’unico album, forse il più quotato nel suo genere durante gli anni ’80. Per limiti d’informazione nell’epoca pre-internet, si pensava fossero canadesi, probabilmente perché l’LP venne registrato nella città di Winnipeg, sede dell’etichetta Salt, che lo pubblicò nel 1977.
In realtà il quartetto si era formato nel 1971 a Greeley, nello stato del Colorado (USA), ed il nucleo originario era costituito da Randy Thompson, nell’inusuale ruolo di voce solista e tastiere, con Jess Redmon (chitarra e voce) ed il batterista Kurt Smith. Solo quattro anni dopo si unisce a loro il bassista Garth Hannum.
I primi tour li vedono da supporto a Styx ed Uriah Heep, che scopriremo fra le possibili fonti d’ispirazione degli Alpha Centauri, ma anche con le leggende del rock’n’roll Chuck Berry e Jerry Lee Lewis. Forse per questo il gruppo del Colorado esibiva dal vivo una R&R Medley reperibile anche su YouTube.
In seguito si trasferirono in Canada, dove ottennero qualche riconoscimento, fino ad apparire in uno special televisivo a loro dedicato, “In Concert” (probabilmente lo stesso di cui proponiamo i videoclip). Difficoltà manageriali li indussero però a tornare nella loro terra d’origine, fino allo scioglimento nel 1983. Dedicato alla memoria di Tommy Bolin, “Alpha Centauri” è in realtà una peculiare combinazione di hard melodico dagli slanci pomp-rock, fondati su citazioni del progressive inglese di Moody Blues e Yes. Prima di rompere gli indugi in chiave rock, il brano d’apertura “Hard Life” si distende su un’armoniosa tessitura pianistica, poi rivela uno dei punti di forza dei Centauri, i focosi duelli strumentali fra le tastiere di Thompson e la solista di Redmon. La stessa strategia è applicata in “You Shut Me Down”, dove il clima musicale varia da un paradisiaco prologo alla dirompente azione della chitarra. “Earth In Motion” si avvicina agli Styx ma è ben più evidente il richiamo del passaggio d’organo a “Yours Is No Disgrace”, un classico di “Yes Album”. L’atmosfera dello stesso, fulgido periodo del rock americano si respira nell’intro vagamente Giuffria di “Love Is A Curse”, ma Randy Thompson si dimostra un tastierista ispirato a prescindere, dando vita ad una fuga space-rock, abilmente sostenuta dal basso Rickenbacker di Hannum.
Nient’affatto casualmente, la ristampa più recente è Rock Candy (2018).

9) TRIGGER: "Trigger" (1978)

Si può esser artefici di un plagio brillante al punto di esser scambiati, complice la stessa casa discografica, per gli originali “smascherati”? Leggenda vuole che capitò ai Trigger all’inizio del 1978, anno di pubblicazione dell’omonimo album per la Casablanca, quando si diffuse la falsa notizia che si trattava dei più celebri esponenti dell’etichetta, i Kiss, dalle identità svelate.
Anche i Trigger avevano frequentato i club di New York e del New Jersey ed i loro produttori erano collaudati ingegneri del suono dello studio Record Plant di NY, Corky Stasiak e Dennis Ferrante. Non a caso, Stasiak aveva lavorato in vari album dei Kiss (oltre ad Aerosmith, Blue Oyster Cult e numerosi altri, fra cui Springsteen). Forse è stata sua l’idea di trasformare il loro brano più rappresentativo, “Somebody Like You”, dalle armonie vocali riecheggianti Beatles e Beach Boys, in un anthem rimbombante che i messeri Simmons e Stanley avrebbero pagato per scrivere di proprio pugno. Se confrontate la versione originale sull’album auto-prodotto “Trigger Treat” (Parliament 1975, basta ascoltarla su YouTube) con quella “definitiva” di tre anni dopo su Casablanca, ammetterete che una produzione di livello superiore può davvero cambiare l’impatto sonico di un gruppo.
Trigger vagavano alla ricerca di un’identità caratteristica dall’estate 1973, quando il tastierista Tom Ayres aveva allestito il gruppo chiamando a sé Derek Remington, batterista e principale cantante, Tom Nigra, basso e voce, ed i due chitarristi Jimmy Duggan e Richie House, anch’essi con parti vocali. Paradossalmente, proprio il fondatore abbandonava, convinto da un’offerta “irrinunciabile” di unirsi agli ex Mountain, Felix Pappalardi e Corky Laing, ma i compagni proseguivano senza esitazioni come quartetto.
Richie House aveva già conosciuto Corky Stasiak, e questo favorì il sodalizio di produzione, quindi il contratto con la Casablanca; ancora una volta venne enfatizzato il ruolo di Gene Simmons, che si espresse a favore dei Trigger, come nel precedente caso degli Angel. Il processo di identificazione nei Kiss ha fatto il resto, perpetrando il loro ruolo di formazione cult dell’hard rock americano; il basso rotolante che colpisce allo stomaco nella rivoluzionata “Somebody Like You”, il tagliente riff lama-di-rasoio e l’assolo singhiozzante à la Ace Frehley sono puro distillato di tattica guerriera pop-metal. In quest’ambito, “Beware Of Strangers” è un altro masterpiece: indimenticabile la melodia vocale che sorvola una ritmica-mammut. La rituale ballata, “Baby Don’t Cry”, non regalerà al gruppo l’opportunità di sfruttare il suo potenziale commerciale. Trigger continueranno fino all’82 nell’ombra; Duggan sarà stroncato da un infarto nel 2001 ed in sua memoria hanno suonato dal vivo nel 2011.
Il remaster CD Rock Candy, aveva reso giustizia nel 2009 ad una band degna di ben altra sorte.

10) NEW ENGLAND: "New England" (1979)

Gli ultimi fasti del pomp-rock americano in stile ’70 giungono in chiusura del decennio, con l’avvento dei New England; buona parte del repertorio era già pronto nel ’77, quando il gruppo dovette affrontare una disputa legale per il nome, risolta con l’intervento dell’etichetta Infinity (succursale MCA), prima della pubblicazione dell’omonimo album d’esordio nel 1979.
Il gruppo proveniva da Boston, dove aveva iniziato con differenti nomi (fra cui The Fossils…) e suonando musica di tutt’altra specie.
Scritturati dal manager dei Kiss, Bill Aucoin, vengono assistiti in studio nientemeno che da Paul Stanley, affiancato dal luminare Mike Stone (Journey, Asia etc.). “New England” esce così in occasione del tour di “Dynasty”; il ruolo di supporto dei Kiss è assegnato proprio al quartetto del chitarrista, cantante e compositore Jim Fannon, completato dal tastierista Jimmy Waldo e dal bassista Gary Shea, oltre al batterista Hirsh Gardner.
Lo schieramento di forze sembra destinarli al successo, infatti il singolo “Don’t Ever Wanna Lose Ya”, un classico dell’hard rock ridondante di tastiere sfarzose, conquista i Top 40 di Billboard, mentre l’album raggiunge un incoraggiante 50° posto. Il secondo singolo, “Hello, Hello, Hello”, con accenti pop-rock di Cheap Trick e Queen, li riporta in classifica, mentre il terzo “P.U.N.K.”, sarcasticamente indirizzato all’omonimo movimento, fallisce l’obbiettivo. Sono tutti concentrati sulla prima facciata, che forse per questo appare più “commerciale”, ma con classe. Il retro non evidenzia condizionamenti di questa natura, ed i New England danno libero sfogo ai loro arrangiamenti più differenziati, dalle atmosfere acustiche che si dischiudono su “Nothing To Fear”, alle sofisticate armonie vocali di “Encore”. Racchiusa fra i due estremi la robusta, dinamica struttura dagli influssi Deep Purple di “Shoot”.
Con “Explorer Suite” accedono senza fortuna negli anni ’80, e la produzione di Todd Rundgren per il terzo “Walking Wild” non basta al rilancio.
Sciolti per divergenze musicali, con Waldo e Shea approdati agli Alcatrazz, restano a lungo fuori dai radar, ma nel 2015 Fannon annuncia un nuovo singolo, e nel 2017 vanno in tour in Giappone.
La versione CD di “New England” è uscita per la Renaissance nell’ormai lontano 1998. ma è consigliabile un recente, economico box set alla carriera, “The New England Archives Box Vol.1” (Hear No Evil, 2019)

24 Commenti

  • Stefano Mandrioli ha detto:

    Un altro centro, Beppe! Quanti ricordi…gemme (mis)conosciute ma davvero di uno spessore artistico oggi solo lontanamente immaginabile.
    Grazie ancora per questi flashback e mai soldi furono spesi meglio grazie ai tuoi suggerimenti Beppe.

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Stefano, fa piacere ricevere commenti anche a distanza di qualche tempo rispetto alla pubblicazione, specie quando non si parla di attualità. In pratica è come se il Blog fosse una rivista sempre a disposizione…Per quanto riguarda i dischi di quell’epoca, eravamo “Live Without Internet” (!) quindi dovevamo arrangiarci con le non molte notizie a disposizione. Più avventuroso così o leggere sui siti le stesse news ripetute cento volte? A voi l’ardua sentenza. Negli anni 70, io mi trovavo spesso in sintonia con l’elegante mensile francese Rock & Folk, più tardi scoprii l’inglese Sounds. Prima, quando leggevo sulle recensioni italiane la solita formula/stroncatura: “Hard rock trito e ritrito” ed altre amenità del genere, cercavo il disco perché quasi certamente mi piaceva! Iniziando a scrivere, ho provato a trasmettere ai lettori le mie emozioni, disinteressandomi di illustri pareri. Non è andata male, quindi sappiate che anch’io spendevo quei soldi, e nei limiti delle proprie possibilità economiche, è sempre bene farlo per passioni sane! Grazie

  • Luca ha detto:

    Altro grande colpo Beppe, un’altra bellissima fotografia raccontata da incredibili recensioni e da una profonda introduzione veramente esplicativa.Ammetto di non conoscere Rex, mi attiverò in tal senso al più presto.
    Nel frattempo, spinto dalla lettura, sto riascoltando con grande piacere gli Starz.
    Spero che il secondo lavoro dei The Godz venga ripubblicato.

  • LucaTex ha detto:

    Altro grandissimo articolo. L’ America non ha mai scherzato in fatto di Hard Rock e Pomp e il lotto di band proposte lo dimostra appieno, grandissimi dischi che non devono mancare nelle collezioni. Dischi che migliorano con il passare del tempo come il buon vino 😉 Ancora grazie Beppe!

    • Beppe Riva ha detto:

      Sai Tex, il tempo passa inesorabilmente, ma in questa fase storica, mentre vengono spesso rivalutati dischi discutibili, tanti altri finiscono per essere dimenticati nonostante la loro qualità non sia intaccata dagli anni trascorsi e dalle mode. Cerchiamo di preservarne la memoria! grazie e a presto…

  • Fulvio ha detto:

    Altro centro Beppe,
    Disamina perfetta di un periodo tribolato ed anche un giusto tributo per un gruppo di bands che non hanno raccolto quanto avrebbero meritato.
    Nel lotto i miei preferiti sono i Legs Diamond, che band!! Sono particolarmente affezionato al CD della Music for Nations (1990) che racchiude
    i due gioiellini “Out On Bail” e “Land of The Gun”.
    Riprendendo dai commenti confermo l’insostituibilità del supporto fisico (CD e soprattutto vinile) che continuo ad acquistare da oltre 40 anni
    senza nessuna intenzione di smettere! Anzi, con i mezzi di oggi a disposizione è tutto più facile a livello di reperibilità e spesso mi tolgo
    qualche sfizio a cui nel passato avevo dovuto rinunciare.
    Unico appunto: secondo me per rendere desiderabile il supporto fisico anche ai non veterani bisogna lavorare su contenuti e confezione (versioni speciali, limited ecc..). In molti (ma non tutti) lo hanno capito… Ormai Il CD “jewel case” è anacronistico ed appetibile come i profiterols della “Bindi” nella lista dei dolci…
    Ciao, Buone cose

    • Beppe Riva ha detto:

      Certo Fulvio, i Legs Diamond si sono dimostrati assolutamente all’altezza anche negli anni 80, raccogliendo recensioni entusiastiche; sono stati senz’altro i migliori del lotto nel confermare le qualità degli esordi, pur cambiando la line-up. Per quanto riguarda l’appeal del supporto fisico, siamo perfettamente d’accordo che le riedizioni speciali con vari gadgets e memorabilia sono più appetibili, però le medesime, spesso assai costose, sono prevalentemente riservate dalle major agli artisti celebri che assicurano cospicui guadagni. Nel caso dei gruppi cult di questo genere (discorso assai differente per rarità molto appetibili dell’era psyche-hard-progressive), difficile sperare di più di quanto propone ad esempio Rock Candy, con booklet consistenti, foto inedite, bonus tracks (se possibile) e dulcis in fundo, ottimo trattamento del suono. Ristampe fatte con passione dunque, e ti assicuro che Rock Candy non mi ha mai regalato un disco…Ciao

  • Alfredo ha detto:

    Ciao Beppe, grazie anche per questa analisi su band americane e per me Starz su tutti. Non so se ti ricordi anche di un grandissimo “ep” degli Hellcats (1982) post Starz. Anche quell’Lp l’ho scoperto grazie al tuo intuito musicale. Ci si sente alla prossima.

    • Beppe Riva ha detto:

      Certo, avevo recensito gli Hellcats su Rockerilla e molti appassionati auspicavano potessero sostituire gli Starz. Oggettivamente, il solo 5-track su Radio Records (gruppo Atlantic) non bastava a giustificare il confronto. A risentirci

      • Fabio Zavatarelli ha detto:

        Solo per dire, caro Beppe, che finalmente ho scoperto gli Starz (meglio tardi che mai!)
        Primo disco sorprendente ma sto sentendo anche gli altri dischi ed erano veramente una band che dava dignità e spessore musicale al c.d. Hard Rock U.S.A. FM-Oriented.
        Francamente nomi più blasonati proprio non mi hanno mai detto niente e troppo spesso mi hanno portato ad interrompere subito l’ascolto per la loro melensità e per quel melodismo FM-AOR-USA che non mi appartiene … ma devo dire che gli Starz … tutta un’altra classe e forza e capacità compositiva … ma mai artefatta. Li preferisco ai Legs Diamond.
        Una grande scoperta di cui ti ringrazio ancora una volta … e … cavoli pezzi come Take Me, Detroit Girls ed altri classici continuano a ronzare nelle casse del mio pc proprio ora che scrivo … con l’anima grata ancora una volta a Te.

        P.S. – Effetto Secondario: ho ricominciato così a rivalutare anche i Rainbow JLT Era, lo ammetto ……

        • Fabio Zavatarelli ha detto:

          P.S. 2 – … sono io che senza volerlo ho mangiato con l’insalata qualche erba magica …. o … in uno o due pezzi io ci ho sentito anche passaggi musicali-stilistici poi ripresi 30 anni dopo dagli Hellacopters ed acquisiti come componenti del loro stile (degli svedesi intendo)??

          • Beppe Riva ha detto:

            Fabio ciao, mi fa veramente piacere che tu abbia riscoperto gli Starz e dal tuo punto di vista l’analisi è puntuale. Esatto dire che scegliere il miglior album di quei fantastici newyorkesi è arduo. C’è chi preferisce il secondo “Violation” e molto valido è anche “Coliseum Rock”. “Attention Shoppers!” è complessivamente inferiore agli altri tre. Non dimentichiamo che il loro promozionale “Live At Louisville 1978” era stato proclamato da Kerrang!: “Greatest Unofficial Live Album Of All Time!”. E’ altrettanto chiaro che i riffs degli Starz sono veramente potenti, quindi consigliati anche a chi (come te, credo di interpretare) non è troppo incline verso l’AOR dalle atmosfere soffuse. Invece ci sta l’accostamento con gli Hellacopters, dal punto di visto dell’impatto, anche se ammetto di non ascoltarli da tanto tempo. Li recensivo su Rockerilla, primi anni 2000…I Rainbow dell’era JL Turner forse non piacevano troppo agli amanti dei loro trascorsi “epici”, ma canzoni notevoli ne hanno fatte…Grazie dell’attenzione

  • Gianluca CKM Covri ha detto:

    Innanzitutto grazie perché mi fai recuperare gruppi che mi sono perso…..muca si può avere tutto. Poi un piccolo aneddoto personale, tanto per fare due chiacchiere. Ricordo ancora quando anni fa riuscii a prendere tramite vendita per corrispondenza, le musicassette degli Starz, gruppo che all’epoca non conoscevo, se non per quello che leggevo su metal shock. Bene, la prima cassetta che infilai nel registratore fu coliseum rock. Rimase lì per intere settimane…. Poi misi su anche gli altri, ovvio. Ho sperato davvero tanto che le voci di un rapporto con la frontiers non fossero solo dei rumors. Peccato.

    • Beppe Riva ha detto:

      Gianluca, la Frontiers stessa aveva annunciato un nuovo disco degli Starz, non si trattava di voci fasulle. Fra l’altro l’etichetta ha effettivamente pubblicato dischi di formazioni ben più popolari di loro, quindi era lecito sperarci. Resta un mistero il perché il progetto sia finito nel nulla, non ho ricevuto risposte a riguardo. Nemmeno si è finora concretizzato altrove. Meglio così che una novità non all’altezza, ne avrebbe scalfito il mito. Se ti va prova ad ascoltare anche gli altri gruppi. Capisco che a distanza di tempo sia differente rispetto ad averli vissuti nella loro epoca, ma ci hanno lasciato materiale da sogno. Grazie, ciao.

      • Gianluca CKM Covri ha detto:

        Quando parli di scalfire il mito ho subito pensato all’equazione: band storica+frontiers (stranamente) +disco orribile (ovviamente a mio parere) = Boston. Che delusione che fu. Ma poi Beppe della tua lista non ho poi ascoltato i Rex e gli alpha centauri. Ma prometto che rimedierò. Alla prossima.

  • aleR ha detto:

    Ciao Beppe. Ricordo ancora che al tempo dopo aver letto la tua recensione su Shock Relics incuriosito provai a cercare gli Starz. Povero illuso… ci volle parecchio tempo prima di rintracciare qualcosa. Era praticamente impossibile reperire qualsiasi loro album. E non c’era neanche il “tubo ” per cercare di ascoltare qualcosa!. Il primo titolo che riuscii a recuperare fu il cd “live in action”. Dopo quasi per caso trovai il primo mini degli Hellcats, praticamente gli Starz II. Ad una mostra mercato ormai diversi anni fa, quando i vinili sembra non li volesse più nessuno, ebbi la fortuna di recuperare i primi tre album ad un prezzo stracciato!. Adesso sono tentato di comprare le riedizioni in cd. ( sono uno dei pochi rimasti che compra ancora cd, una razza in via d’estinzione….) Grande band, mi piace anche il Richie Ranno group (RRG) che io sappia ha fatto solo un cd.
    Ma i miei preferiti di questo lotto sono i Legs Diamond., altra faticaccia…. Domani me li sparo in sequenza! è un po’ che non li ascolto…

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Ale, prima di tutto un plauso a chi come te compra CD e dischi in vinile. Il piacere di avere fra le mani quegli oggetti e di ascoltarli per noi “veterani” è insostituibile. Quanto dici non fa che confermare ciò che ho scritto sulla difficoltà di reperire a suo tempo certi LP. Grazie della tua testimonianza. Grandi Legs Diamond, naturalmente!

  • mox ha detto:

    Monumento !
    caro Beppe approfitto per esprimere che la conoscenza delle realtà musiicali è dovuta a lavori come il tuo. Per me tu rappresenti la Teoria , ma colgo altresì occasione per ringraziare il comune amico Filippo (anch’egli tuo allievo) per aver contribuito “fisicamente” al mio archivio, avendomi procurato alcuni dei fascinosi dischi da te sapientemente contestualizzati e descritti con la giusta passione.
    Chiuderei infine il simpatico cerchio su amicizie e affinità, visto che compare tra queste righe, salutando anche Alessandro, mio responsabile sul lavoro qualche decennio fa… ma soprattutto amico di vecchia data.
    Lunga vita…
    M

    • Beppe Riva ha detto:

      Ciao Mox e grazie, mi unisco a mia volta ai saluti…Ai lettori segnalo il canale YouTube delle Edizioni Tsunami, a cui partecipi (come autore di libri per la stessa Tsunami) con interventi molto accattivanti e puntuali. In particolare questa puntata davvero interessante, “Black Sabbath Vs. Judas Priest”, apparsa in maggio: https://www.youtube.com/watch?v=lppRBE3JtIk

  • Alessandro Massara ha detto:

    I complimenti per il pezzo sono scontati, è un piacere leggere le schede che scrivi, il tuo stile invecchia bene e migliora come un Barolo d’annata (o forse visto il tema “classy” un Barbaresco!). Ma mi piacerebbe che i tuoi tanti ammiratori si soffermassero anche sulle tue righe introduttive dove hai cercato, riuscendoci magistralmente, di contestualizzare storicamente la “Lost Generation”. Un insegnamento, spero, ai tanti giovani che oggi vogliono avvicinarsi al giornalismo musicale. Hats off to (Beppe) Riva

    • Beppe Riva ha detto:

      Caro Alessandro, ricevere un commento tanto lusinghiero da un personaggio della tua esperienza è davvero incoraggiante per il prosieguo dell’avventura. Hai colpito nel segno parlando dell’introduzione: il tentativo era proprio quello di contestualizzare le ragioni che hanno determinato certi cambiamenti sul mercato (idem quando ho scritto dell’AOR di fine ’80, se hai visto). Come ci sono riuscito, lo lascio giudicare ai lettori. Una classifica, pur abbondantemente commentata, mi sembrerebbe fin troppo schematica senza un “cappello” introduttivo. Ancora grazie, continua a leggerci!

  • Francesco angius ha detto:

    Possesso quasi tutti i dischi in questione( in vinile) e concordo sul grande valore artistico di queste opere. Sono da tempo un cultore dell’ Air e dell’ hard melodico. Qui c’è da godere parecchio. Comperati grazie a Beppe Riva ai tempi delle recensioni mostrate! Go Beppe go!

    • Beppe Riva ha detto:

      Non immaginavo, a distanza di tanto tempo, di ritrovare numerosi e appassionati lettori del passato, che evidentemente non hanno perso l’amore per una musica che sfida il trascorrere del tempo e delle mode. Io credo molto nella resistente “durezza” di questo rock, mi compiaccio che voi la pensiate allo stesso modo. Grazie Francesco, superfluo dirti di continuare così. Ciao

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